Dialoghi con nessuno

Natàlia Castaldi

La mia gente
è strana
puzza di sudore
e reti
fin dentro le ossa

parla una lingua
incomprensibile
di ammiccamenti e
gesti rubati al vento
ma in una virgola
al centro
della fronte
custodisce i segreti
del tempo.

 

Dialoghi con nessuno (2009-2010)

Betsabea sbocciò come una rosa d’acqua
e dal peccato nacque la saggezza

 

Se ne sta seduta lì a guardarmi in silenzio
mi parla con gli occhi che poggio sugli oggetti
come la polvere della mia inedia
non mi invita ad alzarmi né a prendere un tè
ce ne stiamo in silenzio
a parlare

 

*

 

L’alba è tramontata ieri, forse erano le nove
mi hai guardata negli occhi senza parlare,
saranno state le faccende da sbrigare
o le incombenze del divenire
ma siamo rimasti muti
come pendoli senza oscillazione –
inermi – nello spazio di una “a” senza “dio”

È strano come un orologio che si fermi
faccia sentire il peso del tempo tutto nel gelo di un secondo

Che strana pace ha la neve quando si poggia lentamente e tutto sembra niente]

 

*

 

Fammi la fatidica domanda
insultami se è il caso
ma non tacere davanti alle pieghe
della pelle che trattengono il fiato
di ciò che – forse – è pure stato

*

Vorrei fare l’amore all’ombra di un’incertezza
tremare di pelle, ossa e carne
senza che l’anima se ne accorga
Germogliare d’erba all’ombra di un discorso di parole
che stillano sillabe di disobbedienza.

 

*

 

Non c’è stato di grazia migliore della stanchezza
una sensazione di astrazione distaccata

Ho atteso un ritorno, una scusa, un fiore
ma sono scese le palpebre sul grido delle ore

A che servirà mai la luce se non sa illuminare il cuore?

 

*

 

Sarà steppa e fieno questo campo di stelle,
cielo di peccati e preghiere sottolio
di pomodori cotti al sole del mattonato
bianco di calce nel letto di novene e cerimonie
per nuove spose fuori stagione,
pregne e gravide di vermiglie attese
sulle labbra appena prima del risveglio.

 

*

 

Sono fuori dal tempo
non ho aderenza al circostante flusso delle cose.
Qualcosa di errato nel ciclo naturale deve essere pure accaduto
perché non mi ritrovo in questo girotondo in fiera,
non si ritrova la mia parola, il mio linguaggio obsoleto come
il pensiero,]
l’animosità del verbo e della croce.

 

*

 

Prima che scoppiasse il sole e nascessero i pianeti
la sola voce dell’universo era il canto del silenzio
e avevo un equilibrio sospeso –
sobrio – nell’assenza di me

 

*

 

Una mano tesa raccoglie l’elemosina di chi passa,
ha gli occhi neri di un bambino che offre la sua esistenza
per una moneta di pane e un morso di bene
Ci vuole più coraggio a saper raccogliere che rifiutare
Se chiudo il pugno mi sento stabile come una roccia
su cui cacheranno centinaia di striduli gabbiani

 

*

 

Nella terra si raccoglie il senso dell’infinito
– Senti il profumo della pioggia dentro le torbe secche d’agosto?
Tutto è in perenne ciclo e che sia gramigna,
prezzemolo o equiseto,
ogni cosa profumerà di ieri anche domani.

Prendi un vecchio cucchiaio e scaviamo una piccola buca,
ho comprato bulbi di tulipani pieni di ricordi:
sarà variopinta anche questa primavera

 

*

 

            “di fior tutto è una trama
            canta germoglia ed ama
            l’acqua, la terra, il ciel …”

            – Poliziano –

 

È come fosse il primo giorno di vita,
l’alba in cui Eva nel giardino di gardenie e mele
t’insegnò a scegliere tra libertà di fatto e arbitrio postulato
l’empia redenzione d’essere uomo

Mordimi ancora con l’eccitazione della scoperta del peccato
prima che filosofia e scienza ci diano le risposte cui non arriva
la nostra empirica fede nell’essenza delle cose
quando germogliano il seme della concupiscenza
nel ventre caldo della terra

 

*

 

ho osservato con distacco
il r i g o r m o r t i s della logica dei savi
che nel sillogismo di due postulati
assomma verità di fatto in un prodotto freddo
ed ho sorriso alla salvezza della follia che mi dà voce
nel sentire ciarlare le rose
all’ombra d’un chiostro inesistente

 

*

 

[non ti fidare d’un bianco sorriso né delle parole dei sapienti
nelle mani semplici della terra e dei raccolti
troverai pane per sfamarti]

in punta di piedi m’innamoro d’un paio di virgole scure
nel buio della notte
abbozzi di parole morbide nell’umido delle labbra
sono carezza di neve

        [senza il suo freddo]

i silenzi d’una donna disegnata tra le righe
– cosa mai scivola tra le vertebre assiderate dall’inverno dei sensi?

