La strage dei fiori

Forugh Farrokhzad

Presentazione di Domenico Ingenito.

     Parliamo d’Iran, e parliamo della poesia che accende da lato a lato questa terra.
Gettiamo in acqua i tappeti volanti della Persia, nel fuoco il timore di una minaccia dall’Asse del Male, al vento la Tehran radical chic.
Iran, nel tempo terra di disastri, certamente, ma nel disastro sono intere costellazioni d’astri a crollare al suolo per illuminare la terra. Iran è il sacro, è la pietra, è il nero, è porta sfondata, è oro e catrame, è denti bianchissimi. È luogo dove piangere non comporta vergogna.
     Parliamo della maggiore poetessa (se non il maggior poeta tout court) iraniana del ‘900, Forugh Farrokhzad, i cuoi versi sono un costante fremito nella solida struttura formale della poesia persiana classica, una continua trasmutazione lirica degli infiniti amori vissuti sul crocevia tra sogno e frustrazione.
Una vita conclusasi violentemente a trentadue anni, nel 1967, disseminata da polemiche, scandali e da cinque raccolte di poesie di cui l’ultima è postuma. Come postumi sono i quattro decenni di diatribe – divina Forugh – o ingenua voce, bruciata nelle piazze durante gli anni neri, compianta da decine di persone ogni inverno sotto la neve, a cercare “quelle due giovani mani, quelle due giovani mani / sotterrate dal peso della neve senza sosta”. Martire suo malgrado, del cheguevarismo post mortem, delle magliette in vendita su Internet e delle numerose librerie di Tehran che vendono i cd con la sua voce.
     Ma se sola è la voce che resta, resta la memoria dei suoi versi nella voce di tutti i giovani iraniani non ancora sedotti dai fasti d’occidente. Recitano, scrivono, si ispirano e rievocano i tempi della sua scrittura. Perché di tutto quanto è stato detto e scavato, in Forugh resta ancora un lembo di tempo per rinnovare lo sguardo sulla poetessa più accesa del Novecento persiano.
     Lontana ancora dal sublime addomesticato, la Poesia d’Iran corrisponde al suo Altopiano e si mette in ascolto delle le pulsioni che laggiù, in quei testi e in quegli spazi, si accendono dietro i corpi e le parole, le tensioni che crescono tra le persone nei luoghi pubblici.
     L’immagine di un abbraccio si apre poi, finalmente, in un luogo sempre silenzioso, sempre nascosto dove “abbiamo trovato il sentiero nel sogno freddo / e silenzioso delle antiche fenici”. Racconta Forugh Farrokhzad: nella conquista del giardino di questi corpi “abbiamo trovato la verità nel giardino, / nel timido sguardo di un fiore senza nome”. Del paradisiaco non sussiste che un riflesso sbiadito, “non ho mai desiderato, io / diventare un astro nel miraggio del cielo […]mai stata io, separata dal terreno, / e mai amica delle stelle, / io m’innalzo sulla terra”, il giardino della terra è attraversato da confini irrisolvibili se non nella separazione tra le cose, decretata dalle leggi degli uomini, più nero specchio della regola divina.
     Tutto questo attraversa Forugh Farrokhzad, la sua poesia raccoglie il rosso vivo della sua terra, uno ad uno i papaveri bruciati nel bacio di chi desidera, nelle mani sotterrate dalla neve, senza sosta. Femmina che mostra lo sguardo sul corpo maschile, che tocca i confini della sua cultura senza negarli, senza rivendicare altra cosa che il vino sul petto dell’amato. Ed è donna e maschio, quando nel canto semplice espone la bellezza degli oggetti nella loro purezza, dove mondo è giardino e i corpi sono fiori, e dove, poco a poco, comprendiamo qualcosa dell’incontro, degli sterminati fiori.”

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Forugh Farrokhzad, La strage dei fiori. Cura, introduzione, traduzione e note di Domenico Ingenito, Napoli, Edizioni Orientexpress, “Le Ellissi”, 2007.

Saluterò di nuovo il sole

Saluterò di nuovo il sole,
e il torrente che mi scorreva in petto,
e saluterò le nuvole dei miei lunghi pensieri
e la crescita dolorosa dei pioppi in giardino
che con me hanno percorso le secche stagioni.

Saluterò gli stormi di corvi
che a sera mi portavano in offerta
l’odore dei campi notturni.

Saluterò mia madre, che viveva in uno specchio
e aveva il volto della mia vecchiaia.
E saluterò la terra, il suo desiderio ardente
di ripetermi e riempire di semi verdi
il suo ventre infiammato,
sì, la saluterò
la saluterò di nuovo.

Arrivo, arrivo, arrivo,
con i miei capelli, l’odore che è sotto la terra,
e i miei occhi, l’esperienza densa del buio.
Con gli arbusti che ho strappato ai boschi dietro il muro.

Arrivo, arrivo, arrivo,
e la soglia trabocca d’amore
ed io ad attendere quelli che amano
e la ragazza che è ancora lì,
nella soglia traboccante d’amore, io
la saluterò di nuovo.

          به آفتاب سلامی دوباره خواهم داد
          به آفتاب سلامی دوباره خواهم داد
          به جویبار که در من جاری بود
          به ابرها که فکرهای طویلم بودند
          به رشد دردناک سپیدارهای باغ که با من
          از فصل های خشک گذر می کردند
          به دسته های کلاغان
          که عطر مزرعه های شبانه را
          برای من به هدیه می آوردند
          به مادرم که در آینه زندگی می کرد
          و شکل پیری من بود
          و به زمین که شهوت تکرار من درون ملتهبش را
          از تخمه های سبز می انباشت سلامی دوباره خواهم داد
          می آیم می آیم می آیم
          با گیسویم : ادامه بوهای زیر خاک
          با چشمهایم : تجربه های غلیظ تاریکی
          با بوته ها که چیده ام از بیشه های آن سوی دیوار
          می آیم می آیم می آیم
          و آستانه پر از عشق می شود
          و من در آستانه به آنها که دوست می دارند
          و دختری که هنوز آنجا
        در آستانه پرعشق ایستاده سلامی دوباره خواهم داد

La Conquista del Giardino

Quel corvo che volò
sopra le nostre teste
e discese sul pensiero confuso di nuvole vagabonde,
e la sua voce come lancia che attraversa
la distesa dell’orizzonte,
porterà con sé in città il nostro annuncio.

