Sangue del suo sangue

Roberta Borsani

Toscana, un pomeriggio qualunque: Gretel, una bambina di 8 anni, al rientro dalla palestra viene rapita da uno sconosciuto. Mesi dopo, sulle caviglie di Alice, la gemella, compaiono come stimmate segni di catene. Come è possibile? Per “simpatia”, dice qualcuno: un fenomeno che si verifica spesso tra gemelli. Ma questo significa che Gretel, che tutti danno per morta, è ancora viva. È chiaro che i tradizionali metodi di investigazione non bastano. Così Leone, ispettore dalla mente aperta, si rivolge all’amica sensitiva che già in passato ha collaborato con la polizia. Manuela è una donna ferita, che sta lottando per uscire dalla depressione, ma si lascia coinvolgere. Forse per curiosità o per senso di giustizia. Forse perché l’amicizia con Leone sta diventando qualcos’altro. Ma l’elemento che risulterà decisivo per la soluzione del caso è il legame spirituale, la “catena femminile” che si crea fra Manuela, Gretel e Alice, Ines, misteriosa presenza-guida, fino alla mistica medievale santa Agnese, relegando gli uomini a una funzione secondaria, quasi di manovalanza.

 

PARTE PRIMA
La gemella scomparsa

 

CAPITOLO PRIMO

 

I

Biancaneve è stata sette anni in una bara.
     Però lei dormiva, non se n’è neanche accorta.
     E poi la bara era di cristallo, se apriva gli occhi vedeva tutto.
     La mia non è una bara, è una stanza. Ma buia, con i muri sporchi e ragni grossi come rospi. E io non sono Biancaneve, non ce la faccio a dormire. Se capita faccio dei brutti sogni. dentro c’è sempre lui. Lui, e il gridare cattivo di quelle papere grosse, grigie e verdi. Le ho viste di sfuggita una volta. Trascinano la coda, non è vero che fanno la ruota.
     I miei sogni fanno paura. Chissà se Biancaneve ce li aveva dei sogni così. Secondo me no, altrimenti si svegliava.
     Sono stufa di respirare l’aria della stanza. È piena del suo alito. Gliel’ho detto che non mi piace. Dice che non riesce a digerire. Per forza, mangia schifezze. E le dà anche a me. Mammina non vuole che si mangino quelle cose. Fanno diventare brutti. E infatti lui è brutto. Con le mani coperte di peli e le labbra grosse. Però non è verde. Mammina dice che le patatine del sacchetto fanno diventare verdi. Lui è grigio. Ma anche un po’ giallo. Giallino. Come la paglia. E ha le mani fredde. Fortuna che non mi tocca mai.
     “Prima devi diventare una principessa. Dopo ti sposo.”
     Io non voglio diventare una principessa, e neanche sposarmi.
     Quando torno a casa voglio stare con la mamma. Per sempre.
     C’è una cosa che mi piacerebbe, più di tutto: diventare una fata.
     Qualcosa con le ali, che non sia un uccello. Gli uccelli hanno gli occhi piccoli e cattivi. Passano attraverso la rete della finestra rotta e poi gridano. Sporcano, fanno schifo. Prima non mi sembrava. Avevo dei pappagallini verdi, erano belli.
     Quando avrò le ali volerò via attraverso la rete rotta. Tornerò a casa e aprirò la gabbia dei pappagalli. Fa niente se mia sorella piange. Glielo spiego che nessuno deve stare chiuso dentro. Neanche gli uccelli. Anche se sporcano.
     La scala scricchiola.
     Faccio finta di dormire.
     Arriva. Arriva.

 

II.

Filtra una luce umida da fuori. Triste, come l’occhio solitario di un ciclope. Lingua di vacca sul mondo. E lo stomaco di ferro del creato dice: manda giù tutto, anche questo grigio di oggi. Il dolore è solo nel desiderio. Conforma le aspettative a quello che passa il convento e sarai in pace. E poi oggi non va così male, ho sollevato le persiane e mi è venuta perfino voglia di guardare fuori: non succedeva da tanto.
     Qualcosa di ruvido mi fissa astioso dal davanzale della casa di fronte: è un piccione. Rispondo al suo sguardo con odio, detesto i piccioni. Lo squallore concentrato in un corpo, lo spleen vestito da uccello.
     Apro le imposte. L’aria è pesante e amara, fiato impastato. Sta per piovere.
     Il prossimo dicembre farò quarantasette anni. E mio marito Umberto di cinquantaquattro mi ha mollato da tre mesi per una di trentadue. Quarantasette, cinquantaquattro, trentadue: quando gliel’ho detto la portiera è corsa a giocarli al Lotto.
     Bastardo cane senza cuore. Maledetto. Maledetti tutti e due. Anzi no, non voglio maledire. Le maledizioni restano nell’aria, non sai mai dove colpiscono. a volte tornano indietro.
     Dio, strappamelo dal cuore quell’uomo, succhiami fuori il dolore, soffia via i cattivi pensieri come il vento con le foglie morte. Fammi tornare a riva.
     Gli antichi greci portavano i malati a dormire nel tempio di Esculapio, il dio della guarigione dal magico caduceo, perché da lui ricevessero il sogno che guarisce. Ecco, io ora ho bisogno di un sogno così. Qualcosa di dolce e profondo da cui risvegliarmi guarita.