 

*

 

Il vento dibatte
ed il mare fissa il tempo della navigazione,
tutto è fermo in scuotimento:
anche i pensieri si agitano
e sedimentano

Sebbene voglia affogare
nel rosso d’un fondo vuoto
raccolgo graffi negli artigli
e brina d’ombre sui vetri

– è fremito d’aria e d’ossa
l’ira del giorno che non dà requie
al tempo del pane e del sonno.

 

***

30 pensieri su “Dialoghi con nessuno”

  1. Natàlia quanta passione in questi testi(non li avevo ancora letti. credo siano inediti,forse sbaglio)Sai che non sono bravo a recensire.Dico solo che sono felice di leggerti qui così matura, carnale!Un abbraccio.Saluti a Francesco Marotta

  2. Anche io non li conoscevo questi testi; è un piacere leggere questi versi che trasudano passione e vitalità, poesia che sviscera i sensi. Complimenti! Ci sarai a Città della Pieve in luglio?

    Un caro saluto

  3. Sono fuori dal tempo
    non ho aderenza al circostante flusso delle cose.
    Qualcosa di errato nel ciclo naturale deve essere pure accaduto
    perché non mi ritrovo in questo girotondo in fiera,
    non si ritrova la mia parola, il mio linguaggio obsoleto come
    il pensiero,]
    l’animosità del verbo e della croce.

    Bellissimi questi “Dialoghi con nessuno”, frammenti di un’esistenza “disobbediente” e orgogliosa, pensieri che scavalcano il tempo, il “qui e ora”, momenti appesi a mezz’aria, ma con “pelle, ossa e carne” legate alla terra-madre (“nella terra si raccoglie il senso dell’infinito”).

    Un abbraccio a Natàlia, e un caro saluto a Francesco.

    Stefania

  4. @Vincenzo: sono inediti, alcuni sparsi tra le pagine del mio blog, altri fanno parte di una serie di fogli che raccoglie i miei pensieri di quest’ultimo anno.
    spero di leggere presto le tue cose, Vincenzo, manchi parecchio.
    un abbraccio.

    @Luca: Luca Luca è bellissimo trovarti qui!!! lo spero anche se chi mi conosce bene sa che ho molte difficoltà a spostarmi… farò il possibile, ne sarei felice.
    un abbraccio a te e tutti gli anarchici poeti.

    @Stefania: in poche righe hai raccolto il succo del mio scrivere… un commento bellissimo, me lo conservo Stef!!!
    un bacio.

    @Francesco: infinitamente grazie, per questo post, per quello che mi regali da quando ti ho conosciuto, per la tua poesia, per l’insegnamento e la guida silenziosa che sei e che dialoga con me attraverso quello che fai e dai a tutti noi.
    con immenso bene.

    n.

  5. “Interrogare gli dei, oppure iniziare il viaggio scendendo in sé. Quando ogni voce tace, chi tende la mano verso il libro fa tutte e due le cose. Capovolge lo sguardo mescolando dentro e fuori, mette in gioco un’immensa energia in un’apparente situazione di stallo. Si tratta di un andare incessante che è pur sempre un trattenersi nello stesso luogo. Il paradosso di una liberazione senza una via d’uscita”
    (Ida Travi, “L’aspetto orale della poesia”)

    1. Lei sì che è brava veramente.

      grazie Enzo, ricambio con un suo gioiellino:

      (sul sentiero)

      Sul sentiero della notte una figura sale
      Sotto il peso delle stelle, segue il suo passo un altro,
      un altro ancora, un esercito assonnato, o muro d’ombre,
      lascia l’inabitabile, zona sconsacrata

      Dal colle immobile una lunga schiera
      guarda dormire il mare senza barche
      nessuna luce, nessuna luccicanza
      tranne l’insegna antica

      Tutto d’intorno è pace: una mela per terra,
      un coltellino, un po’ più in là un boato.

      Ida Travi

  6. E se quel «nessuno» rispondesse?
    È questa la prima domanda che mi sono posto.
    E se potesse farlo cosa mai potrebbe dire?

