Ucciderò Mefisto

Valter Binaghi

“Ho pensato a me e Margherita. Noi ci siamo riconosciuti, ma poi qualcosa ha spezzato il cerchio, e adesso la mia vita è finita. Per me non c’è rimedio, ma altri hanno ancora speranza, come quei due ragazzi. Domattina, al bar, forse sapranno incontrarsi. Ma bisogna togliere i veleni dal mondo, tutta la musica cattiva, quella che confonde le anime, e anch’io devo fare la mia parte. Ucciderò Mefisto, ho pensato, e questo è quanto.”

Valter Binaghi, Ucciderò Mefisto, Ozzano Dell’Emilia (BO), Perdisa Editore, “Babele Suite”, 2010.

 

PRIMA PARTE

 

“Sai cos’è un sogno?
Un sogno è l’ombra
di una cosa vera”

(Peter Weir – L’ultima onda)

 

I

Leonetti è in piedi dietro all’uomo seduto al tavolo: i palmi appoggiati, la schiena eretta, quasi una posizione da meditante. E’ tranquillo, Leonetti lo capisce dal ritmo regolare del respiro che gli solleva lievemente le spalle. Glielo domanderà restando così, senza guardarlo negli occhi, perchè sia turbato il meno possibile. Lo sguardo diretto imbarazza sempre e predispone al mascheramento, che è l’anticamera della menzogna.
“Perchè l’ha fatto?”
L’altro non svela il minimo sussulto. Del resto la domanda era attesa: non ci sono per questo, i poliziotti? Attende qualche istante prima di parlare, e Leonetti si chiede cosa stia fissando con quello sguardo immobile, se la maniglia della finestra (uno di quei pomelli girevoli di metallo più rustici che antiquati), o quello che c’è fuori, una porzione di cielo stinto come le lenzuola del carcere.
“Vede commissario”, dice: “stamattina sono sceso al bar per un caffè (casa mia ormai è come quella dei terremotati, non c’è una tazzina che non sia rotta o lurida) e una volta giù mi sono accorto che non avevo il portafoglio”. L’uomo ha una bella voce, il tono affabile, privo d’inflessioni, l’espressione impostata senza risultare contraffatta, come di uno per cui parlare in pubblico è un talento naturale più che una professione. “Lei penserà: risali in casa e prendi i soldi, no? Tanto più che abiti nello stesso isolato. E invece no. Mi sono detto: rimani, e vedrai che nel giro di mezz’ora qualcuno verrà ad offrirtelo. Perchè è così che va la vita, se la lasciamo andare. La sete e l’acqua sono fatte l’una per l’altra, e s’incontrerebbero da sole se il diavolo non ci mettesse lo zampino”.
“E com’è finita?”
“E’ arrivato Provasi, quello delle pompe funebri. E mi ha offerto caffè e cornetto, senza nemmeno che dovessi chiederglielo”.
“Bene”, dice Leonetti, senza muoversi da dietro. Quell’uomo gli fa pena: sembra vecchio di una sapienza infinita eppure ignaro come un bambino. Vorrebbe mettergli le mani sulle spalle, trattarlo da amico, rassicurarlo. Fargli capire che non è obbligato a inventarsi stronzate. Il delitto è chiaro, lui è reo confesso, si tratta solo di ricostruire il movente.
“Però non capisco il nesso”, aggiunge.
Finalmente l’uomo si scuote dalla sua immobilità. Muove il capo, annuisce.
“Una volta il mondo non era fatto di cose, ma di parole. Gli antichi ascoltavano il vento, guardavano le figure nel volo degli uccelli, ed erano parole di Dio. E’ perchè avevano il cuore puro. Dopo, tutto si è confuso, le cose hanno smesso di parlare e gli uomini hanno cominciato a misurarle. Ma qualcosa è rimasto. Ognuno ha diritto al suo angelo.”
“Cosa vuol dire?”
“Un angelo. La pagina che Dio gli ha affidato per leggervi il proprio nome segreto, quello che solo Dio conosce, e per scrivervi la propria preghiera, l’unica che sarà esaudita. Mi creda commissario. Ognuno ha il proprio angelo in questo mondo, purchè sappia riconoscerlo. Ma il mondo è diventato un casino, la gente anzichè incontrarsi sbatte contro i muri come fosse ubriaca. Perchè c’è chi spaccia veleni, sa? Droghe che creano allucinazioni, specchi deformanti che ci fanno inorridire di noi stessi e fuggire la verità”
“Ma che c’entra con ciò che ha fatto oggi?”
“Al bar c’erano due ragazzi, lei a un tavolo, lui a un altro. Ho visto la luce che avevano intorno, era la stessa, lo stesso colore rosato, la stessa vibrazione, capisce? Ma lei era curva su un libro con l’Y-Pod nelle orecchie, lui guardava dappertutto tranne che da quella parte, poi si è messo a fare l’occhietto alla cameriera, una brunetta con le tettine a punta, alla fine l’hanno chiamato al cellulare, ha pagato e se n’è andato. Quei due venivano dallo stesso pianeta, erano naufraghi della stessa nave, se si fossero incontrati sarebbero stati la salvezza l’uno per l’altro. Ma non è andata così.”
“Dunque?”
“Ho pensato a me e Margherita. Noi ci siamo riconosciuti, ma poi qualcosa ha spezzato il cerchio, e adesso la mia vita è finita. Per me non c’è rimedio, ma altri hanno ancora speranza, come quei due ragazzi. Domattina, al bar, forse sapranno incontrarsi. Ma bisogna togliere i veleni dal mondo, tutta la musica cattiva, quella che confonde le anime, e anch’io devo fare la mia parte. Ucciderò Mefisto, ho pensato, e questo è quanto.”