Tutti lo sanno,
tutti, lo sanno
che io e te abbiamo visto il giardino,
da quella fessura fredda e triste,
e da quel ramo danzante, lontano,
abbiamo colto una mela.

Tutti temono,
tutti hanno paura, ma io e te
siamo legati alla fiamma all’acqua allo specchio
e non temiamo nulla.

Non parlo del debole legame fra due nomi
e di un abbraccio nelle pagine ingiallite di un quaderno.
Parlo dei miei capelli baciati dalla fortuna
con i papaveri bruciati del tuo bacio.
E dell’intimità dei nostri corpi, serrata,
e della nostra nudità che luccica
come scaglie di pesci nell’acqua
parlo della vita d’argento di una voce
che all’alba mormora uno zampillo minuto.

Noi in quel bosco che scorre
abbiamo chiesto una notte ai conigli selvatici
e nel mare gelido e in tormenta
abbiamo chiesto alle conchiglie piene di perle
e nella montagna estranea e vittoriosa
abbiamo chiesto alle giovani aquile:

Cosa bisogna fare?

Tutti lo sanno
Tutti lo sanno
abbiamo trovato il sentiero nel sogno freddo
e silenzioso delle antiche fenici.

Abbiamo trovato la verità nel giardino,
nel timido sguardo di un fiore senza nome.
E l’eterno nell’attimo sconfinato
in cui due soli si fissano incantati.

Non parlo di un brusio atterrito nel buio
parlo del giorno e delle finestre aperte
e dell’aria fresca
e delle cose inutili da ardere nel fuoco
e della terra feconda di una nuova semina,
della nascita, dell’eterno, dell’orgoglio.

Parlo delle nostre mani innamorate
che sopra le notti hanno costruito un ponte
con il messaggio di luce del profumo e della brezza.

Vieni sul prato
Vieni sul prato
sul vasto prato
e chiamami
alle spalle del fiato del fiore di seta
come una gazzella chiama la sua metà.

Le tende si gonfiano di rancore celato
e i piccioni innocenti,
dall’alto delle loro torri bianche,
guardano la terra.

          فتح باغ
          آن کلاغی که پرید
          از فراز سرما
          و فرو رفت در اندیشه آشفته ابری ولگرد
          و صدایش همچون نیزه کوتاهی پهنای افق را پیمود
          خبر ما را با خود خواهد برد به شهر
          همه می دانند
          همه می دانند
          که من و تو از آن روزنه سرد عبوس
          باغ را دیدیم
          و از آن شاخه بازیگر دور از دست
          سیب را چیدیم
          همه می ترسند
          همه می ترسند اما من و تو
          به چراغ و آب و آینه پیوستیم
          و نترسیدیم
          سخن از پیوند سست دو نام
          و هم آغوشی در اوراق کهنه یک دفتر نیست
          سخن از گیسوی خوشبخت منست
          با شقایق های سوخته بوسه تو
          و صمیمیت تن هامان در طراری
          و درخشیدن عریانیمان
          مثل فلس ماهی ها در آب
          سخن از زندگی نقره ای آوازیست
          که سحرگاهان فواره کوچک می خواند
          ما در آن جنگل سبز سیال
          شبی از خرگوشان وحشی
          و در آن دریای مضطرب خونسرد
          از صدف های پر از مروارید
          و در آن کوه غریب فاتح
          از عقابان جوان پرسیدیم
          که چه باید کرد ؟
          همه می دانند
          همه می دانند
          ما به خواب سرد و ساکت سیمرغان ره یافته ایم
          ما حقیقت را در باغچه پیدا کردیم
          در نگاه شرم آگین گلی گمنام
          و بقا را در یک لحظه نا محدود
          که دو خورشید به هم خیره شدند
          سخن از پچ پچ ترسانی در ظلمت نیست
          سخن از روزست و پنجره های باز
          و هوای تازه
          و اجاقی که در آن اشیا بیهده می سوزند
          و زمینی که ز کشتی دیگر بارور است
          و تولد و تکامل و غرور
          سخن از دستان عاشق ماست
          که پلی از پیغام عطر و نور و نسیم
          بر فراز شبها ساخته اند
          به چمنزار بیا
          به چمنزار بزرگ
          و صدایم کن از پشت نفس های گل ابریشم
          همچنان آهو که جفتش را
          پرده ها از بغضی پنهانی سرشارند
          و کبوترهای معصوم
          از بلندی های برج سپید خود
        به زمین می نگرند

Una finestra

Una finestra per vedere
una finestra per sentire
una finestra che come bocca di un pozzo
giunga in fondo al cuore della terra.
E si apra lungo questa continua grazia azzurra,
una finestra che nel favore notturno del profumo di nobili stelle
trabocchi di piccole mani della solitudine,
e da lì potremo invitare il sole
all’esilio dei gerani.

Mi basta una finestra.

Vengo dal paese delle bambole
sotto l’ombra di alberi di carta
nel giardino di un libro illustrato
dalle stagioni secche dell’esperienza arida dell’amicizia e dell’amore]
dai sentieri polverosi dell’innocenza
dagli anni fiorenti nelle pallide lettere dell’alfabeto
da dietro i banchi di una scuola malsana
quando i bambini ormai sapevano
scrivere sulla lavagna la parola pietra
gli stormi confusi volarono dai vecchi alberi.

Vengo dal cuore fra le radici di piante carnivore
e la mia testa ancora
trema all’urlo terribile di una farfalla
crocifissa sull’album con uno spillo.

Quando la mia fede era impiccata alle fragili corde della giustizia
e in tutta la città
facevano a pezzi il cuore dei miei occhi,
quando soffocarono con il fazzoletto nero della legge
gli occhi infantili del mio amare
e dalle tempie pulsanti della mia speranza
sgorgavano fiotti di sangue,
quando la mia vita ormai non era più nulla,
nulla, se non il tic-tac di un orologio,
capii che dovevo amare,
amare, amare follemente.

