Non è ancora l’addio

Leone D’Ambrosio

Hai spento la luce
e chiuso la porta di casa,
ma non andartene via.

Non è ancora l’addio è una raccolta di cinquantasei brevi poesie che ruotano intorno al padre e al dolore bruciante della sua morte, in una sorta di controcampo con la vita trascorsa insieme. Perché già dai primi versi si disegna, attraverso le parole del figlio, l’intenso rapporto che li lega, nitido come può diventare solo al momento della separazione. Quando di colpo (anche se è una morte annunciata) il distacco diventa irreversibile e non ci sarà mai più un “insieme”, ma solo un “prima” e un “dopo”. Come è accaduto ad Orfeo e Euridice, mentre le loro voci si allontanavano fino a perdersi in un’eco indistinta. (Rosetta Loy)

Tutto, in Non è ancora l’addio, vive nell’intermittenza dominata da una direttrice intellettuale: la voce della morte. Voce della morte che non è, qui, un’ossessione ma piuttosto una misura di consapevolezza, nel rapporto e nel colloquio costante con l’ombra del padre. E la meditazione sul morire ha, sia pure nell’ottica in sospensione del mistero alle porte del cielo, una sua attuazione del tutto particolare: è sostanza stessa della visione e del tessuto poetico. Fa quasi da cerchio entro i cui limiti l’autore raccoglie e rappresenta, proprio sullo specchio della realtà finale, il suo giudizio sulla vita e sul mondo. Un giudizio aperto e in cui la luce non è affatto perdente rispetto al buio. Giudizio che è l’anima stessa di Non è ancora l’addio, ma non tanto in senso etico, quanto liricamente come cifra melodica: quella musica che è la scansione lieve di questi versi intensi e coinvolgenti. (Paolo Ruffilli)

 

Leone D’Ambrosio, Non è ancora l’addio, prefazione di Rosetta Loy, postfazione di Paolo Ruffilli, Roma, Azimut, “Alea”, 2009.

 

Testi

 

NON È ANCORA L’ADDIO

Non chiudere gli occhi
non è ancora l’addio,
conterò le ore
che mancano al tuo saluto.
Non domandarmi
dove alloggia il dolore,
ti risponderei
che è nel sonno più vivo.
L’inverno ha una porta chiusa
e il giorno breve
non sa contenere
i miei passi
che rimandano la tua morte
a domani.

 

PER NON LASCIARTI MORIRE

Il dolore ha una porta lontana,
inastano un grido i tuoi occhi
al cielo che non ti risponde.
Cattiva è allora la notizia,
la mia casa è orfana
si riempie di miseria la sera
e più preziosa è l’occasione
per non lasciarti morire.

 

LA LUNA DEL MIO PAESE

Non cammina la luna del mio paese
e un ritorno forzato io ho fatto
alla cimasa del tuo guanciale.
Saperti vivo è dono inaspettato
per quegli occhi ancora chiusi.
Nel mio petto sopravvive
la tua febbre perpetua
ché non sia l’addio più certo
al tempo che rimane.

 

UN SOFFIO SENZA AFFANNO

Ricordati di portare le scarpe comode,
un fazzoletto con tutte le paure,
il libretto della pensione
e tre confetti di mandorle,
quelle del nostro vecchio albero.
Sarà lungo il cammino fin sotto il cielo
e meno del fischio festoso dell’usignolo.
La morte è un pensiero di sera,
un soffio senza affanno.

 

PIÙ DI UNA VITA

Ho carezzato i tuoi piedi
e le braccia magre di morte
per nascondermi innanzi a te.
Mi chiedi di restare con il dolore
e condividere ogni desinenza
dei nostri nomi augurali.
Il quieto disordine
quando tornerà al cielo
avrà un ramo carico di frutti
per lasciarci più di una vita.

 

ASPRO È IL LUME DELLE LAMPARE

Aspro è il lume delle lampare
e i pesci seminano guizzi d’argento
perché sia più lucroso il tesoro.
Che resterà di te adesso
se quella pietra scabra
porta il tuo nome
piuttosto d’un altro.
Ma tu non essere avaro
d’un abbraccio sommesso
quando tutto finisce.

