Il giovane Salinger

Antonio Scavone

     Sicuramente qualcuno si sarà meravigliato che fosse ancora vivo o che non fosse già morto e dimenticato da un pezzo. La notizia della morte dello scrittore americano Jerome David Salinger, scomparso il 27 gennaio a 91 anni nella sua casa-eremo di Cornish nel New Hampshire, ha scatenato una prevedibile sorpresa e una puntuale ipocrisia. La longevità di Salinger è parsa esosa ai più, quasi immeritata, come è parsa inspiegabile nel corso degli ultimi cinquant’anni quell’assenza infinita cui ci aveva abituati l’autore di The Catcher in the Rye.
     Ed è vero: avevamo perso le tracce di Salinger ormai da tempo, sapevamo a malapena che era vivo ma non ci spiegavamo perché avesse deciso di scomparire e di sfuggire ogni contatto con la stampa, i lettori, i critici dopo il successo mondiale del suo romanzo.
     Questa sorta di morte annunciata, difesa strenuamente o forse ossessivamente, ci aveva autorizzati a iscriverlo tanto nella lista dei sopravvissuti quanto in quella dei dispersi, fra gli introvabili e i non-pervenuti, come per i dati meteorologici di stazioni climatiche lontane e difficili da raggiungere. Avremmo voluto saperne di più in questi cinquant’anni, avremmo voluto forzare la sua acerba riservatezza, conoscere i suoi progetti, riconoscerci ancora una volta nelle storie che ha raccontato ma è stato tutto inutile. Salinger è stato inaccessibile, timido, remoto, come un ragazzo riottoso, un uomo tetragono, un vecchio arcigno. Il suo esilio volontario è stato giudicato come un abbandono, una sconfitta, una prematura uscita di scena ma, in realtà, Salinger non aveva mai praticato quello che oggi viene definito presenzialismo, anzi non si era mai curato di entrare in scena.
     Diremo anche noi, allora, che Il giovane Holden è stato un romanzo formativo, epocale, che ci ha aperto gli occhi al momento giusto? Che ci ha affascinati per quello stile immediato e caotico, nervoso e impulsivo? Niente ci vieta di essere pedissequi o di dire stupidaggini giacché di una persona che non c’è più si compila un ragionato bilancio di pregi e difetti, ma nel caso di uno scrittore che muore quel bilancio tra meriti e demeriti non è più equanime e non è meno velenoso, come se la grandezza di un autore dovesse essere necessariamente riconsiderata e ridotta con la morte, come se ci sentissimo finalmente liberati da una presenza eccessiva, che aveva occupato e molestato con impudenza la nostra memoria e la nostra capacità critica.
     Chi ha letto Salinger, probabilmente per tenerezza, riprenderà dalla libreria il romanzo dell’adolescenza, ne rileggerà qualche pagina riprovando a distanza di tempo la stessa frenesia o lo stesso smarrimento della prima lettura.  Chi, invece, non ha mai letto Salinger, si ritroverà a dover farsi un’opinione sul sentito dire, cioè sulle opinioni degli altri, e non sarà facile formarsi un’idea o provare delle emozioni. Non è vero che quando muore uno scrittore muoiano anche un po’ i suoi libri, come non è vero che uno scrittore di un solo romanzo abbia accumulato, espresso ed esaurito in una sola opera tutta la sua poetica o tutto il suo stile. Si scrive per dire meglio – pagina dopo pagina – quello che si è cominciato a scrivere nel primo capoverso e si scrive pensando sempre al “risultato” letterario da raggiungere, cioè a quella formula-struttura che meglio realizza letterariamente un’intenzione, un ricordo, un obiettivo.
     Qual era il risultato letterario che perseguì Salinger? Era un obiettivo (si fa per dire) molto semplice: quello di raccontare la storia di un ragazzo che parla, incontra, ascolta tutto ciò che gli sta intorno, che sia inutile o fondamentale, per acchiappare (“to catch”) le cose, le persone, le filastrocche, la natura, il paesaggio, le domande, le risposte.
     Una storia come tante, si dirà, farcita oltre tutto del turpiloquio prevedibile di giovanotti scontrosi: tutti, da ragazzi, abbiamo sognato di fare o di dire cose diverse e strabilianti perché tutti, da ragazzi, volevamo essere qualcosa in più di quello che già eravamo e che forse non ci piaceva. Trovarlo, quel qualcosa, è stato per tutti, negli anni giovanili, un tormento e un desiderio, un doppio confronto: con noi stessi e con la vita, con gli altri e con la vita degli altri. E ci siamo dunque immedesimati in Holden Caulfield e nelle sue avventure condividendone stupori e delusioni perché anche noi, come lui, avevamo voglia di capire il mondo dei grandi ma di non voler diventare come i grandi che modellavano o bloccavano la nostra smania di crescere.
     Fin qui l’aspetto sociologico o esistenziale della storia di Holden ma la storia di Holden non è, o non vuole essere soltanto il piagnisteo di un giovanotto nel suo rapporto col mondo: la storia di Holden è quella di un romanzo, di un’indagine letterariamente intesa sugli indizi, le prove, le testimonianze di quelle realtà che concorrono a formare una mentalità, un comportamento, un tracciato di vita.
     Holden comincia il romanzo parlando in prima persona e parlando racconta: Salinger è il suo ghost-writer, il suo scrittore nascosto, ma deve stare attento a quello che “gli” dice Holden, deve stargli dietro con vigile presenza di spirito per concludere quel che Holden si limita solo ad accennare. La chiusa “E compagnia bella” – vero tormentone del linguaggio di Holden e della prosa di Salinger – è molto simile, per non dire uguale, a quello che Forrest Gump pone alla fine delle sue incompiute nomenclature – “E cose così” – nel romanzo omonimo di Winston Groom.
