Vigilia di sorpasso

Marina Pizzi

“l’autore è un gioco di persone tenui / uno sberleffo col cielo è dire poco / dacché la nenia è una risacca obliqua / sbattuta in viso allo schiavo desto. / dacché l’arbitrio della luce è il buio / con te non voglio rovistare il salice / né la penombra che abbocca alla crisalide”

 

Marina Pizzi, Vigilia di sorpasso (2009-2010, inedito)

1.
ultimo cuore contare i morti
le giacche appese degli operai
esclusi dalle spade degli angeli.
in preda alle reclusioni delle gemme
fiacca il mattino in un rondinino
morto. le vedove mendaci della tara
dileggiano sul peso di morire. nessuna
giara ti darà più l’olio per rendere
felici i manicaretti da porre sulle tombe.
in faccia al muro elettrico del sale
venga l’attrice che finga di morire
così per verdetto di ristoro.

 

5.
si gira il passo per cambiare vita
ma è solo un vuoto che rattoppa
un altro vuoto, bisbiglio disperato
sotto la cimasa del ciglio che piange.
in casa un almanacco rende pigro
perfino il monaco delle messe
la rivoltella pronta contro il sudario.
bello poter trovare un libro ad uso
di onestà elettrica. la noia respinta
dal giro della carica di ridere
la filastrocca e il cosmo come fazzoletti.
qui si accatta la nenia del verdetto
l’ultima catastrofe appesa alla soffitta.

 

7.
donna d’amore dar di remo il mondo
conoscerlo sotto il peso della ruggine.
gioielli lacrimosi questi laghetti
sparpagliati nel giro delle fosse.
unguenti lacrimevoli caviglie
questo spostarsi in acqua per guardare
se finalmente terra è la memoria.
in mano alla raucedine del disco
sto col condono al collo per poter vivere
da finanziere finalmente. nulla si inventa
in questo acuto fato uncinato nel brevetto.
tu domani uscirai di galera
per sistemare le violette di stagione
lungo l’argine del palato aperto
del neonato in petalo. in coda una nenia
paesana spartirà la lezione della calma.

 

8.
un rullio di rantoli il muretto
dove staziona il rotolo dell’ombra
il cruciverba di badare il baro
che vento insegue chi maestro sia
dell’abaco scortese che giammai perdona.
in mano alla regia della penombra
balbetta lepre il presagio d’ascia
la barca che traballa presaga alla balìa.
tu lasciami un lustrino di favola alla nuca
dove marea si consuma il breve
festino della rema stretta.

 

9.
la linea di fuga sta sottosopra
nel cammino minore delle serpi
in fuga la forza del sogno
il miramare che recita a teatro.
così nella resina di funi
imballo chi sono per un container
senza pietà nerastro di fumi.
tra pericoli corsari e robivecchi
ho la cresima del crudo senza pace
la crepa del sisma che si avvera.

 

13.
la luna inverna in un soldato stanco
qualora la viltà della caverna
abbia un abaco scosceso per il fosso.
le strisce pedonali facciano talamo
al dono della notte più pietosa.
di te ricordo la ginestra nera
giorno a strapiombo ebete per caso
i fiori lasciati al tronco che ti prese.
presumo che domani la scialba eclisse
servirà un’oasi moderna
uno zittire all’angolo del muro.
melodia del palio esserti l’amica
verso un’amaca di coriandoli e sorriso.
l’occaso finirà in alma nera
verso la manciata che anima lo spreco.

 

17.
in famiglia ho visto un abaco cortese
contar le mire che portano al traguardo.
tu lasciami un estro che contamini
le rotte al davanzale senza cadere.
le musiche che girano per i porti
hanno le case rustiche del suono
la manovalanza geometrica, le torri.
che bella rotta si finanzi il nome
di correre aiuole ben fiorite
i riti ben sicuri delle allodole.
in mano alla contesa del datario
sono già franco da piangere assoluto
le paratie che fiaccano il castello.
di me il ginocchio collasserà alla scala
di leggerti l’amante che non sei.

