Il faro di Ustica

Ivano Mugnaini

Non sono venuto a Ustica per cercare la verità. Sarebbe folle, assurdo. Non riesco a trovare neppure la mia di verità, i come, i quando e i perché della vita che mi è toccata in sorte. Sono venuto qui solo per viaggiare, per allontanarmi dalla morsa del quotidiano. Sono qui per riposarmi e guardare il panorama. Per stare giornate intere sotto il sole a fare niente. Qualche granita da succhiare pigramente, un po’ di pesca senza nessuna convinzione, un buon libro e molte ore di sonno profondo e assoluto come quello di un bambino.
     Il pensiero però è infido. Sguscia via, scivola come un ladro dalle fessure degli occhi, dalle labbra socchiuse, dalle dita mollemente intrecciate sul petto. Fugge via, si allontana di molti passi. Respira aria che odora di sangue. Trasforma se stesso negli scogli su cui si è schiantato l’acciaio, nelle onde su cui si sono frantumate le ossa.  Trasforma le rocce, il mare, tutto ciò che vedi e senti, in se stesso.  Resta soltanto lui, in ogni ombra, ogni gioco di luce. Come se niente altro potesse esistere qui. Come se il nome dell’isola, la terra, la sabbia e la calce che la compongono non fossero altro che la materializzazione dell’evento che l’ha resa suo malgrado nota al mondo.
     Il fatto bizzarro è che, a ben pensare, la tragedia non è avvenuta qui.  Si è verificata a diverse miglia di distanza. Ustica è stata scelta come punto di riferimento di massima. Luogo fisico utile per fare il punto. Ustica, tutto sommato, non c’entra niente. Eppure ancora oggi, per gli altri e per se stessa, per gli abitanti e per i turisti, è la cristallizzazione di un momento tragico. Un mostro che divora il proprio corpo cresciuto contro il suo volere. Il punto di riferimento si è trasformato nell’identità esclusiva, lo schianto avvenuto fuori dai confini è divenuto simbolo, essenza. Da semplice testimone di un mistero Ustica è diventata il mistero per antonomasia. Coordinata spaziale puramente teorica, e, paradossalmente, in virtù di questo, buona per incarnare i misteri di ogni luogo e di ogni epoca.
     Inutile negarlo: è per questo che sono qui. Ho provato a nasconderlo, ad ingannare perfino me stesso. E’ inutile. Ne subisco il fascino, la bellezza funerea come uno scialle nero sul petto nudo di una ragazza dai capelli normanni. Una donna dallo sguardo tagliente. Se ti sfiora con gli occhi una sola volta non riesci più a liberarti di lei. Sai che è micidiale, ma le ronzi attorno come un’ape sul miele. Ne hai orrore eppure passi giornate intere nel bar sotto casa sua scrutando la porta. Con la speranza che possa entrare, bere un bicchiere di vodka con labbra morbide, ed uscire lenta passandoti accanto, lasciandoti un profumo che stilla dentro un veleno.
     Osservo il cielo per l’ennesima volta. E’ terso, immensamente sereno. Penso a quel giorno, ai preparativi di quegli uomini e quelle donne. Alle valigie riempite di abiti leggeri e parole lievi come una brezza estiva. I gesti, le frasi di sempre, qualche pettegolezzo, qualche nota stonata di un motivetto sentito alla radio. La corsa in macchina verso l’aeroporto, l’autostrada, le file, il sudore sulle camicie, lungo la schiena calda, ignara di brividi. Un giorno come tanti, un volo simile a centinaia di altri. Poi, la notte. Il buio sordo, la stanchezza che preme sulle tempie e sulle palpebre. Il sonno incolla le teste agli schienali. Solo le hostess vanno avanti e indietro, scarpe basse senza tacco, frasi sussurrate, gesti rapidi, sicuri. Ordinaria amministrazione. Il solito cielo e il solito mare, laggiù, un tappeto scuro percorso da strie arancioni.
     Un sibilo lacera la notte. Un fischio acutissimo ferisce i timpani e fa scattare come molle le gambe e le spine dorsali.  Un lampo di fuoco. L’aria si fa urlo, terrore, sorpresa troppo breve per assumere la forma di un pensiero.
