L’azzardo totale

Marco Ercolani

“mettendo fine
ubiquamente di nuovo
allo stanco vocabolario
del mondo”

 

L’azzardo totale

«Penso/ alle strade di città, alle fonde/ piazze dei morti vuoti e scordati». I versi finali di Guardando uno sconosciuto dopo aver letto un fatto di cronaca sono emblematici della poetica di Cristina Annino. Si può dire che un soffio squassante e tragico percorra la lingua italiana con una sprezzatura affine solo alla poesia di Amelia Rosselli. «Dietro le sue imposte / chiuse l’uomo-soldato uccide forse e marcia / sui morti. Tutto è fermo, bianco e vorace». Niente lascia pensare all’esistenza anche vaga o remota di un io lirico. «Penso / a tanti casi ancora, altri morti in fila, / piccoli, storti e rigidi come birilli o dadi». Annino, fin da questa poesia, pubblicata in Ritratto di un amico paziente (1977), chiama il lettore a misurarsi con la sua voce, «tagliando a fette il reale e l’immaginario stereotipati, togliendo loro assolutezza, per gettarli appunto nel caos fecondo della lingua» (Guglielmin). Ora questo caos ci è finalmente visibile nella sua interezza grazie al bel libro antologico, Magnificat, poesie 1949-2009, a cura di Luca Benassi e Stefano Guglielmin (Puntoacapo editore, 2009), che raccoglie testi di Annino tratti da Non me lo dire, non posso crederci, Ritratto di un amico paziente, Il cane dei miracoli, L’udito cronico, Madrid, Gemello carnivoro, Casa d’aquila fino a Magnificat, che da’ il titolo al volume. Tutti libri, escluso l’inedito Magnificat, introvabili e dispersi in piccole case editrici (unica eccezione Einaudi), come accade alla maggior parte della poesia italiana contemporanea, presente meno nelle librerie che nelle personali biblioteche dei poeti.
Magnificat, corredato anche da una bibliografia essenziale, dai saggi introduttivi dei curatori e da un’antologia della critica, colma questo vuoto e tratteggia il primo ritratto di un poeta, a mio giudizio, unico, per carattere e per potenza, nella poesia italiana degli ultimi trent’anni. Dico poeta perché la distinzione maschile-femminile, per Annino, si sgretola per costruire/decostruire uno spigoloso e scabro “io a più voci” che, con feroce ironia, giustizia i luoghi comuni del linguaggio poetico ed esplode in “azioni” poetiche concitate e iperboliche. Annino trasfigura e sfigura la parola, trapassandola come il suo corpo e la sua mente sono trapassati da una lingua percussiva, beffarda, informale. Ascoltiamola: «Follia, mia / madre folle e magra tra due / euforie da cui nacqui: mi fece / stendere i piedi. Fluidamente tutto già / scritto. Ho spalle / di tritato aglio più àncora di / salvezza ch’è dolore guardiano. Quando / lei ride, chi vive più di me, che ho / il biglietto di via per lo spazio?». Si potrebbe cadere nell’inganno proposto da questo linguaggio così urticante e alieno e, a una prima superficiale lettura, giudicare questa poesia enigmatica. Nulla di più lontano dal vero. L’enigma, se di enigma si tratta, è dentro una percezione che oltrepassa le soglie del pensare e vuole tradursi velocemente in lingua prensile, vibratile, utile a dire il magma da cui nasce. Così continua la poesia, dal titolo Lina: «Lì scrivo / e cancello, in lei sono / a due gambe, respiro. Vivo / doppiamente, com’un gemello carnivoro. / Non ho altro / scoppio nell’aldiquà che questo / tornarle addosso, essendo io il suo / io primitivo».