Mi basta una finestra.
una finestra nell’ora dell’intesa, dello sguardo, del silenzio.
Adesso l’albero di noci è talmente cresciuto
che spiega alle sue giovani foglie
la presenza del muro.

Chiedi allo specchio
il nome che ti salverà,
la terra che freme sotto i tuoi passi
non è più sola di te stessa?

I profeti del nostro tempo
hanno forse portato le scritture della rovina?

Queste esplosioni continue,
e le nuvole sporche
sono forse l’annuncio di un canto sacro?

Tu, amico, tu, fratello, tu che hai il mio stesso sangue
quando arriverai sulla luna
scrivi la storia della strage dei fiori.

Sempre i sogni
s’infrangono dall’alto e muoiono,
io annuso il quadrifoglio
che spunta sulla tomba di antichi sensi.

La donna che divenne polvere nel sudario dell’attesa e del pudore,]
era forse la mia giovinezza?
Salirò di nuovo, io, per le scale della curiosità
per salutare il buon Dio che cammina sul tetto di casa?
Sento che il tempo è trascorso
sento che è un istante la mia parte
tra le pagine di storia
sento che il tavolo è il pretesto di una pausa
tra i miei capelli e le mani di questo triste sconosciuto.

Parla, parla con me
esiste forse qualcuno che conceda a te il suo corpo caldo?
E da te non desideri altro che sentire la vita che scorre?
Parla, parla con me,
salva,
al riparo della mia finestra,
sono amica del sole.

          پنجره
          یک پنجره برای دیدن
          یک پنجره برای شنیدن
          یک پنجره که مثل حلقه ی چاهی
          در انتهای خود به قلب زمین میرسد
          و باز میشود به سوی وسعت این مهربانی مکرر آبی رنگ
          یک پنجره که دست های کوچک تنهایی را
          از بخشش شبانه ی عطر ستاره های کریم
          سرشار میکند
          و میشود از آنجا
          خورشید را به غربت گلهای شمعدانی مهمان کرد
          یک پنجره برای من کافیست
          من از دیار عروسکها می آیم
          از زیر سایه های درختان کاغذی
          در باغ یک کتاب مصور
          از فصل های خشک تجربه های عقیم دوستی و عشق
          در کوچه های خاکی معصومیت
          از سال های رشد حروف پریده رنگ الفبا
          در پشت میز های مدرسه مسلول
          از لحظه ای که بچه ها توانستند
          بر روی تخته حرف سنگ را بنویسند
          و سارهای سراسیمه از درخت کهنسال پر زدند
          من از میان
          ریشه های گیاهان گوشتخوار می آیم
          و مغز من هنوز
          لبریز از صدای وحشت پروانه ای است که او را
          دردفتری به سنجاقی
          مصلوب کرده بودند
          وقتی که اعتماد من از ریسمان سست عدالت آویزان بود
          و در تمام شهر
          قلب چراغ های مرا تکه تکه می کردند
          وقتی که چشم های کودکانه عشق مرا
          با دستمال تیره قانون می بستند
          و از شقیقه های مضطرب آرزوی من
          فواره های خون به بیرون می پاشید
          وقتی که زندگی من دیگر
          چیزی نبود هیچ چیز بجز تیک تاک ساعت دیواری
          دریافتم باید باید باید
          دیوانه وار دوست بدارم
          یک پنجره برای من کافیست
          یک پنجره به لحظه ی آگاهی و نگاه و سکوت
          کنون نهال گردو
          آن قدر قد کشیده که دیوار را برای برگهای جوانش
          معنی کند
          از آینه بپرس
          نام نجات دهنده ات را
          ایا زمین که زیر پای تو می لرزد
          تنها تر از تو نیست ؟
          پیغمبران رسالت ویرانی را
          با خود به قرن ما آوردند ؟
          این انفجار های پیاپی
          و ابرهای مسموم
          آیا طنین آینه های مقدس هستند ؟
          ای دوست ای برادر ای همخون
          وقتی به ماه رسیدی
          تاریخ قتل عام گل ها را بنویس
          همیشه خوابها
          از ارتفاع ساده لوحی خود پرت میشوند و می میرند
          من شبدر چهار پری را می بویم
          که روی گور مفاهیم کهنه روییده ست
          آیا زنی که در کفن انتظار و عصمت خود خاک شد جوانی من بود ؟
          آیا دوباره من از پله های کنجکاوی خود بالا خواهم رفت
          تا به خدای خوب که در پشت بام خانه قدم میزند سلام بگویم ؟
          حس میکنم که وقت گذشته ست
          حس میکنم که لحظه سهم من از برگهای تاریخ است
          حس میکنم که میز فاصله ی کاذبی است در میان گیسوان من و دستهای این غریبه ی غمگین
          حرفی به من بزن
          آیا کسی که مهربانی یک جسم زنده را به تو می بخشد
          جز درک حس زنده بودن از تو چه می خواهد ؟
          حرفی بزن
          من در پناه پنجره ام
        با آفتاب رابطه دارم

Il mio uomo

Il mio uomo
con il suo corpo nudo e disinvolto
come la morte s’innalza,
sulle sue cosce vigorose.

S’intrecciano le fibre
delle sue membra nervose
al disegno solido del suo corpo.

Il mio uomo dai tempi andati
dalle generazioni perdute sembra giunto.
Un tartaro nel taglio dei suoi occhi
in agguato dei viandanti,
un barbaro nel guizzo splendente dei suoi denti
incantato dal sangue caldo
della preda.

Il mio uomo
come la natura,
volge al senso ineluttabile
di una comprensione chiara
lui, con la mia disfatta
conferma la legge inappellabile
della forza.

Terribilmente libero,
simile a un istinto puro
nel cuore di un’isola alla deriva.

Della polvere delle strade
lui si libera, con i resti
della tenda di Majnun, antico Folle d’amore.
Il mio uomo
come un dio nei templi del Nepal
da sempre un’esistenza da straniero.

Lui,
è un uomo dei secoli passati
memoria d’una bellezza d’altri giorni.
Risveglia intorno a sé
continuamente come l’odore un bambino
il volto di pure memorie.

