La letteratura e il diritto alla morte

blanchot-elitropia

Maurice Blanchot

Si può certamente scrivere senza domandarsi perché lo si faccia. Uno scrittore che guardi la propria penna tracciare segni, ha il diritto di alzarla dal foglio e dirle: fermati! Cosa sai di te? Verso cosa ti muovi? Non ti accorgi che il tuo inchiostro non lascia tracce, che vai avanti liberamente, ma nel vuoto, che, se non incontri alcun ostacolo, è perché non hai mai lasciato il tuo punto di partenza? E tuttavia scrivi, scrivi senza tregua, mi manifesti ciò che ti detto, mi riveli ciò che so; gli altri, leggendo, ti arricchiranno di ciò che da te prenderanno, ti renderanno ciò che avrai loro insegnato. Quello che non hai fatto, l’hai compiuto; quello che non hai scritto, è scritto: sei condannata all’incancellabile.
Ammettiamo che la letteratura inizi nel momento in cui diviene domanda. Una domanda che non si confonde con i dubbi o gli scrupoli dello scrittore. Sorge in lui, se egli giunge ad interrogarsi, mentre scrive. Che sia preso da ciò che scrive ed indifferente alla possibilità di scrivere, che addirittura non pensi a nulla, è suo diritto ed è la sua felicità. Ma rimane ciò: una volta che la pagina è scritta, è presente, in questa pagina, la domanda che, a sua insaputa forse, non ha smesso di interrogare lo scrittore mentre scriveva; ed ora, nel cuore dell’opera, in attesa dell’incontro con un lettore e non importa quale, se profondo o superficiale, è silenziosamente riposta la stessa domanda, rivolta al linguaggio, alle spalle di chi scrive e legge, attraverso quel linguaggio che è diventato letteratura. Si può condannare come un’infatuazione questo soffermarsi della letteratura su se stessa. Questo indugio ha un bel parlare della letteratura, del suo nulla, della sua scarsa serietà, della sua cattiva fede. E’ questo l’abuso che si rimprovera. La letteratura si dà valore ponendosi come oggetto di dubbio, si rafforza disprezzandosi. Si cerca, più di quanto debba. Perché è forse di quel genere di cose che meritano d’esser trovate, ma non d’esser cercate.
La letteratura non ha forse il diritto di considerarsi illegittima. Ma la domanda che essa racchiude non concerne, a rigore, il suo valore o il suo diritto. Se è difficile portare alla luce il senso di questa domanda è perché essa tende a trasformarsi in un processo dell’arte, dei suoi poteri e dei suoi fini. La letteratura si costruisce sulle proprie rovine: questo paradosso è per noi ormai un luogo comune. Ma occorrerebbe domandarsi ancora se questo mettere in discussione l’arte, che da trent’anni rappresenta, dell’arte stessa, l’aspetto più importante, non implichi lo slittamento, lo spiazzamento di una forza che agisce nel segreto delle grandi opere, a cui è insopportabile uscire alla luce; azione in origine del tutto distinta da ogni svalutazione dell’attività o della Cosa letteraria.
Ricordiamo che la letteratura, come negazione di se stessa, non ha mai significato la semplice denuncia dell’arte o dell’artista come mistificazione e inganno. Che la letteratura sia illegittima, che in essa ci sia un fondo d’impostura, è fuor di dubbio. Ma, in più, si è compreso che la letteratura non solo è illegittima, ma è nulla e che questo esser nulla costituisce probabilmente una forza straordinaria, meravigliosa, purché la si porti allo stato puro. Fare in modo che la letteratura divenga rivelazione di questo interno vuoto, che tutta si schiuda al proprio nulla, che realizzi la propria irrealtà è quanto ha tentato di fare il surrealismo, tanto che possiamo riconoscere in esso un potente movimento di negazione, ma possiamo anche attribuirgli la massima ambizione creativa, perché la letteratura un momento si identifica con il nulla ed il momento successivo è tutto, un tutto che comincia ad esistere: somma meraviglia.
Non si tratta di maltrattare la letteratura ma di tentare di comprenderla e di vedere perché non la si può comprendere se non disprezzandola. Si è constatato con sorpresa che la domanda “Che cos’è la letteratura?” ha ricevuto soltanto risposte insignificanti. Ma ancor più strano è che nella forma di tale domanda c’è qualcosa che la priva di serietà.