Chi legge la poesia di Annino si sente spiazzato nella sua attesa di cantabilità della parola. Cristina tende non a frantumare la lingua ma a sottrarle quella sonorità che ne fa oggetto rituale, prevedibile, leggibile. Le basta un a capo brusco, un’analogia surreale, un’inversione di senso, e subito il lettore si trova a navigare tra le parole senza nessuna boa a salvarlo, annaspando. Sta a lui cercare un nuovo senso, nascoto fra disfonie e distonie.
Annino privilegia l’azzardo, il rischio totale che il poeta gioca con la lingua e con il mondo. Questa poesia restituisce al lettore non lo spazio angusto di un io lirico che intona canzonette ad alcuni sentimenti codificati e astratti ma lo spazio un io-arcipelago, molteplice e vorticoso, che si getta a capofitto nel mondo delle sue percezioni, destrutturando i significati abituali, il current langage, con un atto di permanente eresia, da poeta mai complice della lingua che usa.
Sono espressive in questo senso le parole di Char: «Oh il nuovo soffio di chi vide una scintilla solitaria penetrare l’incavo del giorno! Bisogna reimparare a battere la selce all’alba, e opporsi così al flusso delle parole. Solo le parole che amano, le parole di materia e di vendetta, solo quelle, ritornate selce. La loro vibrazione, inchiodata alle finestre delle case». Scrive Annino, quasi a rispondergli: «Allora incendia / con la parola e lascia / i nervi al coperto; poi apri l’astuccio con / calma, appena / senti nell’aria la fionda di qualunque / cosa. Se ti / volti, termina l’ascesa. / È il costo / di nervi puri».
L’inconscio – i “nervi puri” – non è il magazzino inerte di pulsioni rimosse dalla ragione ma il sordo subbuglio di energie tradotte in scarti e disarticolazioni della scrittura, in una costante esasperazione della coscienza creativa che sfugge dal proprio io “psichico” per “mangiarsi” il mondo. Il poeta, come afferma Hölderlin e come dimostra Matte-Blanco, un equilibrio costante e irregolare fra pathos e precisione. «Devo apprendere il rapporto vivente della poesia, l’alternanza reciproca dei toni, la tensione fra pathos e precisione» (Hölderlin).
Questa tensione, ossessiva e intensiva, è di Annino. Il suo mondo è impetuosa ispirazione, irrimediabile possessione di un non-capire che è pulsare delle “percezioni”. I sistemi logici del linguaggio non infrangeranno questa obbedienza alla passione poetica: saranno solo momenti di una circolazione non ortodossa del sapere. La poesia, come tumulto informale, si colloca al di là di ogni giustificazione clinica o semantica o filosofica. È, fin dall’inizio, momento estremo, domanda che provoca, dubbio metodico.
Per inventare non basta “fare” poesie, quadri, sculture. Questo atto di accumulo – questa arte del “porre” – conduce alla sazietà e all’inflazione dell’io. È il canto di Orfeo che soggioga la natura, i venti, i fiumi, gli uccelli. Ma, dopo il viaggio agli inferi, Orfeo sarà sbranato dalle Baccanti. All’inflazione del maschile – creazione come razionale accumulo di forme – risponde un femminile dilaniante – l’inconscio come forza primigenia, informale, violenta. Ma questo “femminile” si trasforma ancòra in “maschile” beffardo e provocatore, che mette in circolo l’eco di quella inespressa violenza, fedele-infedele sismografo delle sue voci.

