Per Alejandra Pizarnik

Alejandra Pizarnik
Lucetta Frisa
Marco Ercolani

“vierte esfinge
tu llanto en mi delirio
crece con flores en mi espera
porque la salvación celebra
el manar de la nada

vierte esfinge
la paz de tus cabellos de piedra
en mi sangre rabiosa”

“spargi sfinge
il tuo pianto sul mio delirio
cresci cosparsa di fiori nella mia attesa
perché la salvezza celebra
l’abbondanza del nulla

spargi sfinge
la pace dei tuoi capelli di pietra
sul mio sangue rabbioso”

 

Per Alejandra Pizarnik
(di Lucetta Frisa e Marco Ercolani)

 

Volevo l’estasi

 

 

Per Alejandra Pizarnik

Vedi, io vivo con un coltello
dentro lo stomaco.
Mi taglia a pezzi l’infanzia
mi taglia le pupille
che vedono solo notte e squarci.
Tutte le cose hanno lame spille
angoli punti spigoli
e parole spinose.
Le mie
stanno acquattate come bestie in allarme
si dolgono di solitudine
incurabili, inascoltate.
Non c’è nulla di morbido al mondo.
Nella culla
al posto dei cuscini e dei ninnoli
mi misero le scarpe slacciate
le bambole rotte il latte amaro
e il pensiero della morte.
Mi cullarono con le forbici
trapanato il sesso scorticata
la bocca perché parlassi
solo di ossa
della colonna vertebrale del mondo
albero sempre invernale.
Volevo l’estasi
il perpetuo orgasmo tra terra e parole
volevo
il corpo emotivo della bellezza.
Nell’aldilà
troverò piume e sete
sentirò volare i miei capelli
dolcemente snodati
dalle ariose dita di un dio primaverile.

(Lucetta Frisa)

 

***

 

A non parlare di me
Inediti di Alejandra Pizarnyk (1971-1972)

 

 

Non sono sola a scrivere. Quando impugno la penna, trema tutto.

Per un silenzio perfetto, queste inutili frasi.

Alzarsi dal proprio cadavere. Andare dove il corpo che smette di essere vivo non potrebbe andare.

Comprendo ora ciò che le ossa dicono da sempre.

La voce va sul foglio e continua, continua a non parlare di me.

***

Scrivo ogni notte per amore della notte. La penna graffia il foglio, ma non posso accendere la luce All’alba, a occhi chiusi, leggo una poesia perfetta.

Pazienza, se il bosco si muove. Se ti viene addosso. Sono mai esistiti boschi immobili?

Le forme terrorizzate di essere quello che sono. Cambierebbero, guizzassero le fiamme.

Ho fame, il muro è bianco. C’è una soluzione?

Estrarre la pietra della follia. Non la pietra dalla follia.

***

Ma quale porta? Mi martellano la testa voci su voci, come punte di ferro.

Le voci altrui: gomma che ti cancella le orecchie, la testa, etc.

Ognuna delle mie voci è uno spazio letale, parola per parola. Ombra dopo ombra. I fogli non bastano più.

Non la mia voce ma le mie voci. Non il soffio ma le poesie, le trappole, le maledizioni.

Nulla. Questo vento nero.

***

Alla prima notte di caccia, niente. All’ultima, meno di niente.

Non chiederò aiuto. Mi voglio solo guardare. Non chiederò niente.

Uomo e donna: frammenti che non riparano dal silenzio della terra.

Ho voluto splendere tutta della mia assenza di luce. Splendere, risplendere. La terra continua a farlo durante la notte, quando dormiamo, quando siamo ciechi.

Cùrami, ti prego. C’è del rumore, accanto a me. Chi lo avrebbe sperato?

***

La poesia non ha nessun senso. E va detta ora.

Lo specchio ustorio: la grazia di un incendio in cui far sparire le forme.

Segni nei muri. Narrano di una corsa impossibile, che non è la mia.

Vedersi morire. Vedersi: cioè morire.

Dietro il mio muro l’arcobaleno. I mattoni del muro sono il mio vero arcobaleno.