Leonetti fa il giro del tavolo e gli si mette di fronte. La sua sagoma squadrata da montanaro si staglia tra l’omicida e la finestra proiettando un’ombra larga che lo avvolge interamente. L’altro, sui quaranta, si potrebbe definire un bell’uomo: fisico asciutto e longilineo, occhi chiari, capigliatura biondo cenere, folta. Tranne il colorito forse, un po’ troppo pallido, e le labbra pronunciate, tumide, gli danno un che di femmineo.
“Quando dice Mefisto intende il dottor Giacomo Collinaro, che lei ha ucciso questo pomeriggio intorno alle cinque, con un colpo di pistola in faccia.”
“Esatto”, conferma l’uomo, senza abbassare gli occhi limpidi.
Leonetti sospira appena, sforzandosi di non apparire spazientito.
Quest’uomo è pazzo, l’aveva avvertito l’ispettore Brivio, che ha provveduto all’arresto: “Vedesse in che stato è l’abitazione. E in macchina, poi, non ha fatto che delirare. Chiamava il suo custode: l’airone. L’airone capisce? Un uccello. Poi parlava di Faust, e Margherita, e Mefistofele: ma non sono i personaggi di un film?”
Non è proprio un film, voleva dirgli Leonetti, ma poi ha evitato: non gli piace far sentire ignoranti i sottoposti e del resto nemmeno lui conosce il Faust di Goethe se non per la trama, che tutti quanti bene o male conoscono. Una cosa è certa: l’uomo si chiama in effetti Fausto Blangè, e già in macchina con Brivio ha confessato di essere autore dell’omicidio di Collinaro. Solo che lo chiama Mefisto. E’ pazzo? Leonetti ne ha viste troppe per non sapere che in questi casi molti si fingono tali, per ottenere la seminfermità mentale e schivare l’ergastolo, ma qualcosa gli dice che quest’uomo è incapace di una finzione strategica. Non ha nemmeno chiesto la presenza dell’avvocato all’interrogatorio.
“Sappiamo che Collinaro è stato il suo psicanalista negli ultimi tre anni. Abbiamo trovato nel suo schedario registrazioni di fatture intestate a lei per una bella cifra. L’ultima risale a due mesi fa. Mi può spiegare come mai i vostri rapporti si sono guastati al punto tale da spingerla ad ucciderlo?”
L’uomo lo guarda sorridendo, con simpatia. Poi scuote la testa.
“No” dice: “Sono stanco adesso. Mi riporti in cella. Devo sognare l’airone”.

