Sentieri in utopia


Federico Battistutta

L’utopia anarchica
di Martin Buber

La nostalgia per ciò che è giusto: questa è la definizione adoperata da Martin Buber per descrivere il manifestarsi del desiderio utopico nella storia dell’uomo e che possiamo ora leggere nelle pagine iniziali di Sentieri in utopia che, qualche mese fa, l’editore Marietti ha dato alle stampe, sotto l’eccellente cura di Donatella Di Cesare (suo è il saggio introduttivo: Buber e l’utopia anarchica della comunità).
Il libro apparve per la prima volta in ebraico nel 1947 e pochi anni dopo nella traduzione tedesca dello stesso Buber. Oltre all’attuale, in italiano esiste un’altra traduzione, uscita negli anni sessanta presso le Edizioni di Comunità di Adriano Olivetti.
Il testo spiazza il lettore e lo fa in maniera fertile, proficua, sapendo condurre fuori dai percorsi abitualmente calpestati, dai paletti che erigiamo alla nostra capacità di oltrepassare il limite dato. A prima vista il libro si presenta come uno studio sul rapporto esistente tra utopia e comunità alla luce di alcuni grandi pensatori e di alcune significative esperienze del passato; quindi come un lavoro di tipo storico-politico. Ma fin dalle prime pagine è possibile cogliere un altro filone che alimenta con vigore la riflessione buberiana: quello profetico-religioso. Non solo, ciò che merita rimarcare è che i due aspetti non si trovano giustapposti, ma si richiamano in un dialogo costante dell’uno con l’altro.
Secondo Buber, studioso delle religioni, il compimento dell’esistenza e della creazione lo troviamo annunciato nella visione escatologica, vale a dire nell’individuazione di un fine ultimo per l’umanità e il cosmo. Detto questo, l’autore introduce una distinzione, per lui fondamentale: vi è un’escatologia profetica, alla quale ciascun individuo è chiamato a partecipare in modo attivo, così come c’è un’escatologia apocalittica, oggettivamente predeterminata e in cui l’uomo è considerato mero strumento di qualcosa che lo sovrasta. Se è vero che nel corso del tempo i lumi della ragione hanno svuotato (o cercato di svuotare) di senso l’escatologia proveniente dalle religioni, essa però non è defunta, ma viene ereditata, in altre sembianze, sotto forma secolarizzata. Da tale prospettiva il marxismo vuole riscattare la tradizione apocalittica, mentre tutta l’utopia libertaria si ricollega alle istanze profetiche.
Il termine socialismo utopistico, si sa, è stato coniato da Marx nel Manifesto del partito comunista per indicare un variegato gruppo di autori, da Saint-Simon a Fourier, da Proudhon a Owen, accostati per l’astrattezza delle loro formulazioni teoriche, ritenute poco attinenti alla realtà; a costoro veniva opposta la costruzione di un socialismo scientifico, basato su una analisi oggettiva della realtà socio-economica.

Nel corso di un convegno su “Utopia e profezia” svoltosi qualche anno fa a Roma, Mario Tronti, il padre dell’operaismo (una fra le correnti marxiste più interessanti degli ultimi decenni), definiva il tentativo di Marx di condurre il socialismo dall’utopia alla scienza, un tentativo generoso ma destinato al fallimento, in quanto la scienza si è rivelata alla fine nemica del socialismo ancor più dell’utopia. Oggi, di fronte al fallimento del socialismo reale, da una parte, e, dall’altra, alla crisi della ragione, con il riconoscimento dell’esistenza di diverse forme di razionalità, lo sguardo che ci propone Buber è una sorta di brezza benefica che scuote rispetto alla resa agli imperativi dell’esistente o all’esilio negli angusti anfratti della propria interiorità. La prospettiva utopica, comunitaria e dialogica di Buber è a un tempo un invito a una rivoluzione permanente della vita quotidiana, così come a una continua conversione al senso più profondo dell’esistenza.
Dopo i capitoli dedicati ai precursori, il volume tratteggia, capitolo per capitolo, le proposte comunitarie di Proudhon, Kropotkin e Landauer. Fortemente partecipate sono proprio le pagine dedicate a quest’ultimo, amico dell’autore, scomparso tragicamente nel 1919 durante il breve corso della Repubblica dei consigli bavarese (sul legame fra i due c’è un bel contributo nel volume collettivo L’anarchico e l’ebreo, pubblicato da Eleuthera qualche anno fa). Diversi motivi di Landauer li vedremo ripresi da Buber, a cominciare da quello della rivoluzione come irruzione del novum in un istante improvviso, vissuto nel qui e ora. O quello della necessità che la rivoluzione si faccia permanente, in grado cioè di stare in costante movimento, per non rischiare di diventare statica, stato. O, ancora, il riconoscimento della tonalità profetica che contraddistingue il Dio ebraico, il quale spinge il suo popolo all’esodo e alla rivolta, fino a raggiungere il suo acme nell’anno giubilare dove i debiti vengono rimessi, gli schiavi affrancati e la terra lasciata finalmente riposare (a questo proposito c’è, ad opera di Erri De Luca, un’interessante traduzione, seguita da commento, dei versi della Scrittura sacra che parlano di ciò: L’urgenza della libertà, Napoli, Filema, 1999).

