Dettati per (e)stasi a delinquere

Enzo Campi

traspare
adagio
scarto a rinverdire
in avulsa abulia
l’urlo a scemare
poco più si digrada
e di poco in meno
disegna
l’obliqua mania
di abiurarsi
all’oscena eco

Enzo Campi

éclat /écart

Frammenti tratti da

Il Verbaio – Dettati per (e)stasi a delinquere

(inedito, 2010)

Nessuna virgola
sopravvive
alla spaziatura
della pausa
che annuncia
l’intervallo

précipité?

(pas plus pas moins)

*

sghembi viticci di geroglifici
a sillabare improbabili assonanze
tra il dolo e il preso a nolo
senza gli oneri di una gabella
e onori da rivendicare.

*

non disdegno rincari
di croci e dosi
e mi riservo
il beneficio d’inventario
su ogni grazie confuso in dono
e su ogni grazia inalberata a danno.

non c’è luogo nel moto a moto
non c’è loco né loculo
che sia attraversato e vanificato.
piovono silenti calcinacci
e a calciarli
si dà attrito.

*

esplodono le bolle d’aria.
ci si finisce solo dissolvendosi.
ci si sfinisce solo anticipando la fine.
soffi di glosse confuse e macerate
porgono la mano all’inesausto verbo.

crudeli anatemi risuonano ad agonizzare.

non conosco rogna
né gogna
senza ludi e alchimie da frequentare
a tutto e a niente.

*

volvere
adagio
al passo appena accennato
in punta di lingua
il soffiare soffuso
tanto meno s’appare
e più di tanto
dissolve
l’iniqua fobia
di consegnarsi
all’irriverente pasto

traspare
adagio
scarto a rinverdire
in avulsa abulia
l’urlo a scemare
poco più si digrada
e di poco in meno
disegna
l’obliqua mania
di abiurarsi
all’oscena eco

brulicare
adagio
al gesto incompiuto
in atavico dilemma
la glottide occlusa
senza fulcro si pietrifica
nodo a nodo
differisce
l’ubiqua mancanza
di massacrarsi
all’inoffensivo plauso

relâche?

(repasse-moi)

*

avviluppato al chiodo dell’imprescrittibile.

mai fenomeni se non inibizioni.

*

raspare.
questo è tutto.
questo sarebbe tutto.
se servisse.
se fossi solo.
se fossi il solo.

non ci sono garanzie.
solo elettricità al lavoro.
ma ciò che fibrilla non è conseguenza della scossa.
non sono il padrone.

e lo specchio non riflette che l’altro.
altro.
a venire.

*

non si dà soqquadro nel rovesciare a caso.
sbuffo.
m’ingegno e sguscio
incuneandomi tra piaghe e innominati anfratti.
non c’è uguale che mantenga il tono.

le pertiche, instabili, non restituiscono la perduta totemia.

mi esibisco, scemando, in levate a cadere
e sordi colpi di muto livore.

il nodo costringe l’urlo al cozzo di cranio a muro.

*

eco

fu ritorno
parabola
ed ellisse

eco

fu luogo
chora ignotimpura
segno inciso
sulla mano profferta
a inaudita grazia
la vita

si ode
e m’odo

colpo

a dissolvere

e a sfiorire

éclairs?

(pas de désir)

*

cosa c’è nel buco?
cosa ristagna nel buco?
misticismi alieni e alienati.

qualche larva, muffa e residui di magma.

impura invaginazione: mozione.
senza emozione, né tensione.
non incalza, né sfugge.
solo escuoce e s’estende, largo a largo, a comprimere.

ovo, incontinente, a contenere.

*

non c’è nulla.
né pali né alberi a sodomizzare.
mancata baldanza.
nella danza.
non un vortice.
solo gorghi ad asfissiare.

piove il grave a deflorare l’inerzia.
ma il tonfo è sordo.
attutito dal limo della madre che non riconosce i suoi figli.

io

sedotto.
pelle a pelle.
tradotto.
glossa a glossa.

e poi abbandonato.

consegnato all’ingordo pasto.

