Tempo, materia e colore in Peter Flaccus

Rosa Pierno

Sperimentare è parola spuria, incrostata da sedimenti, scarti, ritagli e il percorso artistico di Peter Flaccus ne porta le tracce e i residui, essendo una vera e propria storia di continua ricerca. Ricerca che si palesa, ad esempio, nelle opere in cui la cera vergine è stesa sulla tavola lignea col suo colore naturale ed è attraversata da nastri della medesima materia in cui è stato aggiunto pigmento bianco e che incidono la superficie, la intersecano a vari livelli di profondità: quello che emerge prepotentemente è la sensazione di una superficie pressata, scavata, riempita, nel tentativo di dimostrare l’eccedenza di un’insopprimibile volumetria. Tali nastri portano con sé la connotazione del gesto, ma privo del concetto di casualità. In tale gesto, il tempo appare, anziché bruciato in un solo istante, come dilatato, quasi diluito.

La gara ingaggiata con la materia è gara che accetta a priori un risultato anche negativo: in queste opere la materia mostra una resistenza sovraumana, nonostante la cera sia materiale duttile, perché le varie fasi della lavorazione giocano tutte con l’imprevedibilità del procedimento. E l’artista si espone con coraggio anche al rischio di una prova malriuscita. La stratificazione, che vede il sovrapporsi di nastri colorati su una superficie di colore neutro, da cui vengono intrappolati come amebe in una vischiosa resina, determina la coesistenza di vari piani, tutti sempre leggibili, su cui segni galleggiano, si attraversano, si accavallano, giungendo da profondità intestine all’evidenza della coscienza. In questo senso, tecnica è ricerca e scoperta insieme.

Aggiungendo il colore come elemento in grado di stravolgere l’assetto formale, è possibile che si debba ricominciare daccapo. Bisogna rivalutare tutti gli elementi: colore, infatti, emerge e domina. E’ necessario trovare l’equilibrio in cui il colore non distolga l’attenzione dai bordi, dalla cornice, dalle distanze tra gli elementi. Il rapporto tra profondità e superficie, tra segno inciso e in rilievo, tra trasparenza e opacità, tra gesto e astrazione geometrica sono tutti temi affrontati in maniera affatto nuova da Flaccus. Tali elementi agiscono in un medesimo quadro e ivi si può seguire l’evoluzione dei loro rapporti. Il tempo è la dimensione principale del suo operare artistico. Il lento procedere necessario nella tecnica ad encausto pone l’artista sempre a un bivio, dinanzi a una riflessione sulle strade, anche casuali, che l’opera può prendere.

D’altronde, di tempo necessita anche il fruitore dinanzi a queste opere. Un quadro è un’opportunità di riflessione. Su ogni quadro bisogna sostare, scoprire, cercare. Nemmeno nella perlustrazione del nero si può scivolare velocemente: bagliori emanano, rendendolo vellutato e percorribile, vi si affonda come se si percorresse una vischiosa crema. Dal nero, con difficoltà, quasi come fosse una conquista, si giunge sul bordo della figura diversamente colorata.

E qui è necessario effettuare un altro inciso su una delle questioni basilari che la pittura di Flaccus pone: l’ambiguità. L’ambiguità non fine a se stessa, ma strumentale a quella forma di conoscenza che definiamo analogia e che è sottesa a tutti i campi dello scibile umano. L’opera di Peter Flaccus ci pone un quesito sul nostro intervento nella valutazione delle cose e in particolare sulla divisione artificiale tra forma e informale, tra figurazione e astrazione. Le forme che efflorano dal morbido lampeggiante nero si danno al nostro sguardo provocando plurime interpretazioni – corolle, galassie – quanto basta per farci rimanere penzoloni sul confine incerto dell’attribuzione e portare alla nostra attenzione non secondari quesiti. Come se all’improvviso fossimo stati catapultati nel regno di Alice nel paese delle meraviglie, quello che appariva come un floreale calice si trasforma in una macchina per invertire le nostre sensazioni spaziali. Dai frastagliati e variegati bordi della corolla veniamo risucchiati in uno spazio di avvolgente lattiginosa luce. Ove precipitiamo, eppure mentre siamo ancora e sempre su una tavola trattata ad encausto.

E, ancora, i grigi perlacei di setosa riflettanza dei fondi imprigionano collezioni di forme ambigue e morbide, evocanti movimenti di fascinose meduse, di forme organiche trascinate da correnti marine e contemporaneamente fissate in una resina fossile. Come in una sospensione, dette forme galleggiano, quasi prive di legame o di relazione l’una con l’altra. Le differenti distanze a cui sembrano fissate, pur se colte nella loro fase di espansione, le rendono estranee l’una all’altra. A penetrare in tali sfiatatoi, bolle di vetro da cui emana una fiamma incandescente che promette un interno senza fondo, si può restare per qualche istante a percolare sulla superficie tramata di venature in cui parrebbe vedere scorrere clorofilla: fiori galattici o mostruosi che rendono l’ambiguità quasi un delirio. L’ambiguità diviene, ben presto, elemento predominante, motore che avvia la proliferazione di senso, che afferra la nostra capacità di coinvolgimento. Essa è, infatti, ineliminabile. Un mondo mai immobile e mai definito è quello che Peter Flaccus abita e sul quale indirizza il nostro sguardo.

 

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