 

II

Quando mi corico, il dolore al fianco non è più la solita zavorra che appesantisce il cammino ma un morso, un appetito monotono e imperturbabile, come se tutte le innumerevoli richieste che l’universo fa a un organismo vivente confluissero in una sola e spaventosa: verme onnipotente, sanguisuga dall’unico labbro circolare che assorbe vita e pensieri lasciando di me una mummia vizza, ostinatamente cosciente.
E’ una vittima che vedete, o un colpevole, divorato dal rimorso?
Non ci si vede bene al buio, e i due si somigliano troppo.
Ma questa è la spina per buona parte della notte, finchè l’ultimo pensiero crolla insieme allo spasmo dei muscoli contratti, ed è lo squarcio sull’estrema verità: ciò che ti fa vivere è ciò che ti fa soffrire, non avrai uno senza l’altro. La dimentichi subito dopo, per ritrovarti ogni notte nell’identica futile battaglia, ma almeno adesso piombi in un sonno sconsolato. Così può cominciare lo spettacolo.
Dalle caverne di un passato immemoriale crateri fumiganti rilasciano fantasmi.
L’orrore antico, le immagini infantili che per prime lo annunciarono, il brontosauro sulla pagina del libro, non il corpaccione immerso nella mota, nè il lungo collo sibilante ma quella testina piccola, stupidamente crudele, e il pensiero disgustoso che ne seguiva: nessuna mente benigna dietro la forza vitale, ma un piccolo feroce cervello, ebetudine organizzata al pasto, centrale divoratrice, strategia di sterminio…

Ed ecco, improvvisamente, approfitta del mio orrore l’Angelo Nero, per versarmi nell’orecchio il suo veleno, l’odio ancestrale per questa vita:
“Precipitato nell’oscurità, stretto come un boccone amaro tra le fauci del mondo materiale, masticato e risputato da mille inferni come un seme sempre indigesto, ma adesso finalmente il tuo spirito è presente, risvegliato alla memoria dell’Origine. C’è un altro mondo di là dalla Matrice. E’ di là che tu vieni. La prova inconfutabile è questo conoscere che è un ricordare. Ma non puoi tornare indietro: l’antica innocenza ti è preclusa. Puoi vivere con pazienza i tuoi giorni nel mondo, in attesa che si consumi lentamente la tua spoglia, oppure bruciare le tappe.
Ritraiti lentamente dalla tua carne come uno straniero dalla folla, e osserva il tuo commercio col mondo da lontano. Trattieni i tuoi sensi, negagli ogni appagamento finchè saranno esausti come un focolare all’alba. Diverrai insensibile alla fame, alla sete e al sonno, e l’abbraccio di un altro corpo ti sembrerà quello di un cadavere. Allora sarai pronto per l’estrema libertà: la cintura, la cravatta, un tratto di lenzuolo basta per penzolare come un beffardo trofeo davanti ai loro musi stupefatti.
Illuminato dalla Gnosi, risalirai per ogni vertebra l’intera colonna dell’Essere, pesce e farfalla, angelo e troia, fino al trono dell’Arconte. Getterai ai suoi piedi la vuota spoglia di ciò che fosti, e ingaggerai con lui l’ultima battaglia, che ti restituisca al pensoso regno dei figli della Luce: che la stralunata favola abbia fine, che l’oblio t’inghiottisca per sempre, in barba alla feroce vena creativa dell’annoiato satrapo semita”.

Soccorretemi adesso, decorose memorie, pensieri operosi, sublimazioni onorevoli in cui mi sono variamente prodigato per trarre qualcosa di meritevole dall’insulsa chiacchiera dei giorni, come quando da piccolo toglievo i sassi più lucenti dal greto del torrente, e mi facevo un tesoro nel cassetto. Ditemi che la messa in scena del mondo e nemmeno la scandalosa avventura di Dio nella carne sarebbe la stessa senza il mio vivere e soffrire. Il buon ricordo sia la carezza dell’Angelo Bianco, e l’anima riprenda a cucire un fresco sudario di foglie, mentre l’ombra lunga dell’airone, finalmente, si curva su di me.

(pag. 15-23)

 

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Il romanzo sarà in libreria a partire da mercoledì 17 febbraio.
Ringrazio l’autore e l’editore per aver concesso di pubblicare questa anticipazione.

