Filosofia dello scrivere (VIII) – di Antonio Scavone

Antonio Scavone

 

 

Filosofia dello scrivere (8)

     Quando si finisce la lettura di un libro si resta quasi sempre senza parole: la conclusione di un viaggio, sia pure irreale e immaginifico, o forse proprio per questo, ci lascia interdetti, ci toglie quell’entusiasmo che avevamo quando abbiamo cominciato a leggere per esempio un romanzo e non ci sentiamo appagati, o risollevati o soddisfatti, pur se quel libro ci è piaciuto tantissimo. In realtà, quel romanzo aveva cominciato a piacerci già prima, dopo le prime venti-quaranta pagine (altrimenti l’avremmo abbandonato), ma solo alla fine possiamo affermare, quasi testimoniare, quanto ci sia piaciuto e, nello stesso tempo, provare quella sensazione di epilogo e completezza perché il viaggio irreale ha raggiunto la sua meta, l’incanto che ne è scaturito si è consumato e si è altresì esaurito quel cumulo di emozioni che il romanzo ci aveva suscitato e che speravamo di accumulare ben oltre l’ultima pagina.
     Ci toccherà, a quel punto, riporre il libro al posto che gli abbiamo assegnato nella nostra biblioteca, giudicarne affettuosamente la stropicciatura delle pagine lette e rilette e ritenere che ormai, salvo ripensamenti, quel romanzo ha fatto il suo dovere, ha svolto il suo compito, ha concluso con noi il suo viaggio dentro la nostra coscienza e la nostra memoria.
     Imprevedibili gli scrittori, ineffabili! Ti introducono in un ambiente che non è il tuo o non potrà mai essere il tuo (“Sotto il vulcano” di Malcolm Lowry), ti fanno conoscere uomini, donne e situazioni molto lontani dal tuo mondo e dalle tue abitudini culturali (“Lo squalificato” di Osamu Dazai), ti parlano di realtà e sentimenti che anche tu hai vissuto ma che non avevi mai pensato potessero essere rilevanti o condivisibili (“Infelicità senza desideri” di Peter Handke): ti tengono sulla corda, gli scrittori, ti ammaliano (“Il gruppo” di Mary McCarthy), ti seducono (“Fiesta” di Ernst Hemingway), ti sconcertano (“Giardino, cenere” di Danilo Kiš), ti dànno persino un pugno nello stomaco (“Il giovane Holden” di Jerome David Salinger) e poi ti lasciano come se dovessero andare altrove, a lusingare altri lettori, a cominciare altri viaggi…
     Prima o poi doveva finire, si dirà, ed è vero, è naturale: ciò che non è naturale e non è vero in letteratura è che un romanzo finisca allorché abbiamo finito di leggerlo. È vero il contrario: finisce certamente quel viaggio con i personaggi della storia letta ma comincia il viaggio – l’esplorazione, l’analisi, l’empatia – che intraprendiamo da soli, con noi stessi e chi ci sta intorno, sulle indicazioni, le suggestioni, le idee provocate da quel romanzo. Non sappiamo se un libro sia capace di cambiare la vita di un individuo, ma certamente cambierà molte aspettative del suo lettore.
     Si scrive quindi perché si legga e si legge per capire cosa, poi, di quello che abbiamo trovato scritto sia o possa essere fondamentale per le nostre esperienze. Dobbiamo stabilire allora, a questo punto, che la lettura – sana abitudine da rinverdire – rende sempre conto e giustizia di quello che si scrive, stabilisce inequivocabilmente, più che il valore culturale, il fondamento letterario di un libro. Attraverso la lettura scopriamo non solo – e banalmente – storia e personaggi, ma siamo trascinati dall’abilità dello scrittore nel corpo stesso del romanzo, nell’ambito più intimo e profondo della narrazione: scopriamo cioè che quel romanzo ci è piaciuto perché era scritto così: questo significa che abbiamo fatto nostro uno dei segreti della scrittura e cioè lo stile.
     Lo stile può essere definito secondo parametri e strutture critico-estetiche che si prendono a modelli di analisi: lo stile di uno scrittore può essere pregnante e incisivo mentre quello della scrittura può essere scorrevole e intrigante.  Sono definizioni, come si vede, e in quanto tali dicono e non dicono oppure fanno luce senza essere illuminanti, scoprono senza rivelare o viceversa.