L’arte di Annino è arte del “levare”. L’artista si fa soggetto dell’oggetto che lo pervade e con la propria voce da’ forma all’informe. Fa trapelare l’oggetto, senza annientarlo con proiezioni personali, ma innescandolo in cortocircuiti di metafore. La metafora, perenne irrealizzazione e inappagamento del mondo, allontana l’uomo dal possesso esatto di una cosa per portarlo oltre di essa, rendendo trasparente la cosa stessa, ma poi ritornando ad essa dopo l’esperienza del distacco, del lutto. Opposta al delirio, che concretizza l’immaginazione, la metafora dinamizza il reale. Della cosa inerte – senza arte – fa ars vivente, diabolica, veloce, disperata, felice. Se dalla parte della volontà creativa abbiamo geometrizzazione, bellezza, semplificazione, sintesi, chiarezza, precisione, volontà della forma, dalla parte dell’oggetto creato abbiamo le qualità della materia – informità, oscurità, indefinibilità, disordine, complessità, abisso, resistenza alla forma. Di questa resistenza Annino è interprete magistrale e imprevedibile, costruendo le scene impossibili di un “romanzo” surreale/iperreale degli eventi. «Ma tanto / non avranno mai il mondo: è degli altri. Occupato. Lui / glielo grida sempre, e io l’ascolto. M’appoggio all’armadio».
Char scrive, ancora: «Casa mentale. Dobbiamo occupare tutte le stanze, le sane come le malate, e quelle ariose, con la conoscenza prismatica delle differenze».
Quelle stanze, Cristina le occupa con la frenesia e la potenza di un io iperbolico, grottesco, sulfureo – occhio bunueliano spalancato negli eventi, staffilata beffarda a ogni intimismo crepuscolare. Annino, «mettendo fine / ubiquamente di nuovo / allo stanco vocabolario / del mondo» si comporta da dio trickster e buffone, che fa della lingua poetica un campo di battaglie violente e ricompone/scompone pezzi di mondo e di io con una «musica più sorda, più crudele, direi, certo non accattivante, risultato di un incrocio di componenti surrealistiche, espressionistiche e neodada, pur senza nessuna tentazione di accademismo avanguardistico» (Lunetta).
Il poeta spalanca le stanze permettendo alle parole di agitarsi dentro un vento che è vortice, agitarsi nudo contro i cadaveri del linguaggio e del mondo, spappolando ogni connivenza con la menzogna e il dèja-vu del linguaggio e del mondo con il bisturi/rasoio della lingua, usando «non parole aeree o sognanti, ma camion di strada e spazzature di bicamere con servizio» (Pagliarani). Il bisturi del chirurgo sutura, il rasoio del killer squarcia, ma entrambi sono lame affilate. I versi di Francesco Marotta: «Mutilata la mano da una lama / d’inchiostro / che trema sul foglio» fanno da controcanto alla mia riflessione. La disinvolta action poetry di Cristina non ricorda tanto il coloratissimo dripping pollockiano ma è piuttosto una forma di convulsa elettricità verbale, di alea stranita, di azzardo drammatico, di irritata invettiva filosofica, dove l’ebbrezza dell’energia verbale svela la tragicommedia dell’esistere. «Eccoli qui, di / ritorno al muro, i nomi / nuovi della mente. Tale, / la differenza – dico, e poi basta – in / questo zero Gran Proverbio ch’è / il Mondo».

***

21 pensieri su “L’azzardo totale”

  1. Grazie Francesco per aver ospitato questa recensione di Marco Ercolani, splendida per suo merito critico, e a te per l’intelligenza attenta di grande poeta e anfitrione. Grazie ad entrambi e a chi vorrà testimoniare della lettura.
    Cristina.

  2. Ho avuto modo di parlare di “Magnificat” recentemente e di dire alcune cose sulla poesia di Annino che mi stava a cuore dire. Più passa il tempo e più in certi autori e in certi libri trovo l’essenza stessa della nostra libertà. La voce di Cristina Annino mi è cara per molti motivi, ma più di tutto perchè ha il coraggio della propria unicità fino in fondo.
    Un saluto.

  3. Grazie a Marco Ercolani per lo splendido intervento e a Francesco Marotta per averlo ospitato. Ripagate la fatica di una curatela di un libro del quale – ritengo – si sentiva estremo bisogno. Un caro saluto. Luca Benassi

  4. Annino continua a essere (nel senso di agire) come acqua impietosa che taglia ogni illusione e ci porta in un corpo a corpo con l’inferno in cui siamo. Ma ci offre anche, con quest’acqua, la magia di una soglia di apertura, da cui ulisse deve di nuovo e sempre ripartire. La misura col tragico della nostra esistenza non è abbandono pavido ma è l’unico modo per inventare possibili uscite e rinascite. Questo il senso, interminabile, della sua scrittura. Continua, Cristina, a martellare l’oblio in cui siamo spinti, a sbattere porte e finestre della “casa sospesa” che custodiamo, e a non farci rinchiudere in una forma o l’altra di accademismo (compreso quello avanguardistico, come dice Mario Lunetta, opportunamente ricordato nel bell’articolo di Ercolani), non per volare via ma per essere meglio presenti qui e ora. Parafrasando Antonio Porta, i versi devono servirci – intendeva e intendo, quelli che ci fanno sentire più vivi -, noi non vogliamo servire i versi.

