Consiglio ad un giovane poeta

Aleš Debeljak

Aleš Debeljak, 1961, una laurea nella natia Lubiana, dove vive, e un dottorato in sociologia della cultura a New York, ha scritto dodici saggi e otto raccolte poetiche, dall’ultima delle quali, Tihotapci (Contrabbandieri), ho scelto queste tre poesie. Debeljak – che insegna alla facoltà di Scienze sociali a Lubiana, è docente alla Northwestern University di Chicago ed al College d’Europe di Varsavia – è, come pochi, cittadino del mondo. E come tale guarda a questa fetta del mondo – non, badate bene, la Slovenia, che è una zolla di terra, ma all’Europa – come ad un luogo dove “nessuno vive con una sola identità, nessuno è solo uomo o donna, nessuno è solo abitante del luogo in cui vive. La metafora di questa pluridentità è il mosaico, formato da piccole e grandi pietre, con ognuna di esse che gioca un proprio ruolo”, così ho avuto modo di sentirlo dire recentemente in uno dei nostri rari incontri. Scrivo questo perché credo non si riesca a comprendere a fondo la poesia di Debeljak senza sapere di questo suo sguardo aperto, del suo essere lettore curioso e disposto al confronto, prima ancora che scrittore. In una sua intervista pubblicata da una rivista slovena, dalla quale è tratta anche l’immagine di Mimi Antolović, ha detto: “La lingua non conosce proprietà privata: nostro è tutto quanto sta scritto”. Anche ciò che leggerete ora, ovviamente. (Michele Obit)

 

Testi

 

Včeraj hiša, danes nič

        Prule, Ljubljana

Mimo hiše z enim oknom grem, v počasnem ritmu
brez sinkop. Grem, grem, zastanem. Iz ogromne šipe
me pokliče in zadrži: temna pega, kot kapa široka.
V davni poljski zgodbi sem bral o njej. Oklevam,

ližem nohte, gleda, tehtam možnosti: dobra tarča,
če ne za kamen, ki ga zabrišem, pa za moj pristanek.
Zasilen bo, že vidim, s tem se rad sprijaznim. Važno,
da pridem noter in padalo zložim, odpihnem drobtine

in zakurim ogenj s svojimi lasmi. Osebna žrtev in
skupna varnost. Res peče, a nisem proti, moti me
prav nič. Peklo je takrat v sobi, skoraj že salonu,
gospa v srednjih letih, ki je študirala klavirsko

igro v Londonu, nam je delila zimzelene melodije,
nepravilne glagole in klofute, ki so zvonile dolgo,
še donijo v glavi, odmevajo in se kot dim zgubijo,
ko mimo hiše grem, v počasnem ritmu brez sinkop.

 

Ieri la casa, oggi nulla

        Prule, Lubiana

Accanto alla casa che ha una sola finestra passo, a ritmo lento
senza sincope. Cammino, cammino, mi fermo. Dal vetro enorme
mi chiama e mi trattiene: una macchia scura, come un largo
copricapo. Un’antica storia polacca ne parlava. Indugio,

lecco le unghie, osservo, valuto le circostanze: un buon bersaglio
se non per il sasso che getto, per il mio atterraggio.
Forzato sarà, già lo so, e a questo mi rassegno. L’importante
è entrare e ripiegare il paracadute, soffiare via le briciole

ed accendere il fuoco con i propri capelli. Vittima personale e
sicurezza collettiva. Brucia davvero, ma non ho nulla contro,
non mi da]
alcun fastidio. Bruciava allora nella stanza, quasi già nel salone,
la signora di mezza età che studiava un pezzo

al pianoforte a Londra spartiva tra di noi melodie sempreverdi,
verbi irregolari e schiaffi che suonavano a lungo, ancora
rimbombano nella testa, echeggiano e come fumo si perdono
mentre passo accanto alla casa, a ritmo lento senza sincope.