*

per chi

    il buco

luogo perforato

per cosa

    il fondo

piaga del profondo

perché

    in fine

il che-che-cosa-sia

se mai lo è stato prima

passe-partout?

(pas de mots)

*

da dove proviene il verbo
e quale forza si dipana
da questo dettarsi
a tu per tu con l’inconosciuto?

*

a nulla varrà sferrare il colpo.
tutto ritorna.
tutto si manca.
nell’eterno.
nell’inoperosità di un sacrificio.
da sempre consumato e mai raggiunto.

*

non più
già mai

se mai
ancora

ora

e

mai

*

Verseremo gusci d’uovo
a rivestire il corpo
d’una risibile corazza
e ci piangeremo
porgendoci verbi
da soffiare
nel limbo dell’intangibile

phénomenologique?

(pas moi pas mal)

***

61 pensieri riguardo “Dettati per (e)stasi a delinquere”

  1. “sedotto.
    pelle a pelle.
    tradotto.
    glossa a glossa.”

    C’est pas possible?

    Che questi versi siano molto belli, verticali e sonori come conchiglie, sì.

    1. Ciò che invece non è possibile, o non dovrebbe esserlo, è il fatto che un autore del genere non abbia un editore…

      fm

  2. strani parallelismi tra un foglio da me fatto e rimesso in arcvhivio qualche giorno fa, FECONDAZIONE AL NERO, e certi aspetti (fecondi e/o “uterici” (?)) che vorrei donarti sulla tua bacheca in facebooke… straordinaria composizione la tua che si legge faticando ma che ha respiro ampio e incisivo..
    r.m.

  3. “eco

    fu ritorno
    parabola
    ed ellisse

    eco”

    una eco geo_metrica e geo_grafica:

    “La spiegatura non è dunque il contrario della piega, ma segue la piega fino al formarsi di un’altra piega. “”Particelle volte in pieghe”” che “”una tensione contraria muta e muta nuovamente””*. Pieghe dei venti, delle acque, del fuoco e della terra, e pieghe sotterranee dei filoni nella miniera. I ripiegamenti solidi della ‘geografia naturale’ rinviano dapprima all’azione del fuoco, poi a quella delle acque e dei venti sulla terra, in un sistema di interazioni complesse; e i filoni minerarj sono simili alle curvature delle sezioni coniche, ora finendo in cerchio o in ELLISSE, ora prolungandosi in iperbole o PARABOLA.”
    (Gilles Deleuze, La piega)
    * Leibniz, Lettera a Des Billettes

  4. Teq, tu credi nei fenomeni paranormali???

    Io no, ma forse inizio a ricredermi…

    Sono letteralmente esterrefatto: ero andato a cercarmi questo libro, apro il computer e trovo la tua citazione lì in bella vista!!! Ma che cos’è, telepatia?

    fm

      1. “L’elemento genetico ideale della curvatura variabile, o della piega, è l’inflessione. L’inflessione è il vero atomo, il punto elastico. Klee la enuclea come elemento genetico della linea attiva, spontanea, testimoniando così la sua affinità con il Barocco e con Leibniz, opponendosi a Kandinsky, cartesiano, per il quale gli angoli sono duri, il punto è duro, messo in movimento da una forza esteriore. Ma, per Klee, il punto come “concetto non concettuale della non contraddizione” percorre un’inflessione. E’ anche il punto d’inflessione, laddove la tangente attraversa la curva. E’ il punto-piega” (G. Deleuze, “La piega”)

  5. caro francesco,

    ho semplicemente fatto prima ché è da un po’ che, insieme alla ‘monadologia’, lo porto con me nella bisuntaccia che m’accompagna cotidianamente al lavoro, , nella speranza di trovar qualche frammento d’istante per le ‘primitive derivate’ che mi s’andavan scrivendo prima che il tirannotempo mi schiavizzasse vieppiù…

    la notte intanto continuo a trascriver il malloppone gaddiano per te

    un caro saluto

  6. tra l’altro poco fa in un commento lasciato su facebook leggevo proprio “al bando le logiche cartesiane” , “C’è un risvolto metafisico eppure il poeta è inflessibile” , “da cogliersi nell’infinitamente piccolo”.
    (Nb il commento è di Marzia Alunni, e spero voglia postarlo anche qui).
    Coincidenze?
    Non direi.
    Il corpo poematico dei “Dettati” è un corpo flesso e inflesso.
    Si flette in sé per permettere l’estensione delle sue inflessioni (anche orali), per consentire la propagazione delle curve (parabole, ellissi) da cui si configura e verso le quali è destinato.