Lui come ballate di villaggio
irrompe violento puro nudo.

Sinceramente ama
i grani della vita
i grani della terra
le tristezze degli uomini,
le limpide tristezze.

Sinceramente ama
il sentiero verdeggiante di un villaggio
un albero
un coccio antico
i panni stesi al sole.
Il mio uomo
è un essere semplice,
un essere semplice che io
dalla terra nefasta e volgare
ho nascosto nei boschi dei miei seni,
come ultimo segno
d’incantevole religione.

          معشوق من
          معشوق من
          با آن تن برهنه ی بی شرم
          بر ساقهای نیرومندش
          چون مرگ ایستاد
          خط های بی قرار مورب
          اندامهای عاصی او را
          در طرح استوارش
          دنبال میکنند
          معشوق من
          گویی ز نسل های فراموش گشته است
          گویی که تاتاری
          در انتهای چشمانش
          پیوسته در کمین سواریست
          گویی که بربری
          در برق پر طراوت دندانهایش
          مجذوب خون گرم شکاریست
          معشوق من
          همچون طبیعت
          مفهوم ناگزیر صریحی دارد
          او با شکست من
          قانون صادقانه ی قدرت را
          تایید میکند
          او وحشیانه آزاد ست
          مانند یک غریزه سالم
          در عمق یک جزیره نامسکون
          او پاک میکند
          با پاره های خیمه مجنون
          از کفش خود غبار خیابان را
          معشوق من
          همچون خداوندی ‚ در معبد نپال
          گویی از ابتدای وجودش
          بیگانه بوده است
          او
          مردیست از قرون گذشته
          یاد آور اصالت زیبایی
          او در فضای خود
          چون بوی کودکی
          پیوسته خاطرات معصومی را
          بیدار میکند
          او مثل یک سرود خوش عامیانه است
          سرشار از خشونت و عریانی
          او با خلوص دوست می دارد
          ذرات زندگی را
          ذرات خاک را
          غمهای آدمی را
          غمهای پاک را
          او با خلوص دوست می دارد
          یک کوچه باغ دهکده را
          یک درخت را
          یک ظرف بستنی را
          یک بند رخت را
          معشوق من
          انسان ساده ایست
          انسان ساده ای که من او را
          در سرزمین شوم عجایب
          چون آخرین نشانه ی یک مذهب شگفت
          در لابلای بوته ی پستانهایم
        پنهان نموده ام

Un’altra nascita

La mia intera vita è un canto oscuro
che nel continuo ripeterti
ti porterà all’alba di eterne crescite e fioriture.
Ti sospiro, oh, e sospiro in questo canto
in questo canto ti ho unito all’albero
ti ho unito all’acqua
ti ho unito al fuoco.
Forse la vita
è una lunga via attraversata ogni giorno da una donna con una cesta in mano]
forse la vita
è una corda con cui un uomo si appende dal ramo di un albero
forse la vita è un bambino che torna da scuola e…
Forse la vita è una sigaretta accesa, nella languida pausa fra due amplessi]
o un passante che passa stupito
e solleva il cappello
e – Buongiorno! – dice, con un sorriso senza senso a un altro passante.]

La vita forse è quel momento serrato
in cui il mio sguardo si annulla nelle pupille dei tuoi occhi,
presentendo che mi mescolerò
alla comprensione della luna, alla conquista del buio.

In una stanza grande quanto una solitudine
il mio cuore
grande quanto un amore
attende i pretesti semplici della sua felicità
e il delicato appassire dei fiori nel vaso
e l’alberello che hai piantato nel giardino di casa nostra
e la voce del canarino
che canta nello spazio di una finestra.

Ecco,
questa è la mia parte
questa è la mia parte
la mia parte
è un cielo che una tenda scosta da me
la mia parte è venir giù da gradini abbandonati
e raggiungere una cosa appassita d’altri tempi
la mia parte è una passeggiata malinconica nel giardino della memoria.]

E morire nella tristezza di una voce che mi dice
– Amo, amo le tue mani –

Seminerò le mie mani in giardino
diverrò verde, lo so, lo so,
lo so,
e le rondini deporranno le uova
nelle pieghe delle mie dita sporche d’inchiostro.
Incollerò alle mie unghie due petali di dalia,
e indosserò i due rossi orecchini
di due rosse ciliege gemelle.

E c’è una strada dove i ragazzi che mi amavano
sono ancora lì
con i loro capelli spettinati e i colli sottili e le gambe magre,
pensano ancora al sorriso innocente di quella ragazza
che una sera il vento portò via con sé.

C’è una strada che il mio cuore
ha rubato ai quartieri dell’infanzia.
Il viaggio di una sagoma lungo la linea del tempo
fecondare con una sagoma la sterile linea del tempo,
la sagoma conscia di un’immagine
che poi ritorna
da una festa nello specchio.

Ed è così che qualcuno muore
e qualcuno resta.
Nessun pescatore raccoglierà mai la perla dall’esile ruscello che sfocia in un fosso.]
Conosco una piccola triste fata
che vive nell’oceano
e suona il suo cuore in un flauto di legno,
piano piano,
piccola triste fata,
che a notte muori con un bacio
e all’alba, con un bacio,
tornerai al mondo.