Domandare cos’è la poesia, cos’è l’arte, o anche cos’è un romanzo, è possibile farlo, lo si è fatto. Ma la letteratura, che è poesia e romanzo, appare l’elemento di vuoto che è presente in tutto ciò, sul quale la riflessione, con la gravità che le è propria, non può soffermarsi senza perdere di serietà. Se la riflessione austera s’accosta alla letteratura, la letteratura diviene una forza caustica, capace di distruggere ciò che in essa e nella riflessione stessa va imponendosi. Se la riflessione s’allontana, allora la letteratura diviene nuovamente qualcosa d’importante, d’essenziale, più importante della filosofia, della religione, della vita nel mondo che essa racchiude. Ma non appena la riflessione, stupita di questo dominio, ritorna a soffermarsi su questa forza e domanda cosa sia, penetrata immediatamente da un elemento corrosivo, volatile, non può che disprezzare una Cosa tanto vana, incerta, impura e consumarsi, a sua volta, in questo disprezzo, in questa vanità; la storia di Monsieur Teste l’ha dimostrato.
Ci si ingannerebbe a credere responsabili del fatto che la poesia è divenuta una forza volatile e volatilizzante gli attuali radicali movimenti di negazione. Circa centocinquanta anni fa, un uomo che aveva un’idea altissima dell’arte – perché comprendeva che l’arte può divenire religione e la religione arte -, Hegel, ha descritto tutti i meccanismi grazie a cui, colui che ha scelto di essere un letterato, si condanna ad appartenere al “regno animale dello spirito”. Ai suoi primi passi, dice Hegel, l’individuo che vuole scrivere è bloccato da una contraddizione: per scrivere gli occorre il talento di scrivere. Ma il dono naturale, in sé, non è nulla. Non essendosi messo a tavolino, non ha scritto l’opera, non è uno scrittore e non sa se ha capacità per divenirlo. Ha talento solo dopo aver scritto, eppure gli occorre per scrivere.
Questo problema mette in luce, fin dall’inizio, l’anomalia come essenza dell’attività letteraria, che lo scrittore deve e non deve superare. Lo scrittore non è un sognatore idealista, non si contempla nell’intimità della propria anima bella, non affonda nella certezza interiore delle proprie virtù. Le proprie virtù, egli le mette in opera, ha cioè bisogno dell’opera che produce per avere coscienza di esse e di sé stesso. Lo scrittore non si trova, non si realizza, che attraverso la propria opera; prima di questa non solo egli ignora che è, ma non è nulla. Esiste solo a partire dall’opera, ma, allora, l’opera come può esistere? “L’individuo, dice Hegel, non può sapere ciò che è, finché non raggiunge, attraverso l’azione, la realtà effettiva: sembrerebbe che egli non possa determinare lo scopo del proprio operare prima di avere operato; e tuttavia gli occorre, coscientemente, aver dapprima innanzi a sé l’azione come specificamente sua, averla come scopo”. E lo stesso accade quando l’opera è realizzata pezzo per pezzo: se l’autore non ha dinanzi a sé la propria attività già organizzata in un progetto, come può proporselo quale fine cosciente dei propri atti coscienti? Ma se l’opera è già tutta intera presente nella sua mente e se questa presenza è l’essenziale dell’opera (considerando inessenziali le parole) perché egli, in più, la realizzerebbe? Come progetto interiore, l’opera è già tutto quello che diverrà e lo scrittore, in questo istante, già sa di essa tutto quanto può apprendere, e la lascerà riposare nel suo crepuscolo, senza tradurla in parole, senza scriverla, ma allora, se non la scriverà, non sarà scrittore.  O anche prendendo coscienza del fatto che l’opera non può essere progettata ma solo realizzata, che essa non ha valore, verità e realtà se non nelle parole che la svolgono nel tempo e la inscrivono nello spazio, egli si metterà a scrivere, ma a partire da nulla e in vista di nulla; con un’espressione di Hegel, come un nulla che lavora nel nulla.