  7. … scusate l’acrobazia ma l’opera di smussamento (la configurazione e la de-figurazione della curva ideale) che qui viene disseminata non è altro che una continua giustapposizioine di “punti-piega”…

  8. se posso permettermi, mi sembra che qui Enzo domini la parola più di quanto altrove ne sia dominato, a volte cedendo al gioco ipnolinguistico. Questo non significa che “questi” siamo migliori di “quelli”, perchè sono tutti di alto livello. Diciamo che in “quelli” la parola lo attraversa e lo suona, in maniera pitica (o pitonica); in “questi” è lui che prende la parola, la suona come un gong e la riverbera e chi vuole ascoltare ascolti.
    un saluto
    G:)
    p.s. si lo so, sono stato un pò oscuro, ma fa parte del divertimento :))

  9. Bentornato, Giacomo e complimenti (sempre) per lo splendido lavoro che porti avanti col tuo blog.

    Un saluto a tutti. A più tardi.

    fm

  10. eco fu
    ritorno
    parabola
    ellisse

    eco fu luogo
    da dove proviene
    il verbo
    e
    qualeforza
    si dipana da questo dettarsi

    .
    a tu per tu con l’inconosciuto?

    .
    a nulla varrà sferrare il colpo.
    tutto ritorna.
    tutto si manca.
    .

    m’ingegno e sguscio
    da dove proviene il verbo
    non ci sono garanzie.
    e lo specchio non riflette che l’altro.

    altro.
    a venire.

    >/_<
    +

    LI .QUI.DATA
    ogni parola
    l'ora-
    colo
    s'in-
    se-
    dia

    Ciao Enzo,grazie per questa finis-terrae.ferni

  11. io

    sedotto.
    pelle a pelle.
    tradotto.
    glossa a glossa.

    e poi abbandonato.

    consegnato all’ingordo pasto.
    […]
    …ogni volta caro Enzo, ogni volta che ti lasci andare con tale passione.C’è dominio della parola, è vero.E’ vero anche che alcuni autori dovrebbero “avere” un editore che li gratifichi!Grazie della bella lettura e complimenti al padrone di casa!Auguri posticipati

    1. beh Giacomo, almeno in prima istanza, non mi sembrava poi così oscuro.
      hai paragonato questi ad altri miei scritti dicendo che in questi sono io a dominare la parola e in altri invece ne sono, in un certo senso, dominato.
      in seconda istanza invece ci sarebbe da intendersi sul divinatorio e sull’apollineo.
      il sonatore di gong potrebbe essere identificato come colui che inaugura i giochi sacri ad Apollo, ma penso tu volessi riferirti anche ad altri attributi apollinei come, per esempio, la commistione tra poesia e profezia, e al fatto che Apollo spesso dettava oracoli attraverso indovini e sibille.
      poi magari volevi dire tutt’altro.
      ma io ci ho provato e qui (e altrove) viviamo tutti di letture.

