Meditazioni

Giulia Niccolai

“Quando, dopo un periodo di crisi da lei stessa illustrato, di fronte al brusco e angosciante ritorno dell’assurdo affida la propria sopravvivenza alla meditazione buddista, [Giulia Niccolai] non solo rilegge il suo passato sotto una nuova luce, ma riformula la questione del fantasma in quanto mera illusione. Leggendo le sue prose più recenti, si nota che da allora ella ha oscillato tra il sospetto che il buddismo renda superflua la poesia, relegandola tra le illusioni, e la fiducia che il buddismo, al contrario, possa costituire la suprema coincidenza tra l’uso artistico del linguaggio, comprensivo della sua contestazione, e la nuova dimensione di esistenza offerta. Ma il rapporto tra Maya e ciò che, indicibile e irrappresentabile, si situa oltre di essa, è estremamente problematico anche all’interno dell’arco delle scuole ermeneutiche buddiste, e comunque non si risolve in un necessario sacrificio dell’estetico.
La meditazione buddista dissolve la questione delle radici riconducendola a una “vacuità” produttiva di un senso nuovo della pratica della poesia e contribuisce a riproporre sotto una nuova luce l’«aura di una coincidenza» evocata anche in Gin. Quell’aura magica preserva infatti l’onnipotenza narcisica perduta che, per il fatto stesso di coincidere con l’aspirazione alla totalità, sconfessa il desiderio rivolto a un oggetto particolare, e garantisce invece la contemplazione di tutte le possibilità di intervento sul reale che si spalancano di fronte al soggetto in meditazione. Ciò avviene nel tessuto stesso della poesia, come si può constatare nella recente Meditazione 3, allegoria della temuta frammentazione del reale in tanti “ritagli” e della loro ricomposizione attuale in una visione unitaria che finisce col coincidere non solo con il superamento dell’opposizione tra soggetto e oggetto e tra essere ed ente, ma anche con la poesia.” (Aldo Tagliaferri, dalla Premessa a “La misura del respiro“, 2002)

 

 

Giulia Niccolai, Tre Meditazioni (1999-2001)
(Da: La misura del respiro. Poesie scelte,
Premessa di Aldo Tagliaferri, Saggio critico di Franco Tagliaferro,
Verona, Anterem Edizioni, “Itinera”, 2002)

 

Meditazione 1

Talpa nella tana
seme nella zucca
isolarsi da ogni stimolo esterno
lentamente acquietare
il tirannico lampeggiare
dei cinque sensi e con la morte
fare conoscenza dolcemente.
Certo, una morte solo simulata
ma pur sempre una terra di nessuno
una non-vita: niente avversioni
niente attaccamenti – essere equanimi
impersonali – niente ambizioni
niente compiacimenti. Rimane il respiro.
Rimani con il tuo respiro, solo con quello
e Virgilio ti prenderà per mano,
ti porterà lontano in uno spazio senza tempo.
Filo rosso, linea diretta
il respiro formerà le rose di luce
che sbocciano in meditazione,
ti mostrerà la caverna di Platone
il fuoco del braciere che arde nel ventre
e lo trasmetterà alla goccia bianca
al centro della fronte, le darà
calore, liberandone il potere:
una saggezza antica come il mondo
fluisce in ogni cellula del corpo
divenuto onda di quiete profonda
estatico pozzo senza fondo.
Il sub-conscio affiorato
è illuminato da una luce piena
perfettamente tonda.

(Giugno 1999)

 

Meditazione 2

Un’incisione netta, verticale un “taglio”
di Fontana, «la non rappresentazione
in favore della creazione di sensazioni spaziali»
– dice in manifesto – e anche «il fatto di passare
a un altro piano dietro la tela,
per andare oltre ciò che è percepito».
Inoltre, sia Wols che Fontana
apposero a certi loro quadri
l’impronta del dito pollice
e non il nome scritto, “analfabeti”
che lanciano un segnale comprensibile
a pochi; solo a chi ha già sperimentato
nell’occhio della mente un intermittente
piccolo vortice di luce, una radiosa
fosforescenza di segmenti concentrici
identici a quelli dei nostri polpastrelli.
A volte, tra le sopracciglia
al centro della fronte, un fastidioso
turgore pulsante, come un ascesso,
un’escrescenza di unicorno, oppure,
sempre lì, ma in superficie, sulla pelle,
una vistosa fiammata di rossore.
Poi il taglio si allarga,
assume la forma di un proiettile
e ancora si trasforma, strozzandosi
a un terzo dalla cima. Avremo allora
una testina con due piccole orecchie
sopra un corpo gonfio, arrotondato.
La silhouette di una civetta?
Un gufo, una civetta visti di spalle
o, sempre di spalle, un gatto seduto?
Validi tutti. Infatti, tutti e tre
vedono al buio. Ma direi la civetta,
perché sacra ad Atena e in quanto tale,
non può che essere lei l’archetipo
dell’apertura dell’occhio della mente:
pineale funzionante, in grado di spaziare.