          تولدی دیگر
          همه هستی من آیه تاریکیست
          که ترا در خود تکرار کنان
          به سحرگاه شکفتن ها و رستن های ابدی خواهد برد
          من در این آیه ترا آه کشیدم آه
          من در این آیه ترا
          به درخت و آب و آتش پیوند زدم
          زندگی شاید
          یک خیابان درازست که هر روز زنی با زنبیلی از آن می گذرد
          زندگی شاید
          ریسمانیست که مردی با آن خود را از شاخه می آویزد
          زندگی شاید طفلی است که از مدرسه بر میگردد
          زندگی شاید افروختن سیگاری باشد در فاصله رخوتناک دو همآغوشی
          یا عبور گیج رهگذری باشد
          که کلاه از سر بر میدارد
          و به یک رهگذر دیگر با لبخندی بی معنی می گوید صبح بخیر
          زندگی شاید آن لحظه مسدودیست
          که نگاه من در نی نی چشمان تو خود را ویران می سازد
          و در این حسی است
          که من آن را با ادراک ماه و با دریافت ظلمت خواهم آمیخت
          در اتاقی که به اندازه یک تنهاییست
          دل من
          که به اندازه یک عشقست
          به بهانه های ساده خوشبختی خود می نگرد
          به زوال زیبای گلها در گلدان
          به نهالی که تو در باغچه خانه مان کاشته ای
          و به آواز قناری ها
          که به اندازه یک پنجره می خوانند
          آه …
          سهم من اینست
          سهم من اینست
          سهم من
          آسمانیست که آویختن پرده ای آن را از من می گیرد
          سهم من پایین رفتن از یک پله متروکست
          و به چیزی در پوسیدگی و غربت واصل گشتن
          سهم من گردش حزن آلودی در باغ خاطره هاست
          و در اندوه صدایی جان دادن که به من می گوید
          دستهایت را دوست میدارم
          دستهایم را در باغچه می کارم
          سبز خواهم شد می دانم می دانم می دانم
          و پرستو ها در گودی انگشتان جوهریم
          تخم خواهند گذاشت
          گوشواری به دو گوشم می آویزم
          از دو گیلاس سرخ همزاد
          و به ناخن هایم برگ گل کوکب می چسبانم
          کوچه ای هست که در آنجا
          پسرانی که به من عاشق بودند هنوز
          با همان موهای درهم و گردن های باریک و پاهای لاغر
          به تبسم معصوم دخترکی می اندیشند که یک شب او را باد با خود برد
          کوچه ای هست که قلب من آن را
          از محله های کودکیم دزدیده ست
          سفر حجمی در خط زمان
          و به حجمی خط خشک زمان را آبستن کردن
          حجمی از تصویری آگاه
          که ز مهمانی یک آینه بر میگردد
          و بدینسانست
          که کسی می میرد
          و کسی می ماند
          هیچ صیادی در جوی حقیری که به گودالی می ریزد مرواریدی صید نخواهد کرد
          من
          پری کوچک غمگینی را
          می شناسم که در اقیانوسی مسکن دارد
          و دلش را در یک نی لبک چوبین
          می نوازد آرام آرام
          پری کوچک غمگینی که شب از یک بوسه می میرد
        و سحرگاه از یک بوسه به دنیا خواهد آمد

La Rivolta di Dio

Contro gli Angeli urlerei
una notte, se Dio io fossi,
ché nel crogiolo del buio la scagliassero
la moneta del sole.

E con collera
ai servi del giardino del mondo,
la foglia gialla della luna ordinerei di strappare
dal ramo delle notti.

Dalla corte dei miei Arcangeli
e tra i suoi veli
distruggerei l’intero mondo
con la rabbia furiosa del mio pugno.

Dopo millenni di silenzio
le mie stanche mani
sprofondare farebbero le montagne
nelle bocche spalancate degli oceani.

Scatenerei milioni di stelle sfavillanti,
e del fuoco spargerei il sangue
nelle vene silenziose delle foreste.

Strapperei la cortina del fumo,
perché inebriata danzi la ragazza del fuoco
nell’abbraccio delle foreste
e nell’urlo del vento.

Soffierei nel flauto un notturno vento d’incanti,
perché dal letto dei ruscelli
serpenti assetati si levino,
stanchi di strisciare per una vita intera
sopra un umido petto,
e crollino in mezzo alla palude oscura
del cielo.

Con grazia direi ai venti
di far scorrere sui fiumi di febbre
il profumo di rossi fiori
come battello inebriato.

Spalancherei le tombe
ché migliaia di spiriti erranti
ritornassero alle fortezze dei loro corpi.

Contro gli Angeli urlerei
una notte, se Dio io fossi,
ché facessero ribollire
l’acqua paradisiaca
nella botte dell’inferno,
e con fiamme ardenti tra le mani
avvolgessero il lamento degli incorruttibili
in più pure vesti
e li cacciassero via
dai pascoli celestiali.

A mezzanotte, stanca della purezza divina
nel letto di Satana,
nel crollo di un nuovo errore
cercherei riparo.

Al prezzo della corona dorata
del Signore dei Mondi
sceglierei il piacere nero e doloroso
di un peccaminoso abbraccio.

          گر خدا بودم ملائک را شبی فریاد می کردم
          سکه خورشیدی را در کوره ظلمت رها سازند
          خادمان باغ دنیا را ز روی خشم می گفتم
          برگ زرد ماه را از شاخه شبها جدا سازند
          نیمه شب در پرده های بارگاه کبریای خویش
          پنجه خشم خروشانم جهان را زیر و رو می ریخت
          دستهای خسته ام بعد از هزاران سال خاموشی
          کوهها را در دهان باز دریا ها فرو می ریخت
          می گشودم بند از پای هزاران اختر تبدار
          میفشاندم خون آتش در رگ خاموش جنگلها
          می دریدم پرده های دود را تا در خروش باد
          دختر آتش برقصد مست در آغوش جنگلها
          می دمیدم در نی افسونی باد شبانگاهی
          تا ز بستر رودها چون مارهای تشنه برخیزند
          خسته از عمری بروی سینه ای مرطوب لغزیدن
          در دل مرداب تار آسمان شب فرو ریزند
          بادها را نرم میگفتم که بر شط تبدار
          زورق سرمست عطر سرخ گلها را روان سازند
          گورها را می گشودم تا هزاران روح سرگردان
          بار دیگر در حصار جسمها خود را نهان سازند
          گر خدا بودم ملائک را شبی فریاد می کردم
          آب کوثر را درون کوزه دوزخ بجوشانند
          مشعل سوزنده در کف گله پرهیزکاران را
          از چراگاه بهشت سبزتر دامن برون رانند
          خسته از زهد خدایی نیمه شب در بستر ابلیس
          در سراشیب خطایی تازه می جستم پناهی را
          می گزیدم در بهای تاج زرین خداوندی
        لذت تاریک و درد آلود آغوش گناهی را

Amorosamente

Del tuo sogno è avvampata la notte
greve il mio petto ormai colmo del tuo odore,
sei disteso davanti agli occhi miei
e questa gioia che mi doni supera ogni affranto,
come una pioggia che lavi il corpo della terra
nuovamente pura sono, dal fango del mondo.