     Come definiremmo, per esempio, lo stile di uno scrittore giapponese, attestandoci ovviamente su una traduzione fedele e impeccabile? Lo definiremmo limpido, magico, inquietante? Commetteremmo l’errore di considerare lo stile di uno scrittore (e quindi di derivarlo, di desumerlo) dall’etnìa, dalle abitudini di vita, dalle convenzioni e i modi di dire che solitamente vengono conferiti a quello scrittore?
     Gli scrittori giapponesi, per restare in tema (Kawabata, Dazai, Mishima, Tanizaki) si prestano incolpevol-mente ad una generica e provinciale caratterizzazione: sono tutti suicidi ma non hanno scritto esclusivamente di suicidio e allora? Il loro stile dovrebbe essere tanatico, estremo?!
     Lo stile di uno scrittore si rivela, per fortuna, per quanto lascia e sedimenta nella nostra attenzione e nella nostra partecipazione di lettori. Leggendo scopriamo (o rinveniamo, portiamo alla luce) come lo scrittore usa il suo stile e come lo organizza, rendendolo originale e riconoscibile. I parametri, in questo caso, sono elementari anche se servono come riferimenti per creare complesse architetture di comunicazione e attengono a quelle regole, a quelle norme (in continua evoluzione) che riguardano tanto la lingua parlata, quanto la produzione del senso con lo strumento della lingua scritta.
     Potrà sembrare ovvio e scontato ma lo stile di uno scrittore (diversamente dal poeta) ha a che fare con la sintassi, con le strutture espressive della sintassi (retoriche, morfologiche, linguistiche), con l’invenzione sintattica della comunicazione.
     Quando scriviamo una lettera (o, meglio, una mail) adoperiamo, sia pure in una formula ridotta e improvvisata, gli stessi strumenti sintattici di cui si serve lo scrittore per comunicare quanto ha elaborato o sta elaborando. Le parole sono grossomodo le stesse, il linguaggio arieggia quello immediato della lingua parlata ma lo scrittore articola diversamente la struttura della sua comunicazione e non solo perché sta raccontando, ma perché sta inventando il suo modo di raccontare. Così, la punteggiatura è più accurata, il lessico è più preciso, le frasi sono più arricchite e quello che è stato scritto non è più solo una lettera o una mail ma un “testo”.
     La “costruzione” di un testo (interattivo o letterario) richiede le medesime accortezze da parte di chi lo redige: la letterarietà, di cui uno scritto è rivelatore, è il risultato specifico e univoco (quindi originale e “immodificabile”) di una scelta programmatica e per così dire produttiva da parte di uno scrittore laddove, per una lettera di cortesia o per un curriculum, lo scrivente si mantiene al di qua di questa scelta, optando per una co-municazione certamente sincera ma che tende a promuovere chi e non cosa ha scritto.
     Uno scrittore sceglie dunque un linguaggio (confidenziale, fàtico, apologetico, filosofico) e su quello costruisce e dipana la “sua” sintassi (l’organizzazione, la complicazione, la lunghezza delle frasi) servendosi di un lessico a volte inconsueto, di metafore sempre più ardite allo scopo di coinvolgere il suo lettore nel labirinto della sua capacità espressiva.
     Lo stile letterario si avvale di uno “spirito di osservazione”, o di una curiosità diremmo da entomologo, che sono tipici di uno scrittore che sappia raccontare.
     Il narratore, infatti, nei romanzi degli ultimi quaranta-cinquant’anni, ha coniugato due distinte abilità del letterato degli inizi del Novecento: ha rimescolato tanto il racconto oggettivo (quello della terza persona), quanto quello soggettivo (con l’io narrante dichiarato e protagonista) ed ha dovuto necessariamente adeguare (e inventare) una sintassi impersonale con una sintassi originale, trasferire il ritmo e il peso del racconto da una sequenza indiretta e obliqua ad una sequenza immediata ed esplicita. È il passaggio dalla “registrazione di eventi” (come dal romanzo di Roberto Roversi) alla comunicazione degli eventi, al punto di confine esterno/interno del sistema narrativo (Derrida), a quella “zona franca” che non ha più privilegi perché tutto viene reimpostato e rielaborato tra il narrare e il dire, tra il raccontare e il comunicare. In altre parole, lo scrittore non può più nascondersi, non può più crearsi un alibi, non può essere fantasma a o di se stesso.
