Speculo imaginario

Giovanni Campi

“Qualsiasi speculo degno di quest’appellativo e di identificarsi in siffatta marca deve connotarsi non solo nella restituzione dell’uguale, ma anche nell’amplificazione della differenza in cui decodificare e vanificare l’uguale, quella differenza che può permettere l’entrata in campo dell’ennesimo processo aporetico: la coesistenza del riconoscimento e del disconoscimento.”

(Enzo Campi)

 

SPECULO IMAGINARIO
(inediti, 2009-2010)

per specchi speculando trovo corde
tese e sottese come precordiali
ricordi di cordoni ombelicali
il nodo stretto e costretto discorde

dono di vita di morte diventa
o di morte in vece di vita dono
concorde il nodo s’inventa perdono
e l’imaginario l’imago tenta

irriflesso il se vede l’es riflesso
in sé né di qua né di là ma proprio
in quel punto dello spunto ove flesso

tocca ed è toccato espunto improprio
secante la linea curva esemplare
vizio finalmente detto esemplare

*

né testo né testa resta del resto
o rapporto indice di relativo
a che inciso su rifratto da privo
e privato non che soffre di questo

anzi s’offre per quel che è questo che sia
o se e pure per cosa che ha chi che abbia
o se ancora una volta ancora rabbia
d’una volta senza volta né poesia

in vece questa volta c’è una volta
c’era una volta come dire in fine
a capo pagina volta rivolta

a chi flesso o fratto devia dal fine
la fine di cosa non ha inizio o se
e di chi inizio inizia ad essere ed è

*

di nota ignota di musica muta
la grazia o le grazie leggere muse
lettere vocate al sono che inuse
sono consonante al dissono acuta

mente ottusa vocale che è chiave
di volta la volta che pare che apra
la chiusa in chiosa di cosa sossopra
a chi che pare che chiuda la grave

aperta di volta in volta ancora
una volta e poi nessuna più o meno
il numero che è il nome del pieno

vuoto di tutto ma giunto l’ignora
congiunto a nulla se pieno di vuoto
raggio della ruota del destino ruoto

*

e voca e invoca vocale muta
di verbo qual sia quel che è questa volta
aperta mente grave capovolta
musica mente chiusa nota acuta

accento senza accento simillimo
di segno ma senza senso disegno
figura di senso ma senza segno
parte di parti è l’uno di plurimo

che sia ancora d’allora e d’ora
e di poi lo stesso plurimo d’uno
diverso sì ma senza verso alcuno

non d’estro né sinistro qual Ora
dèa prima sesta tessa tonda trama
quadra linea curva chi cosa chiama

*

di storie senza storia alcuna né re
né regni sì ben sapendo soltanto
il non che sia fola capriccio canto
muto speculo velo velato a sé

svelo d’incanto qual segno disegno
tale tratto ritratto a tutto tondo
colui colei tesso di steso mondo
disteso in estremo distinto regno

di sesto di sé dissesto se a stento
tela di tela di ragna chi amata
cosa manifesta mente velata

svelata mente occulta cosa tento
chi amando verbo di nome universo
copia verso impresso esemplare inverso

*

diverso verso raggio in finito uno
qual somma tratta detratta minima
differenza aggiunta tal che plurima
singolare disgiunta da nessuno

riverso infinita se dividendo
multiplo chi cosa piena di tanto
vuota copia poco esemplare quanto
questa di quel che l’è parso minuendo

vice versa in verso converso addendo
quella di questo oltre modo misura
cosa chi colmo di poco figura

esemplare vuota copia crescendo
tanto di qua quanto di là principio
finito in infinito participio

*

essendo in medio non esser finita
come dire né participio essente
o stato di grazia presente
passata disgrazia porre infinita

essere somma sottratta di male
dire bene detta image d’imago
copia speculare esemplare vago
di cosa chi o cosa di chi ora tale

ora quale ora mai sempre riaffiora
nota di sé a sé nota se consono
sono d’io che son chi o cosa dissono

sono di te dio che sei non disfiora
sì bene dire male image vuota
muta nulla creando giro di ruota

*

fin ché chi o cosa sia tutto finito
una volta per sempre ora mai dire
chi volto rivolto a cosa ridire
ancora una volta muta infinito

speculo image vaga speculare
copia in scala di grado in grado copia
figura chi figura cornea copia
esemplare l’oculo mio esemplare

visto detto miope vista minima
mina massima sistema la pigra
cifra cosa capovolta denigra

formato bianco che nero elimina
nero su bianco giù per l’asse come
dire di vita è dare vita al nome