Ascolta, i palpiti del mio corpo in fiamme
un fuoco all’ombra delle mie ciglia,
ascolta, più traboccante dei campi di grano
dei rami dorati più colmo di frutti,
tu, porta aperta sui soli splendenti
quando ci invadono le tenebre dei dubbi
sono con te, e del dolore non resta paura,
se non il dolore della mia gioia.

Cuore mio serrato, cos’è questo corpo di luce?
Cosa sono i richiami della vita dal fondo della fossa?
Sono le mie valli i tuoi due occhi,
arroventato il marchio dei tuoi occhi sugli occhi miei,
sì, nessuno prima d’ora consideravo come te,
anche se prima ancora ti avevo in me.

E’ un nero dolore, del volere il dolore,
andar via e poi umiliarsi senza senso,
rivolgere i toraci al cuore più nero
e sporcare il petto con la bile dei rancori,
trovare nella carezza il morso del serpente
o vedere il veleno nel sorriso degli amici.

Posare l’oro sulle palme dei briganti
e perdersi infine tra le piazze dei mercati.
Ascolta, mescolato in fondo alla mia anima
per sollevarmi poi dalla tomba mia,
come stella, con le ali sfiorate dall’oro
è arrivato il cielo dalla piana più lontana,
per te la mia solitudine è presa dal silenzio
e rappreso il mio corpo nell’odore dell’amplesso.

Il tuo seme attende il ruscello in secca del mio petto,
e il letto delle mie vene è per il tuo torrente,
e così, freddi e neri in strada
per il mondo i tuoi passi con i passi miei.

Ascolta che ti nascondi sotto la mia pelle,
e spumeggi come sangue sotto la mia pelle,
bruciati i miei capelli dalle carezze
e bruciate le mie guance da ogni desiderio.

Ascolta che estraneo sei per la mia veste
ma amico profondo dei campi verdi nel mio corpo.
Ah, che sorgi luminoso senza tramonto
sole ardente delle terre di mezzogiorno.

Ascoltami, sì, più fresco del farsi giorno
e più traboccante acqua d’ogni primavera.
Ma questo non è più amore, su chi si avventa la disgrazia?
E’ solo un guizzo nel silenzio e nell’oscuro.
E quando ridesto si fece l’amore nel mio petto
per l’invito, io, da testa a piedi profusione.

Questa non sono più io, non sono io,
e che pena di quella vita che con me ho trascorso.
Ascolta le mie labbra, sono la stanza dei tuoi baci
ed attendono stupiti i miei occhi sul sentiero dei tuoi baci.

Ascolta io cosparsa di piacere sul mio corpo
veste mia sono le linee del tuo petto,
ah, come vorrei spaccarmi in due,
e impastare per un respiro il dolore con la mia gioia,
sì, io voglio levarmi in piedi e andar via,
come nuvola versare lacrime a singhiozzi.

Il mio cuore serrato come il fumo dell’aloe?
E nella stanza della notte le corde d’arpa e cetra?
Quest’aria vuota, dove poi spiccare il volo?
E questa notte di silenzi e queste voci?

Ah, il tuo sguardo così carico di magie
una culla per i bambini senza casa,
Ascolta brezza sonnolenta i tuoi sospiri
mi han lavata dai fremiti dell’angoscia
addormentati nel sorriso dei miei domani,
e sprofondati nei fossati dei miei mondi.

Ascolta mi ha mescolata al fervore dei versi,
e hai versato nei miei versi tutto questo fuoco
mi hai infiammata poi nella febbre d’amarti,
e così con il fuoco, hai acceso il mio canto.

          عاشقانه
          ای شب از رویای تو رنگین شده
          سینه از عطر تو ام سنگین شده
          ای به روی چشم من گسترده خویش
          شادیم بخشیده از اندوه پیش
          همچو بارانی که شوید جسم خاک
          هستیم ز آلودگی ها کرده پاک
          ای تپش های تن سوزان من
          آتشی در سایه مژگان من
          ای ز گندمزار ها سرشارتر
          ای ز زرین شاخه ها پر بارتر
          ای در بگشوده بر خورشیدها
          در هجوم ظلمت تردید ها
          با تو ام دیگر ز دردی بیم نیست
          هست اگر ‚ جز درد خوشبختیم نیست
          ای دل تنگ من و این بار نور ؟
          هایهوی زندگی در قعر گور ؟
          ای دو چشمانت چمنزاران من
          داغ چشمت خورده بر چشمان من
          پیش از اینت گر که در خود داشتم
          هر کسی را تو نمی انگاشتم
          درد تاریکیست درد خواستن
          رفتن و بیهوده خود را کاستن
          سرنهادن بر سیه دل سینه ها
          سینه آلودن به چرک کینه ها
          در نوازش ‚ نیش ماران یافتن
          زهر در لبخند یاران یافتن
          زر نهادن در کف طرارها
          گمشدن در پهنه بازارها
          آه ای با جان من آمیخته
          ای مرا از گور من انگیخته
          چون ستاره با دو بال زرنشان
          آمده از دوردست آسمان
          از تو تنهاییم خاموشی گرفت
          پیکرم بوی همآغوشی گرفت
          جوی خشک سینه ام را آب تو
          بستر رگهایم را سیلاب تو
          در جهانی این چنین سرد و سیاه
          با قدمهایت قدمهایم براه
          ای به زیر پوستم پنهان شده
          همچو خون در پوستم جوشان شده
          گیسویم را از نوازش سوخته
          گونه هام از هرم خواهش سوخته
          آه ای بیگانه با پیراهنم
          آشنای سبزه زاران تنم
          آه ای روشن طلوع بی غروب
          آفتاب سرزمین های جنوب
          آه آه ای از سحر شاداب تر
          از بهاران تازه تر سیراب تر
          عشق دیگر نیست این ‚ این خیرگی ست
          چلچراغی در سکوت و تیرگی ست
          عشق چون در سینه ام بیدار شد
          از طلب پا تا سرم ایثار شد
          این دگر من نیستم ‚ من نیستم
          حیف از آن عمری که با من زیستم
          ای لبانم بوسه گاه بوسه ات
          خیره چشمانم به راه بوسه ات
          ای تشنج های لذت در تنم
          ای خطوط پیکرت پیراهنم
          آه می خواهم که بشکافم ز هم
          شادیم یکدم بیالاید به غم
          آه می خواهم که برخیزم ز جای
          همچو ابری اشک ریزم هایهای
          این دل تنگ من و این دود عود ؟
          در شبستان زخمه ها ی چنگ و رود ؟
          این فضای خالی و پروازها ؟
          این شب خاموش و این آوازها ؟
          ای نگاهت لای لایی سحر بار
          گاهواره کودکان بی قرار
          ای نفسهایت نسیم نیمخواب
          شسته از من لرزه های اضطراب
          خفته در لبخند فرداهای من
          رفته تا اعماق دنیا های من
          ای مرا با شعور شعر آمیخته
          این همه آتش به شعرم ریخته
          چون تب عشقم چنین افروختی
        لا جرم شعرم به آتش سوختی