  12. La bebele cosmica non tragga in inganno, c’è un ordine nel caos, ma è spesso confuso nel rumore di fondo, ecco quale segreto cerca di svelare Enzo Campi, adattando il suo linguaggio all’arduo mondo dei paradossi cosmici. Il buco, che a più riprese e con metafore originali il nostro autore cerca di affrontare nella riflessione-azione poetica, è quello del precipizio interiore, la voragine che scopriamo in noi stessi davanti al male che non ci spieghiamo o al bene inattingibile.
    C’è un risvolto metafisico eppure il poeta è inflessibile, tutto può essere esplorato solo con la poesia, al bando le logiche cartesiane, piuttosto un’oscura fenomenologia del dinamismo universale da cogliersi nell’infinitamente piccolo.
    Così il rischio è passare davanti alla spiegazione ultima e non vederla! La dislocazione delle parole nel testo, il succedersi di caratteri e di una sintassi, variata e sorprendente, dunque hanno lo scopo di risvegliare dal letargo, spingere a domandarsi, a mettersi in gioco. Questo è già un risultato importante e non occorre trovare alla fine la pietra filosofale
    in quanto “…a nulla varrà sferrare il colpo./tutto ritorna./
    tutto si manca./nell’eterno./nell’inoperosità di un sacrificio./
    da sempre consumato e mai raggiunto./”

    1. al di là dei passaggi che ti ho già rubato evidenziandoli in altri commenti, vorrei sottolineare questa frase : “c’è un ordine nel caos, ma è spesso confuso nel rumore di fondo”.
      è di una straordinaria bellezza ed è ricca di spunti per una eventuale prosecuzione.
      grazie Marzia, le tue letture sono sempre calzanti.

  13. bellissimi! (scusate la pochezza del dire, mio)
    ci devo tornare con più calma.
    non ha un editore, forse non è neppure nelle antologie chucchescherondoniane varie, non so seguo poco gli intrallazzi. ma mi viene da dire quasi: chissénefrega! se poi scrive così…

    un abbraccio

  14. Enzo ha un grande coraggio: sperimenta (non si limita ad osservare) la crisi del simbolismo e dell’analogia. La crisi delle parole, prima di tutto (spogliate della loro funzione espressiva, comunicativa). Le parole lasciate da sole, a fare i conti con la loro potenzialità “enigmistica”, un passo prima del non-sense. Le parole nude sono più pesanti, si rivestono di cupa angoscia eppure vorrebbero aspirare a una bellezza, a una verità. Chiusure e aperture, scomposizioni e ricomposizioni, meccanismi di sostituzione letterale diventano allegoria vuota di trasformazioni incompiute, impossibili (“gli dei abitano il simbolo” mi verrebbe da ricordare, ma non c’è spazio per i simboli in questa poesia). È la crisi che segue la decostruzione, in un collage in cui ogni frammento è posto accanto all’altro, si tocca e non si tocca, non dice niente ma è come sul punto di dire qualcosa. Una struttura “intangibile” che allo stesso modo fatica a strutturarsi e a destrutturarsi completamente. Al lettore, in questa eccedenza che si fa tecnica dell’eccedenza, non rimane molta possibilità di integrazione, di sintesi razionale, di partecipazione emotiva. Eppure al lettore è chiesta la produzione del significato. E in questa contraddizione, credo, sta tutto il fascino di questi testi.