*

quali siam noi o quali son sono e quanti
coloro d’oro colui cosa amando
chi mente porta da dove chi amando
cosa porta mente a dove davanti

l’un l’altro o dietro è lo stesso se stesso
capo volto uguale e di verso giunto
estro riflesso nel punto congiunto
in verso se flesso o sé fratto adesso

irriflesso inverso vede presente
diverso speculo infinito infinito
speculare passato se finito

finito sé passato assenza assente
in contro verso per verso memorie
appunto di note che si fan storie

*

di memorie di storie senza storia
tesa è la corda dal tocco sottesa
di punta nel punto toccata illesa
ferita o lacuna riempita gloria

di vita anzi che non di morte incontro
di morte non che di vita qual dono
senza dono perdono se perdono
non c’è l’insieme ma insieme di contro

canto son sono le corde d’accordo
di note qual note che sian o ignote
imagi di lune e lunule vuote

o plene e plenissime nel ricordo
di chi era colui e di cosa colei
ora che son chi sono e cosa che sei

*

che appare apparente ma che dispare
altero punto oltre modo punto minimo
simillimo apparente qual massimo
posto supposto in punto di che pare

tocco e toccato d’acuto e d’acuzie
di volta in volta nei cieli le volte
o dei è dir lo stesso se colte
o incolte forma di dee minuzie

minute o d’idee speculare copia
di copia speculare in tra nebula
e nebula di gravida lunula

e di grave toccata e tocca propria
d’impropria grazia essendo tale d’astro
la disgrazia quale pure il disastro

*

più spesso tale quale meno spesso
l’un l’altro moto immoto e sì e no muove
movendo principio di fine e nove
e nove se adesso è dire lo stesso

dire speculo speculare o copia
copia d’idea di dea cornea impropria
mente propria ora che Ora ad esso propria
mente impropria cornea copia di copia

o speculare di speculo e nome
e nume e numero imagi d’imago
fuoco d’ali e l’angolo più o men vago

vagando e le punte sue in punto come
unite unendo l’arco di principio
fine in fine essente che è participio

 

______________________________
(“Speculo imaginario” è stato selezionato tra i finalisti del Premio Myosotis 2009-2010 e un estratto verrà pubblicato nell’antologia “Registro di Poesia 3” a cura della d’if edizioni di Napoli.)
______________________________

 

***

 

Enzo Campi – L’immane inane. Dello speculo e dei simulacri.
(Uno sguardo su “Speculo imaginario” di Giovanni Campi)

irriflesso il se vede l’es riflesso
in sé né di qua né di là ma proprio
in quel punto dello spunto ove, flesso,

tocca ed è toccato espunto improprio
secante la linea curva esemplare
vizio finalmente detto esemplare

Il detto esemplare è il detto poetico, il diktat che si fa suono (tocco, rintocco, colpo). Il detto diviene esemplare nel suo dettarsi, ma anche nel suo toccare-toccarsi. Se è vero che bisogna partire sempre dall’inizio (per quanto l’inizio qui si riannodi alla fine, sembra quasi che provenga dalla fine), bisogna dire che il cominciamento è qui emblematico e, per così dire, irriducibile.
Si rende doppiamente irriducibile da un lato, nel mettere in comunicazione il penultimo verso della premessa [“secante la linea curva esemplare” (come a dire: un inizio già finito in sé)] al penultimo verso dell’ultimo speculo [”unite unendo l’arco di principio” (come a dire: una fine, impossibilitata a finirsi e condannata al ri-cominciamento)], e dall’altro lato instaurando la catena dei significanti lungo la quale imbastire il transito poetico. Una catena necessariamente discontinua, si potrebbe dire claudicante (per quanto fluida e armoniosa) e strozzata (per quanto espulsa in puri suoni allitterativi e paronomastici), riflessa e rifratta in deterritorializzazioni speculative di corpi, tempi e luoghi.
In primis dunque i corpi ove soppesare il proprio toccarsi, ove testare il proprio tastarsi, ma anche i corpi in cui ricevere il colpo, ove farsi toccare e soppesare. A seguire i tempi, immoti eppur vivi e pulsanti, tempi innumeri in cui vanificare l’ora e il “prima d’ora”, ovvero: l’immediato in cui speculare e il «pre», l’anteriorità a partire dalla quale si costituisce la speculazione. E infine i luoghi in cui mettere in posa i vari e svariati simulacri attraverso i quali entriamo in contatto con la nostra alterità. Luoghi da significare attraverso un processo di riempimento e tracimazione, ma anche da svuotare, quasi da azzerare

arco volta valva e limen cui tende
supero o infero che sia il numero
del vago imago imaginario zero