     Del resto, di tutto il resto, sono testimoni gli oggetti. Le cose, i frammenti di plastica e metallo. Lamiere sempre più sbiadite lasceranno che la verità esali da sola come una bottiglia di birra mezza piena e mezza vuota gettata in un angolo da un turista ubriaco. Non avrei mai voluto trovarmi a dover sfiorare con le dita quella bottiglia, guardarci dentro, aspirarne l’odore di alcool fermentato. A me bastava una bibita molto più leggera, una limonata, un’aranciata buona anche per i bambini, con un po’ di zucchero e un po’ di anidride carbonica. Solo un po’. Un liquido tutto sommato innocuo e quasi insapore. Mi sarebbe bastato e avanzato. Invece, per caso forse, mi sono trovato un giorno a parlare con un vecchio del posto, un anziano pescatore, uno che guarda il cielo per vedere la terra e viceversa.
Mi ha invitato a casa sua. Ufficialmente per farmi assaggiare il pesce appena pescato e cucinato come si deve. In realtà, l’ho scoperto dopo qualche minuto di conversazione, il cibo a me riservato era di altra natura: miele. Miele amaro. Il privilegio di essere stato scelto tra tanti per cercare, dopo anni, la verità vera.
     Mi guardava fisso negli occhi, il vecchio. Pronunciava rare e lente parole muovendo appena la bocca e le rughe della faccia dai tratti arabi. Cerimonioso, cupo, solenne, attese che finissi l’ultimo boccone, poi si alzò per preparare un caffè dentro un recipiente di terracotta color ocra. Mi osservò mentre sorbivo la bevanda scura che ustionava la gola, e solo in quel momento, con una smorfia che somigliava ad un sorriso, prese a parlare di ciò che aveva a cuore.
     Non è successo niente di nuovo quel giorno nel nostro cielo. La vicenda si ripete da secoli. Scilla e Cariddi, pietra, ferro, fuoco, carne umana. Il mostro ingurgita, inghiotte. Qualcosa rimane però. La memoria. La memoria dell’acqua. Anche l’uomo è acqua. Anche l’uomo. Limpido, buio, gelido, caldo di luce.
Io quel giorno ho veduto tutto. Ho veduto le luci rosse lampeggiare nel buio, ho veduto la fiamma vermiglia, ed ho veduto anche qualcos’altro. Una piuma bianca oscillava nel vento e scendeva verso il mare. Con la mia barca mi sono avvicinato. Ho lottato assieme a lui per liberarlo dall’imbracatura e dalla tela chiara distesa sulle onde come un enorme lenzuolo. Ho disteso il braccio e l’ho aiutato ad issarsi a bordo. Era alto, possente. Indossava una divisa blu scuro. L’ho aiutato anche in seguito. Mi ha chiesto di non parlare con nessuno di lui e del suo volo notturno sulle ali di un paracadute. Gli ho trovato una casa appartata nei pressi della spiaggia e ho raccontato ai miei compaesani che è un mio lontano parente, uno del nord venuto da noi a fare il pescatore. E’ qui da anni. Ormai nessuno fa caso a lui. Lo vedono come una specie di guardiano di un faro inesistente. Uno che se ne sta chiuso dentro un bugigattolo dalle mura bianche a fissare il mare e il cielo. Viene di rado in paese e non parla quasi con nessuno. Sorride, a volte. Ma i più dicono che non dà l’impressione di vedere la gente che gli cammina accanto. I suoi occhi riflettono le stelle e le ombre di un altro cielo.
Nessuno per tutti questi anni ha mai voluto sapere niente di lui, e lui è stato felice di non essere cercato e di non dover cercare nessuno. Ora però quell’uomo è invecchiato. Come me. Mi ha chiesto di andare a casa sua, la settimana scorsa. Ha parlato a lungo come non faceva da tempo. Mi ha detto che non riesce più ora, guardando nello specchio l’immagine della sua fine imminente, a sostenere la pressione degli incubi. Ha bisogno di confidarsi con qualcuno. Qualcuno che saprà ascoltare, assorbire i discorsi e i silenzi. Qualcuno che in seguito, dopo aver accumulato in sé il sole e le alghe limacciose, ripartirà. Tornerà nelle sue terre lontane lasciandolo qui, vecchio, fragile, ma sollevato, sgravato del fardello della verità. Quel qualcuno sei tu.