***

Nomino le cose perché siano princìpi di speranza, perché smettano di farmi sanguinare le dita.

Entrare in un cuore altrui. Non essere più distratta da me.

Possibile sentire fino a non sentire più nulla?

Le parole sono pietre così preziose che chi le disseppellisce non potrà vivere a lungo.

A un animale ferito tutto comincia a rivelarsi. Ma muore un attimo prima.

***

Precipito. Esco di scena. Non ho più trappole di parole.

Chi viene a prendermi qui, dove le fondamenta sono piene di terrore?

Al di fuori della cornice nessun ricordo del quadro. Ma cos’è la cornice?

Le ossa e il soffio vitale: principio di non-contraddizione.

Ogni ora desidero il sole. Ma la sua luce è insolubile.

***

Manco a me stessa. Si perdono i passi di chi cerca Alejandra.

Cosa sai del ritmo spezzato di una stanza, di un muro? Per saperlo devi leggere Artaud.

Stanca. Invisibile. Le pillole mi guardano dalle scatole chiuse, sotto lo specchio del bagno. I gas della cucina sono tutti accesi, viola nel buio.

Già non sono più che l’interno di me, mando grida che non riconosco.

Doppio, triplo sole. Una mente in estasi, contro il nero di tutte le notti di questa terra.

***

Cosa fai? Cosa fai? Cosa fai nella mia mente?

La tristezza è imperdonabile, quando le rotte sono finite.

Buio. Non si entra. Nessuna porta. Allora mi resuscito, almeno per oggi.

Il dolore nelle ossa. Questa luce gialla, che vaga muro dopo muro.

Espio l’aria che respiro.

***

La luce del linguaggio mi riveste come una musica, negli ultimi mesi, mentre guardo tanti tramonti al Bois de Boulogne. Oggi la parola mi riveste come uno strato di terra.

Le mie parole, le sole a parlare di me. Hanno i miei occhi, le mie rughe, i miei rimorsi. Sono loro, le traghettatrici. Io resto qui, invece, giorno dopo giorno, gli occhi rossi di lacrime, giovane, immune, quasi spenta. L’orrore è rimasto tutto nelle parole che ho deposto sulla carta dei fogli. Mi sono lavata bene. Molto bene.

La nudità di questo muro. Nessuno spazio al miracolo.

La quantità di frammenti di legno della barca. Il numero esatto dei vortici che l’hanno fracassata. Mistero della matematica.

La bambina si è persa sui primi scalini. Certi testimoni l’hanno vista, ma adesso non ricordano.

***

La frase che mi porto sopra le rovine come un fuoco bello. Il mio riscatto.

Volevo non muovermi più. Che i tasti non li toccasse più nessuno. Ma nelle stanze dimenticate c’è sempre qualcuno che solleva, per caso, il coperchio del pianoforte.

La paura non smette di produrre forme. Ma anche un corpo umano, se è amato, produce un’essenza deliziosa.

Morte, morte, cosa hai fatto di tutto l’azzurro?

***

Finché il linguaggio verrà usato da esseri umani, le finzioni esisteranno. E’ inconcepibile un cielo senza nuvole.

Quando finiremo di fuggire? Quando accadrà tutto questo? Quando? Dove? Quanto? Perché? Per chi?

I morti tornano sempre, nei miei quaderni, dentro la mia insonnia. Attenuano i rumori, guidano i passi, indicano la verità.

Lui? Parliamo di lui? Lui non verrà. Non verrà perché non verrà.

(Marco Ercolani)

***

19 pensieri su “Per Alejandra Pizarnik”

  1. Tornerò presto su questi versi di Alejandra Pizarnik. Hanno bisogno di essere ri-letti, per essere ri-vissuti. Sono uno splendido (a tratti struggente – ha un senso ancora questa parola?) esempio di poesia – racconto, non micro-scopio del quotidiano, alla Carver (anch’egli, per altro verso: struggente), ma sonda gettata nell’abisso, dove affondano le nostre fondamenta umane.
    Grazie.
    PVita

  2. Grazie, Pasquale.

    Marco, vedrai che non saranno pochi, anche tra i conoscitori dell’opera della Pizarnik, a scambiare i tuoi contributi per inediti di questa grandissima poeta. E il testo di Lucetta non è da meno: veramente bellissimo.