Le toucher innanzitutto, nel doppio tocco (toccare-toccarsi) e nel rintocco (risonanza in sé e fuori di sé). Entrambi, sia il tocco (il verso) che il rintocco (l’eco nella quale si dissolve-risolve il verso), sono a poco a poco audìti e conclamati perché provengono da quell’inconosciuto che è in noi innato. Suggestionando, si potrebbe dire che l’innato sia la tendenza al poetico e che questo poetico si possa costituire solo a partire da un’effrazione nell’inconosciuto. In quest’ottica l’inconosciuto è il poematico che rende possibile l’esistenza del poetico.
Il problema, se ce n’è, viene a galla (o affonda) quando poematico e poetico non si limitano alla sola co-abitazione, ma cercano di fondersi l’uno nell’altro per fomentare un processo di disconoscimento, per generare il passaggio-non passaggio di un’indecidibilità di fondo. Quest’indecidibilità – essenzialmente aporetica – permette di non sbilanciarsi in maniera definitiva ne verso l’uno né verso l’altro, né verso lo speculo né verso il simulacro.

In prima istanza lo speculo restituisce lo sguardo, nelle sue innumerevoli accezioni: guardo, vengo guardato, mi offro allo sguardo, mi sottraggo allo sguardo, cerco con lo sguardo, mi cerco con lo sguardo, ecc.
In seconda istanza lo speculo restituisce il colpo. Qual è il colpo che qui si vagheggia? È presto detto (per l’appunto dettato): la risonanza. Qualsiasi speculo degno di quest’appellativo e di identificarsi in siffatta marca deve connotarsi non solo nella restituzione dell’uguale, ma anche nell’amplificazione della differenza in cui decodificare e vanificare l’uguale, quella differenza che può permettere l’entrata in campo dell’ennesimo processo aporetico: la coesistenza del riconoscimento e del disconoscimento.
Una delle questioni (in)naturalmente, volutamente e lucidamente irrisolte che caratterizzano l’andirivieni linguistico del poema concerne la dicotomia complementare tra il non tanto e il quanto. Non tanto dell’uno e quanto basta del molteplice, non tanto dell’uguale e quanto basta del diverso, non tanto della ripetizione e quanto basta della differenza.

Tutto ciò che opera per simulacri al lavoro (messi in opera) conosce i procedimenti che permettono al linguaggio di danzare su quella linea (“di nuovo arco ratto forse dal forse”) che mette in comunicazione

il medio tocca toccato è in giro
tondo come corda che concorde uno
a uno unisce o che discorde due a uno
pur unisce quel che miro e rimiro

il supplemento e la detrazione: non tanto del troppo e quanto basta del poco. Supplemento come protesi e amplificazione.

Detrazione come innesto e mise en abîme.
Se la protesi è la copia copiosa di se stesso

secondo l’io discende ma risale
espresso esemplare di copia impresso
in punto d’estro sinistro complesso
qui l’inespresso che l’un l’altro vale

l’innesto è l’auto-disseminazione

insemina com’è chi pare o appare
come se da sé la mina minima
aggetta a ciò che miniata traspare

Ed è proprio a partire da questo processo – che nessuno si sognerebbe di ridurre ad un mero processo linguistico – che comincia a prendere vita e forma l’indagine speculativa, ovvero il percorso in cui vanificare quello sguardo e quel colpo che hanno aperto le danze e che, in verità, saranno destinati anche a chiuderle. La chiusura, in questo poema, è l’inevitabilità della ri-partenza. L’abbiamo già accennato, quello che qui conta è anche il principio ellittico che avviluppa la scrittura, quella sorta di cerchio smussato, de-formato e de-normato in cui tracciare l’apologia sia del transito che di quell’aporia che ci permette il riconoscimento attraverso il disconoscimento.
E tra la “fine in fine essente” e l’arco ellittico del principio (apparentemente assente) si snoda il percorso da compiere, per meglio sostanziarsi e/o per meglio vanificarsi. Percorso di memorie fugate e trafugate, di “storie senza storia”, di statue, scheletri, totem, feticci, insomma (e in soma): tutta la serie dei simulacri in cui conclamare lo speculo.

Quello che a noi preme è evidenziare come la poetica (e la poematicità) campiana si situi – blanchotianamente – «entre-deux», in un luogo sempre da situare, in un aver-luogo sempre da differire. Questo luogo, che possiamo definire transitante e risonante, si alloca (senza risiedere) proprio tra lo speculo e l’imagine, tra il velamento e lo svelamento, tra la copia e il simulacro. Qui quello che abbiamo definito come inconosciuto poematico (e che rende possibile l’accesso al poetico) risponde proprio ai dettami blanchotiani: “L’inconnu ne sera pas révélé, mais indiqué”.
Questo procedimento ci indica le strade da battere ma non si sogna nemmeno lontanamente di dire “questa è la strada giusta”. Nello svelarsi ci si vela, nel disegnare il gesto ci si sottrae ad esso.

