Come calce nei palmi

Pasquale Vitagliano

Se il presente è la sostanza vivente da cui la poesia trae i materiali per dare corpo ai suoi fantasmi di parole, il senso della scrittura è tutto nella libertà di forzare e di spingere sul bordo d’altro – verso un dire che restituisca l’alfabeto della prima pronuncia – le immagini e i suoni che l’occhio ingloba durante l’attraversamento: una tensione inappagata a riaverne, come pegno e destino, una memoria affrancata, una memoria mobile, metamorfica, non fossilizzata, capace di rispondere ad ogni richiamo col grido della ferita da cui si originano il degrado e la maceria in cui siamo immersi, come individui e come comunità ammutolita. Senso e memoria, così intesi, costituiscono le due rive entro le quali si distende e si articola tutto il percorso poetico di Pasquale Vitagliano, splendidamente esemplificato in questi testi: un percorso caratterizzato da una attenzione costante, creaturale, alle cose, da un afflato di natura etica pronto a farsi sostanza di voce e di canto, per restituire un volto alle presenze che l’hanno dimenticato, e a tutte quelle destinate a perderlo. Il verso, allora, non risarcisce e non consola: la sua sola funzione è quella di riplasmare forma e vita e di affidarle alla corrente dei giorni – con la consapevolezza, intatta, dell’arte antica di cui sono il doloroso parto: la capacità e la forza di progettare e costruire il futuro. (fm)

Pasquale Vitagliano, Poesie inedite (2009-2010)

Notte, è notte, è notte,
pietra contro pietra,
foglio su foglio,
mattone dopo mattone,
ho spolpato la mia colpa
di essere – come dici tu –
perfettamente senza costrutto;
un talento inutile
riverso sul letto come un addio scordato,
secreto da una sagoma di carta
che esecra un duttile congedo
che chiama morte la più infantile
posa della vita, siero di sangue,
succo d’anima e spiga di mistero.
Segreta è la lettura di questa vita apocrifa
che non tramanda la propria
verità palese, ma resta pensile
in una docile rete che pure
i denti non taglia.
Sa di fame il morso delle mie parole.

Poesia cinèphile

Non è affatto calmo questo caos,
rifluisce alla sua natura di intemperie,
di disordine che non si lascia a freno,
che si porta come calce nei palmi.

Non è cinematograficamente corretta
questa inconsolabile lotta contro il petto,
senza alcun motivo musicale, amputata
di ogni colonna sonora che ti batteva
nella testa, ed ora sprofonda sorda nel ricordo.

L’ hai presa da dietro la voglia di farla finita,
un’eclissi carnale che ti spegne come la terra
messa a tappeto da un siderale sole notturno
che rimbomba come uno sparo in una camera chiusa.

Il cibo senza nome

Questa casa non ha odore,
non dico il sugo, la frittura,
il calore, che sarebbe kitch;

dico che non si sentono passi
dietro i tavoli, sulle tovaglie,
sopra i divani, fuori delle stanze.

Non posso dire la differenza, come
gli inglesi, tra casa e casa, perché
camere e cucina non siano solo mattoni,

intonaco e cellofan, ma anche terra,
ventre e fame che si sazia alla fine
della vita sui muri fino ad annerirli

e a farli puzzare delle nostre giornate.
E invece questa casa è una rimessa,
i cartoni, le scatole di cibo senza nome

al posto dei libri sugli scaffali dismessi,
le foto senza alcun luogo, i quadri senza
soggetto, la polvere che ti mangia tutto.

Mi resta il bagno, utile e integro come una cesta.

Sullo skyline

Prova a vedere da sopra
il gesso bianco del tuo profilo
riverso sull’asfalto nero di specchio;
Come in un incubo pesante lo sguardo
su te stesso, dentro un contorno vacante di te
colpito in volo sullo skyline spezzato
come un brutto finale, come una vacanza
rovinata nelle rivendicazioni di una lingua morta
nemica ostinata di mediocri alfabeti.
Non è questo tracciato sulla strada
più vuoto del viso urbano che hai sempre
di fronte grezzo d’ocra e di ghisa.

I pesci

Dicono che sono piovuti pesci,
che l’atrazina ha confuso
i generi delle rane come una piaga
caduta su un campo digitale
di magnolie.
Insomma ci toccherà capovolgere
le lenze come tende
di raffia
e invece di pescare
dovremo intrecciare le storie
come capelli che altri vuole tagliare.
Ed io comunque mi troverò sotto,
sotto qualunque pioggia,
di spilli, di scritti o dicerie,
esposto al ventaccio guasto
della maldicenza.

Resto senza fiato, fatale ignoto alle malizie,
senza sapere più a che genere appartengo.

La sosta

Sul treno immobile all’illimite sosta
nel luogo dell’ingiusto albergo,
all’ombra trema la mite resa
all’ultima ora dell’inatteso arrivo.

Non ha spettatore questo naufragio,
perché lo sguardo guada in pieno centro.

Sull’alba è passato lo spasimo teso
ad arco sulle trame delle vertebre spoglie
rovinate come le giornate perse
ad interrogare l’oracolo verticale degli orari.

Non ferma al rimpianto il viaggio inerte che
guarisce il mistico saluto del passeggero.

***

5 pensieri su “Come calce nei palmi”

  1. ciao pasquale geande questa tua linea poetica
    e grande fm che ti segue e scova
    tu pesce singolo tu pesce diverso
    che non puoi entrare due volte nello stesso fiume
    bellissima i pesci
    un saluto carissimo
    c.