    Sei in stato di grazia!

    fm

  3. c’è una sintonia, un’armonia in questo coro a tre che lascia senza parole.

    Davvero, come fa notare fm, non ci fossero i nomi in calce, sarebbe difficile dar loro una origine precisa se non nell’essenza stessa della poesia e nelle radici di quel particolare dolore che fa osservare le cose appesi al sentore della fine come in attesa di una possibile (?) o sperata estasi che sia “orgasmo tra terra e parole / … / corpo emotivo della bellezza”.

    1. Scambi la creatività per epigonismo…

      E in ogni caso a qualcosa serve: a farti chiedere “a che serve?”. Che è modo come un altro per ingannare il tempo.

      fm

    2. la scelta di un termine “ricercato” non ne giustifica sempre l’uso…

      il fenomeno dell’epigonismo in quella che era la sua connotazione negativa che stava ad indicare il proliferare di minori all’ombra di una apparente mancanza di originalità, data dall’esaurimento stesso del lirismo che successe quasi per contrappasso alla fioritura poetica che distinse personalità come Leopardi, Manzoni, Foscolo e poi ancora Carducci e D’Annunzio, è stato sfatato dallo studio proprio dei cosiddetti poeti minori che – non sempre a ragione – erano “minori” se non per minore profusione di testi, in molti dei quali tra l’atro spicca grande originalità … tuttavia, dando per buona la scelta del termine, resta il fatto che qui non si può parlare nè di minori nè di maggiori… in quanto la poesia contemporanea vive un appiattimento direttamente proporzionale e alla sua profusione, e alla sua mancanza di fruizione.

      Qui ci troviamo semplicemente di fronte a tre distinte “entità” poetiche che percorrono uno stesso percorso empatico dovuto, in primis, al profondo studio ed amore per una poetica altrimenti assente, dimenticata, senza voce.

      credo… e bisognerebbe sempre partire da un umile e dubbioso “credo”.

      nc

  4. Grazie Natàlia, un’altra acuta osservazione che abbraccia una delle ragioni profonde della scrittura tutta della Pizarnik.

    fm

  5. “Qui viviamo con una mano alla gola. Che nulla è possibile già lo sapevano gli inventori di piogge e i tessitori di parole tormentati dall’assenza. Perciò nelle loro orazioni c’era un suono di mani innamorate della nebbia”

    “solo la sete
    il silenzio
    nessun incontro
    attento a me amore mio
    attento alla silenziosa nel deserto
    alla viaggiatrice con il bicchiere vuoto
    e all’ombra della sua ombra”

    e l’ultimo vestito, per lei, bello e esatto, di Julio Cortazar. Esatto, come il Silenzio cui Alejandra anelava

    “Dato che l’Ade non esiste, sicuramente sarai là,
    ultimo hotel, ultimo sogno,
    passeggera ostinata dell’assenza.
    Senza bagagli, senza scartafacci,
    il tuo obolo sarà un quaderno
    o una matita colorata.
    -Accettali, nocchiere: nessuno pagò più a caro prezzo
    l’ingresso ai Grandi Trasparenti,
    al giardino dove Alice la aspettava”

  6. Grazie, Natalia. Grazie, Francesco. E anche ai passanti che lasciano le loro opinioni. Non credo che, per i nostri testi, si possa parlare di epigonismo. Tutta la poesia contemporanea è una poesia minore o epigonica, rispetto ai poeti classici e maggiori. Il “prendere la voce” dell’altro o “rendere omaggio” all’altro, che in questo caso è Alejandra, è un atto che può solo essere spiegato, se si volessero cercare spiegazioni, come atto d’amore e di identificazione in un destino. Come un sogno in cui le parole che si dicono potrebbero essere state dette o amate dall’altro – sempre Alejandra. Un po’ come quando Deleuze diceva che la sua speranza, quando parlava di Kafka, era che Kafka, nell’altro mondo, si rallegrasse per le sue parole. Una joi contro la morte. Un atto che “non serve a nulla”, come la poesia. Come l’amore.
    Marco