    Un caro saluto a tutti,
    Giovanni

    1. Al di là della differenza tra significato e significante, ciò che, per alcuni, non è immediatamente percepibile o inquadrabile in esatto parametri di riferimento fomenta il compimento di un gesto. Un gesto di avvicinamento, di comprensione, di penetrazione o molto semplicemente di allontanamento che si risolve in modalità varie e disparate. L’errore più frequente del lettore è forse proprio quello di voler “risolvere” e di volerlo fare al più presto possibile per evitare disagi (ma anche contagi) e/o imbarazzi che possano portarlo troppo dentro o troppo fuori dal cuore poematico e dalla pellicola poetica. Non è tutto oro quello che luccica, e non è affatto scontato che ciò che luccica debba produrre luce. Detto questo mettiamo da parte il non-sense perché non è questa la sua dimora e concentriamoci invece sull’eccedenza di senso che è sacrificale e insieme trascendentale (del resto in poesia dovrebbe sempre essere così, ma purtroppo non sempre accade). Non penso sia una questione di coraggio e non penso che le “parole” possano vivere una crisi, semmai sono il “dispiegamento” di una crisi, ovvero il tramite per veicolare la crisi. Per fortuna la poesia è un universo così vario e multiforme che attardarsi a trovarne un valore unico e assoluto diventa la più utopistica delle pratiche.
      Certo, la poesia aspira a una bellezza, ma non credo che aspiri alla verità. Per una semplice ragione: la verità non esiste, almeno non una verità universale che possa andar bene per tutti. Esistono tante piccole verità individuali costrette a riplasmarsi e rinnovarsi di volta in volta a seguito degli avvenimenti e delle incidenze esterne. Né le allegorie, né l’incompiuto sono vuoti, semmai celebrano il vuoto da cui provengono e a cui sono destinati (ma questo è un discorso che richiederebbe la stesura di un libro). Allo stesso modo non c’è una crisi successiva alla decostruzione perché la decostruzione non può aver fine. Qualsiasi tentativo di decodificazione è –in sé– decostruttivo. Senza decostruzione a priori non può darsi ri-costruzione a posteriori. E qualsiasi lettura, checché se ne dica, si basa su una ri-costruzione.
      Certo, qui la linea non è dritta. È curva, è iperbolica o parabolica, è tendenzialmente e sorgivamente smussata.
      Certo, qui il ripiegamento è evidente, ma l’eco (il dispiegamento risonante del ripiegamento?), per quanto destinato al dissolvimento, riverbera un “luogo”, il radicamento e l’appartenenza a un luogo che non si vergogna di definirsi “ignoto e impuro”. Il luogo è il “punto” poetico, e la curva è la risonanza delle sue pieghe poematiche.
      Non ci sono verità da urlare ai quattro venti, né risoluzioni ultime e definitive. Qui non si persegue né la strutturazione né la destrutturazione. Non si tratta di portare la “cosa” al suo compimento, ma di scandagliare, passo dopo passo, il cammino da compiere verso l’irraggiungibilità di un compimento.
      Ma è anche vero, come giustamente affermi, che al lettore viene chiesta una “produzione di significato”, o quantomeno viene fatta intravedere la possibilità che i significanti non dovrebbero mai esaurirsi in un “assoluto”.
      E questo è il gesto che tutti i lettori dovrebbero compiere, sempre e comunque.
      Nella tua lettura tu hai compiuto un gesto di questo tipo e io ti ringrazio.

  15. Enzo ama la parola, sembra spingersi in essa fin dentro il suo suono originario, la sua prima pronuncia, in quello spazio-teatro in cui la parola ed il suo suono non sono che un’unica essenza, libera e incarnata di senso. La parola – sembra dire Enzo – è un’unità a se stante da rilasciare nel pensiero all’interno del quale si rivestirà di nuovi sensi, nuove sfaccettature di significato, ampliato ed amplificato dal gioco linguistico del suo stesso suono, accostato, comparato e contrapposto a nuovi ed altri suoni, ogni volta in modo diverso, affinché governi o meglio “conduca” il flusso cognitivo senza lasciarsene ingabbiare.
    Ecco, il pensiero viene lasciato al senso che dalla parola ascende, e non il contrario, attraverso una decostruzione sintattica dei significati a favore dei sensi-significanti, per giungere ad un tutt’uno che fluisca con la naturale sinuosità dell’acqua che si spezza, ricurva e ritrova per svolgere il suo percorso.

    Il pensiero appare, quindi, trascinato e travolto da una misteriosa forza trascendentale che qui si offre risolvendosi in una commistione di opposti che nascono e risiedono nella parola stessa, nei suoi movimenti, nei suoi gesti stimmatizzati in inchiostro, a cuore aperto fin dentro l’essenza del suo suono, nel suo pulsare vivo e spaziale, in cui una virgola si fa parabola di silenzio, intervallo di senso tra un presenza che si assenta e manca imponendosi ed imprimendosi prepotentemente come un’unghia nera fin dentro le pupille attente del lettore,

    Nessuna virgola
    sopravvive
    alla spaziatura
    della pausa
    che annuncia
    l’intervallo

    creando dunque una materializzazione visuale che pungola la percezione corporea per restituire – di rimbalzo – alla parola l’importanza che essa possiede in una dimensione ora(co)l(ar)e in cui la frammentazione e la ricomposizione danno ordine sensoriale ad un disordine apparente nella cifra musicale di ogni singolo geroglifico di senso.