Sei messaggi sul cellulare. Uno di Arabella. Quattro di Leone. L’ultimo della Tim (“Il suo credito sta per terminare”, lo so, è da quindici giorni).
     Chiamo Arabella dal fisso e intanto mi invento un tono di voce quasi gaio. Non è facile ingannarla, mia figlia è molto intuitiva. Se voglio però ci riesco, perché ha troppa fiducia in me. Le è difficile immaginare che possa sentirmi tanto ferita da uno che “parliamoci chiaro, è uno stronzo.”
     Lei non ha mai straveduto per lui, del resto non è tenuta a farlo, visto che non è suo padre. Il padre di Arabella è morto quando lei aveva solo otto anni. Lavorava in provincia di Bergamo. Pessimo tratto di autostrada, nevischio e asfalto scivoloso. Un tir ha invaso la corsia opposta. Era l’otto marzo di quindici anni fa. Quando la polizia mi ha chiamato, stavo sistemando un enorme mazzo di mimose nel vaso di ceramica stile zoomorfico cretese.
     Mai più comprato mimose. L’odore mi dà il voltastomaco.

“Ciao bimba come stai?” Il tono di voce è quello della donna attiva, ottimista di professione. Mi costa fatica ma ce la faccio.
     “Bene mamma, sto imparando un sacco di cose. Sono straordinari qui.”
     “Che bello…” Pausa, cosa le dico adesso… “Mi spiegherai bene quando ci vedremo, sai che mi interessa.”
     Sbagliato il “quando ci vedremo”, sa di nostalgico appello.
     “Ti ho già scritto una lettera… L’ho spedita ieri, non so quando arriva.”
     Arabella si sta laureando in psicologia. Studia il rapporto tra disturbi del comportamento e condizioni climatico-ambientali. In Norvegia approfondisce la depressione in relazione al contesto di ampi spazi, scarsa densità demografica, particolari tempi di esposizione alla luce.
     “Hai una voce strana mamma, non so… Leone viene a trovarti?”
     “Tutti i giorni. E telefona, mi manda messaggi… innaffia perfino i gerani. Lo sai? mi ha proposto un nuovo caso.”
     “Me ne puoi parlare?”
     “Adesso no, si tratta di una bambina rapita, però non so se accetterò.”
     Mentre parlo ho davanti il faldone di documenti, chiusi in una cartelletta rossa. È lì da tre giorni, mai aperto. Leone tornerà alla carica anche oggi per una risposta. Già in passato mi ha proposto dei casi, alcuni li ho accettati, altri no.  Non capisco perché insista tanto per questo. Forse è solo un pretesto per costringermi
a uscire dal mio torpore.
     “Allora ti saluto. Ti voglio bene mamma.”
     “Ciao piccola.”
     Arabella ha tutta la spontaneità del suo padre naturale. Timida e selvatica, non conosce opportunismi. Viaggia con il cuore e la sua mente arriva lontano solo se si possono saltare i passaggi che l’annoiano. Su di lei la cultura superiore, la complicata eloquenza di Umberto non hanno sortito alcun effetto. Al contrario, se n’è istintivamente ritratta, con una specie di disgusto che io allora capivo solo in parte. Per me Umberto aveva stile, sapeva tante cose, sempre a suo agio nel mondo. Era quello che io non sono mai stata.

(…)

 

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Roberta Borsani, Sangue del suo sangue, Milano, Alacrán Edizioni, 2010.
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***

7 pensieri su “Sangue del suo sangue”

  1. Complimenti a Roberta e auguri per questo libro.
    Da quanto leggo intuisco una narratrice di storie coinvolgenti e come sempre una bella scrittura. Intanto un grazie e un saluto a Roberta e a Francesco.

  2. “Sangue del suo sangue” è un romanzo che mi ha catturato, la scrittura e il plot narrativo della Borsani sanno andare oltre al “giallo” per penetrare le zone oscure che possono o non possono annidarsi in ognuno di noi, dei tanti noi che siamo, che ci definiamo in un termine sempre così troppo semplicistico “normali”. Auguro ogni bene a questo ulteriore capitolo della ricerca letteraria di Roberta, e qui la saluto, con l’affetto e la stima che sa. Fabio Franzin

  3. Anche a me è piaciuto un sacco questo libro!complimenti all’autrice! Oltre a essermi pienamente immedesimata nella protagonista, ho apprezzato l’idea che non sempre la ragione riesce a spiegare le cose!
    La chicca? la corrispondenza per mail!!
    ciao ciao

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