 

MIO PADRE SAPEVA LEGGERE LA PIOGGIA

Mio padre sapeva leggere la pioggia
guardando le nuvole venturose
da una impalcatura di ferro.
Il suo letto è una quercia, ora
e non dice più che quella ferita gli duole.
La stanza ha le persiane socchiuse
e il mare segna un passaggio per il cielo.
Non s’affaccia più senza il mio braccio
e la domenica di mia madre
si chiude nelle maglie di un uncinetto.

 

D’EGUALE MISURA

Eri voce al mio orecchio
quando il dolore incanutito
tornò nella casa natale.
Venne senza avvisarci
l’ora del convito
e tu avresti voluto
occhi d’insonnia
per non invecchiare.
Dio non fa sconto
e la mano che t’aspetta
è un abbraccio
d’eguale misura.

 

LA CREPA NELLA SCORZA

Non una radice festosa
né matura il frutto
il cambio di stagione,
è la crepa nella scorza
che più lo consuma.
E tu, sei come quell’albero,
arso dal fuoco
di una mano improvvisa.
Ti tengo con fatica
nel cuore che fa morte
mentre il ramo perduto
è croce dove vivi.

 

UN SOFFIO DIETRO LE SPALLE

L’angelo oscuro è venuto
con un soffio dietro le spalle,
mansueto è il lutto stipato
nel frutto maturo.
Odorosa è l’aria dei campi
e tu creatura alla macchia
in questa dimora saputa
cerchi un nascondiglio
per non farti trovare.

 

LA PORTA SOCCHIUSA

Il lucore mattutino
è ape limosa di miele.
Viene a consolarmi il mare
che dalla tua finestra
mai se n’è andato.
La porta socchiusa
e la luce accesa
voglio lasciarti adesso,
anche se tu non tornerai.

 

LA CASA È ORMAI DISABITATA

Bisogna avere più di un’anima
per capire la tua partenza
e il chiacchierio di rondinelle
strette nel volo a te solo.
Quale rumore ha l’ignoto
se sotto questo cielo diruto
la casa è ormai disabitata
e l’estraneo non bussa
se ti viene a cercare.

 

***

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6 pensieri su “Non è ancora l’addio”

  1. “Bisogna avere più di un’anima
    per capire la tua partenza”

    Poesie che commuovono, dicono il dolore potente della perdita ultima.

  2. Quando leggo poesie come queste, penso che esistono i morti e non la morte
    (o al più, semmai: “La morte è un pensiero di sera,/un soffio senza affanno.”)

    Questo, per es., mi viene incontro iin quella gran bella poesia che è “MIO PADRE SAPEVA LEGGERE LA PIOGGIA”, dove fin già dal titolo, si parla di un “sapere” attraversare i flussi “venturosi”
    (non solo quelli naturali, ma anche quelli di una ventura umana)
    pure costretto a (o da) un’ “impalcatura di ferro” (e viene in mente una voliera)
    il letto di quercia, la persiana, il mare
    viene in mente Odisseo-tutti-nessuno
    con la madre, ora che la rete più non tiene, che “si chiude nelle maglie di un uncinetto”.

    ciao

  3. E’ un piacere ritrovare qui un autore che amo moltissimo e che attorno alla sua poesia fatta di forti verità emozionali tesse da sempre una raffinata ricerca linguistica che si traduce in ‘aurea semplicità’ di tipo classico e in grande compostezza formale.

    Sempre esplicito, forte ed evidente nell’opera di Leone D’Ambrosio, il legame con i paesaggi del sud e del Mediterraneo, con i luoghi attraversati, vissuti, ricordati e immortalati in una mappa fatta di albe e profumo di limoni, di fuoco e vulcani, di vento e cenere, di desiderio e distanza, di presenze e assenze, di muri bianchi raschiati e disseccati come pagine di intonaco ‘scritto’ dalla luce.

    “Non è ancora l’addio” rielabora nella scrittura il senso di perdita, la psicologia del lutto, l’accendersi del fuoco del dolore e dell’assenza, ma è anche la celebrazione, nella memoria, di un amore filiale importante, intenso, tenero che porta a dover chiamare in causa “molte anime” per comprendere l’assenza che non potrà mai più essere colmata.

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