     Holden presenta il mondo che gli sta intorno e che gli sta dentro: il primo gira spasmodicamente sempre nello stesso verso, il secondo non riesce a seguirlo, a esserne parte. “L’aria era fredda come i capezzoli di una strega”, dice Holden – e l’immagine dev’essere di Salinger, di uno scrittore che non gradisce svenevolezze o terrori a buon mercato – e poi aggiunge di aver fumato, di essere stato costretto a smettere, di aver preso la tbc.
     Cosa c’è di vero o quanto c’è di vero nei personaggi che Holden incontra (la figlia del preside, il professor Spencer, il petomane Marsalla) e nelle micro-vicende che presenta? Chi ha mai stabilito che i capezzoli di una strega siano necessariamente freddi? Sono forse freddi, quei capezzoli, perché si suppongono appuntiti?
     Nella letteratura americana l’esistenza viene sempre metaforizzata come viaggio, avventura, ricerca, smarrimento e tutto succede al di là del corpo dei protagonisti: prima nella realtà e poi nella coscienza. Salinger capovolge equilibri e distanze, rimescola i generi e le suggestioni: tutto avviene nello stesso momento, al di là e al di qua del corpo o della coscienza dei protagonisti. Holden ricerca e si smarrisce, si avventura e giudica, conosce e dimentica, si ferma e aspetta di viaggiare ma non ci dice mai dov’è che deve arrivare.
     Come Holden, bislacchi e cocciuti, abbiamo trovato tanti altri ragazzi o adolescenti in fregola nei romanzi americani degli anni ’50: Malcolm dal romanzo omonimo di James Purdy o i due fratelli Jem e Scout de Il buio oltre la siepe di Harper Lee. Tutti si raccontano ma nessuno fa dell’autobiografia, nessuno vuole ripercorrere le “baggianate” alla David Copperfield, come dichiara all’inizio Holden Caulfield. Si raccontano per il desiderio di auto-rappresentarsi le vicende vissute e, nel raccontarsi, sia pure al passato, rivivono e mostrano al presente tutto quello che è invariabilmente successo per una immodificabile superiorità del caso.
     Il ritmo è frenetico, spezzettato: non c’è tregua, non c’è pausa, anche le descrizioni sono brevi come lampi, esaurienti ed esaustive. Salinger segue il suo personaggio a rotta di collo: deve registrare e trascrivere quel che Holden annota e osserva: le pieghi degli abiti o dei capelli, i cattivi odori o i denti sporchi o le unghie lunghe, le divagazioni estemporanee sui fatti o sui libri che sono entrati nella storia, i toni di voce dei vecchi o delle ragazze grasse, i ricordi abbozzati o inventati.
     Tutto è racconto scomposto in Holden, tutto diventa materia letteraria per Salinger: le citazioni inquadrano le vicende, queste eccitano le riflessioni e il pensiero scopre la realtà dell’azione. Holden è un bugiardo, un visionario, un acchiappanuvole: sta dentro e fuori delle storie che vive e racconta e ne è uno spettatore scrupoloso, addirittura pietoso e melenso, salvo pentirsi subito dopo: aspetta sempre che l’eccesso si concluda, che l’esagerazione o il sarcasmo si manifestino per tirarlo fuori dalle secche, che tutto si presenti per quello che è senza rinunciare, però, a mostrarsi per quello che non è.
     È un osservatore imparziale e ugualmente di parte, Holden, e Salinger lo asseconda tenendo il ritmo del racconto su toni e timbri che via via si allargano, si dilatano in un accumulo sempre rinnovato di sorprese e di aspettative. Non si arriva mai a un solo epilogo, con Holden-Salinger, ma a tanti brevi epiloghi, a tante brevi conclusioni come le strofe di una filastrocca in attesa di un ritornello, di un riff, che reiteri daccapo, inaugurandola, una nuova avventura.
     I compagni di studio o di camera (Stradlater, Ackley), i professori, la sorellina Phoebe che lo ascolta e gli rimprovera gli insuccessi scolastici, le ragazze (Sally, Jane), le città (Pencey, New York), i battibecchi, le risse, gli amici fidati e no (Maurice, il lift-magnaccia che gli procura la prostituta Sunny), le avances e le cilecche sessuali, le opinioni minime o totalizzanti, i “vattelapesca” delle idee che non si afferrano o delle persone che lo allarmano (il professor Antolini che lo accarezza), tutto per Holden ha una collocazione precisa: la sua non è un’odissea, un viaggio di ritorno insidioso e mitico, il suo piuttosto è un viaggio di andata senza meta, un girovagare al centro dei problemi e non trovarne l’entrata o l’uscita, la messinscena di un teatro totale, scritta da ognuno con puntiglio e recitata frettolosamente da tutti come per nascondere i punti essenziali e passarli così ad altri quadri, ad altre scene. Salinger si preoccupa di ordinare il racconto di Holden secondo una praticabile scansione temporale ma lascia sospeso, ad ogni frattura narrativa, il senso delle immagini e delle situazioni che ha evocato.
     Umiliato dai suoi fallimenti scolastici, dalle delusioni della sua vita di giovanotto che non ha ancora capito come si diventa sicuri di sé, non può far altro che ricominciare daccapo (persino la sorella Phoebe, che vorrebbe dividere con lui questa giostra continua tra le cose e le parole, gli si offre come compagna di questo viaggio improbabile), non può far altro che rimeditare con un pacato disincanto tutto ciò che non è riuscito ad acchiappare, a far suo, a renderlo più cosciente di quello che già è. Holden s’aspettava che qualcuno lo prendesse con sé nei campi di segale ma ricordava male il verso della poesia di Robert Burns: doveva aspettarsi che qualcuno gli andasse semplicemente incontro, per non subissarlo di rimproveri.
     E lo scrittore-fantasma, quel Salinger così remissivo nelle cronache mondane e così nevrotico in quella di relazioni, si disvela: si raccomanda direttamente ai suoi lettori, a quelli cui ha raccontato la storia, avvertendoli però che raccontando una storia si rischia di sentire la mancanza di tutti coloro che ce l’hanno fatta vivere. Forse per questo il giovane Salinger non ne ha raccontate altre, così eccitanti e così uniche in questi cinquant’anni di silenzio.