La serialità di cui questo poema si fa portavoce si snoda attraverso un raro – e oramai desueto – processo di mera matematica rimatica e allitterativa, una matematica poematica volta allo speculo, là dove ciò che viene letteralmente sottoposto o, se preferite, sottoscritto all’indagine speculativa è proprio il linguaggio. Linguaggio speculare e speculativo, riflesso ma anche deformato (e denormato) nei vari punti di fuga e negli svariati punti di inabissamento. Perché ad ogni fuga verso il fuori corrisponde – per converso – un’invaginazione, un andare all’interno, un condursi al fondo. Qui il «converso», se da un lato ci apre la porta che conduce all’alterità, dall’altro lato – nutrendosi della sua stessa desinenza – ci fa capire che la disseminazione si dà e accade «verso a verso», in un processo di stampo paratassico ove le singole frasi e parole sembrano snodarsi in una disposizione armoniosa e consecutiva.

Parafrasando il titolo, non quello dell’opera ma quello che abbiamo inteso dare a questo nostro excursus effrattivo, si potrebbe dire che abbiamo qui almeno due grandi serie: quella crescente dell’immane e quella decrescente dell’inane. Entrambe sono sottoposte alle coercizioni dei simulacri che le costituiscono e dell’indagine speculativa dettata dalla restituzione-amplificazione dell’imagine. Se l’imagine mette in gioco lo sguardo immane in cui amplificare la mancanza, il simulacro mette in gioco il colpo, il colpo inane in cui rendere apologetica una sorta di ricerca dell’inutile, una necessaria e urgente pulsione alla vacuità. Ma, sulla falsariga del toccare-essere toccato, il colpo, cosiddetto semplice, diviene il doppio colpo da sferrare verso un fuori e da ricevere in sé. L’utilità di siffatta pratica risiede proprio nei doppi movimenti (non tanto dell’uno e quanto basta del molteplice):

dire tra l’uno e l’altro se rifratto
devia se stesso adesso compreso
compresso l’inespresso ma incompreso
prima l’espresso sfatto e poi sì fatto

da farsi non ora scritto mai visto
sempre per sempre se vocare il suono
o suonar la voce singolo io sono

plurale noi dato concetto misto
di quel mio che pare nostro memoria
di questa in vece non intesa storia

L’utilità dell’inutile risiede in quel “concetto misto” che è riconducibile al concetto del “neutro” blanchotiano, quel neutro che può esistere solo se contaminato in sé da un doppio movimento, che non può ridursi all’unica accezione. E quel “plurale noi dato” è il simulacro che mette in discussione il “singolo io sono”, che sferra il colpo dell’alterità: dallo speculo all’imagine e viceversa.

(Enzo Campi – Reggio Emilia – Febbraio 2010)

 

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32 pensieri su “Speculo imaginario”

  1. Si prova una grande gioia quando viene riconosciuto il talento di un amico, quando poi gli amici sono due e pure fratelli, allora si prova un’emozione “riflessa” (… nel senso dell’uguale e dell’amplificazione della differenza … )
    Complimenti di cuore,
    Antonella

  2. Ammetto di avere qualche difficoltà con questo testo e con la tua lettura. Tenterò di concentrarmici sopra,ma davvero mi riesce non facile, aihmè!. Grazie per la condivisione caro Enzo e complimenti all’autore tuo consanguineo preziosissimo : )

  3. L’escursione ritmica del/nel testo può essere una prima chiave di lettura – una pre-disposizione a seguire il fluire della catena dei significanti alla ricerca dei punti di rifrazione dai quali/nei quali la materia poematica transita verso la forma (il poetico) che l’accoglie e in cui sedimenta in natura di senso. I connettivi, le stratificazioni concettuali ed estetiche, gli infiniti rimandi addensati nel multiverso semantico della coppia speculum/imago (e del suo metamorfico rovescio) diventano allora materia danzante agli occhi della percezione/ricezione. Il resto lo dis/ri/vela la splendida nota di Enzo – sub specie figurale.

    Complimenti Giovanni. E benvenuto.

    fm

  4. “Il ruolo caratteristico della lingua di fronte al pensiero non è creare un mezzo fisico materiale per l’espressione delle idee, ma servire da intermediario tra pensiero e suono, in condizioni tali che la loro unione sbocchi necessariamente in delimitazioni reciproche di unità.
    Nella lingua non si potrebbe isolare né il suono dal pensiero, né il pensiero dal suono.”