  2. conoscevo “il cibo senza nome”, che è bellissima, di quelle poesie che si ricordano perché restano addosso, puoi dimenticarne la sequenza delle sillabe, il succedersi del verso, ma il senso, quella sorta di illuminazione che risponde ad uno dei tuoi “perché”che ancora non avevano nome, scarnificandolo, beh …, quello finisce con l’appartenerti insieme ai tuoi odori, al tuo vissuto; finisce con il far parte del tuo bagaglio, come una fotografia che fissa i contorni di un tempo indefinito. Non conoscevo invece gli altri testi, una nuova scoperta per cui ringrazio fm oltre che Pasquale e che, appunto, fisserò nel mio indefinito tempo.
    Qui, chi più chi meno, chi con più diritto, chi con meno credito, scriviamo la vita. Ho smesso di definire la “poesia”, facendolo mi sembra quasi di limitarne le possibilità, però mi chiedo ogni santo giorno cosa significhi scrivere, cosa sia a scatenarne l’esigenza e perché lo faccio (più o meno maldestramente, non è questo il punto). Una risposta l’ho trovata in queste parole di Francesco:
    ” Il verso, allora, non risarcisce e non consola: la sua sola funzione è quella di riplasmare forma e vita e di affidarle alla corrente dei giorni – con la consapevolezza, intatta, dell’arte antica di cui sono il doloroso parto: la capacità e la forza di progettare e costruire il futuro.”
    Poi continuo a scrivere questo commento andando a “ruota libera”, semplicemente riflettendo e mi ritrovo in ognuna di queste parole, ora che è “Notte, è notte, è notte, / pietra contro pietra, / foglio su foglio, / mattone dopo mattone, / ho spolpato la mia colpa / di essere – come dici tu – / perfettamente senza costrutto; / un talento inutile / riverso sul letto come un addio scordato, / secreto da una sagoma di carta / che esecra un duttile congedo / che chiama morte la più infantile / posa della vita, siero di sangue, / succo d’anima e spiga di mistero. / Segreta è la lettura di questa vita apocrifa / che non tramanda la propria / verità palese, ma resta pensile / in una docile rete che pure / i denti non taglia. / Sa di fame il morso delle mie parole.” … è ovvio che qui ogni parola non è semplicemente detta o sentita, è cesellata da una mano che sa fare il suo “mestiere” e da una mente allenata all’uso ed al suono delle parole, che ne conosce ogni intimo risvolto che la pronuncia ne scatenerà. Ogni parola è gravida di altre parole e di immagini oggettive e intime, ed è capace di scatenare una miriade di déjà-vieux astraendo, sopra-elevando percettivamente ed intuitivamente la coscienza, solleticata e dal senso intrinseco di quanto oggettivamente è scritto (“è notte”) e dal contesto inconscio che esso richiama (“solitudine, silenzio, ombre, bilanci, o anche assenza di luce, fine, morte”).
    Ecco, scrivere, scrivere … una volta dissi a Pasquale – non credo lui possa ricordarlo – ma gli dissi che scrivere è una malattia e lui mi rispose che “è la nostra salvezza”, oggi mi dico che è un inevitabile “dispendio e ricominciamento” (parafrasando il mio caro Enzo), una luce alla fine di un tunnel, un mistero, l’unico per cui riesco a provare un reale slancio di fede.
    Pasquale … “Una vita, è vita, … è Vita”.

    vi abbraccio.

  3. Ringrazio Francesco per la proposta. Tengo a precisare che solo le ultime tre poesie sono inedite (i pesci sono stati scritti giusto per Reb Stein). Il commento di Francesco è semplicemente aderente alla mia scrittura come una muta da sub. E questo – senza entrare nel merito dei giudizi – dimostra attenzione e sensibilità inconsuete. Grande passione e generosità per ciò che si fa. Non è affatto comune oggi. Grazie. Anche per gli altri commenti. Carmine mi com-muove. La mia Nàt mi dedica parole – da saggio critico raffinatissimo – che forse non mi merito. Aveva ragione Rilke, la poesia è Vita. Ma è anche luce, è luce. E’ Luce.
    PVita

  4. a partire da “pietra contro pietra”, il “foglio su foglio” (verso su verso versus)
    di parole polpe che essudano sieri e misteri
    ivi compresi quelli relativi a colpe che non sono tanto quelle di essere “perfettamente senza costrutto” (senza qualità) – così come imputato da un tu altro –
    ma quelle di “non tramandare la verità palese”, o ancora, quelle di rimanere a barcamenarsi, paraculi “pensili” a mezzo, in una “docile” rete (di convenzioni, convenienze…),
    tanto che quella “fame” avvertita come morso delle proprie parole
    è di verità e di giustizia dentro/contro il “mal comune, mezzo gaudio”.

    In questo senso, allora no, “Non è affatto calmo questo caos”, “Non è cinematograficamente corretta”, e nemmeno politically correct, “questa inconsolabile lotta” dentro/fuori “il petto”
    e mi piace che esca (la lotta) nella/dalla tua poesia e diventi ciò che cementa, calce demiurgica dei palmi e quindi di parola,

    ché se rimanesse (a questo punto unita: lotta-parola)
    soltanto rimbombo di “uno sparo in una camera chiusa”,autoreferenziale (in fondo poco più di un suicidio), sarebbe poco più di un labile segno, “gesso bianco del tuo profilo” (e perciò subito cancellabile dal nero).

    questo in generale, poi, infine, come C.Vitale, particolarmente entusiasta de “i pesci”, anche per i vari richiami che vi avverto, non ultimo a “le rane” di Aristofane.

    ciao.

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