 

23.
l’usanza del registro è stare all’erta
per il deposito di un’urna senza scempio.
in mano alla gita della rotta
il monello è un talamo di giochi.
qui per la maggiore va l’oasi del sogno
dove bivaccano le tane delle rondini.
scarsa baraonda inguine di vento
questo dispendio darsena sul seno.
mesti comunque il senno e l’augurio
quando si termina l’oceano del vate
e le stazioni baciano la terra.
disconvenevole l’attrito degli spasmi
l’aureola corrotta dalla frusta.
in mano alle moine del buon cordolo
tu dimentichi di me che sono innesto
con le perfette nuche che sperdono il dolore.

 

31.
amo a martirio il codice d’onore
stare sull’erba con i piedi scalzi
o il librino del muto che tiene ad amarmi.
qui sulla regìa che dice di baciarci
la femminile amarezza del rancore
quando quell’uomo è un carico di chiodi.
ora è felice l’arca di commedia
la luna stretta che non acchiappa niente
neppure le paratie amorose delle nuvole.

 

32.
la sofferenza del cardo
pungolo d’angelo dolente
ammaina relitto la voce
senza pace etere d’ombra.
sciacquio di pomice la fretta
questa voluttà di morte
risacca d’aquila la mano
sempre assassina.

 

33.
la rotta del fardello quale un accatto
di ortiche che rimuovono l’orto
per le fandonie plurime del pozzo.
indagine del fuoco l’agonia del ventre
quando un bambino fa l’armistizio
con i cipressi plurimi e vincenti.
appena inchiodo la disarmonia del mondo
sto sotto carica di dondoli assassini
con le lancette d’orologio in vortice.
svenuta maestà quest’era vuota
carbone sul catrame pece di cielo
leccornìe del pipistrello appeso al coma.
più ordine di così non so fischiare
alla banderuola in cima a far da diva.

 

43.
vago all’oscuro di piangere la rotta
questo stipetto nano con fandonia
di gigante la nenia del dolore.
in culla alla penombra del tuo flutto
vago marina ruota d’epitaffio
la stanza fatta ernia di collasso.
il fiato che si staglia oltre le rotte
bambinello di attrito contro il divino
dacché da qui non si combina niente.
vecchiume della stirpe stare in diniego
col sale nella nuca per sembrare
filosofo soltanto resistenza.

 

52.
almeno un’anemia avesse il laccio
che mi menziona lirica e falò
dentro il sangue ossuto della melma
da terremoto dentro. in calice al baccano
delle rondini riordino l’abaco del coma
la donna sterile che mi seppe amare.
in fato all’accetta di far boia
questa riunione d’indici cattivi
sotto la nenia del sillabario nitido.
l’arena della bocca grida “non vengo”
dentro la morsa del salario
stanco l’alambicco di capirlo.
in pace sulla rendita del sangue
grava la cintola del frate scalzo
l’avanzo della vanga che non fa tesoro.

 

***

6 pensieri su “Vigilia di sorpasso”

  1. il suono di ogni parola evoca un senso, un qualcosa di profondo, intimo, arcano, dimenticato alla coscienza del giorno, lacerante come un grido oscuro.
    quando la leggo rimango in ascolto con poche parole e immenso stupore.
    grazie.

  2. Devo dire che non non ho mai troppo amato la poesia di Marina Pizzi, perché l’eccesso stupefacente delle sue immagini tendeva a lasciarmi emotivamente un po’ freddo, ma queste poesie recenti, come suggerisce Nadia, evocano un “senso profondo, intimo, arcano”, un vero grido, che commuove il lettore.
    E ne sono piacevolmente colpito. Le leggerò e rileggerò.
    Marco Ercolani

  3. trovo che i versi di Marina siano di una schiettezza acuta: un lancio diretto nella fossa. durante la nausea e il martirio della gestazione terminale.

    felice di leggela qui. grazie a Marina e a Francesco.

    marta

  4. Mi colpiscono questi testi a loro modo asciutti e tesi, vivi.
    Adesso leggo il quaderno, intanto i miei complimenti a marina, e un abbraccio a fm.

    Francesco t.

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