La Biblioteca di RebStein (VIII)

etretatlibraryyq7La Biblioteca di RebStein
VIII. Aprile 2010


Natàlia Castaldi

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Natàlia Castaldi – Dialoghi con nessuno (2009-2010)
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42 pensieri su “La Biblioteca di RebStein (VIII)”

  1. Ho riletto con grande piacere tutta la raccolta.Ci sono testi che ho già apprezzato e condiviso con te in questi mesi.Sentirti felice Nat è motivo di grande gioia per me,veramente.Notte;)

  2. E se quel «nessuno» rispondesse?
    È questa la prima domanda che mi sono posto.
    E se potesse farlo cosa mai potrebbe dire?

    Ci sono diverse tipologie di «nessuno» in questa raccolta. C’è il «nessuno» dell’origine (di un’origine innata, inconosciuta, assunta a simbolo), c’è il «nessuno» che (si) manca nell’«immediato» e c’è il «nessuno» che volge il suo sguardo all’ «a venire».
    Il nessuno dell’origine è quello da cui attingere la forza,

    È come fosse il primo giorno di vita,
    l’alba in cui Eva nel giardino di gardenie e mele
    t’insegnò a scegliere tra libertà di fatto e arbitrio postulato
    l’empia redenzione d’essere uomo

    la base sulla quale piantare le colonne per l’edificazione del tempio. Sì, un tempio. Il «corpanima» che anima la voce è un tempio ove innervarsi e insieme quietarsi, ove consumare – sulla propria pelle – i rituali poematici del riconoscimento e del disconoscimento.

    Mordimi ancora con l’eccitazione della scoperta del peccato
    prima che filosofia e scienza ci diano le risposte cui non arriva
    la nostra empirica fede nell’essenza delle cose
    quando germogliano il seme della concupiscenza
    nel ventre caldo della terra

    Il «nessuno» dell’«immediato» (dell’utopia dell’immediato) sembra inneggiare la «perdita», sembra vivere del ricordo (“ ogni cosa profumerà di ieri anche domani ”) – inconscio – di quel «caos» ove fibrillava la forza.

    Prima che scoppiasse il sole e nascessero i pianeti
    la sola voce dell’universo era il canto del silenzio
    e avevo un equilibrio sospeso –
    sobrio – nell’assenza di me

    Il “canto del silenzio”, checché se ne dica, è una forza al lavoro. Sembra quasi paradossale parlare di forza al lavoro in una dimensione letteraria dove tutto sembra fluire sulle onde della «mancanza», ma è proprio quello che accade. Il silenzio, questo silenzio non è solo impregnato del vuoto, della fine e della morte, bensì sembra inneggiare all’amore, al sesso, alla vita.

    Vorrei fare l’amore all’ombra di un’incertezza
    tremare di pelle, ossa e carne
    senza che l’anima se ne accorga
    Germogliare d’erba all’ombra di un discorso di parole
    che stillano sillabe di disobbedienza

    Ed è proprio da questi presupposti, da questo doppio e simultaneo movimento che viene a configurarsi il terzo «nessuno», quello che volge il suo sguardo verso una prosecuzione. Il terzo «nessuno» è propriamente quello del dialogo, il sé che accetta il confronto con l’altro-da-sé.

    Fammi la fatidica domanda
    insultami se è il caso
    ma non tacere davanti alle pieghe
    della pelle che trattengono il fiato
    di ciò che – forse – è pure stato

    Perché, alla fine, ciò che conta è far tesoro delle esperienze, sia nel bene che nel male:
    Ci vuole più coraggio a saper raccogliere che rifiutare “.
    Questa è una delle chiavi d’accesso alla poetica di Natàlia Castaldi: seguire i frutti che essa dissemina durante il percorso e raccoglierli per non smarrire la traccia.