     Ed è stata modificata, manipolata o esaltata anche la letterarietà dello stile, che non sempre è stata o si è dimostrata innovativa e originale. Molti scrivono autobiografie, diarii, resoconti di esperienze vissute; molti altri si inventano e si propongono come romanzieri on the road o di frontiera; altri si scoprono narratori di genere riuscendo a far passare per ideologia letteraria una pura e semplice opinione personale sulla letteratura. Si scrive di tutto e per tutti: di esperienze di viaggio, di malattie sfiorate e vinte, di ricordi di famiglia, di catastrofi, di ripensamenti ideologici, di storie conosciute per sentito dire.
     Scrivono i giornalisti, i segretari di partito, gli atleti, i medici condotti, i commercialisti, gli industriali e scrivono non tanto per fornire una testimonianza civile delle loro esperienze o delle loro sventure ma per testimoniare letterariamente del loro essere-nel-mondo, della loro esistenza necessariamente e indubitabilmente espressiva. Scrivono tutti fuorché gli scrittori di mestiere, verrebbe da dire ma sarebbe solo una battuta sferzante che sminuirebbe l’aspetto essenziale della questione.
     La questione, piuttosto, è riconducibile, per un verso, all’originalità di uno stile (e indubbiamente gli strumenti comunicativi di un giornalista saranno più intriganti e convincenti rispetto a quelli di un commercialista) ma per un altro verso, non secondario né marginale, è l’espressività di uno stile precipuamente letterario che consente ad una narrazione di essere coinvolgente e catartica per le strutture di racconto che crea, le interazioni critiche e teoriche che stabilisce, le complessità emozionali e ideologiche che fa palpitare.
     Lasciamoci prendere per mano dallo stile di uno scrittore com Goffredo Parise (“Il prete bello”) o Richard Wright (“Ragazzo negro”), Sebastiano Vassalli (“La chimera”) o Marguerite Yourcenar (“Memorie di Adriano”): scrittori diversi per linguaggio, ambiente, storia, personaggi eppure – al di là delle preferenze o simpatie personali, dei favori o delle stroncature dei critici – sono autori che ci hanno indicato un milieu storico ed esistenziale da approfondire, che non ci abbandonano in un piatto o borghese compiacimento. Nei loro romanzi – come, beninteso, in tanti romanzi di altri scrittori – troviamo una disciplina stilistica che rende il racconto fruibile ma impegnativo, che ci sprona e ci sfida ad una lettura più aderente, più ispirata.
     Con molti romanzi non possiamo limitarci a leggere, infatti: siamo costretti dagli scrittori “non semplici” ad essere anche noi “un po’ difficili”, a scoprire perché quelle frasi sono così lunghe, da toglierci il respiro, ma che diventano – tanto per restare nella metafora – una rassicurante riserva d’aria. Lo stile regge le frasi lunghe, sostiene la caratura del romanzo, alimenta la nostra pazienza di lettori per trasformarla in piacere, in godimento, in bisogno.
     Abbiamo imparato che lo stile di uno scrittore è una struttura agile ed elastica, che distribuisce sapientemente i pieni e i vuoti (le sequenze lunghe e quelle brevi), i tempi lunghi e quelli corti, le costruzioni azzardate (cospicue, ponderose) e quelle asciutte e consuete. Lo scrittore può perdersi nelle sue frasi involutive, nelle sue descrizioni cicliche e ripetute; può ridursi “ai minimi termini” con frasi epigrammatiche, con tocchi sfuggenti; può delineare persino un costrutto asfittico dove manca il soggetto dominante dell’azione o l’io narrante sembra sparito, scacciato dagli eventi, sperduto nei meandri di una riflessione.
     Eppure, in un panorama così destrutturato di frasi, periodi e sequenze distorte o stravolte dall’autore, non avvertiamo nella lettura una sofferenza irrimediabile, non ci sentiamo vittime sacrificali di un arbitrio perpetrato stolidamente a nostra insaputa. Non ci ferisce più di tanto un anacoluto (due frasi slegate fra loro), resistiamo con lodevole temerarietà ai periodi lunghi, alle proposizioni senza soggetto, a descrizioni particolareggiate o inusitate, alla momentanea assenza dell’io narrante o alla sfiancante disposizione di frasi che rimandano ad altre frasi senza mai trovare un inizio, un principio (la subordinazione, o ipotassi, che sostituisce la coordinazione, o paratassi).