    Ecco la musica, il fluire di poc’anzi, la lettura entra in uno stato orale di “trance”, é affetta e soggetta al gioco delle sillabe, alle pause sincopate nel bianco di una messa in scena del sublime attraverso cui si trascende in una catarsi corporea fatta di mancanze e “sacrifici” nella commistione – ricomposizione di senso ed assoluto all’interno di un “Io” che si incarna dall’autore al lettore, che ne diventa oracolo e unico attore.

    1. […] un libro dunque che si sbriciola formandosi […]
      (E. Jabès).

      grazie Natàlia, non ho parole.
      questo è l’esempio “esemplare” di quel “gesto” cui facevo riferimento prima!

  16. esatto, Enzo, viviamo tutti di letture, è questo il divertimento (siano esse narrazioni o metanarrazioni, e sai di che parlo)…
    A margine: noto che qualcuno, qui ma anche altrove e in altre occasioni, qualche volta si arrischia a esplicitare un perchè, a sè e a gli altri, di quel che legge, scegliendo di “rallentare”. Il che continua a darmi qualche speranza.
    un saluto

  17. Concordo con il commento di Giovanni Catalano e, nella mia ignoranza, oserei dire che tali versi enigmatici ed ermetici mi ricordano Mario Luzi. Il discorso metapoietico del componimento, che sperimenta mediante la disposizione dei verso, l’accostamento di termini ed espressioni ossimoriche, attraverso ripetizioni e figure del suono e mediante gli spazi bianchi, interroga il lettore sul tema della comunicabilità e della pregnanza della parola, affascinando e lasciando un senso di indefinito, che altro non può essere che l’essenza stessa della poesia.

    1. Mi è venuto in mente un passo di Stefano Agosti a proposito di “Spiracoli” di Giorgio Orelli (libro che, tra l’altro, ho il privilegio di possedere)

      “Il grande Malherbe confidava un giorno a Racan: “Se i nostri versi vivranno dopo di noi, tutta la gloria che ne potremo sperare è che di noi si dirà che siamo stati due eccellenti manipolatori di sillabe (arrangeurs de syllabes) e che abbiamo avuto un grande potere sulle parole per essere riusciti a collocarle così adeguamente al loro posto; e altresì che siamo stati entrambi assolutamente pazzi per aver trascorso la più gran parte della nostra vita in un esercizio così poco utile al pubblico e a noi stessi, invece di impiegare quel tempo a spassarcela, o a pensare alla sitemazione della nostra fortuna”.
      Queste parole, fra le più traumaticamente centrali che siano state pronunciate sul progetto poetico e sull’esistenza che se ne fa depositaria, penso che potrebbero convenire punto per punto anche a Giorgio Orelli” (S. Agosti, Poesia italiana comtemporanea, Bompiani, 1995).

      Ora, questo non vuol dire che la poesia debba ridursi a un esercizio linguistico fine a se stesso, ma che non bisogna dimenticare che questo è comunque uno degli aspetti che concorrono alla sua definizione.

      Grazie Cinzia.
      L’interrogazione è sempre primaria.

  18. Grazie a tutti, veramente, per la qualità dei commenti.

    E se la “rete” è questo – perché “può” esserlo! – ben venga il “chi se ne frega” di Alessandro nei confronti dell’editoria di regime e degli aspiranti “irregimentati”. A ciascuno il suo: noi ci teniamo Enzo, tutti gli autori nei quali ci imbattiamo, le nostre letture di ieri e di oggi e il piacere di mettere in circolo passioni condivise.

    fm

  19. Grazie anche a Cinzia – rimasta in sospeso fino al mio arrivo, come succede a tutti quelli che commentano qui per la prima volta.