    Ferdinand de Saussure

    L’io riflesso è sdoppiamento/risposta (cit. Enzo) “aporetico/a” di sé, soggetto attivo che nell’atto dello specĕre si con-cede lasciandosi ri-generare otticamente in alter ego “appiattito”, de/formato “qualitativamente” in (pluri)unidimensionale effige.

    Se è vero che la dimensione restituita appare “finita”, circoscritta e limitata, quale sunto imaginis et formae, è altrettanto vero che essa presenterà ogni volta una diversa qualità imaginis et formae sì circoscritta e limitata, eppure diseguale a se stessa, porzione di uno spazio, effetto-risultato ottico.

    Specchio – spécio – guardare – specĕre …

    Se mi specchio mi spécio e se mi spécio mi specchio, ma attraverso cosa mi spécio e mi specchio? Attraverso l’organo della vista, gli occhi, che sono lo speculo che mi restituisce ciò che vi si riflette, quindi a loro volta organo generante porzioni di spazio, circoscritte e limitate all’ottica ed alla prospettiva.

    per specchi speculando trovo corde
    tese e sottese come precordiali
    ricordi di cordoni ombelicali
    il nodo stretto e costretto discorde

    Ora qui la parola chiave dell’io è “ri-cordo”, ricordo che è corda che pre-cordialmente lega, annoda, avvin-ce … e seppure co-stretto nella corda del ricordo che l’io stesso riflette, l’io è costretto ad essere dis-corde, una corda scissa, assistendo allo spec-taculo de-forme di un sé che è sé d’Es circoscritto e re-ducto rispetto alla sua stessa origine.

    Origine?
    La madre? Il padre? O un Es che sia assoluta e comune origine, inizio e fine continua? Parabola di sé o parabola di vita?

    dono di vita di morte diventa
    o di morte in vece di vita dono
    concorde il nodo s’inventa perdono
    e l’imaginario l’imago tenta

    Cosa diventa “dono” – se invertiamo le sillabe otteniamo un “nodo” – di vita di morte … o di morte in vece di vita … per-dono cui l’imago tenta/aspira?

    irriflesso il se vede l’es riflesso
    in sé né di qua né di là ma proprio
    in quel punto dello spunto ove flesso

    Lo speculo per assolvere alla sua azione generatrice di immagini veritiere, occorre che abbia una duplice faccia, la prima quella che comunemente intendiamo ci speculi, deve presentare una superficie piana e limpida come un velo d’acqua, la seconda al contrario deve formare una lamina d’ombra, oscura, che non la lasci attraversare da alcuna luce, restituendo alla superficie il “simulacro” del sé.

    tocca ed è toccato espunto improprio
    secante la linea curva esemplare
    vizio finalmente detto esemplare

    Ma se lo speculo non può che restituire l’illusione dell’idea di un Es cercato dal sé e mai interamente restituito se non come “inane” imago, come conciliare l’aporia della “speculazione” al frutto partorito dalla stessa? Là dove la risposta non giunge all’occhio dalla ragione il sé speculandosi si flette e si ripiega in “curva esemplare” partecipandosi e rendendosi attore della conciliatrice μέθεξις.

    Come partecipare all’intelligibile se non attraverso l’atto della creazione da sé? Facendo offerta di sé da sé, creando, rendendosi fabbro e poeta, artigiano che forgia, martella e scalpella, metro dopo metro, “colpo” (cit. Enzo) dopo colpo.

    Dunque la scelta della forma, quantomeno simile alla perfezione, dentro la quale dar respiro alla dimensione del proprio se-es, nous e logos affinché concilî, compartecipando all’atto creativo in partenogenesi, le domande nelle risposte, seppur intatte nella loro questionante ed irrisolta bellezza, creativa ed umana.

    né testo né testa resta del resto
    o rapporto indice di relativo
    a che inciso su rifratto da privo
    e privato non che soffre di questo

    anzi s’offre per quel che è questo che sia
    o se e pure per cosa che ha chi che abbia
    o se ancora una volta ancora rabbia
    d’una volta senza volta né poesia

    in vece questa volta c’è una volta
    c’era una volta come dire in fine
    a capo pagina volta rivolta

    a chi flesso o fratto devia dal fine
    la fine di cosa non ha inizio o se
    e di chi inizio inizia ad essere ed è

    Ed ecco il sonetto, la ri-creazione della forma che ontologicamente sia pelle della sostanza, suono della parola, ritmo del pensiero, illusione della perfezione nella perfezione consapevole della propria ombra dietro l’apparente luce, compartecipe di un nulla che giustificandosi trova se stesso ed è nel suo stesso ricercarsi e nella sua stessa irrisolta domanda.