 

*

 

Knjigarna

        Gallusovo nabrežje, Ljubljana
        za Mojco Šoštarko

Blagor vsaj tebi. Tu je zima. V temi, še včeraj buden,
sem spet prišel, da prelistal bi naslove starih knjig,
majave stolpnice, pisatelje mladosti in strjeni med.
Vrata brez uradne ure, manjši pesnik brez ženske

spredaj za kartotekami sedi, poznam ga še iz časov,
ko vsi tulili smo enoglasno in zvesto, zbrana dela
zdaj za prgišče centov nudijo, brali smo obsedenci,
sveti Kapital. No, dobro: ne čisto vsi. Eni res smo šli

še v drugo smer, v pejsaže megle in drobni kriminal,
lažna rodbinska debla in hlače, ki se spodaj širijo,
kot se širijo gruče romarjev in duše moških z brki,
na carini, ko smo pokazali rdeči potni list. Blagor

tebi, otrok socializma, dežela, ki je ni. Pogrešam te.
Hvala enako. Ni dobro, zakaj to misliš? Tu je zima.
Imam težave z jetri in telovadbo, spakujem se v šipi,
rad norce brijem, a to, kar šteje, si vedela in veš le ti.

 

Libreria

        Gallusovo nabrežje, Lubiana
        per Mojca Šoštarka

Che tu sia beato, almeno tu. Qui è inverno. Nel buio, ieri già
desto, sono tornato per spulciare i titoli di vecchi libri,
le scale vacillanti, le gioventù dei letterati e il miele compatto.
La porta senza orari ufficiali, un poeta minore senza una donna

siede davanti allo schedario, lo conosco già dai tempi
in cui urlavamo tutti a una sola voce e lealmente, l’opera completa
ora la offrono per pochi centesimi, leggevamo come indemoniati,
il sacro Capitale. No, va bene: non proprio tutti. Alcuni davvero

abbiamo preso un’altra direzione, nel paesaggio nebbioso
e nella mala,]
un falso albero genealogico ed i calzoni che si allargano sotto
come si allargano le file di pellegrini e le anime di uomini con i baffi,
alla frontiera, mentre mostravamo il passaporto rosso. Che tu sia

beato, figlio del socialismo, luogo che non esiste. Mi manchi.
Grazie, lo stesso. Non va bene, perché lo pensi? Qui è inverno.
Ho problemi con il fegato e la ginnastica, faccio smorfie nel vetro,
mi piace burlarmi, ma quello che conta lo sapevi e lo sai solo tu.

 

*

 

Nasvet mlademu pesniku

Preden se pustimo ujeti kot cvileči psi
pred barakami, ki so jih lastniki zapustili,
glodajoči strah pred neznanimi topovi,
podzemni tuneli do svobodnega ozemlja.

Preden se pustimo opsovati kot preroki,
preslišali smo poročila o pravicah živali
in rastlin, kamne smo spregledali, raje
smo sanjače svarili in ponižne pridige peli.

Preden se pustimo osramotiti kot trgovci,
odpeljali smo dečke in starke iz prodanih hiš,
za kar ni potrebno dosti, če mene vprašaš,
samo pokvarjen značaj in dih bežeče sipe.

Preden se pustimo potopiti kot admirali,
izgubili smo kompas in družinsko srebrnino,
bi rad ti rekel tole: do sredice vseh stvari
pride samo tisti, ki ne vlada, ampak služi.

 

Consiglio ad un giovane poeta

Prima di farci prendere come cani che guaiscono
davanti alle baracche che i proprietari hanno abbandonato,
la paura lancinante davanti ai cannoni sconosciuti,
ai tunnel sotterranei che portano al libero territorio.

Prima di farci insultare come profeti
abbiamo sorvolato sulla notizia sui diritti degli animali
e delle piante, abbiamo trascurato i minerali, meglio è stato
aver diffidato i sognatori e cantato dimessi sermoni.

