Mappe per l’ascolto

Livia Candiani

Per ascoltare
bisogna aver fame
e anche sete,
sete che sia
tutt’uno col deserto.

[Da Poesie del mondo]

Dunque, sapiente
è il corpo,
che sa morire e consegnare
alla luce, mostrare
i denti piegare le due sponde
delle labbra, lacrimare
solo o faccia a faccia
sanguinare e squarciarsi
e dire parlare dire instancabilmente
parlare inascoltato.

Dunque, tra il silenzio assordante
dell’universo,
il suo nessuno che ama,
sentimento vertiginoso e tenero
che si sprigiona
come neve equanime
e spassionata, bella,
su noi distratti,

e il mondo folgorato
e nero, nel fuoco di pianura,
il mondo patetico di scintilline
nella notte della visione aerea
di noi impastati di fango,
inadatti al volo sospesi
tra le bombe, dunque
tra tu universo e tu mondo
non c’è che il corpo, questa

minuscola mollica di pane,
questa fucina di passione
e quiete, questo sipario
delicato tra vuoto
e vuoto. Cacciati dall’universo,
dilaniati dal mondo,
il corpo è terra madre
postura raccolta per il balzo.

Dunque, solo il corpo
è patria e dimora
di noi orfani
spiumati
e senza casa,
il corpo sa di
muschio e zolfo
di essere immenso
di contenerlo
sa.

(Dicembre 2006)

Io ti conosco
maestoso e ovvio lievitante
silenzio ti conosco
quando spieghi le ali
sulla mia testa di margherita
vana e stanca
ti conosco quando riempi
le vene di fioritura esatta
ricamata nella geometria del respiro.

Ti riconosco silenzio tenero
nelle tue vele
che imprestano minuscole
ali alle mie clavicole
ali di tela e foglie
ti riconosco dove
calligrafia d’albero
disegni altitudini lievi
e abissale nostalgia.

E ti avverto nel terrore
dei tuoi notturni
nella gola che si piega
squarciata alla tua offesa
allora non più tenero
ma tremendo sei
silenzio
allora girovaghi nel sangue
per addestrarlo
a più vertiginoso inchino
e mi decapiti il pensiero
e oscenamente minuscola
mi getti nel gelido fuoco
dell’assenza di universo
opaca creatura
senza orientamento.

Ma dove sei
quando il mondo
mi ride addosso
quando mi assalgono di spilli
e disamorata e braccata
rispondo
a strappi e passi
di danza ubriaca
dove sei
nelle televisioni accese
a coprire gli urli seppelliti
al desco familiare
dove sei nei giochi sociali
che non lasciano tracce
di sangue ma buchi
a fiotti nella carne
invisibile del petto
dove sei non in guerra fame
violenza e miseria
ma nella quiete
con cui ci si dà il male
dove sei nella noia delle mani
che non sanno
più stringere né sfiorare
lavare i morti
calmare gli orrori infantili
con il tocco
di chi è preziosamente umano
e non pretende guarire
ma intende amare
volere il bene girare
i volti verso la luce.

Dove sei allora
silenzio
nell’assenza di mistero
e di vicinanza dove sei
nei corpi che non s’intendono
nelle facce che sbarrano
il passo, nei cappotti di spine
senza bivio per il respiro
che si fa forsennato,
davanti al loro ripetersi:
“Non sta succedendo
niente”, appunto,
dove sei silenzio
in quale tempo dimenticato
in quale perduta dimensione
in che ovvia misura
che non avverto e non sento?

Cura
di abitare l’anima
come l’animale
la sua pelle, abitarla
in gloria e luminescenza
e in pena e meschina piccolezza
in domestico deserto
abitarla sempre
anche in tua assenza
indossarla la sua
carne senza spine
come corpo nuovo
come candida corrente.