     Il pescatore smette di parlare, si alza con misurata lentezza, mi pone sulla spalla una mano pesante come pietra, e mi invita ad andare a bere con lui un caffè più denso e scuro del suo. Nella casa dell’uomo piovuto dal cielo.
     Lo troviamo in piedi nel portico di fronte alle pareti di calce candida. Ci aspettava. E’ imponente come mi era stato descritto. Mi stringe la mano con forza febbrile. Ha fretta. Ci sediamo all’esterno, su un muricciolo sfiorato da onde chiare. Il mare ci ascolta in modo discreto. Solo qualche gabbiano svolazza curioso per poi scostarsi a rovistare tra i ciottoli.
     Il guardiano del faro che non c’è cerca i miei occhi. Li perde un attimo dopo. Nell’istante in cui inizia a parlare. Le frasi sembrano rimanere dentro di lui, negli occhi, nel petto. Solo il fiato esce, esile come il vento di una giornata di bonaccia.
     Ieri mattina mi sono alzato all’alba – sussurra. Pioveva. Una pioggia rossa e fitta. Mi cadeva sulla faccia, sulle mani, sui vestiti. E’ strano, qui non piove mai. Se lo raccontassi a qualcuno non mi crederebbe. Solo i delfini possono capire. Loro hanno visto. Erano lì, con me. Erano con me anche quel giorno.
In questi anni ho cercato un accordo, un compromesso. Con Lui. Gli ho anche scritto una lettera. A Lui, sì, a Dio. Una lettera lunga, scritta con cura, con tutto l’impegno di cui sono capace. Ho cercato di parlargli. Di ascoltare. Ho chiesto la pietà del tempo. L’oblio. L’oblio, e la comprensione. La chiave, il chiarore di un istante. Ho scritto a Dio calcando con passione ogni sillaba, ogni virgola, ogni punto. Gli ho scritto perché ciò che ho compreso nell’arco della mia esistenza è troppo poco. Ho capito che il ciclo eterno ruota sull’asse dell’ingiustizia, dell’oppressione. Ho capito che corriamo lungo una strada buia a bordo di un veicolo guidato per lunghi tratti da occhi ciechi al rispetto per la vita umana. Occhi schiavi di altre logiche, altre passioni, altre avidità. Ho compreso che c’è un filo sottile che lega corpo a corpo, sangue a sangue. Ogni strage è figlia di un’altra, Brescia, Milano, Bologna, Firenze e troppe altre ancora. Figlia di un’altra e a sua volta madre, membra nuove spezzate e divorate dal potere.
Ho scoperto, fissando per ore il mare di quest’isola, che la verità la trovi, forse, quando smetti di cercarla. Quando è lei a recuperarti, a tirarti su verso il cielo come un relitto ripescato dalle acque. E’ un rapace, un falco che ti afferra, ti lacera la schiena e ti porta con sé. In un volo radente, incontrastabile. Tutto ciò che ti rimane è un riflesso sulle onde. Uno squarcio di luce. Ma quello squarcio è tutto: magia, terrore, visione, sbuffo perlato di schiuma. La verità nasce da lì come Afrodite, e come lei sorride enigmatica, eterna, beffarda Gioconda.
Gli aerei si rincorsero nel cielo quella notte. Attori di uno spettacolo di burattini. Nessuno aveva in mano i fili. Tranne i fili stessi. Coloro che sapevano ed erano ignari. Tutti recitavano un ruolo scritto e diretto da qualcuno o qualcos’altro. Solo le vittime non recitavano. Impersonavano la parte di loro stesse, spietatamente realistica. Io, seduto di fronte ai comandi dell’aereo, quel giorno, dalle conversazioni via radio, dai dispacci, da una serie di dettagli solo in apparenza minuscoli, avevo percepito un’atmosfera strana. Risolini ebeti, dialoghi grotteschi. Le parole di chi sa o intuisce che sta per scorrere sangue. Gli spettatori di una corrida che ripetono a loro stessi e agli altri di non avere alcuna colpa e alcun potere, ma intanto, nell’attesa, ghignano e bisbigliano compiaciuti. Ero già preparato. Quando vidi comparire la sagoma del caccia all’orizzonte ero pronto, già in volo nell’aria scura, con la mano aggrappata alla maniglia di un paracadute. Mi sono salvato per un caso fortuito. Ancora non so dire perché, né so sia stato un bene o un male. Forse però mi sbaglio. Mi sono salvato perché avevo un compito. Guardare il mare, il baluginare di un’immagine, un mosaico d’acqua che si è ricomposto con immane lentezza. Ora è concluso. E adesso posso, e devo, indicare a te quell’immagine affinché tu possa vederla, fissarla nelle pupille e non scordarla mai.
Per comprendere magari quel poco che sono riuscito a capire io, e quel tanto che, da sempre, ho provato a sognare. Per capire che la Storia, quella con la S maiuscola, si gioca sulla pelle degli uomini. Su centinaia di storie, vite che aspirano alla pace, alla realizzazione di sé. Ribaltare l’assurda equazione, riuscire, tutti insieme, a far prevalere le migliaia di s minuscole, private, autentiche, sarebbe il vero Paradiso. Farebbe volare di nuovo le ali degli uccelli d’acciaio schiantati al suolo, brandelli di tessuti insanguinati ritroverebbero forza e colore.