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***

11 pensieri su “Ucciderò Mefisto”

  1. Mi piace lo stile preciso, netto, scarno di fronzoli che allungano il brodo ma ricco di aggettivazioni assolutamente necessarie. All’inizio, la scena con il poliziotto (chiarissima) mi ha ricordato Lo Straniero di Camus.
    Un altro libro si aggiunge alla ormai folta lista, in cui non può mancare l’uomo che sogna il suo airone.
    Molto bello.
    Luigi

  2. “E’ una vittima che vedete, o un colpevole, divorato dal rimorso?
    Non ci si vede bene al buio, e i due si somigliano troppo.”

    così la parte in corsivo, per il flusso dell’io che riflette e deforma la genesi del fatto “oggettivo”?) narrato alla parte I, riflettendosi diventa il “tu”
    al quale l’Angelo nero (una delle due parti del doppio in uno – l’altra è l’angelo bianco-airone)
    si rivolge:
    “l’antica innocenza ti è preclusa.”
    “nessuna mente benigna dietro la forza vitale”

    il non poter scappare
    (la parte in corsivo è claustrofobica, al termine auspica la leggerezza, la libertà dell’airone)
    garantito proprio dalla condizione esistenziale che non è tanto della “solita zavorra che appesantisce il cammino” (non è tanto di un Sisifo dunque), quanto quello prosciugante di un “un morso, un appetito monotono e imperturbabile” di un “verme onnipotente, sanguisuga dall’unico labbro circolare”
    più che un uroboro, uno di quei vermi, più o meno malvagi, che dicano torcano le viscere e l’inizio del mondo

    un verme anellide che mangia la terra e la restituisce ad un ciclo
    un verme bianco come lo sono le circonvoluzione di quel “piccolo feroce cervello, ebetudine organizzata al pasto, centrale divoratrice, strategia di sterminio”
    un verme bianco come “il tratto di lenzuolo” dal quale penzolare nel momento di quello che viene definito l’ essere ” pronto per l’estrema libertà”.

    perché poi, se “ri-conoscersi” umani crea un circolo di condivisione
    e se “La sete e l’acqua sono fatte l’una per l’altra, e s’incontrerebbero da sole se il diavolo non ci mettesse lo zampino”
    allora come evitare lo spezzarsi di questo cerchio?
    come avere diritto al proprio angelo?
    uccidere mefistofele dunque
    o magari solo forse le braccia a cerchio magico sulla testa per sognare un’ airone

    ok,aspetto il 17…
    ciao!
    (e complimenti!)

  3. E’ un breviario di etica senza titolo e senza indice – pura sostanza del farsi che utilizza la scrittura per emergere, per rendersi leggibile.

    E’ un percorso di natura filosofica, senza dogmi, che utilizza il mito e la visione come strumenti per aderire alle piaghe della storia, per pronunciare il nome della prima ferita.

    E’ una scrittura che utilizza il genere fuori da ogni canone, per scardinarlo e ridisegnarlo come soglia – offrendo allo sguardo la percezione di alterità impronunciabili, di sensi indicibili.

    E’ una collazione di dialoghi talmente trasparenti che lasciano intravedere, al fondo, la possibilità di alfabeti diversi – per riscrivere, sempre, la stessa ineluttabile vicenda in altre forme.

    E’ un’interrogazione talmente stringente, necessaria, da lasciare nella mente l’eco della ineludibilità del suo porsi – quale che sia la risposta dell’autore, quale che sia la risposta che nasce dalla tua stessa ricezione del testo.

    E’ una storia d’amore completamente folle, delirante, nella sua ordinaria elementare nudità, nella singolare banalità del gesto con cui si offre, nella universale rimozione di quell’atto che, comunque, ci appartiene – quella follia che solo sa, e può, la vita: quando si cerca nel folto delle sue radici ammutolite o sanguinanti.

    fm

  4. Come promesso, ripasso dopo la lettura di questo “romanzo breve” o “racconto lungo” che mi ha affascinato molto. Anche se, secondo me, poteva essere sviluppato di più e meglio. Però è molto intenso e il fatto che sia corto e straordinariamente scorrevole può indurre il lettore a perdersi tante piccole perle nascoste tra il flusso di righe che letteralmente si accavallano per la frenesia di leggerle.

    Grazie per averlo proposto (fra un po’ mi concentro su Devoti a Babele).

    Luigi

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