  5. Lode e riconoscenza ad un grande poeta, come Cristina Annino, per averci donato, da sempre, la (sua) voce come pegno della indicibile- dicibilità nel verso del vivere. Essa gli dà il suo soffio vitale, lo restituisce nel magma eleggibile a “una esatta dizione del mondo” come ebbi a scriverne, dedicandolo, a lei e aFranco Fortini, nelle ritrovate mani di Marie Jenne, comunarda, cui Rimbaud si ispira..altro autore cui pensare per indagare certe sue possibili connessioni nelle tradizioni del moderno, tante!
    Maria Pia Quintavalla

  6. Grazie per gli interventi intelligenti di Adam Vaccaro, Luca Benassi, Mariapia Quintavalla, che fanno sentire necessario perché compreso, un libro. Cosa non da poco! Quindi li ringrazio, non come amici soltanto, ma come lettori-testimoni di un lavoro. Anche se, meritatamente, Marco Ercolani è uno splendido canale di “senso”.
    Cristina.

  7. Mi faccio vivo anch’io, solo per ringraziare gli amici intervenuti. Credo che Cristina solleciti molto l’attenzione critica non canonica alla sua poesia proprio per le qualità sottolineate, per il suo corpo a corpo con la lingua che diventa una “nuova dizione del mondo”. Con altri metodi, Sanguineti ha cercato/cerca di fare qualcosa di simile nel linguaggio poetico, e magari ci riesce. Ma invito i lettori e gli amici a percepire la differenza tra un progetto intellettuale manieristico, di raffinata e statica intelligenza, con quello che è un impatto violento, tragico e sovversivo con le forze del linguaggio (vedi appunto C.A.), che continua a proporre aperture e inizi, non chiusure e fini.
    Marco Ercolani

  8. “un io-arcipelago”: già.
    quando si legge la Annino non ci asterischi che tengano.
    il panorama è sì ricco e variabile, come il clima. di mite c’è forse una strana certezza – strana e insolita – quella dello stupore. sarà che il suo scrivere stesso non smette mai di stupire il senso, le parole che si animano e dunque accavallano – è un tumulto – una rivincita. e tutto il non sapere cosa aggiungere, dato che come dice Ercolani, è stato tolto, reso libero e pure corroso – ridato al mondo.
    ciao,
    giampaolo

  9. da parte mia, vorrei sottolineare il lavoro d’indagine sulla grande poesia italiana contemporanea che Marco Ercolani sta facendo da anni. E il suo coraggio a postare una recensione, che potrebbe apparire sulle più autorevoli riviste, in questo blog, a testimoniare l’importanza di quest’ultimo e, più in generale, che la critica e la poesia in rete sono una realtà finalmente consolidata e non più un’anticamera di decantazione preliminare.

    Quanto scrive su Cristina Annino lo condivido pienamente: “soffio suquassante e tragico”, vento di bufera che scarta di lato, come i bisonti nella canzone di De Gregori. E poi l’ironia sulfurea, l’inconscio che taglia in due il reale, che amplifica la forza del vedere. E ancora: il canto spezzato, che si posa sullo spigolo dove ombra e luce dipartono.

    la poesia è coralità, lo si capisce quando si entra qui.

  10. molto acuta e opportuna questa lettura critica di Marco Ercolani, con diversi spunti da ripensare, non ultimo quello espresso nel commento, sulla differenza tra “progetto” e “impatto” nella scrittura. di Cristina Annino conosco e comprendo questo: ricerca di un quadro limpido (la “precisione”), l’ordine, e poi gli ordigni e farli brillare per bene, e poi di nuovo. poiché qui la vita, corporea mentale esistenziale cartacea che sia, supera anche il progetto. la scrittura di Annino non rimane mai inchiodata al tragico, non ne fa un manifesto, pur non uscendone definitivamente: lo esperisce, ovviamente nel modo suo tipico e solo suo (e un “modo” accade soltanto quando l’esperienza è autentica), costantemente lo supera e vi ritorna. allora, come è già stato detto e meglio di quanto faccia io, la parola è fecondata, sbrana, trasfigura. bellissima scrittura, sempre.
    un saluto.

    erika

  11. ho salvato il post per (ri)leggerlo con calma andando a rivedere i post con la poesia dell’Annino.
    intanto grazie a Francesco per questo luogo “puro” e grazie a Marco Ercolani per il suo sempre splendido lavoro.