    di nota ignota di musica muta
    la grazia o le grazie leggere muse
    lettere vocate al sono che inuse
    sono consonante al dissono acuta

    mente ottusa vocale che è chiave
    di volta la volta che pare che apra
    la chiusa in chiosa di cosa sossopra
    a chi che pare che chiuda la grave

    aperta di volta in volta ancora
    una volta e poi nessuna più o meno
    il numero che è il nome del pieno

    vuoto di tutto ma giunto l’ignora
    congiunto a nulla se pieno di vuoto
    raggio della ruota del destino ruoto

    Dunque, laddove non arrivano ratio e fede, giunge la poesia (che è ratio ed in se stessa fede), dono che annoda dando senso alle origini ed alla corda, a quel’ombelicale cordone che si dipana attraverso il labirinto del ricordo e del mistero, rigenerandosi, ricercandosi, in ogni lineamento che ne faccia riaffiorare la memoria, in cerca di un senso che nella parola dia suono al pensiero con la consolazione della grazia che “elimina / nero su bianco … come /dire di vita è dare vita al nome” , comunque.

    fin ché chi o cosa sia tutto finito
    una volta per sempre ora mai dire
    chi volto rivolto a cosa ridire
    ancora una volta muta infinito

    speculo image vaga speculare
    copia in scala di grado in grado copia
    figura chi figura cornea copia
    esemplare l’oculo mio esemplare

    visto detto miope vista minima
    mina massima sistema la pigra
    cifra cosa capovolta denigra

    formato bianco che nero elimina
    nero su bianco giù per l’asse come
    dire di vita è dare vita al nome

    1. Enzo, ci sono due persone cui devo tutto, il primo è Francesco, il secondo sei tu.
      grazie, ho solo voluto dire a Giovanni che con molta fatica e studio ho provato zoppicando a seguirlo e capirlo – limitatamente ai miei orizzonti – per tutte le volte che non sono stata in grado di farlo.
      un abbraccio.

  5. innanzi tutto una precisazione, la datazione essendo inesatta: la raccolta raccolta iniziò con la premessa – il primo sonettaccio postato qui da enzo – nell’aprile 2007, e finì con lo speculo imaginario terdecimo o ultimo quarto e ultimo – appunto l’ultimo scelto tra, e trascelto, e qui posto postato e deposto;

    in secondo luogo, sebbene sia per linea di massima d’accordo con questa frase di giorgio manganelli, e cioè: “come non sospettare che il ringraziamento sia una captatio benevolentiae a futura memoria?”, ho davvero da ringraziare l’autore della disamina immaninanesca, che tra l’altro ho la fortuna mi sia fratello, e questo perché, a dispetto della ritrosia mia, dovuta a un sentimento di modestia, ma giustificata qui dall’esser questi ‘sonettacci’ non più che modesta poesia, volle che partecipassi ad un cotanto premio qual è stato in passato il ‘myosotis’ della d’if edizioni (e dico qual è stato ché non so se sia ancora cotanto, non per diverso motivo che d’aver deciso di selezionarmi e addirittura un estratto pubblicare nell’antologia “Registro di Poesia 3”, facendo di me in cotal modo non dico un ‘poeta laureato’ ma almeno un ‘poeta registrato’); e perché ora, dopo un anno d’errabbondanza irretente un po’ per ogni dove, m’ha trovata dimora qui, in questo luogo che, per la burla del tempo che m’ossessiona e felicita, ha nome appunto di ‘dimora del tempo sospesa’, e mi perdoni francesco marotta questo che non è un refuso, ma mi piace dirla così, la dimora, e cioè sospesa, vuoi ché me la figuro retoricamente, vuoi ché lo spirto spiritello che m’abita errante mi porterà presto altrove – chi sa quando? chi sa dove?

    ciò detto, mi soffermerei sulle parole scritte da enzo a mo’ d’epigrafe:
    “Qualsiasi speculo degno di quest’appellativo e di identificarsi in siffatta marca deve connotarsi non solo nella restituzione dell’uguale, ma anche nell’amplificazione della differenza in cui decodificare e vanificare l’uguale, quella differenza che può permettere l’entrata in campo dell’ennesimo processo aporetico: la coesistenza del riconoscimento e del disconoscimento.”