***

2 pensieri riguardo “Il giovane Salinger”

  1. Salinger non mi pare che fosse timido.

    Segnalo qui un articolo interessante da la Repubblica:

    Le undici missive dell’autore del “Giovane Holden” da oggi esposte a New York
    In tutti questi anni non ho parlato quasi con nessuno, eccetto un paio di ubriachi locali e qualche pazza

    Le lettere di Salinger
    “Perché odio il mondo”

    di ANGELO AQUARO

    NEW YORK – Quarant’anni vissuti nascostamente. Il velo si alzerà questa mattina quando, per la prima volta al mondo, le prime quattro delle undici lettere inedite di J. D. Salinger, l’autore cult del Giovane Holden, verranno esposte alla Morgan Library. Si tratta di undici tra scritti, schizzi e cartoline (che qui riproduciamo mettendo insieme le anticipazioni di New York Times, Wall Street Journal e Time Out) indirizzati a Michael Mitchell, l’illustratore dell’Holden, che con la moglie Beth costituì un triangolo di amicizia spezzato solo dal rifiuto di J. D. di fargli avere, quarant’anni dopo, una copia autografata del romanzo. La ritrosia di Salinger si legge perfino nell’intestazione del mittente: prima “J. Salinger”, poi solo “Salinger” e infine “P. O. Box 32, Windsor, Vt. 05089”, l’indirizzo di Cornish, New Hampshire, dove visse “secretato”. Ma la grandezza dell’autore, scomparso il 27 gennaio a 91 anni, è sottolineata dalla sala in cui il curatore Declan Kiely ha scelto di esporre le lettere (le altre sette in mostra dal 13 aprile): è la stessa che ospita una rarissima Bibbia di Gutenberg.