(Ratanagiri, dicembre 2006)

*

[Da Pianissimo, per non svegliarti]

Dunque non ti ho detto addio
amica mia mia amica
e ora visiti le stanze
con andatura lieve
meno di una danza.
Sei aria che sorride,
che mi circonda amorosa
il buio tra le spalle,
sei soffio sul viso
tutta sorriso sei,
e sole insieme
guardiamo le foglie
piovere nel vento
della città operosa.
Sospesa per entrambe
l’indaffarata corsa
verso le infinite misture
del nulla,
lo abitiamo con pazienza:
i suoni che non giungono,
quelli già giunti e poi svaniti
sono nostra
costante compagnia,
che importa quello che si è detto,
è così bruciante ora
accoglierci senza tocco
nel telefono che non suona
nel messaggio che non arriva.

(Milano, aprile 2008)

Ora sei trasfigurata
tutta
ora sei mondo
non mi accompagni
cammino in te
mi hai pienamente
abbandonato
riconsegnato all’intero
che sei che siamo
che mi bisbiglia notturni
e disorientando orienta
al senza meta
al silenzio.
Tu l’hai aperto
il sacco opaco il velo
l’hai divelto tu splendi.
Seduta in riva alle lacrime
pesa un quintale
la necessità di grazia.

(Soriso, luglio 2008)

*

[Da Le sfumature dell’amore]

“Nel mondo ci sono i suoni.”
Ah sì?
E le conchiglie che li raccolgono
e li tengono?
Sì, sono orecchi di mare,
vie perdute e abissali.
L’universo non ha un centro,
ma per abbracciarsi si fa così:
ci si avvicina lentamente
eppure senza motivo apparente,
poi allargando le braccia,
si mostra il disarmo delle ali,
e infine si svanisce,
insieme,
nello spazio di carità,
tra te,
e l’altro.

(Aprile 2009)

Mappa per l’ascolto

Dunque, per ascoltare
avvicina all’orecchio una conchiglia
che ti trasmetta le linee sonore
del passato, le morbide voci
e quelle acuminate,
e la colonna audace del futuro,
fino alla sabbia lenta
del presente, allora preferisci
il silenzio che segue la nota
e la rende sconosciuta
e lesta nello sfuggire
ogni via domestica del senso.

Accosta all’orecchio il vuoto
fecondo del mare,
vuoto con vuoto.
Ripiega i pensieri
fino a riceverle in pieno
petto risonante
le parole in boccio.

Per ascoltare bisogna aver fame
e anche sete,
sete che sia tutt’uno col deserto,
fame che è pezzetto di pane in tasca
e briciole per chiamare i voli,
perché è in volo che arriva il senso
e non rifacendo il cammino a ritroso,
visto che il sentiero,
anche quando è il medesimo,
non è mai lo stesso
dell’andata.

Dunque, abbraccia le parole
come fanno le rondini col cielo,
tuffandosi, aperte all’infinito,
abisso del senso.

(Aprile 2009)

Mappa per pregare

Quando vuoi pregare,
quando vuoi sapere
quel che sa la poesia,
veloce nella corsa,
senza indugio
cerca il gesto più piccolo che hai,
piegalo all’infinito,
piegalo fino a terra,
al suo batticuore.

Quando hai fame di luce
e l’amore è cinghia pesante
e il cuore stracolmo
di voli che allacciano troppo
al leggero del cielo,
istruisciti alla pura verità,
quella che non vuoi
e nemmeno immagini,
quella ‘polvere sul pavimento
e pane sulla tavola’,
ginocchia sbucciate
e pane che parla,
dice la fame giusta.

Offriti al paesaggio grande,
dalla finestra
o in piena aria aperta,
chinati a portare il mondo
sulla schiena nelle ossa
e poi lascialo
scivolare sbocconcellarsi
ai piedi della terra,
ascolta il suo silenzio
che risponde:
“Qui neve su albero.
Qui foglia piccola su pianura
immensa. Qui ghiaccio
esatto. Qui apprendista della luna
raccoglie luce.”

Ci vuole incrollabile
ardente pazienza
e vicinanza al pavimento
fronte che lo fronteggi
e dica l’amore pesante,
la fame di giusti mietitori,
di macina.
Per cercare un’altra strada
al desiderio che ti inaridisce
ci vuole furore,
farsi creatura randagia
nel disastro delle falci,
che ti cali il silenzio
sulla testa, l’affamato
sapere che tace
e fa foreste delle ferite.