     Va da sé che uno scrittore possa talora essere anch’egli vittima del suo stile (un manierismo sempre ricorrente), ma è più pertinente l’ipotesi salvifica nello stile di uno scrittore: che, cioè, le “invenzioni” formali si legano sempre alle “intenzioni” strutturali del testo espressivo. Su altri versanti la prosa d’arte realizza senz’altro uno stile acuto e pressoché perfetto ma risente inevitabilmente della destinazione d’uso cui è assegnata e può, talvolta, restare una squisita formula di tecnicismo, ridondante e bizantina.
     Gli autori letterari o i letterati (parola in disuso ma per certi aspetti ancora praticabile) scrivono per creare opere di talento che abbiano ovviamente una presenza sul mercato (la merce-libro), che costituiscano nondimeno un bene e una fonte di reddito e che si propongano di ricreare un’esigenza culturale e una testimonianza socio-culturale.
     L’esigenza culturale (o promozione socio-culturale), che la scrittura propone e diffonde, viene ripresa e rivalutata dai lettori che si avvicinano sempre di più agli autori che amano o ai romanzi che prediligono fino a distinguere, semplicemente cioè senza paludamenti intellettualistici, tra scrittori e scrittori, tra romanzi e romanzi.
     E la distinzione funziona, anzi è vitale per il bene della letteratura. I lettori scoprono che ci sono scrittori di un solo romanzo, o che hanno reiterato lo stesso tema in più romanzi, e ci sono scrittori prolifici, dai molti romanzi, che hanno scandagliato temi diversi per ogni libro che hanno pubblicato. Alla fine, però, i lettori ricordano di ogni scrittore non solo il romanzo epocale che lo ha connotato (e di solito è l’opera prima), ma quel particolare e inconfondibile tratto costante che lega le storie narrate al modo di raccontarle. Lo stile, in questo caso, non è riconoscibile unicamente in virtù di una “linea produttiva” come può esserlo per un’automobile o un apparecchio tecnologicamente avanzato: la “linea produttiva” di uno scrittore non è sempre e solo quella che salta agli occhi: il più delle volte si annida e si nasconde, si complica e si smaterializza, si rivolta e si spersonalizza (Landolfi, Delfini, Ermanno Rea).
     Questo vuol dire che non riusciremo a far nostro un romanzo se non ne cogliamo interamente l’anima, lo spirito, il progetto coi quali e per i quali è stato scritto. Cogliere, in questo caso, non significa “possedere” né comprare o acquistare o acquisire: significa – più o meno semplicemente – scoprire dentro se stessi una risorsa ulteriore, una risorsa che ci era mancata: la condivisione di un’analisi, di un sentimento, di una determinazione.
     Attraverso lo stile comprendiamo il romanzo e il suo autore, diventiamo anche noi osservatori attenti, spietati entomologi: potremmo smontare e rimontare la struttura di un racconto per carpirne i segreti e i pregi, le difficoltà e i tabù (Roland Barthes lo fece con la novella “Sarrazine” di Balzac in S/Z); potremmo capire che, a volte, gli scrittori usano uno stile un po’ troppo stilistico, che vogliono sovrabbondare di autoreferenzialità nell’opinione che abbiamo di loro.
     Immersi e combattuti tra gli stili realistici e quelli visionari, tra romanzi che coniugano fantasmi e memorie, simulacri e oggettività (“Posillipo” di Elisabetta Rasy, “Chi ha riportato Doruntina?” di Ismail Kadaré, “Un inverno freddissimo” di Fausta Cialente, “Due punti di vista” di Uwe Johnson), tra ciò che un libro è (l’instant-book) o ciò che sarà attraverso il cross-booking, riusciremo a reintegrarci nella nostra pienezza di lettori, nella nostra voglia di stare dentro le cose e non fuori. E, di certo, non sarà né povera né immobile la nostra filosofia della vita e lo scrivere non sarà solo uno strumento per comunicare o auto-incensarsi, potrebbe diventare uno di quei princìpi sui quali da sempre gli scrittori hanno argomentato le loro storie e noi lettori la nostra ragione d’essere.