    22 maggio 1951
    “Il pubblico qui è stupido quanto quello di New York, ma le produzioni sono molto, molto meglio”. Salinger scrive da Londra dopo aver confrontato i teatri del West End con quelli della Grande Mela. Nel viaggio che lo ha portato in Europa ha preso qualche drink con una modella di Vogue (“Non vero divertimento, comunque”). Nella capitale inglese si è visto con Laurence Olivier, “un tipo molto carino”, che però è praticamente “messo sotto” dalla sua “incantevole” moglie, Vivian Leigh. Durante i party incontra il ballerino australiano Robert Helpmann (“un omosessuale dall’aspetto sinistro”) e discute di Kafka con il critico irlandese Enid Starkie, biografo di Baudelaire e Rimbaud. “Diavolo se mi manchi”, chiude Salinger.

    16 OTTOBRE 1966
    “Ho dieci, dodici anni di lavoro ammucchiati tutt’intorno… Ho in particolare due sceneggiature – due libri, a dire il vero – che ho accumulato e ritoccato per anni, e credo che a te piacerebbero”. Salinger è a New York per portare i figli Peggy e Matthew dal dentista, la famigliola prende la stessa suite dello Sherry-Netherland dove sono stati i Beatles – Peggy, che in un’altra scena descriverà “entusiasticamente” la sua crisi di vomito, è a mille per questo. Lo scrittore dice di leggere a letto mentre le sue creature, “una bellezza”, dice, dormono nella stessa stanza. Passa dal New Yorker, dice a Mitchell che gli manca tanto e che spera abbia ritrovato l’amore dopo il divorzio.

    27 DICEMBRE 1966
    “Sto lavorando su del materiale che adoro ma, Dio mio, vado avanti così lentamente, con esitazione”. Salinger parla per la prima volta della difficoltà del suo lavoro: “Il trucco è lavorare con disincanto, senza tirarsi indietro”, conclude “e questo, mi sembra, è il dovere che abbiamo entrambi”. Parla anche della difficoltà di ritrovare l’amore perduto. “Non si può cancellare una persona, come loro non possono cancellare te”. Poi racconta di come ha trovato cambiata Manhattan, che non ama più, ad eccezione del Museo di Storia Naturale. Dice invece che gli piacerebbe esplorare Brooklyn, sogna di incontrare un vecchio ebreo “uscito dal XVIII secolo che lo invita a casa sua per un tè o una zuppa”.

    LUOGO E DATA SCONOSCIUTI, 1969
    “Perdonate l’opera d’arte…”: è la frase scritta con una calligrafia che non sembra la sua su un biglietto vergato a mano con un angolo strappato. È il pezzo più misterioso della mostra, probabilmente si tratta di un disegno di Matthew. O di uno scarabocchio di cui Salinger si vergognava? Forse si tratta di un messaggio così privato che Mitchell l’ha strappato per tenerlo per sé. “Ti penso tanto, vecchiaccio”: così Salinger chiude il biglietto.

    31 AGOSTO 1979
    “Ho dovuto avere a che fare con due universitari del cavolo che mi hanno fotografato per il loro giornaletto davanti all’ufficio postale: andassero tutti al diavolo”. Dopo aver parlato di una vecchia signora e una coppia di Biarritz, Salinger racconta dei suoi figli, Matthew è al secondo anno di università, Peggy è sposata e vive a Boston. Che disastro invece l’ultimo viaggio a New York. Mangia cibo indiano e cinese, va a vedere il musical Ain’t Misbehavin’, che però detesta:”Troppo leccato, teatrale: tremendo”. L’unica cosa che lo diverte è una corsa in metro, “attraversando la città in una notte calda d’estate”

    30 DICEMBRE 1983
    “Quel cazzone di un inglese”, che sarebbe Ian Hamilton, lo studioso che vuole scrivere la sua biografia, gli fa montare “una rabbia omicida”: lo studioso va in giro e cerca i suoi amici al telefono, chiama anche sua sorella, tempesta tutti di domande. “Tu mi chiedi se provo lo stesso odio nei confronti di tutto quello che succede al mondo” scrive Salinger. “Se vuoi saperlo sì, anche di più”. Però poi dice di divertirsi a vedere John Wayne nel film Il Pistolero in televisione.