(Marzo 2000)

 

Meditazione 3
Il sacco degli scampoli

Ci sono il rumore di fondo delle voci
delle donne che si parlano in dialetto,
i ritmici colpi del ferro sul tavolo
da stiro e io seduta per terra, nel cono
di luce della lampada, ai margini del buio
di quel pomeriggio invernale – ah quella
pigna di porcellana bianca del contrappeso
e il cigolio della carrucola quando si alza
o si abbassa la luce sopra i tavolo! –
io in quel cerchio di luce, sul parquet
del guardaroba, con intorno i ritagli
di stoffa. Ci gioco. Li esamino, distinguo
cotone, seta, lino, raion. Riconosco:
quell’abito di mia madre, quella camicia
di mio padre, il mio grembiule bianco,
le stoffe pesanti delle mantovane e
quelle dei velluti e dei rasi che ricoprono
sedie e divani. La consistenza dei tessuti
al tatto, i fili dei disegni damascati
sul dritto e sul rovescio, i colori,
le forme e le dimensioni degli avanzi e
quelli a sorpresa, mai visti o mai notati,
appena estratti dalla federa stipata.
Non è un ricordo. Lì ritorno per un attimo
al termine di un ritiro di meditazione
con la percezione inequivocabile
della mia mente-bambina circondata
da luci, rumori e odori di quel guardaroba
di sessant’anni fa. E comprendo: quei ritagli
di stoffa sono la metafora di tutte le possibilità
che la vita allora mi offriva. Ora mi si apre
il cuore e si espande in gratitudine e stupore.
P.S. Francesca mi dirà poi che quei sacchi
di scampoli vengono usati pedagogicamente
in certe scuole materne: servono a stimolare
la concentrazione nei bambini.

(Aprile 2001)

 

***

 

Mara Cini – La misura del respiro di Giulia Niccolai

Dopo il Gruppo 63. Dopo i Novissimi. Dopo l’esperienza degli “anni del Mulino” e della rivista TAM TAM (fondata nel 1971 con Adriano Spatola e Corrado Costa a Mulino di Bazzano vicino a Parma). Dopo essere stata fotografa e romanziera. Dopo aver lavorato alla poesia concreta con filo e forbici “confezionando” poesia nella cucina di casa (“Humpty Dumpty”), ai non-sense geografici sfogliando un atlante (“Greenwich”), all’arte concettuale (“POEMA & OGGETTO”) e a innumerevoli invenzioni poetiche e grafiche post-dadaiste. Dopo le collaborazioni con artisti visivi, le mostre di scrittura “al femminile” (come si diceva una volta), dopo le pubblicazioni ufficiali (poche) e sotterranee (tantissime, credo ormai introvabili e preziose come certe tavole parolibere futuriste). Dopo le traduzioni (da Gertrude Stein a Beatrix Potter), i libri per bambini (i meravigliosi “Gatti Gaudenti & Gravi”, “Bestie Buone & Beffarde” e altri con illustrazioni di M. Leman), le conferenze, le letture, le performances in giro per il mondo e per la provincia italiana, dopo essere diventata punto di riferimento importante per la poesia sperimentale e la Nuova Scrittura.

Dopo.

C’è un dopo, attorno alla metà degli anni Ottanta del Novecento, in cui Giulia Niccolai decide di staccarsi dal suo ruolo e di “rinunciare progressivamente alla scrittura”: una decisione legata a personali percorsi di ricerca e di spiritualità che l’hanno “ricondotta a casa” come ama dire, ad un ritrovato equilibrio come monaca buddista.

Chi, come me, era abituato a seguire i suoi readings, la sua generosa presenza sulle piccole riviste internazionali, i suoi interventi sempre volti a sdrammatizzare le situazioni più tese e ad animare quelle più opache, ha subìto la sua indisponibilità alla letteratura con grande disappunto e con la testarda aspettativa di poterla riascoltare. Condividere la sua ironia, i suoi improvvisati giochi linguistici, l’abc della sua filosofia semplice ed extra-ordinaria è sempre stato spiazzante e stimolante come acquisire un nuovo sguardo sul mondo delle cose.

Di fatto a Giulia, l’esperta in poesia totale, non potevano comunque passare inosservati tutti quegli aspetti “lirici” che invadono il “prosaico” quotidiano. Così ha continuato ad affrontare, accanto al faticoso esercizio del vivere anche qualche “involontario” esercizio poetico: soprattutto frisbees (le poesie da lanciare) scaturiti da meditazioni, accadimenti, riflessioni, memorie ritrovate. Proprio nei frisbees ha ricollocato gran parte della sua arte riconoscendo a questo metodo di lavoro una funzione di “liberazione” prima ancora che un progetto letterario.

