Realtà vince il sogno

Carlo Betocchi

Realtà vince il sogno. La poesia “solitaria” di Carlo Betocchi.

Si propone la lettura, e magari la riscoperta, di un poeta ai margini della letteratura del ‘900, eppure tutt’altro che marginale. Erede dell’ermetismo, Carlo Betocchi è stato una voce solitaria ma non isolata nell’oceano poetico italiano. Betocchi si è distinto per originalità d’ispirazione. Singolare combinazione di potenza visionaria (Campana, Rimbaud) e realismo (Realtà vince il sogno), di soluzioni di matrice classica (Pascoli) e oggettiva rappresentazione della realtà, la sua poesia preannuncia la fuoriuscita dal Novecento. La sua “rinuncia alla cantabilità” è legata alla religiosa ricerca del “silenzio” quale “requie del canto che non serve più”. Lontano da sperimentalismi e neo-avanguardie, Betocchi percorre un cammino personale poetico (e anche spirituale) che porta “faccia a faccia con la vita e con i suoi confini”. “Ho smesso di credere scandalizzato da quell’essere consolato da solo (nella fede) (…)”, scrive Betocchi a David Maria Turoldo. Lo scandalo sta in questa ricerca solitaria della salvezza, dell’uscita dal dolore. E’ l’eterno urlo di Giobbe. Eterno, eppure attualissimo. Amico di Caproni e Pasolini, fu un fertile promotore di cultura, tra i fondatori della rivista fiorentina Frontespizio, dalla quale furono scoperti poeti come Vittorio Sereni. Buona lettura. (Pasquale Vitagliano)

 

Testi

 

ALLA CHIESA DI FROSINONE

Il tuo orologio suona ogni quarto,
ogni quarto ricorda: – il tempo passa;
ogni quarto con tocchi argentini
e l’ore con cupi tocchi. E sembra

che siamo soli noi due, io e il tempo.
E sembra non ci sia carità; che il mondo
sia un’arida clessidra, e noi come sabbia
che, dentro, vi scivoliamo. E sembra,

il mondo, non altro che suono. Se non avessi
l’anima, e non fossi quasi un uccello
che batte l’ali fuor di palude, tu, tempo,
m’inganneresti. E tu, antica abside
che questi di Frosinone han lasciata
piena di crepe, o come nella tua polvere,
colpa, m’avvolgeresti. Ma la mia anima
prega sugli orizzonti senza suono,

di là dai lidi sabbiosi, dov’è andata
mia madre: di tra le ciglia della vita
che palpitano. Come di bambina che si ridesta,
la mia anima prega per ciò che muore.

 

A CUCI E SCUCI

Alla pari di me, tetto avvampato dal caldo,
e dei miei limiti brevi, e breve percorso,
tu tra la doccia ed il culmine, irsuto mio tetto,
lento t’arrampichi, persisti, resti: e lasci
che parli il cielo, di là da te, per te.

Poi, quando l’ora scottante trapassa, sopra
le buie parole ed il tanfo della solita
vita che tu proteggi, respiri quel poco
che ti dà pace. Questo tu esprimi col tuo
silenzio. Vorrei che così fossero i miei versi.

 

IL VECCHIO: STRAVAGANZE, SVENTURA; DESTINO II

Ed è così che nella mia sventura
scoppia un umore crudo, un cupo fuoco
di dolore in rivolta, un acre riso,
che s’impanca al mio desco desolato
come un’altra persona, o forse un altro
me stesso, e che di lì straparla
con la mia bocca, mentr’io mi guardo
intorno, e vedo altri occhi che mi guardano;
anzi mi vedo in una siepe d’occhi
dementi di dolore che insieme ai miei
domandano alla sventura, vestita
com’è di quegli stracci: – Capitano,
o falso capitano, dov’è che ci porti?

 

ALLA RESA DEI CONTI

NON IO

Non mi lamento, ma il cuore lacerato
dalla piaga cui è grazia il suo stesso sapere
che il proprio destino è quel vocìo che resta
inespresso; e che l’innumere caso travolge
nel suo, e in quest’atto l’unisce al mio caso
che non vuole la propria salvezza da solo.

 

ROVINE

Non è vero che hanno distrutto
le case, non è vero:
solo è vero in quel muro diruto
l’avanzarsi del cielo
a piene mani, a pieno petto,
dove ignoti sognarono,
o vivendo sognare credettero,
quelli che son spariti…
Ora spetta all’ombra spezzata
il gioco d’altri tempi,
sopra i muri, nell’alba assolata,
imitarne gli incerti…
e nel vuoto alla rondine che passa.

 

LE RONDINI

Le rondini, bei cerchi della vita,
intatti e non vissuti,
senza che il tempo azzurro li soverchi,
son tempi in cui non vige una misura
sommersi dentro un suono di campane
che li innalza e li abbassa,
che forano e trapassano,
per ritornare fertili di vita
e privi di ricordi, a l’onda antica

 

ORA AD ALTRE SPERANZE

Ora ad altre speranze ecco si leva
non veduta la luna
e il cieco sguardo mio di cruna in cruna
delle finestre mena
come a spente farfalle,
ed alle assurde mura
trasumanate come aperta valle
da un riflesso di luna.
E le attese e gli eventi
nell’alzato mio volto errano un poco
sostando e dubitando eguali al fioco
sospirare dei venti,
e in me è tutt’uno
l’animo e questo moto, incerto e bruno.