______________________________

Nota sulla traduzione

“La ripetizione in altra lingua letteralmente è traduzione. Recupera con le funi, le corde, i fili del linguaggio, quello che era altrui e altrove, portando alla luce la voce dei morti, dei lontani, dei sommersi, dei dispersi.” (1)

Chi è morto come Forugh, o lontano, sommerso, disperso, eppure elevato, capovolto, teso, luminoso, richiede al traduttore un assiduo e attento lavoro fatto di abbracci e rinunce. Faro è stata la frequentazione dei versi classici della letteratura persiana, pratica che può tuttora mostrare quali fuochi circondino ancora la parola d’Iran, che per essere rispettata necessita di un tradimento assiduo.
La parola tràdita ritorna molte volte per dire sempre della differenza incolmabile tra quel testo e questo testo, come dire ancora i due lembi di quella e questa costa. In questa distanza mai ricolmabile completamente ogni verso della Farrokhzad promette una comprensione totale accanto a un fondo opaco, e nell’italiano si aprono varchi impossibili da recuperare. Il traduttore nel suo lavoro dispone di infinite letture, aggrappate a una torre di Babele piegata tra due lingue. Una possibilità è il silenzio, un’altra ancora è la nota che, come spina, rischiara, riconduce, afferma ciò che deve essere detto. Lamancanza di un testo a fronte, dove le due lingue segretamente si toccano nel buio del libro chiuso, impone la condizione penosa della resa incondizionata. E’ un modo come un altro per cadere di spalle, e fidarsi, a patto che l’abbandono sia piacevole.
Di abbandoni in questa traduzione ne abbiamo nascosti molti, come il gol-e sorkh di Forugh, che in persiano significa “rosa rossa” ma che in italiano abbiamo scelto di rendere più genericamente e letteralmente con “Fiore Rosso”. La “rosa” di laggiù (e soprattutto di ieri) non è la nostra “rosa”, e nella rosa rossa il Fiore Rosso cerca di dire che cosa resta delle zone d’ombra fra due lingue. Un secondo esempio, e la lista potrebbe continuare ad oltranza, è quel “primo giorno dell’inverno” che inaugura l’inizio di una Stagione Fredda. Il calendario persiano, solare, inizia il ventuno marzo, e i suoi mesi, dai nomi bellissimi, hanno quindi un corso sfasato rispetto al nostro calendario. L’espressione “il primo giorno dell’inverno” traduce “il primo giorno di Dey”, che corrisponde al nostro ventidue dicembre. Come rendere?
Lasciare il mese persiano Dey in traduzione? Tradurre con un asettico e preciso “ventidue dicembre”? Aggiungere una nota alla traduzione nostra? Diverse sono le traduzioni di Forugh in lingue europee(2), mentre manca ancora una versione italiana esauriente, se non completa. Un primo e felice passo è stato fatto da Faezeh Mardani con la traduzione di undici delle più famose liriche della poetessa(3). Traduzioni particolarmente eleganti ed attente alla tensione dell’originale verso la musicalità. il cui stile è stato uno dei modelli di riferimento per il presente lavoro (4).
I versi che proponiamo acquistano quindi il sapore di un invito a continuare a lavorare su Forugh per presentare al più presto al lettore italiano un’edizione completa dei cinque canzonieri. Con la speranza di restituire la bellezza originaria attraverso la pratica dell’attenzione filologica e del necessario tradimento che ogni riscrittura poetica comporta. Per questa via le liriche tradotte, chiedendo venia al lettore esperto, conterranno sempre qualcosa in più o qualcosa in meno dell’originale. E’ così che nell’edizione persiana di riferimento(5), sebbene si omettano in più punti baci, abbracci, fiori rossi e languide pause fra due amplessi, resta ancora la traccia di memoria di un testo che ha attraversato un colpo di stato, due rivoluzioni e pagine bruciate per raccontare ancora in altre forme, in voci altre, chi è questa persona che indossa in testa la ghirlanda d’amore / e che marcisce nel suo vestito di sposa. (D. I.)

(1) Vita a fronte, Saggio su Paul Celan, Camilla Miglio, Quodlibet, Macerata, 2005, pg. 15.
(2) Per l’inglese: Bride of Acacias, a cura di Jascha Kessler e Amin Banani, Modern Persian Literature Series, edito da Ehsan Yarshater, n. 5, Caravan Books Delmar, New York, 1982.
Per il francese: La Conquête du jardin, poèmes 1951 – 1965, a cura di Jalal Alavinia, con introduzione di Christian Jambet, Lettres Persanes, Paris, 2005.
(3) “E’ solo la voce che resta”, Poesia, Anno XVIII, n. 197, Crocetti Editore, Milano, 2005, pp. 34-44.
(4) Da citare inoltre le traduzioni di Abbas Effati, E’ solo la voce che resta, Edizioni Thyrus, Arrone, 2002.
(5) Divân-e Forugh-e Farrokhzâd, Ahurâ, Tehrân, 2005. Per la traduzione dei versi censurati sono state consultate le seguenti edizioni: Asir, Amir Kabir, Tehrân, 1963, Divâr, Amir Kabir, Tehrân, 1956, ‘E¡yân, Amir Kabir, Tehrân, 1958, Tavallodi Digar, Amir Kabir, Tehrân, 1963.