  7. sono d’accordo con te, Alessandro. Assolutamente.
    Spero tu abbia gradito anche i nostri falsi “epigoni”, le nostre identificazioni per empatia”.
    Un Grazie a tutti i commentatori che sempre ci arricchiscono e uno speciale a Francesco per la sua implacabile generosità e per il suo elogio alla mia poesia.
    un abbraccio
    lucetta

  8. una donna tormentata, una poesia tormentata in cui la donna-poetessa Alejandra vive in modo soffocante una solitudine piena di morte, dolore, di perdita quotidiana. Come un sacco pieno di buchi.

  9. Volevo l’estasi , Lucetta, è tua? Dovevo sospettarlo (all’inizio ho pensato a una traduzione), il linguaggio è il tuo, somiglia a quello de L’altra.
    Brava !!!

  10. Dio, non chiedermi di registrare le tue meraviglie,
    io accetto le stelle e i soli
    e i mondi infiniti.
    Ma ho misurato le loro distanze
    e li ho pesati e ho scoperto le sostanze.
    Ho inventato teoremi e rinvenuti nodi frattali
    per poeti che ora aborro, ho accresciuto un milione di volte
    la vista che mi hai dato con lo Zen di mia nonna,
    ho attraversato lo spazio e anche il tempo con la parola,
    ma, Dio, dall’aria che fuoco ho da prendere per
    ottenere la luce della poesia di Alejandra Pizarnik?

    v.s.gaudio

  11. Il ritirarsi dell’identità di percezione
    di V.S. Gaudio

    Lo stile di Alejandra Pizarnik è tutto nell’esagramma 33.Tunn: sopra, il Cielo; sotto, il Monte: la forza del sintagma in ombra che ascende, il ritirarsi, che è il cielo che, in quanto paradigma, si fa distanza, uno stato irredento dell’identità di percezione, che, è dal sei al secondo posto, quello della carica connotativa, si fa assoluta, come se fosse vincolata “con giallo cuoio di bue” e nessuno è in grado di strapparlo. L’identità di percezione nel ritirarsi, nella ritirata serena, che è, appunto, il cedere; questo vuol dire che la brevità del verso, che è un po’ il fiato corto del percepire, avanza e cresce, e resta presso la coda, lì all’inizio dell’esagramma, quando il codice non è proprio ristretto ma non è nemmeno elaborato.
    La poesia di Alejandra Pizarnik è così che è fatta: dal lato del rosso carico, c’è il freddo, il ghiaccio, e anche un buon cavallo vecchio o selvaggio che sia; sotto, è come essere per sentieri montani, piccoli sassi e un cane che fa la guardia, e,poi, a ben guardare, una serie infinita di porte e di aperture, che non sai mai se siano nel senso o, tonde, nel sintagma, ma nel sintagma che sta nel trigramma superiore, nel cielo, che è diritto, è il drago, è la sopravveste, è la parola.

    Intelligibilità alta:linea intera sopra 
    Complessità bassa:linea intera al 5° posto 
    Ambiguità alta:linea intera al 4° posto 
    Pregnanza alta:linea intera al 3° posto 
    Carica connotativa buona:linea spezzata al 2° posto – –
    Codice non elaborato:linea spezzata all’inizio – –

    • L’Esagramma n.33.Tunn; il ritirarsi •

    Per il metodo con cui si ottiene l’esagramma dell’I King correlabile allo stile del poeta, cfr. V.S.Gaudio, Cesare Ruffato: la semantica gergale e razionale dell’idioletto corporeo, I quaderni di Hebenon, Torino 1999; Idem, Amelia’s Spring.La Stimmung con Amelia Rosselli, in “Zeta” n.82, Udine dicembre 2007.

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