In libreria a fine 2001 finalmente compare un nuovo libro di G.N. “Esoterico Biliardo” (Archinto) che raccoglie tredici capitoli di sorprendenti coincidenze e di rimandi rivelatori tutti ricostruiti sul filo di intrecci linguistici e giochi verbali. Vicende dell’infanzia si collegano ad esperienze di traduzione, riflessioni critiche su testi letterari si risolvono con intuizioni brucianti in un’osmosi incessante tra casualità e causalità. Senza reticenze Giulia racconta le “polaroid interiori” dove sono fissate relazioni visive, alfabetiche e sensoriali particolarmente significative per il suo percorso spirituale ma certamente illuminanti per chiunque sia disposto a coglierne la “lezione” (anche in certe opere di Paul Auster questo metodo sembra funzionare; in “Esperimento di verità” tutte le fatalità “significano niente” e pure attraverso le cuciture e le messe a fuoco che pone in essere l’autore diventano eventi densi di significato e di implicazioni “reali”).

Nel 2002 viene assegnato a G.N. il premio “Lorenzo Montano – Opere scelte” e si realizza così il volume antologico “La misura del respiro” (Anterem) dove troviamo, oltre ad una selezione di testi dalle principali opere, interventi critici di Aldo Tagliaferri e Franco Tagliafierro, un’interessante appendice con bibliografia e alcune poesie inedite costruite con la consueta lucidità tesa a far fronte al caos dell’esistenza con il paradosso e l’ironia.

In una conversazione con Anna Ruchat in Allora n.3/2003 (quaderni della Fondazione Franco Beltrametti), viene ripreso il concetto della interdipendenza tra i fenomeni e in qualche modo confermata anche l’accettazione di quella “naturale” componente lirica che si affaccia, talvolta, “tra le cose più remote, / tra gli anni più lontani e divisi” e che riesce a trasformare “una realtà in un’altra realtà”. Un percorso di continuità che possiamo davvero riconoscere come salvifico se ha portato Giulia in primo luogo a trovare se stessa nel mondo ma anche a salvare quella preziosa opera di parole che può essere condivisa con il mondo dei suoi lettori.

Sempre disponibile a condividere Giulia, ma non a dissipare. Sempre presente Giulia, per un addio ai tanti amici che sono mancati, per rispondere a una lettera…presente in souplesse come le scarpe comode che indossa ma anche in souplesse d’esprit per la sua elasticità mentale e in souplesse de langue per l’uso duttile che fa delle parole. Presente nell’assenza più assoluta di presenzialismo.

G.N. è poeta “per esempio”. Con il suo esempio di stile suggerisce che la poesia c’è e che poeta è colui che tenta di dare una forma alle “cose del pensiero”. Le sue forme e i suoi filtri linguistici, sono quelli tipici delle neoavanguardie novecentesche: dall’objet trouvé al collage, dal flusso di coscienza alla poesia visiva, dal concettuale alla nuova scrittura. Non ci inganna la semplicità del frammento o del racconto.

Il suo ultimo libro “Le due sponde” (Archinto) lo immagino come un insieme di pagine dove si dipanano i fili colorati di esperienze percettive che disegnano la parola E N I G M A. Pagine lavorate con modalità analoghe/inverse a quelle della famosa tavola “cinque colori”, riprodotta anche in “POEMA & OGGETTO”, dove da rocchetti tessili-disegnati andavano dipanandosi, per subito s’aggrovigliare, i fili tessili-reali della parola P O E M A.

Della tavola “cinque colori” tirata in 60 copie posseggo la n. 35, ormai un po’ ingiallita. Di “POEMA & OGGETTO”, volume edito in 400 copie posseggo gli esemplari n.196 e n.379. A settembre saranno trent’anni. Comprai tutto (o mi fu regalato, non ricordo) al bookshop di “P 77 La poesia è un luogo”, Venezia, settembre millenovecentosettantasette. Ma questa è un’altra storia.

(Tratto da: Carte nel Vento, anno IV, numero 6, febbraio 2007)

 

***

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10 pensieri riguardo “Meditazioni”

  1. Filo rosso, linea diretta
    il respiro formerà le rose di luce
    che sbocciano in meditazione,
    ti mostrerà la caverna di Platone
    il fuoco del braciere che arde nel ventre
    e lo trasmetterà alla goccia bianca
    al centro della fronte, le darà
    calore, liberandone il potere:
    una saggezza antica come il mondo
    fluisce in ogni cellula del corpo
    divenuto onda di quiete profonda
    estatico pozzo senza fondo.
    Il sub-conscio affiorato
    è illuminato da una luce piena
    perfettamente tonda.