Se vuoi dare la forza,
raccogliti in un balzo,
uno slancio senza mondo,
polvere da spazzare con devozione,
piccoli scricchiolii di ossa
che parlano alle tue prossime ceneri:
se vuoi essere adesso,
datti la forza,
senza salvare,
senza costringere l’amore
in relazione, lascialo soffiare,
mietere. E’ un grande paesaggio
il mondo,
un uccello piccolo su un palo
lo conserva, ha sguardo.

Non serve squarciare il cielo
a caccia di segreti,
sei tu, abbagliata,
che di notte scegli,
non guardi la luce minuscola
ma il buio tutto
che le preme attorno.
Visto che non puoi
essere qui, allora ama altrove,
in rettilinea sequenza,
allora prega.

(Aprile 2009)

______________________________

Nota di Roberta Borsani

Questi versi portano dentro di sé il marchio a fuoco di colei che li ha forgiati. Versi belli e veri.
La voce, originale e inconfondibile, minuscola e cosmica, pulcino spiumato e insieme ruggito dell’intero universo. Un’ altalena di immacolata vertigine tra i due poli dell’opposizione che li attraversa con la sua corrente. Una corrente che Livia cavalca con la delicatezza di un Pierrot innamorato eppure filosofo, messo al corrente della vanità della vita ma dalla vita ancora stregato. Bramoso di colori suoni, carne e profumi essenziali in cui riconoscere il verbo profondo dell’essere. Il verbo elementare, vicino alle cose semplici che non possono mai disgustarci. Talmente semplici da poter essere riconosciute e afferrate solo dentro uno “slancio senza mondo”. Ali, voli, corse e uccelli sono immagini che ricorrono e trascinano lontano, in un universo leggero e senza centro.
Nella poesia di Livia si vive la costante tensione tra la giovinezza rigogliosa della terra e il sollievo di chi va spoglio come un francescano, finalmente libero dalle leggi del mondo fisico. E poi, molta verità (“istruisciti alla pura verità, / quella che non vuoi / e nemmeno immagini”). Molta umiltà. L’immensità guardata e in un certo senso “salvata” (consegnata al senso) dagli occhi trasparenti di un piccolo: “E’ un grande paesaggio / il mondo, / un uccello piccolo su un palo / lo conserva, ha sguardo”.
La voce, che talvolta dispiega le sue ali d’aquila immensa, e si fa tremenda, tragica, ha improvvisi ripiegamenti, ritorna sottile e tenera, forse spaventata della sua stessa forza, ritrovando i toni sommessi, di un colloquio intimo, tra anime volutamente nude.
Per comprendere questi versi, come sempre accade con la poesia di Livia, bisogna infatti essenzialmente spogliarsi. C’è sempre un indumento in più, però, uno strato, un “surplus di mondo” che impedisce il contatto semplice e puro. Straordinario è che l’impedimento, non venga mai percepito con fastidio ma a suo modo amato, esso stesso principio (doloroso principio) di meraviglia. Ultimo scoglio sul quale gli animali alati, compreso l’essere umano, possono fermarsi a guardare, prima dello slancio finale.

______________________________

***

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16 pensieri riguardo “Mappe per l’ascolto”

  1. “La voce, originale e inconfondibile, minuscola e cosmica, pulcino spiumato e insieme ruggito dell’intero universo. Un’ altalena di immacolata vertigine tra i due poli dell’opposizione che li attraversa con la sua corrente. Una corrente che Livia cavalca con la delicatezza di un Pierrot innamorato eppure filosofo, messo al corrente della vanità della vita ma dalla vita ancora stregato. ”

    Non resta che sottoscrivere la nota di Roberta Borsani e aggiungere che essere istruiti a questa verità è un grande dono.