  12. Innanzitutto grazie a Stefano per la stima, che condivido in toto nei suoi confronti (i miei rari interventi in “Blanc de ta nuque” sono dovuti a capricci di password che spero si risolvano). Credo che, in Italia, possiamo contare su alcuni (non tanti) critici di poesia contemporanea (che conto, per ora, sulle dita di una mano, ma spero che la mano faccia difetto, metaforicamente, e le voci critiche crescano). Non credo, personalmente, che possa esistere un critico “puro”, non coinvolto nel fare poetico, che insomma non si metta in gioco in prima persona sul piano creativo (e faccio almeno i nomi di Guglielmin, Aglieco, Fiori, che hanno già pubblicato volumi intriganti.) Ho anche pensato, sempre, che i migliori critici di poesia siano i poeti (in primis Zanzotto, talvolta più grande e più attuale come saggista che come poeta).
    La parola di Cristina sbrana e trasfigura, sì.
    Non la direi “bellissima” scrittura.
    La sua “bellezza” è uno shock emotivo, come ogni vera bellezza che esce dai canoni di qualsiasi ragionevole previsione.
    Ciò rende Annino unica: e questa è la ragione per cui una rivista autorevole come “Kamen'” qualche anno fa fece una memorabile antologia dei suoi versi.
    Ci sono altri autori (ma pochi, in Italia) che lo meriterebbero quanto lei (fare il nome di Francesco è fin troppo semplice, ma assolutamente VERO).
    Ciao a tutti.
    Marco

  13. La formalità dei ringraziamenti, anche se necessaria e giusta, viene superata dalla riconoscenza per quanto le parole di Francesco, quelle ulteriori di Marco, poi quelle di Erika, Giadep, l’entusiasmo di Natàlia,
    restituiscono un effetto di quel sapere limitato del mondo che un autore può avere. Danno e allargano genorosamente, ridefiniscono ciò che non è ambizione ma un punto di pensiero, altrimenti inverificabile. In questo soprattutto e soltanto, io vedo la necessarietà che consente una simile lettura di simultanea condivisione. Grazie a tutti.
    Cristina.

  14. Un ringraziamento a parte e speciale a Stefano Guglielmin, per quanto devo al suo lavoro di indagine e “sollevamento di pesi” dal nulla al concepito.
    L’ho isolato volantariamente, tanto mi è cara e mentalmente congeniale (se posso dirlo) la sua eccellenza di critico.
    Cristina.

  15. Siamo di fronte ad un ampio respiro della parola, a significati resi mirabilmente.
    Leggere Marco è sempre una magia.
    A Marco e a Francesco il mio saluto più affettuoso, un ossequio sincero a Cristina Annino.

  16. Come ho avuto modo di dire già in occasione della presentazione a Foiano della Chiana (luogo di matrilineari memorie per la Poeta), Magnificat non poteva che intitolarsi Magnificat. La grandezza e l’unicità della sua opera non possono non suggerire l’illuminazione e i riverberi di Bach “musicista teologo”, così come definito da Gianni Long, toccando “un raro vertice di solennità liturgica”. Annino è anti-materia, anti-spirito, anti-cristo, anti-demonio, è entropia, è “bosone di Higgs”, particella teorica che costituisce il segreto della materia.
    L’accostamento che azzardo è quello con Fabiola Gianotti, la prima donna nominata alla guida di uno dei quattro esperimenti del noto super acceleratore di particelle al Cern dove, si dice, possono essere riprodotte “le condizioni dell’universo ad appena dieci microsecondi dallo scoppio del Big Bang e da cui tutto ha avuto origine”.
    Facendo mie le parole dell’amico poeta, professore e ricercatore di filosofia Pietro Secchi, qui si tratta di “prassi poetica” che coagula linguaggio-logos, demolizione, esistenza e trascendenza in versificazioni equivalenti al respiro della vita e del (dis)senso: una cifra inconfondibile che fa di Cristina Annino, a mio parere, una fra le migliori voci poetiche a livello mondiale.
    Vorrei rubare un’ultima considerazione al prefatore, Stefano Guglielmin (preciso che Luca Benassi è il curatore dell’opera e della aggiornatissima bibliografia). Guglielmin dice, a proposito del Magnificat (nel suo ciclo finale), che “[…] rilancia nuovamente l’azzardo vitale, come se il senso dell’esistenza consistesse nel coltivare l’energia per condensarla – ora e sempre – nell’atto poetico […]”.

  17. Al di là del giudizio che mi onora profondamente, Elena, trovo il tuo commento di una qualità davvero preziosa.
    Quindi, doppiamente grazie!

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