***

5 pensieri riguardo “Filosofia dello scrivere (VIII) – di Antonio Scavone”

  1. Più tardi sarà disponibile un “Quaderno” che raccoglie l’intero percorso di Antonio in questa sua “Filosofia dello scrivere”.

    E’ un lavoro da leggere integralmente e conservare. Grazie a lui, come sempre.

    fm

  2. ragione d’essere.
    princìpio.
    stare dentro le cose.
    Attribuire a lettori e scrittori tali valori è sì valoroso.
    Grazie per questo suo testo, Scavone. Grazie, Marotta.
    Saluti,
    Giampaolo

  3. Il vuoto che si crea nel lettore, dopo la lettura di un romanzo, è solo provvisorio perchè, lo si comprenderà dopo, quel vuoto è invece una piena, un’alta marea che rimescola e porta in superficie i molti perchè che ci hanno fatto andare non solo nelle pagine fino al punto finale, ma anche dentro noi stessi. Capiamo, per l’ennesima volta, che non possiamo fare a meno di leggere, o almeno, per molti è così.
    ricomincia la ricerca di un altro romanzo, un viaggio che ci trasporti nella magia della scrittura, che ci faccia sentire che, quasi, quelle pagine siano state scritte solo per noi anche se sappiamo che non è così.

    Desidero ringraziarti, Antonio, perchè hai risposto a tutte le domande che un lettore si pone prima e dopo la lettura di un romanzo.
    Hai detto del rapporto dello scrittore con la sua stessa scrittura, un rapporto che, quasi automaticamente o emozionalmente, si trasferisce sul lettore che, una volta acquisita dimestichezza con uno stile, difficilmente rinuncerà al altre opere dello stesso autore.

    E poi il discorso sul rapporto stile-etnìe, mi chiedo se avrà in un prossimo futuro una nuova pagina.
    Difficile dire quando si legge una pagina della tua filosofia dello scrivere, difficile perchè è tutto talmente limpido che ci si specchia molto volentieri.
    E che dire poi dei “consigli di lettura ” inseriti sapientemente dentro un argomentare preciso e puntuale?
    Non sarà facile colmare lacune intrecciate al nostro percorso di vita, ma sapere che possiamo sempre attingere, adesso c’è anche il pdf, a pagine come quelle che tu ci hai elargito, fa bene non solo alla mente ma anche al cuore.

    un forte abbraccio a te e Francesco con tutta la stima che meritate.

    jolanda

  4. Valori letterari e valori antropologici, dell’abitudine a leggere/scrivere e della determinazione a scrivere/leggere, tutti riconducono alla nostra voglia di stare all’interno degli avvenimenti che ci succedono (quelli felici e quelli no, più i secondi talvolta) e di viverli come se fossero davvero la nostra storia, come se ci appartenessero integralmente e totalmente ed è vero ci appartengono, Giampaolo e Jolanda, ma ci appartengono ancora di più (o forse sono nostri sul serio) quando cominciamo a raccontarceli… Non scriviamo anche noi, confidenzialmente, il nostro personale romanzo? Se è così, continuiamo a farlo e se ci prende un po’ la noia, ritroviamoci nei romanzi che gli scrittori, bontà loro, hanno scritto e scriveranno per noi, ringraziando sempre chi legge prima di scrivere.

    Antonio

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