Prima di farci screditare come commercianti
abbiamo portato via vecchi e bambini dalle case vendute,
cosa per cui non serve molto, se è a me che chiedi,
solo un carattere corrotto ed il fiato di seppia fuggente.

Prima di farci affondare come ammiragli,
perso il compasso e l’argenteria di famiglia,
mi piacerebbe dirti: fino al cuore di tutto questo
arriva solo colui che non governa, ma lavora.

 

***

15 pensieri su “Consiglio ad un giovane poeta”

  1. Anche a me colpisce più di tutto l’ultima frase, che racchiude però il senso del prima.

    Per me è sempre e comunque importante leggere queste traduzioni, c’è da imparare. Onore al lavoro di Michele Obit che ringrazio per la sua gentilezza, oltre che per la sua competenza; ed un caro saluto a fm.

    Francesco t.

  2. Concordo con chi mi ha preceduto, e per l’ultimo, folgorante verso, e per l’onore al lavoro di Michele, che qui saluto e abbraccio, con l’affetto e la stima che sa. Fabio F.

  3. …c’è ancora molto sole a est. Le voci e i colori di questa parte d’Europa sembrano avere timbri che oltrepassano i limitanti confini delle nazioni d’origine e rendono chiare le mappe in cui è un mondo fatto di gesti e segni comuni quello che dice il trascorrere dell’uomo. Grazie,ferni

  4. Stavo per riportare l’ultimo verso dei tre componimenti, quando mi sono accorto che non solo erano stati riportati nel primo commento, ma anche lodati da Francesco T. e Fabio Franzin. “Ma lavora”…Mi viene in mente Raskolnikov di Delitto e Castigo. Quando la proprietaria, vedendolo accasciato sul letto ed abbandonato alla nullafacenza, gli chiede: “Cosa stai facendo?”, e lui “sto lavorando”, ribatte lei: “e cosa fai?”…lui: “Penso”. è un lavoro pensare, uno sfregamento continuo per giungere alla scintilla poetica o letteraria, che come fa ben notare una massima dello stesso autore di queste poesie: “non conosce proprietà privata: nostro è tutto quanto sta scritto”. Bellissime poesie degne di una letteratura non “ansiosa di influenza” (per dirla alla Bloom) come lo è parte di quella italiana.

  5. Splendide. Poesie sociali e politiche e intime e intense, come solo gli slavi, gli sloveni sanno scrivere, con la loro stravagante, “difforme”, capricciosa intensità. Una lezione di poesia ai poeti noiosi.
    Marco

  6. una poesia molto vivida, che nella sua narrazione
    ( intensa soprattutto nella prima e seconda poesia che davvero in pochi tratti evocano tutto il tragitto dal nazismo a oggi)
    ci chiama ad una responsabilità etica e civile
    perché il “prima” di ogni sopraffazione e o annichilimento
    è un nostro avere glissato o “avere trascurato”,
    è un essere stati, se non conniventi, quanto meno indifferenti (anche nei confronti del mondo tout court) e negligenti
    così che mi suona alquanto amaro, se pure ironico: “meglio è stato/aver diffidato i sognatori e cantato dimessi sermoni.”
    Ah, i sogni!, almeno averli, il cercare non solo di sognarli, ma anche di realizzarli per non essere del tutto arresi
    perciò mi risuona intenso quel condizionale, quel “mi piacerebbe dirti”.

    Grazie tantissimo per la proposta
    ciao

  7. Poesia che si compie nella narrazione e quando in parte si fa dialogo. molti echi della letteratura russa e slava.
    margherita rimi

  8. Grazie per gli interventi. Senza dimenticare che Michele, oltre al lavoro di traduttore, è autore di un’eccellente produzione poetica personale.

    fm

  9. Grazie Lucy, l’avevo visto – e ne sono particolarmente felice, soprattutto per Michele. E poi, la coppia Agustoni/Tomada è una garanzia – in tutti i sensi. Domani ne avrete ulteriore riprova…

    fm

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