    Una notizia che mi piace condividere (e non per narcisimo, perché alla fin fine riguarda il blog – che è di tutti – e non me personalmente): abbiamo appena superato le settecentomila visite dirette… E non è poco.

    Grazie a tutti voi: autori, lettori e commentatori.

    fm

  20. Esco dal seminato.Tutte le volte che mi capita di incontrare un uomo di lettere come Enzo Campi,che sembra scelto dal caso per la funzione di coraggioso e moderno poeta con il compito di pulire il cielo poetico da residui simbolisti e analogici,mi viene in mente un’attenta frase del filosofo tedesco Nietzsche che disse a proposito di un analogo argomento: “Capisco la vostra profondità,ma non dimenticate la chiarezza”,sottointendendo,così,di non cadere dalla padella nella brace.Non ho letto che pochi scritti di Campi,ma non v’è dubbio che abbia doti particolari e acutezza di pensiero e che sia di una cristallina onestà,elementi questi che ne fanno un letterato aldisopra di ogni comparativa possibilità. Ren

  21. E in quell’intervallo immagino parole incompiute che si frantumano e si ricompongono ,l’annuncio di ciò che potrà essere dopo quello spazio in cui si rincorrono i tempi dell’attesa

  22. sarò velocissima, prima che il modem malandato mi scolleghi per l’ennesima volta.
    quindidico soltanto che la scrittura di Enzo è di una portata immensa, poetica e culturale, e condivido ogni considerazione elogiativa fatta da chi mi ha preceduta nei commenti.
    Il dato e il sospeso, dove perfino la disarmonia è funzionale all’Armonia.
    enarmonia del Poeta.

    1. “Il dato e il sospeso, dove perfino la disarmonia è funzionale all’Armonia”, bellissimo e calzante.
      Grazie Cristina!

  23. E’ un gran bel leggere. Un conforto per la mente e il cuore verificare che la “poesia” contemporanea può raggiungere vette simili. Un inchino alla tua bravura.ps: estasiata dal genio….

  24. ..” qui – e altrove – viviamo tutti di letture..”
    Qui ci si sofferma volentieri sempre.
    Altrove…non saprei.
    ” piove il grave a deflorare l’inerzia.
    ma il tonfo è sordo.
    attutito dal limo della madre che non riconosce i suoi figli.”
    Che potenza in queste parole che scorticano..
    Grazie ad Enzo!
    Un abbraccio fortissimo a Francesco Marotta.
    Marlene

    1. “Qui ci si sofferma volentieri sempre”, verissimo.
      E il merito non è solo degli autori che vi transitano , ma anche e soprattutto del padrone di casa.
      Grazie Marlene!

  25. “il nodo costringe l’urlo al cozzo di cranio a muro.”
    (Mi) colpisce questo verso tra tutti, ma si legge ogni cosa come d’acqua che si beve, con incredibile naturalezza, la stessa, penso che anima chi ha (e)steso il verso, scorre lo sguardo questa parola audace che articola sintagmi come vocalizi incantanti del pensiero.
    Adorabili gli “inserti” in lingua francese, già notati in altre composizioni.
    Condivido i numerosi apprezzamenti positivi.
    Saluti cari a tutti, a Francesco ed Enzo in particolare.

  26. grazie a tutti i lettori e i commentatori.
    e soprattutto grazie a Francesco che ha avuto la cortesia di ospitarmi nuovamente nella sua dimora.

  27. Dire delle tue liriche, è leggerle e studiarle. Le parole penetrano l’una nell’altra fino a elargire versi impegnativi, guidati da una musicalità trascinante non comune e che partoriscono una composizione che mira dritta a valori sospesi tra reale e irreale, ma dove tutte le verità sono evidenti in un’analisi incisiva e concreta. Priva di inutili fronzoli l’opera è ricca di espressioni auliche che denotano la grande padronanza del verbo. La cultura regna sovrana e riunisce i lemmi in un armonico tutto donando il piacere di leggere e di percorrere versi che hanno meritato di essere scritti e degni di essere letti. Mi sento onorata di essere qui, grazie Enzo