     Vado davanti allo specchio e mi guardo. Sì, è vero, la fine è imminente. Sono stanco. Anche di raccontare all’immagine riflessa una storia che conosce meglio di me. Sono stanco e ingrassato. Il pesce che tiro su ogni mattina nel tratto di mare davanti alla mia casa di calce bianca è troppo buono per resistergli. La divisa blu da pilota che tengo nascosta nell’armadio non riuscirei più a indossarla neppure se volessi. Meglio indossare ancora una volta, anche domani magari, gli abiti da turista che ho comprato nel negozio di abbigliamento del paese. Per raccontare di nuovo a me stesso la storia di un uomo che fuggì volando dalla morte ma non riuscì a fuggire dalle ali di albatros della verità.  La verità di una storia che racconterò ad uno specchio fino al giorno in cui mi crederà. Fino a quando sarò in grado di crederci io. O di non crederci più. Sognare un altro sogno. Verità nuova, bugia liscia, generosa. Una divisa blu pronta per altri voli. Ossigeno limpido, pulito.

***

6 pensieri su “Il faro di Ustica”

  1. Ringrazio Francesco per aver ospitato questo testo dedicato alla necessità della memoria, e, nonostante il sovrapporsi di strati di sabbia e di tempo, alla speranza di verità. Ustica è un luogo reale e simbolico allo stesso tempo: è fuori e dentro di noi. Grazie a Francesco per avermi concesso di percorrere ancora una volta questo necessario cammino. IM

  2. Mugnaini percorre una scala cromatica d’ampio respiro che va dal racconto drammatico e metafisico a quello grottesco, ironico e surreale. Sempre di una concentrazione cristallina, tutti hanno come sottofondo comune la problematicità esistenziale, nelle diverse e infinite sfumature. Ma forse la sua più notevole capacità è quella di saperci trascinare, di sapere condurre per mano il lettore, concedendogli di “entrare” e partecipare alla vicenda,ma lui, (il lettore)man mano che procede, avverte una stretta da cui si libera solo alla fine, ma forse neppure… E’ un autore di un’apparente semplicità di linguaggio, tesa allo scopo di fare emergere e irradiare la sostanza profonda: un classico,no?.
    Grazie a Ivano e Grazie al nostro amato Francesco, unico nello stile generoso ma selettivo dell’ospitalità.

  3. Bella, Ivano, la conclusione del racconto. A mio parere, c’è forse un eccesso di commossa retorica nello svolgimento della trama, ma il racconto funziona proprio per l’icasticità del finale.
    Ciao, Marco

  4. Ringrazio sia Lucetta che Marco per la lettura, come sempre attenta e gradita. Il vostro parere è interessante, anche per il confronto con altre valutazioni su miei testi che avete avuto modo di leggere e commentare. Un caro saluto a voi e a Francesco, che ringrazio ancora per l’ospitalità. Ciao, Ivano

  5. Leggendo ho sentito come una grande mestizia in questo racconto, e forse arriva dal provare a fare proprio – assimilare per davvero – l’orrore della strage che si svolse nel cielo notturno di Ustica: “Un giorno come tanti, un volo simile a centinaia di altri. Poi, la notte”; “Un sibilo lacera la notte. Un fischio acutissimo ferisce i timpani e fa scattare come molle le gambe e le spine dorsali”:
    “Solo le vittime non recitavano”.
    E magari passa anche per di qui, per questa mestizia e per questo assimilare per davvero il ricostituirsi di una fiducia nella possibilità di “ribaltare l’assurda equazione”.
    Un caro saluto
    Adelelmo Ruggieri

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