    mai parole hanno avuta verità mendace di memoria profetica, e ne spiego la cagione: essendo indegno di specular per speculi, e tanto men degno d’identificarmici, decisi comunque di provarmi irragionevolmente a farlo attraverso lo spoglio degli spegli usati da dante nella commedia, oh, non proprio degli spegli, né degli specchi, che son ancora motivo di studj preparatorj, ma dello ‘specchio’ sì: lo specchio singolare che mi si pluralizzava nei varj frammenti a seconda dei punti di vista e di svista, là dove appunto mi riconoscevo o mi disconoscevo, o l’uno e l’altro insieme

    queste le concordanze dantesche:

    “e per leccar lo specchio di Narcisso [I, 30, 128]
    fossero in compagnia di quello specchio [II, 4, 62]
    Come quando da l’acqua o da lo specchio [II, 15, 16]
    e come specchio l’uno all’altro rende. [II, 15, 75]
    guizza dentro allo specchio vostra image, [II, 25, 26]
    Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno [II, 27, 103]
    s’io riguardava in lei, come specchio anco [II, 29, 69]
    Come in lo specchio il sol, non altrimenti [II, 31, 121]
    di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio [III, 15, 113]
    quale a raggio di sole specchio d’oro [III, 17, 123]
    quello specchio beato, e io gustava [III, 18, 2]
    la divina giustizia fa suo specchio [III, 19, 29]
    che ‘n questo specchio ti sarà parvente [III, 21, 18]
    come in lo specchio fiamma di doppiero [III, 28, 4]

    da cui le varie discordanze mie, ad amplificare l’impossibilità di restituire l’uguale, che nel caso non ha uguali, e la possibilità di renderne al contrario o al rovescio (proprio com’è la visione allo specchio) la differenza: tutto ciò per vanificarla e vanifarmi, tuttificando l’esemplare

    un caro saluto a tutti gli intervenuti, e uno carissimo a francesco, che so essere persona davvero speciale nonché poeta d’estrema raffinatezza

    teqnofobico chiocciola

  6. enzo ora non ho la testa per leggere il tuo scritto e i commenti che mi sembrano preziose guide al comprendere, posso salvre e stampare? così oggi nel pomeriggio io possa leggerlo? senza tua autorizzazione non mi permetterei.. con stima
    r.m.

  7. Con immenso interesse e curiosità ho letto questi tuoi scritti.
    L’inizio è la fine e così ogni parola vola tra dimensioni del tempo senza tempo e senza spazialità…Un volo infinito che rifarei in qualunque momento, tant’è che il tempo dei poeti non è scansione convenzionale terrena o umana, bensì stato extrasensoriale che si incunea nella vita. La vita non è scandita dal tempo, il tempo è dimensione scarna e tiranna solo per chi non han (o non sa trovare) tempo per vivere.
    Grazie di cuore. tiziana

  8. un turbine e-
    vento tanto vento
    che sperde in quell’immateriale
    corpo del cielo che si sfalda
    ae-
    reo d’ogni sillabazione e-
    voca la madre la paternità
    esaurita nella mattanza del pesce
    quella parola che scivola
    in un mare di altre sorelle
    il primo
    giorno di un’altra creazione.

    < Ciao Giovanni,ferni

  9. Flessuosità armoniosa che trascina in una spirale i concetti inseguiti del verbo e della realtà, rendendo arduo entrare nelle euritmiche e caleidoscopiche strofe grazie all’uso delle parole, di cui il poeta fa uso superlativo. Non esagero nel dire che la lirica coinvolge e trascina il lettore utilizzando la grande capacità di farlo entrare nel vortice pur non desiderandolo suo malgrado. E’ solo raggiungendo una maturità artistica tanto elevata che il gioco dei riflessi, dei rovesci e dei contrari così espresso, colma e magnifica l’unicità e la preziosità della lirica.

  10. Dico con sincerità che il mio primo approccio con il testo mi ha riempita di sorpresa. Mi sono trovata di fronte un testo poetico complesso, non usuale, che necessita di essere letto più volte per poter rilevare le tante sfumature lessicali, formali e di contenuto di cui è saturo. Bravo l’autore ma anche Enzo e Natalia nell’interpretarlo.

  11. (Sui versi di Giovanni Campi)
    Specchio rispecchia,
    in corrispondenza del cuore,
    risposte riposte
    in ombelico bellico
    di discordanze:
    cordone tesse ricordi tesi
    in nido di doni.
    Il dono inventa il perdono
    nel mentre la mente
    diventa l’immaginario.
    Dal riflesso dell’immagine
    il sé prende spunto
    per disegnare punti:
    segni irriflessi,
    spontanei,
    senza ponti
    in es-senza .
    ***
    Sulla questioni di differenza tra speculo e simulacro di cui parla Enzo Campi:
    Lo speculo, speculum, serve a vedere. Il riflesso fa vedere: non è copia intesa come imitazione ma abbondanza di visione. Il simulacro, simulacrum, non fa vedere l’oggetto. Esso non mostra affatto la sacralità, non è sacer esto, si può toccare. Ma proprio perciò non reale: è mera copia dell’oggetto che scarseggia della sua visibilità.