    Ci sono diverse tipologie di «nessuno» in questa raccolta. C’è il «nessuno» dell’origine (di un’origine innata, inconosciuta, assunta a simbolo), c’è il «nessuno» che (si) manca nell’«immediato» e c’è il «nessuno» che volge il suo sguardo all’ «a venire».
    Il nessuno dell’origine è quello da cui attingere la forza,

    È come fosse il primo giorno di vita,
    l’alba in cui Eva nel giardino di gardenie e mele
    t’insegnò a scegliere tra libertà di fatto e arbitrio postulato
    l’empia redenzione d’essere uomo

    la base sulla quale piantare le colonne per l’edificazione del tempio. Sì, un tempio. Il «corpanima» che anima la voce è un tempio ove innervarsi e insieme quietarsi, ove consumare – sulla propria pelle – i rituali poematici del riconoscimento e del disconoscimento.

    Mordimi ancora con l’eccitazione della scoperta del peccato
    prima che filosofia e scienza ci diano le risposte cui non arriva
    la nostra empirica fede nell’essenza delle cose
    quando germogliano il seme della concupiscenza
    nel ventre caldo della terra

    Il «nessuno» dell’«immediato» (dell’utopia dell’immediato) sembra inneggiare la «perdita», sembra vivere del ricordo (“ ogni cosa profumerà di ieri anche domani ”) – inconscio – di quel «caos» ove fibrillava la forza.

    Prima che scoppiasse il sole e nascessero i pianeti
    la sola voce dell’universo era il canto del silenzio
    e avevo un equilibrio sospeso –
    sobrio – nell’assenza di me

    Il “canto del silenzio”, checché se ne dica, è una forza al lavoro. Sembra quasi paradossale parlare di forza al lavoro in una dimensione letteraria dove tutto sembra fluire sulle onde della «mancanza», ma è proprio quello che accade. Il silenzio, questo silenzio non è solo impregnato del vuoto, della fine e della morte, bensì sembra inneggiare all’amore, al sesso, alla vita.

    Vorrei fare l’amore all’ombra di un’incertezza
    tremare di pelle, ossa e carne
    senza che l’anima se ne accorga
    Germogliare d’erba all’ombra di un discorso di parole
    che stillano sillabe di disobbedienza

    Ed è proprio da questi presupposti, da questo doppio e simultaneo movimento che viene a configurarsi il terzo «nessuno», quello che volge il suo sguardo verso una prosecuzione. Il terzo «nessuno» è propriamente quello del dialogo, il sé che accetta il confronto con l’altro-da-sé.

    Fammi la fatidica domanda
    insultami se è il caso
    ma non tacere davanti alle pieghe
    della pelle che trattengono il fiato
    di ciò che – forse – è pure stato

    Perché, alla fine, ciò che conta è far tesoro delle esperienze, sia nel bene che nel male:
    Ci vuole più coraggio a saper raccogliere che rifiutare .

    Questa è una delle chiavi d’accesso alla poetica di Natàlia Castaldi: seguire i frutti che essa dissemina durante il percorso e raccoglierli per preservarne le tracce.

  7. “L’alba è tramontata ieri, forse erano le nove
    mi hai guardata negli occhi senza parlare,
    saranno state le faccende da sbrigare
    o le incombenze del divenire
    ma siamo rimasti muti
    come pendoli senza oscillazione –
    inermi – nello spazio di una “a” senza “dio”

    È strano come un orologio che si fermi
    faccia sentire il peso del tempo tutto nel gelo di un secondo

    Che strana pace ha la neve quando si poggia lentamente e tutto sembra niente]”

    Molto belle, Natàlia. Questa mi ha colpito subito, ma le rileggerò tutte.
    Grazie, un caro saluto.

    Giovanni

  8. quell’immagine del pugno chiuso. un brivido, Natalia.
    e poi il “rintrono” dei gabbiani, l’idea così “poco convenzionale” di loro, non per un volo malinconico, ma quasi per il loro “lascito” all’uomo dal pugno chiuso.
    saluti!
    Giam*

    1. Grazie caro Giampaolo,

      non siamo ancora riusciti a vederci, per una cosa o l’altra… eppure sono solo 40 km circa!
      eh… spero di riuscire ad abbracciare te e Francesco che ti prego di salutare per me affettuosamente.
      un abbraccio, n

  9. saOscillando inermi tra le faccende da sbrigare
    o le le incombenze del divenire abbiamo cercato di parlare con Dio nello spazio di una lettera. Il mistero della poesia è tutto qui. Ho scritto una volta, da qualche parte, che avrei voluto essere come un pendolo, prevedibile e insensibile. Risonanza comune, comune parola, comune ascolto. Unico silenzio, quello nel quale la poesia sgorga come prima lingua, verbo, prima parola. Brava Nàt. E grazie.
    Un saluto a Francesco, a Carmine e al mio (collega) Nuscis.
    PVita