La parte centrale del volume è invece dedicata ad un accurato esame delle posizioni di Marx e Lenin. Va sottolineata la profonda conoscenza di Buber dell’opera dei due autori: egli riesce a scavare fra le righe, confronta scritti, compresi quelli reputati minori, compara stesure, analizza epistolari, dimostrando quanto meno una competenza in materia ben superiore a tanta vulgata marxista-leninista. Ciò che emerge alla fine è la visione accentratrice dei due (certamente non identica l’una con l’altra e comunque sfiorata in più frangenti da esiti e dubbi: vanno riconosciute a Buber queste sottolineature), in cui i rivoluzionari di professione, il partito e infine lo stato socialista, s’impongono sulla rivoluzione sociale, sulla capacità di autorigenerazione delle cellule sociali. Il commento laconico di Buber: “Si può solo andare avanti, ma in nuova direzione”.
Come alternativa alla direzione indicata da Mosca viene proposta la strada offerta da Gerusalemme e dall’esperienza del kibbutz. Un tratto positivo del villaggio cooperativo ebraico sorto in Palestina è – secondo Buber – la modalità pratica, prima ancora che ideologica, per cui è nato. I diversi motivi ideali in esso rinvenibili (i classici del socialismo utopistico, il sistema comunitario russo noto col nome di artel, gli appelli alla giustizia sociale presenti negli insegnamenti biblici) appaiono con i caratteri della flessibilità, della plasticità, diventano stimoli che incoraggiano al lavoro pratico, non dogmi intangibili. Ricordiamo come Buber sostenesse che Israele doveva divenire una communitas communitatum, una federazione di esperienze sociali, ben attenta alle proporzioni fra decentramento e accentramento, usando quest’ultimo nella giusta dose, per quel tanto che le condizioni di tempo e luogo lo richiedevano. Il tutto nel riconoscimento dell’uguaglianza dei diritti dei popoli arabo ed ebraico, quale base immediata per una trattativa che avrebbe dovuto portare alla costituzione di un’entità bi-nazionale.
Le cose, lo sappiamo, non andarono così, la direzione per Gerusalemme susciterà altre delusioni. Ma non era l’unico, Buber, a pensarla in quel modo, il suo sarà un pensiero che risulterà minoritario, lasciando comunque tracce e aperture al futuro. Siamo convinti che avrebbe fatto sue le parole dell’amico e collega Gershom Scholem, grande studioso della qabbalah e della mistica ebraica, il quale così scriveva nel 1946 ad Hannah Arendt: “La mia fede politica – se ve n’è una – è anarchica”. Sempre lo stesso autore (ma su tutto ciò cfr. di Scholem: Le prix d’Israel. Ecrits politiques 1916-1974, per le francesi Editions de l’éclat, uscito nel 2003) così annotava, anni prima, nel suo diario: “Il nostro obbiettivo principale: Rivoluzione! Rivoluzione totale! (…) Vogliamo la rivoluzione nell’ebraismo. Vogliamo rivoluzionare il sionismo e diffondere l’anarchia, ovvero l’assenza di dominio.” .

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Tratto da: A – Rivista Anarchica, anno 40, n. 351, marzo 2010.

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