[…]

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Tratto da: Maurice Blanchot, La follia del giorno (traduzione di Franco Facchini e Giorgio Marcon) e La letteratura e il diritto alla morte (traduzione di Giorgio Patrizi e Giulia Urso), con letture di Jacques Derrida e Emmanuel Lévinas, Reggio Emilia, Elitropia Edizioni, “In Forma di Parole”, Libro Quinto, 1982.

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11 pensieri su “La letteratura e il diritto alla morte”

  1. E un padre, un muratore, un disgraziato, un ladro, un farabutto, un uomo di Dio?… ognuno si realizza attraverso la propria opera. E’ assiomatico.

  2. Non ti accorgi che il tuo inchiostro non lascia tracce, che vai avanti liberamente, ma nel vuoto, che, se non incontri alcun ostacolo, è perché non hai mai lasciato il tuo punto di partenza? E tuttavia scrivi…

    E tuttavia,pur non sapendo chi siamo dove andiamo né perché, viviamo e c’inventiamo cardinali, punti in cui svrapporre la nostra inconsistente ignoranza per poi franarla da quell’alto in cui l’abbiamo eretta, ora in un senso ora in altro, ma purtroppo, a discapito di molti, molti altri.ferni

  3. Che piccolo, grande libro, questo di Blanchot in Elitropia! Ho la gioia di possederlo: la gioia fisica di chi ha un libro così bello, di chi ha proprio quel libro.
    Fare il proprio nulla è l’impresa di sempre, è la costruzione attiva della propria morte.
    Marco

  4. Salve, sono una laureata in letteratura tedesca con la prof. Miglio, sull’influsso di Blanchot in Germania (in particolare Celan e la Bachmann). Avete mai pensato di interpellarla?

  5. Anch’io come Marco Ercolani ho la fortuna di possedere questo prezioso libro, edito da una casa editrice che, come buona parte delle case che portavano avanti una politica basata sulla qualità, non ha avuto vita lunga.
    Mirabile la lettura di Derrida felicemente e sapientemente interpolata come iper-testo a fronte. Calzanti gli esercizi di Lévinas. Interrogativo il racconto (ma come fa giustamente notare Derrida per essere fedeli alla prima versione bisogna aggiungere un punto interrogativo: Maurice Blanchot, “Un racconto?”) e emblematico il breve saggio cui si fa riferimento.
    Mi sembra giusto riportare qui anche la chiusa del saggio:

    “Se chiamiamo questa forza negazione o irrealtà o morte, immediatamente la morte, la negazione, l’irrealtà che lavorano al fondo del linguaggio, vi significano l’ingresso della verità nel mondo, l’essere intellegibile che si costruisce, il senso che si forma. Ma all’improvviso il segno cambia: il senso non rappresenta più la meraviglia del comprendere, ma ci rimanda al nulla della morte e l’essere intellegibile non significa che il rifiuto dell’esistenza, e l’assoluta cura della verità si traduce nell’impotenza ad agire veramente. Inoltre la morte appare come la potenza civilizzatrice che ha per fine la comprensione dell’essere, ma contemporaneamente la morte che tende all’essere rappresenta la follia assurda, la maledizione dell’esistente che riunisce in sé morte ed essere ma non è né essere né morte. La morte tende all’essere: questa è la speranza e questo è il compito dell’uomo perché anche il nulla aiuta a costruire il mondo, il nulla è creatore del mondo nell’uomo che lavora e comprende. La morte tende all’essere: è la lacerazione dell’uomo, l’origine della sua infelicità, perché attraverso l’uomo, la morte arriva all’essere a attraverso l’uomo il senso riposa sul nulla; non comprendiamo se non privandoci d’esistere, rendendo la morte possibile, contagiando ciò che noi comprendiamo del nulla della morte, di modo che, se usciamo dall’essere, cadiamo fuori della possibilità di morire, e l’esito si trasforma nella scomparsa di tutti gli esiti.
    In questo doppio senso iniziale che è al fondo di tutte le parole come una condanna ancora sconosciuta e una felicità ancora invisibile, la letteratura trova la propria origine, perché è la forma che esso ha scelto per manifestarsi dietro il senso e il valore delle parole e la domanda che pone è la domanda che pone la letteratura. “

    Si vive e si scrive in funzione dell’interrogazione. Sempre e comunque.

  6. Grazie dell’aggiunta, Enzo, e soprattutto della chiosa.

    Sarebbe bello se un gruppo di persone si organizzasse, in qualche modo, e facesse rivivere una “esperienza” assolutamente unica come “In forma di parole”. Ogni volta che guardo quei libri, mi viene un groppo difficile da sciogliere…

    fm

  7. dunque secondo Hegel nessuno sa di aver del talento se non si mette a scrivere, insomma l’appetito vien mangiando, ma perché mangiare, e come? e se la morte come l’opera stessa hanno bisogno dell’uomo per essere perché privarle di quest’altra effimera gioia? ma effimera è solo la morte e l’altra, la letteratura, l’opera stessa scaturita a opera di quella primordiale scintilla, che pure tutto mosse, pure finisce, o è già finita ma non lo sa, solo perché dura sempre un poco in più di quel che deve durare, per inerzia… mi sa che se riesco a trovare qualcosa, oltre al tempo e alla voglia, Maurice Blanchot farà parte delle mie prossime letture

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