 

DELLA SOLITUDINE

Io non ho bisogno
che di te, solitudine;
alta, solenne, immortale,
dove piú nulla è sogno.
In questo deserto
attendo l’implacabile
venuta d’un’acqua viva
perché mi faccia a me certo.
Se trionfa il sole
o la luna impassibile
il loro lume fluisce
come vuole nel mio cuore.
E godo la terra
bruna, e l’indistruttibile
certezza delle sue cose
già nel mio cuore si serra:
e intendo che vita
è questa, e profondissima
luce irraggio sotto i cieli
colmi di pietà infinita.

 

ALBA ED ARANCI

Spicca l’arancia all’alba
e bevi il succo:
io guardo il cielo, dove la ramaglia
si slancia, a frusto a frusto.
E avremo un’altra infanzia
che si smaglia
da quell’azzurro, lenta;
precipita l’arancia
dal sole alle tue mani,
e dai lontani
giardini, ove un inverno
caldo sorveglia i mari.

 

A SE STESSO

Il sonno, quel sonno che fu, che torna
a insidiarti e ti nega la luce,
recede dove non sei, avanza dove
non sarai, la tua negazione
la tua presenza che si attorcono
su per la pianta dell’esistere,
quel silenzio del sonno, quella
parola che non osava di dirsi
e in te giaceva, giacerà, sarà
il tuo naturale, vita come morte,
morte come vita, abbracciata all’eterno.

Non ho più che lo stento di una vita
che sta passando, e perduto il suo fiore
mette spine e non foglie, e a malapena
respira. Eppure, senza acredine.
C’è quell’amore nascosto in me,
quanto più miserevole pudico,
quel sentore di terra, che resiste,
come nei campi spogli: una ricchezza
creata, non mia, inestinguibile.
Nemmeno più coltivabile, forse, ma vera
esistenza; così come pare sperduta
nel cosmo, con la sua gravità, le sue leggi,
il suo magnetismo morente, che lo Spirito
non dimentica, anzi numera.
Non guardatemi, che son vecchio,
ma nel mio mutismo pietroso ascoltate
come gorgheggia, com’è fiero l’amore.

 

A QUEST’ETA’

A quest’età la vita che rallenta
si riveste di una grossa corteccia
entro la quale l’anima è non meno
tenera, ma soltanto più solitaria.
Ivi la vita sente e ripensa se stessa
con i medesimi palpiti; ma la dolce
fruizione dei sensi per lei va perdendosi
come in un torbido specchio le immagini.

***

7 pensieri riguardo “Realtà vince il sogno”

  1. Il grande poeta friulano Amedeo Giacomini (uno che, sì, aveva letto davvero tutti i libri…) ci ripeteva sempre che Sbarbaro è stato il più grande poeta del Novecento italiano. Allora la cosa ci lasciava perplessi, pur riconoscendo l’immensa grandezza di questo autore. Ma con il passare degli anni…

  2. Scusate, mi è saltato un pezzo mentre postavo il mio commento. Volevo solo aggiungere che, assieme a Sbarbaro, molti come Betocchi sono gli autori in attesa di veder riconosciuto il loro lavoro: Fortini, Scataglini, Noventa e tanti altri molto più importanti di quanto ancora oggi si voglia ammettere…

  3. se realtà vince il sogno queste poesie sono come rovine ma
    “Non è vero che hanno distrutto/
    le case, non è vero:/”
    o aleggiano queste pagine spioventi sulle rovine dei giorni che fanno tutta una vita sospesa tra terra e cielo mi piace immaginare come un tetto senza mura
    “che sta passando, e perduto il suo fiore/
    mette spine e non foglie, e a malapena/
    respira…”
    Thank you very grazie

  4. “A CUCI E SCUCI” è il testo che maggiormente mi attrae: il tetto silenzioso come metafora dei versi e del poeta mi sembra veramente originale e poi… le numerose allitterazioni che si rincorrono dettando il ritmo alle parole…vibrano ai nostri orecchi come tegole mosse dal vento della poesia e risuonanti di un significato nuovo: il tetto come limite, come confine.

    Grazie per la proposta,

    Rosaria Di Donato

  5. Betocchi è un maestro, un grandissimo maestro e poeta, uno, putroppo, di quelli che ci fa rimpiangere il Novecento (poetico e letterario) e dire che poeti di tale spessore oggi non ci sono più. L’ho amato sin da adolescente ed ogni tanto lo rileggo sempre con emozione ed entusiasmo!Grazie per l’omaggio.

    Un caro saluto

  6. Mi perdonerà Francesco se ,dopo aver letto questi splendidi testi, non ho potuto non pensare alla mia “madre di parole”, la poetessa Gilda Trisolini che mi parlava spesso della sua amicizia con Carlo Betocchi col quale ha avuto una fitta corrispondenza. Betocchi ha curato la prefazione di alcune sue raccolte poetiche e Gilda a lui ha dedicato la sua Opera Omnia ” La vita divisa”.
    Dal volume “Il tempo rallentato” a cura del Rhegium Julii, R.C. 1995, trascrivo una poesia di Gilda e uno stralcio di una lettera del 14 giugno 1965 indirizzata all’amica poetessa .

    A Carlo Betocchi

    Ho imparato da te
    a ragionare della morte
    non più assurdo silenzio
    ma notturna
    soluzione di attimi
    e di spoglie di tempo
    in altro tempo.
    Mi resta il cuore delle tue parole
    tra un battito e l’altro
    e quel Dio dagli occhi di fiordaliso
    che rincorrevi nei campi
    in mezzo al grano.
    ” Un passo, ancora un passo ”
    e ci ritroveremo
    e il discorso ritornerà piano
    da questi poveri silenzi.

    Gilda Trisolini

    “…c’è una civiltà autentica in queste poesie ( Il disagio della parola ) :
    della più pura intellinza mediterranea, solitaria ed eterna…”

    Carlo Betocchi

    A Francesco e Pasquale un sentito grazie.
    jolanda

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