  28. forse quella “spiegatura”, quel darsi di sezioni coniche (diverse come serie di piani inclinati ) lungo la rotazione dei fili esistenziali che diventano appunto le generatrici poetiche dei versi
    dicevo, quella spiegatura che doppia ad inviluppo (invaginatura) una-ogni piega (lessicale, sintattica, semantica)fino ad un’altra,
    che insomma rileva,
    è da ritenersi contemporaneamente il sonar per i tuoi versi (metodo di suono per rivelarli) e
    pellicola tesa a informare sotto la materia oscura e piuttosto mobile
    (o così io la sento).

    tanto più che lo scandaglio verticale tentato dai
    pali-alberi nel buco -“luoghi perforato”
    non è “in grado di sodomizzare”, (i pali-alberi sono “pertiche instabili” in una poesia)
    cioè di penetrare fino in fondo il buco
    e per il vortice, gorgo, in un fluido, meglio dunque il sonar
    il movimento d’onda, anche di urto e di attrito,
    e attrito si dà naturalmente del tuorlo dentro il guscio (infatti anche se in una poesia presenti l’attrito punto a punto grattato,io piuttosto leggo qui de l’attrito vischioso -“il tonfo è sordo. / attutito dal limo”).

    Questo mi viene da dire di questo gran bel lavoro
    poi sai, anche condizionata da quella tua parte di commento relativa all’ “inflessione” rispetto al cartesiano spigolo- punto
    mi viene in mente la costruzione sintetica – purista- geometrica (e non analitica)delle coniche che le vuole generate dal movimento di un filo legato ad uno o più fuochi

    ecco allora che se amplio il numero di fuochi (nn so quanto :)), m’ incontro la tua poesia.

    ciao!

    1. Nella pioggia di calcinacci c’è qualcosa che si sgretola, che perde pezzi dalla sua apparenza di integrità. L’atto del calciare che provoca attrito non deve essere considerato come un gesto di rivalsa o di sdegno, ma una sorta di segnale, come lo sparo dello starter che inaugura la corsa contro il tempo. Qualsiasi scrittura vive (e muore) in un tempo anomalo e fuorviato. Un tempo smussato, mai lineare e sempre curvilineo. E tutte le ascese verticali (totemie, pali, pertiche) sono, forse, inscritte nella curva, nelle flessioni della curva e nelle inflessioni della scrittura. Per la regola (e la «serie») dei movimenti doppi, l’invaginazione spesso viaggia in parallelo con quella che – rubando un termine a un amico – possiamo definire «evaginazione» e che sta anche per evacuazione o, se preferite, estroiezione. Del resto qualsiasi «messa su carta» (escrizione?), checché se ne dica, è comunque un’evacuazione. Ci si deterritorializza dall’uno all’altro. Ma l’altro contiene, in sé, l’uno, sempre e comunque. Per questo, forse, perde pezzi (evacua i residui atavici per riplasmarsi?) durante il cammino. Ogni pezzo è un «punto», per così dire, intriso di «pieghe». Ricongiungendo i vari «punti-piega» si ottiene la linea curva e smussata che figura e sfigura l’essenza dell’erranza e l’andirivieni poematico.
      Tutto qui. Ma, come spesso accade, c’è sempre dell’altro (e l’altro) con cui misurarsi e fare i conti.
      Grazie Margherita!

  29. Mi perdoni Enzo di questo ritardo ( le vacanze scolastiche figlia, sono una vera iattura per una mamma sola, costretta alla fuga, da Milano..)ma, ti ho letto, infine: ed era bellissimo sapere che ancora oggi prosegue quella ricerca e pratica, cioé poiein, che fa e organizza piega il gesto dentro la parola..ora senza scomodare Mallarmé o le avanguardie del novecento, (Spatola ad esempio..)chi o cosa ne sono ancora indizio vitale, rimangono e viceversa. Dunque, grazie Enzo della tua bellissima ricerca densa e fertile e vivente di idee e parole!
    MPia Quintavalla

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.