  10. Sono fiori che stanno diventando frutti, questi testi. Alcune parti, quelle maggiormente esposte alla luce del pensiero, dell’emozione, già mature, succose, offrono all’aria i profumi ed i segreti della terra. Altre, ancora, acerbe e dure, in attesa di un’estate capace di far maturare anche ciò che appartiene all’ombra. Seguo, di giorno in giorno, questi colori – nelle cose che curi – farsi sempre più accesi e profondi, lasciare alle spalle ogni opacità per diventare specchi di ciò che li circonda, fiamma ed acqua, taglio o carezza. Grazie e buon lavoro.

    1. scusa il ritardo nel risponderti, Ivan, ma rientro a casa solo adesso.
      è bello sapere che questo mezzo apparentemente freddo ed asettico, permette alle persone di “seguirsi”, leggersi, comprendersi, accosandosi a sempre nuovi mondi, nuove poetiche, diversi modi di sentire.
      ti ringrazio per le care parole che mi hai lasciato.
      a prestro.
      n.

  11. il dialogo: questo lo spazio dove poesia abita, anzi è la sua veste.Sotto quell’impalpabile velato tessuto il segno, il disegno degli innesti si fa
    il luogo in cui vive l’appartenenza.
    Da un luogo che non ha misura, se non ciò che si è, in quel preciso momento, con dentro persino tutto ciò che non ha un senso, un senso logico, la poesia si permette il lusso di rovesciare i rapporti di forza e quel nessuno è l’interlocutore prediletto, privilegiato, quello che entra non solo nelle stanze di casa, ma anche nel mio letto, quello con cui alzo la coppa e rido, della morte, rido della pochezza con cui la normalità rende di pietra le persone e grava tra me e il mondo che galleggia dentro un cosmo che è ancora e di nuovo me, tanti altri me, diversi da me e me in ogni caso. Nella frattura sta di casa l’eterno. Corpo a corpo con il mare, con l’amore e il dolore , come già disse qualcuno, la rende ancora più bella. Questa parola snella agile volante e volitiva,questa costante incontrollabile meticcia che prende i colori dell’alba sulla schiena della notte e in un brivido azzittisce un’intera vita. Perchè basta un istante e in quello un solo suono nel silenzio e fiorisce un sole,nel sole un cosmo intero, o l’esatto suo contrario o tutto un inventario di stelle. Chi non ha occhi dentro sè non sa toccare …”nessuno”!
    Coltiva quel “nessuno”, è da quella sorgente che la tua voce trova un corpo che si espande. ferni

    1. non è semplicemente un bel commento, è una lettura delicata e profonda.
      ci sono molte forze che interagiscono in quel silenzio.
      Rabbia, paura, disperazione, acquiescenza, orgoglio, lotta, continua lotta che non si arrende alle barriere del silenzio, ma osserva le cose nella loro oggettiva ripetizione, nella loro naturale scansione del tempo, un tempo che resta fermo in un bilico di silenzio “per il computo delle nostre ossa” mentre si osserva e si spiega in cerca di una giustificazione o una scintilla, un appiglio.
      Nel ventre della terra si conserva il senso dell’infinito, lì, nel profumo della pioggia dentro le torbe secche in agosto, nel perenne ciclo a noi indifferente, che ci osserva nell’affanno e … forse ride; ride sì, o piange delle ansie, delle preghiere, della stupidità, dei rimpianti, dei rimorsi, del peccato, di tutto quello che è a noi limite auto-imposto quotidianamente, cui soccombiamo passivamente o che brutalmente travalichiamo.
      Un limite che sembra conoscere solo gli estremismi opposti di bianco e nero che hanno perso la scala dei grigi, le tonalità di mezzo ed i chiaroscuri, che invece popolano ciò che ci osserva e tace.
      La consapevolezza che in una società di finto benessere, finta libertà, finta uguaglianza, in una società che è il fallimento di secoli di pensiero e storia, la libertà da sempre cercata, coltivata quale primario bene, non esiste che nelle pieghe del pensiero, incuneata nei dolori della carne, che non può far altro che darsi voce entro un limite di spazio inesistente al tatto, alla vista, all’olfatto, ma uno spazio comunque presente entro i margini del proprio stesso orizzonte nella commistione di pensieri, memorie e fantasie su un paio d’ali.

      un bacio.

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