    25 DICEMBRE 1984
    “Mi sono sentito tagliato fuori da ogni tipo di chiacchiera personale o generale, in tutti questi anni non ho parlato più quasi con nessuno, eccetto un paio di ubriachi locali e qualche pazza che mi sta alla larga”. Dice che non vorrebbe farebbe nulla che non riguardasse gli scritti a cui sta lavorando (“i copioni che ho in mano si stanno sviluppando”) e augura al suo amico un 1985 che sia ricco di “integrità ed equilibrio”.

    6 APRILE 1985
    “Chiedo perdono per le mie mancanze come amico” scrive Salinger in una delle lettere più belle. La relazione con Mitchell e sua moglie Beth sono stati i rapporti migliori della sua vita (lo scrittore descrive la relazione come solitamente si descrive un grande amore che finisce), anche se adesso l’amicizia sopravvive solo tramite lettera. Quel tempo “sembra che non si presenterà mai più nella vita”. Non ha rimpianti, però: “Ho avuto bisogno di ruminare senza fine, e senza alcun sollievo, nel mio brodo: e per quanto mi riguarda” conclude “questa frase la dice tutta”.

    22 DICEMBRE 1990
    “Ivy Cottage, Coldharbour: Sun and Snow” è il titolo del paesaggio rappresentato sulla cartolina. Salinger ricorda ancora una volta gli anni passati e abbraccia con affetto Mitchell e Beth.

    16 DICEMBRE 1992
    “Provvidenzialmente, la parte più interna del mio studio”, dove teneva i lavori accumulati negli anni, è stata salvata dall’incendio che ha distrutto la maggior parte della casa. Salinger parla anche del figlio chiedendosi se Matthew non fosse stato più contento scegliendo un mestiere “meno rischioso e imprevedibile che quello del business”.

    30 GENNAIO 1993
    “Un frontespizio bianco di un libro rivela molto più, sul serio, della nostra amicizia a tre, che qualsiasi tipo di dedica”. Con questa frase Salinger respinge la richiesta del suo amico di fargli avere una copia autografata del Giovane Holden. È la risposta che interrompe la loro amicizia. Ma profeticamente, e a sigillo di una vita vissuta nascostamente, Salinger avverte: “E comunque, la maggior parte delle cose più vere è meglio lasciarle non dette”.

    (16 marzo 2010)

  2. UNA NUOVA LEGGE EDITORIALE PER IL LIBRO DI PARROT
    di V.S. Gaudio

    Mi sta venendo naturale in questo periodo, è il kairos?, aggiornare Il Libro di Parrot[ © 1998] che raccoglie “Le leggi di Vuesse Gaudio” per una “parrottologia” del fesso autentico: il pessimismo globale di Vuesse Gaudio, lo si sa, è genetico perché è insito nel motto esistenziale, generatosi, guarda un po’!… negli anni cinquanta, ed ereditato dal nonno, che era soprannominato “Parrot”: “Tutto in Comune, niente a Gaudio”, che postula l’essenzialità ereditata e l’eredità sottratta. Il Libro di Parrot serve, insieme a Lo Zen di Mia Nonna, a creare e a patentare i fessi autentici che, anche se irritati e depressi, non si ammosciano neanche un po’ ma pretendono, poveri fessi, di darci la costituzione delle loro trasgressioni da babbalocchi. La morte di J.D.Salinger ha resuscitato lo spirito critico dei réclamisti tesserati e dei maestri del pensiero dell’industria culturale, cosicché non posso, da fesso autentico, non proporvi questa nuova Legge editoriale:

    LA LEGGE DEL KAIROS EDITORIALE DI UMBERTO ECO
    (da:”La bustina di Minerva”, in “L’espresso” n.6, Roma 11 febbraio 2010)
    Certe opere devono arrivare nel momento giusto,
    che è quello della traduzione Einaudi.

    COROLLARIO
    La “Vita da uomo”, tradotta da Casini nel 1952,
    non può essere quella de “Il giovane Holden”,
    tradotto da Einaudi nel 1961.

    COROLLARIO N.2
    Un giovane che esce da Einaudi ottiene vasta popolarità e apprezzamento critico(ma vai a dirlo a quella sfilza di
    réclamisti di cui allo spaccato di gdc ); un uomo che esce
    da Casini nove anni prima non esce nel tempo giusto.

    INTERROGATIVO?
    La capacità pubblicitaria di un editore
    un uomo lo fa ringiovanire, e i giovani italiani(quelli?),
    in quel momento giusto, dieci anni dopo che in America,
    ne fanno la propria “madeleine” proustiana?

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