  12. Grazie a tutti gli intervenuti, soprattutto a quelli che commentano qui per la prima volta.

    Teq, il premio a cui hai partecipato è dedicato alla memoria di due miei grandi maestri. Ti ringrazio anche per questo: la nota ai testi mi ha riportato indietro di trent’anni, a un “amore” che non sarà mai cancellato.

    fm

  13. sai, caro francesco, quel che mi è mancata è stata la guida di qualche maestro: son rimasto scolaretto per questo, elementare elementare: anche a me donò una grande emozione il sapere che il premio fosse intitolato ai due grandi letterati, ma non solo tali, che hanno il nome di russo e mazzacurati: tra l’altro, nell’anno in cui decisi d’abbandonare la facoltà d’economia e commercio cui ero iscritto frequentai proprio il corso che tenne mazzacurati: era su gadda: una meraviglia: ho ancora un malloppone d’appunti nella mia ‘scarpiera’: li tirai fuori proprio in occasione del premio, nell’intenzione di offrirli a frasca e alfano, poi, vuoi per una mia innata timidezza, vuoi per la forte emozione di dover leggere un mio sonettaccio, vuoi perché dovetti fuggir via come un men che cenerentolo e non partecipare al rinfresco per rinfrescarmi un po’ le idee, me li tenni con me, salvo poi il fatto che mi decisi a scrivere direttamente a nietta caridei, la splendida editrice, per ringraziarla della serata (non so, stare a contatto con nomi della portata di ottonieri calandrone lo guercio florit madeccia policastro etc etc puoi immaginare bene cosa potesse significar in cuor mio e in testa altrettale) e per donare gli appunti attraverso lei, così com’erano, ad alfano: avevo saputo girovagando per la rete d’un suo interesse per la cosa, ma non ero riuscito a trovare un contatto che mi portasse direttamente a lui: non ebbi risposta alcuna…
    (carissimi auguri per l’altro giorno: sei davvero una persona fuori dal comune)
    teq

  14. “Maestro” non è una parola che uso facilmente, caro Carmine (mi fa paura la disinvoltura con cui oggi la “qualifica” viene attribuita a destra e a manca a delle figurine sbiadite e insignificanti), ma in questi casi è d’obbligo: basta pensare al vuoto che la loro assenza ha scavato in tutti coloro che li hanno conosciuti, e all’immmensa ricchezza morale e culturale di cui ti senti debitore nei loro confronti ogni qual volta li richiami alla mente.

    Penso che siamo nella palta che ci circonda anche perché persone di quello “stampo” sono sempre più rare, ormai quasi una razza estinta.

    Ciao, e grazie.

    fm

  15. oh, ma nemmanco io (che son giovanni e non carmine): forse son sembrato ‘disinvolto’, ma non lo ero affatto: anzi, ero più che involto, ero totalmente coinvolto nell’affermarne il valore, e quel che è valso per me quell’anno in cui mi s’avvincigliò il garbuglio da cui non districarmi mai più

  16. Scusami Giovanni (sono “fuori” pur stando dentro, e ultimamente mi succede sempre più spesso…): la disinvoltura non era certamente la tua.

    Spero che quel garbuglio non ti si disavvincigli mai più: nei momenti più impensati, è capace di regalare sempre nuovi spunti, nuove tracce da seguire: la magìa degli incontri che cambiano la vita, o che, molto più semplicemente, te la fanno conoscere e scoprire per la prima volta.

    fm

  17. la salverò

    il mio indirizzo è teqnofobico@libero.it

    vorrei donare a te quel ‘malloppone’ di cui dicevo prima, non appena il tempo mi permetterà di trasciverlo sul pc, sperando di farti cosa gradita

    con stima infinita, giò

  18. Non intervengo sul testo, ché non credo di poter aggiungere ancora qualcosa. Davvero molto particolare.

    Per il resto, mi consola sapere che anche l’autore dei sonetti senta la mancanza di un “maestro”.
    Luigi

  19. Una mia considerazione poetica sullo “specchio”

    “Era un autentico falsario
    conosceva a menadito
    i trucchi del mestiere.
    Pose la sua firma sul manoscritto
    ed io riconobbi nella sua mano
    la stessa mia mano
    che riproduceva
    la nostra calligrafia”

    Complimenti e saluti cari a tutti.

    Francesca

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