______________________________

Domenico Ingenito, nato a Castellammare di Stabia (Na) nel 1982, è attualmente iscritto al dottorato di ricerca in Turchia, Iran, Asia Centrale presso l’istituto universitario L’Orientale di Napoli. Si occupa principalmente di poesia persiana del periodo classico, letterature comparate, teoria e prassi della traduzione e rappresentazione fotografica. In Iran e in Portogallo si concentrano le sue principali passioni.

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16 pensieri su “La strage dei fiori”

  1. Grazie, Bianca e Georgia.

    Il merito è tutto di Domenico Ingenito, un giovane studioso che spero di avere ospite di Rebstein molto spesso.

    Mi ha dato, oltre tutto, la possibilità di aggiornare le mie conoscenze in materia, ferme agli studi di Bausani e al grande affresco sulla Persia “barocca” pubblicato da Gianroberto Scarcia per Elitropia di Reggio Emilia nei primi anni Ottanta.

    fm

  2. Bianca, grazie anche per il link (del resto questa poetessa l’avevo conosciuta proprio sul tuo blog).

    Se Domenico fosse in linea, gli chiederei anche qualcosa in merito alla serata di ieri sera a Napoli.

    fm

    p.s.

    Ne approfitto per ribadire, a chiunque volesse postare avvisi “letterari”, di utilizzare la “Bacheca”. Io non ho il tempo materiale per inserire le decine di mail che arrivano.

  3. Grazie a te caro Francesco, e grazie a Bianca che non solo mi ha aiutato a diffondere la poesia di Forugh ma mi ha anche fatto conoscere questo splendido blog.

    Commento molto rapidamente la serata del 23 febbraio, inaugurata al Kestè di Napoli dalla lettura in persiano di “Peccato” da parte di una mia amica iraniana, Hoda ‘Arabshahi.

    Iaia de Marco (autrice ed ex-presidente di Orientexpress) ha poi presentato “La Strage dei Fiori” prendendo fin da subito le distanze dalla mia introduzione critica al testo e affermando l’impegno femminista che secondo lei animerebbe i versi di Forugh Farrokhzad.

    L’amichevole contrasto mi ha fornito una buona occasione per introdurre un percorso di lettura della poetica di Forugh divergente rispetto alla norma “di genere” con cui è stata recepita negli ultimi decenni. Ho esordito infatti con un passo tratto da “Gli Imperdonabili” di Cristina Campo, per mostrare le urgenze di fondo che animano la voce poetica della poetessa iraniana e che, a mio parere, travalicano le forme più superficiali di impegno politico e sessuale per affrontare una forma più astratta d’impegno, in cui viene formulata l’esigenza, tuttora irrisolta, di contrastare il nichilismo della tarda modernità.

    La critica femminista troppo spesso riconduce alla complessa categoria del “femminismo” tutto ciò che, biograficamente parlando, proviene dal sostrato biologico del “femminile”.
    Se Forugh parla di corpo, non lo fa in quanto materia-di-donna, ma piuttosto in quanto materia-corpo tout court, che sia poi caratterizzato femminilmente è una diretta conseguenza del suo modo di trasmutare in poesia il proprio tessuto biografico.

    Le letture femministe di Forugh non ci hanno permesso di valutare con maggiore impegno critico il modo con cui la poetessa ha proposto un’originale mediazione tra l’esperienza del dolore d’amare e il versante piacevole del godimento sessuale nei termini di una dualità circolare che nello stesso corpo di tradizione trova la possibilità di agire contro il crollo del senso.

    E questo in un modo del tutto simile a buona parte delle poetiche occidentali del secondo Novecento. “Femministizzare” Forugh, soprattutto in quanto voce iraniana e “islamica”, risulta essere una mistificazione di matrice orientalistica, che riduce al genere sessuale tutte le stratificazioni estetiche proposte da un’intellettuale di spicco come lei.

    In Forugh corpo e linguaggio sono gli strumenti primi per pervenire a una dialettica con il passato talmente potente e produttiva di senso da non lasciare spazio a negazioni o affermazioni assolute: il classicamente persiano giardino del corpo viene estratto dalla memoria poetica per riconfigurare le tensioni in atto tra parole e oggetti del mondo. Ne risulta una, per certi versi, geniale rivoluzione metaforica che va a coincidere con la riformulazione della prosodia classica operata da Forugh.

    Dopo alcune letture si sono esibiti i Bonamanera con un bellissimo concerto di musica classica persiana.

    Complessivamente una formula da ripetere!

    Grazie!

    Domenico Ingenito

  4. “I profeti del nostro tempo
    hanno forse portato le scritture della rovina?”

    Speriamo di no, ma forse è così. Ma chi oggi senza vergogna potrebbe dirsi profeta? Al massimo arriviamo agli annunciatori televisivi.
    Breve disgressione, ma il post merita ogni attenzione e il libro di circolare il più possibile. Grazie come sempre.

  5. Caro Domenico, ti ringrazio per questo tuo importante contributo.

    Problemi vari mi hanno tenuto lontano dal computer nei giorni scorsi, ma avremo modo di riprendere questo e altri fili.

    Grazie a te, e a Nadia e Maria Pia per i commenti.

    fm

  6. Bellissime le sue poesie! E grazie per questo post, che me l’ha fatta scoprire! Ho provato a cercare edizioni recenti delle sue poesie in italiano, ma senza successo.
    Sai se qualche casa editrice la pubblica ancora?

    1. Grazie di cuore!!! Davvero! Sono bastati pochi versi a conquistarmi completamente. E dopo aver letto la sua storia l’ho apprezzata ancor di più! Come ha scritto qualcuno più su nei commenti, queste poesie “chiamano”… e io devo rispondere! :-)
      Grazie ancora!

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