    ” istruisciti alla pura verità,
    quella che non vuoi
    e nemmeno immagini,
    quella ‘polvere sul pavimento
    e pane sulla tavola’,
    ginocchia sbucciate
    e pane che parla,
    dice la fame giusta.

    Un caro saluto.

  2. Della poesia di Livia, fra gli altri aspetti, mi stupisce il suo restare sospesa fra le piccole cose e l’infinito, il cercare nelle prime la chiave per poter raggiungere il secondo. Una splendida voce ( e in questi giorni sto leggendo Bevendo il tè con i morti).

    Un caro saluto a Livia e fm.

    Francesco t.


  3. perché è in volo che arriva il senso
    e non rifacendo il cammino a ritroso,
    visto che il sentiero,
    anche quando è il medesimo,
    non è mai lo stesso
    dell’andata.

    Una bellissima voce, pura e disarmante.
    Grazie

    Stefania C.

  4. Leggo queste poesie come riconosco questi giorni di primavera.
    Respirandoli i passaggi, e davvero in ascolto, l’ascolto che crea – come fa la primavera, e allora – forse è il termine di paragone più vasto e più a portata di mano – leggere questi versi e ascoltarli fa come una piccola stagione di sorpresa tutta raccolta in una mano, in un profondo respiro da dare all’aria aperta e a quella che s’inspira, come un cerchio il cerchio delle dita per la riuscita di una leggera semplice ciclicità – credo così debba e possa dirsi poesia, o primavera

  5. Veramente questi versi costituiscono delle autentiche “mappe per l’ ascolto”.
    Lievissimi giungono ai nostri occhi come foglie adagiate sull’ acqua di un calmo lago che riflette tutti i colori dello spazio circostante. Un lago di montagna in cui tu non distingui più il paesaggio dall’ immagine che si specchia nelle acque. Le sensazionio fluiscono leggere e invadono l’anima suscitando ricordi e mostrando vie per l’ infinito. Si accende qualcosa dentro e si accede ad una dimensione più autentica del vivere e del sentire; si esperisce un’ energia nuova che conduce alla quiete e all’ accoglienza, al silenzio e alla lode.

    Un saluto,

    Rosaria Di Donato

  6. io vi ringrazio, ringrazio Francesco Marotta per lo spazio accogliente e per la sua cura per la mia poesia, ringrazio Roberta Borsani per aver letto fino alle radici e aver saputo dire e tutti i commenti e tutte le intenzioni di lettura di chi ha scritto, non so dire altro: con commozione, grazie! Livia

  7. Leggo questa mappa interiore, questo stupendo scheletro di parole ricamato di preghiere e invocazioni come una ricetta per farsi migliori, e perciò, se è mappa, io il tesoro l’ho già trovato fra questi versi così umili e così altissimi, frane e guglie dorate nel paesaggio scabro che viviamo. Ringrazio Livia Candiani per questi gioielli e l’amica Roberta per averli proposti e commentati per noi.
    Un caro abbraccio. Fabio Franzin

  8. Con sempre rinnovata emozione e gioia si scoprono nuove poesie di questa riservata ma significativa voce del paesaggio poetico italiano.
    La sua emozione diviene parola scritta e la parola pane per tutti.
    Brava Livia Candiani!
    Scardanelli

  9. “Quando vuoi pregare,
    quando vuoi sapere
    quel che sa la poesia,
    veloce nella corsa,
    senza indugio
    cerca il gesto più piccolo che hai,
    piegalo all’infinito,
    piegalo fino a terra,
    al suo batticuore.”

    Grazie a Livia Candiani per queste nuove poesie che risuonano delicate e potenti, e a Francesco.
    Buone feste!
    Giovanni

  10. Leggo solo adesso la bella nota e gli splendidi versi. La poesia di Livia Candiani è semplice e profonda, alta e necessaria, la leggo sempre con grande commozione. Grazie!

  11. grazie Francesco dell’accoglienza, un’amica mi ha scritto: “Non ero mai stata in un blog così caldo.” Forse come le case i blog assomigliano ai loro abitanti, ai loro custodi. Grazie, i commenti sono più belli delle poesie. A presto. Livia

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