    ***

    è una MERAVIGLIA! grazie

  2. Pingback: Meditazioni
  3. splendide Meditazioni (una dietro l’altra in un percorso a ritroso, quasi azzardo leggendo, poiché mi hanno spaccato il cervello e indotto alla guerra dell’immaginazione, tipo andare avanti è come andare indietro, oppure un viaggio senza andare da nessuna parte, restando fermi in posa b, ad attendere il tempo necessario per scattare una foto notturna) come un gatto su tre zampe

  4. Che splendida rivelazione per me le Meditazioni di Giulia Niccolai.
    Più che rivelazione, conferma, perchè mi specchio nel suo pensiero quì riportato: le coincidenze della poesia, quelle dei treni della vita.
    Di stazione in stazione, da un capo all’altro dei binari a guardare dai finestrini non solo il paesaggio, ma quando la luce si fa più scura, anche la nostra stessa immagine riflessa sui vetri.
    Grazie Rebstein.
    Un caro saluto a tutti.

    Francesca

  5. La mia ammirazione per Giulia Niccolai inizia dopo la metà degli anni settanta, quando, con il Simposio Differante, abbiamo scoperto Mulino di Bazzano, Tam Tam e l’amicizia di Adriano Spatola.

    Di Giulia Niccolai conservo una bella lettera per il mio libro “Quattro metafore ingenue” e le sue parole in poesia, in leggerezza e in saggezza.
    Queste, tratte da “Esoterico biliardo” le porto sempre con me e voglio condividerle.

    “L’essenza della pace è la gratitudine. Una gratitudine equanime verso tutti e verso tutto
    e mi è dolce sentire di avere la poesia alle spalle”.

    Un caro saluto a tutti.
    Giorgio Bonacini

  6. ho conosciuto Giulia due anni fa, di persona e attraverso i “freesbes” e “Poema Oggetto” (che Biagio Cepollaro ha tradotto in PDF nel suo splendido sito), ci siamo poi rivisti un anno fa per un evento su Franco Beltrametti, suo grande “amico di formazione”, è una persona e un’autrice da tenere assolutamente in vista nella propria “attrezzeria”, perché appena ti dovesse capitare di trovarti inguaiato in un rebus irresolubile, a scioglierlo basta uno sguardo al suo singolare e luminoso percorso di vita dentro i meandri oscuri dei blocchi psichici e dei problemi etici e gnoseologici che l’atto creativo attrae

  7. Grazie a tutti.

    Giulia Niccolai appartiene, storicamente, a una stagione irripetibile della poesia italiana, ma la sua “lezione” è viva e presente nel laboratorio di tutti coloro che hanno attraversato quell’esperienza.

    Sono particolarmente contento del fatto che questo post possa aver contribuito ad avvicinare allla sua opera chi non la conosceva. Questi testi e la nota di Mara Cini parlano per lei.

    fm

  8. Lo spostamento di Giulia Niccolai è diairetico: dallo schema verbale all’archetipo, al simbolo. Eroina del regime diurno, sale di sintagma in sintagma aggrappata allo schema verbale DISTINGUERE. Ma, in questo continuo “salire/cadere” entro una situazione concreta e limitata, l’argomento può diventare infinito. Come se fosse in atto un continuo passaggio dal repertorio dei “sensoriali” a quello dei “presentati”, da quello delle relazioni a quello dei segni:fantasie, stimoli, personaggi, metafore,etc.(…)G.N. non ha usanze germaniche, il suo “tempo della vita rinchiusa” non lo mesce Aegir, il dio dell’acqua. Dal sogno,tocca l’orizzonte del paradigma:l’orco Cronos tutt’al più la nausea con gli orologi della pubblicità che indicano sempre le 10 e 10. Tutta percezioni rapide, la freccia getta un ponte verso la trascendenza. Ma chissà se tende l’arco con un tuffo mentale nel sentimento dell’unità e penetra nell’Eterno come se tirasse a un bersaglio ? Che il fine dell’arciere sia davvero e sempre l’ascensione? Nel quotdiano, la freccia, per quanto potesa verso ciò che è lontano, non sostituisce l’uccello: mi chieo se la celerità espressiva di Giulia(sì, d’accordo, dà forma al genus subtile, gracile) possa essere alla parte dello scettro non essendo intima come la coppa. Tutta senon non è , scrittura cortra e perciò pura e perspicua, come lo stile epistolare.

    V.S.Gaudio, Immaginario e fenomenologia dell’Altro, “La Battana”n.130, Rijeka,ottobre-dicembre 1998:pag.58.

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