    ***

    Naturalmente questo è solo un piccolo, breve e inesaustivo approccio.
    Le tracce qui disseminate sono varie e svariate.
    Si potrebbe (e si dovrebbe) lavorare sulle dicotomie gabbia/libertà, peccato/redenzione, stasi/movimento. Sulla passione che permette al silenzio di urlare, sulle fratture e sul filo che pedissequamente le scioglie e insieme riannoda.

    1. se questo è inesaustivo io sono la regina Elisabetta! :)
      sei grandioso Enzo nello sciogliere i nodi a qualunque groviglio di parole.
      sono emozionata e non riesco a dire le cose lucidamente, ti ringrazio tanto.
      un abbraccio.
      n.

    1. Gloria, grazie… in effetti quello che tu avevi letto era solo una selezione che anticipava l’uscita dell’intera raccolta, che trovi appunto solo qui.

      un abbraccio e grazie per la tua sempre affettuosa attenzione.
      n.

  3. Caro Francesco, stanotte ero così contenta che mi sono dovuta prendere quindici gocce di calmante per attenuare la fibrillazione e riuscire a dormire … dico sul serio, ma fortunatamente oggi ho potuto dormire fino a tardi :)
    Mi hai reso felice e tu sai che al di là della soggettiva valutazione sulla validità dei testi, essi sono a me cari perché rappresentano un vero e proprio percorso che ho intrapreso grazie agli insegnamenti tuoi e di Enzo.
    Tutto il resto è frastuono relativo :)
    e le mie parole non potevano trovare Biblioteca e scaffale migliore di questo.

    grazie per questo dono.

    natàlia

  4. Alla fine, per fortuna, il “libro” è arrivato.
    Brava Nat!
    E grazie infinite a Francesco per avere sempre un occhio di riguardo sulla poesia contemporanea che altrimenti andrebbe dispersa.
    (Mentre scrivo questo sto immaginando Francesco come uno scoglio, di quelli sottomarini, su cui si affollano colonie di coralli bellissimi: ondeggiano sott’acqua al passare delle correnti, ma ben ancorati).
    Un abbraccio a tutti.

    Luigi

  5. Un grazie e un saluto a tutti, a cominciare dalla nostra ospite.

    Gli apprezzamenti vanno sempre presi come uno sprone a continuare e a migliorarsi, a guardare con occhio invariabilmente critico ciò che si produce, a proiettarsi oltre, a incidere e a tagliare, se è il caso, qualche escrescenza che nulla aggiunge alla solidità dell’impianto disegnato: è un lavoro che non ha mai fine – perché la poesia è sempre in movimento – è essa stessa il movimento in cui si autogenera e si risolve.

    p.s.

    Grazie ad Enzo, che come sempre arricchisce l’intelligenza dei testi con il lampo del suo vigilissimo occhio critico.

    p.s.s.

    Natàlia, per evitare che le farmacie rimangano a corto di “calmanti”, ti anticipo che farò passare “qualche” anno prima di ripubblicarti :)

    fm

    1. arrivo adesso Francesco … ho avuto un brutto imprevisto e non so quanto potrò stare al pc oggi.
      andare avanti sempre con uno sguardo ipercritico su se stessi, pretendendo sempre il massimo come non abbastanza… questo è quello che ho imparato e che mi è stato insegnato sin da piccola, non cambierò questo sguardo, non potrei e non voglio.
      ti ringrazio ancora tanto… e tra qualche anno ti manderò qualcosa di nuovo !!! :D
      tvb
      n.

      1. Ma allora non avrai bisogno di un computer per farmi avere i files… Dovrai procurarti un tavolino a tre gambe ;)

        fm

      2. …. e un paio d’ali.

        ;) a presto Francesco, speriamo di avere denti per masticare ancora sale, e nervi saldi per continuare a lottare.
        Ci sono tante cose da cambiare e maniche da rimboccare.
        andiamo avanti, il compito della poesia online è anche questo, anzi, fondamentalmente questo.
        grazie …

  6. La poesia di questi dialoghi è un errare dolce e smisurato. S’avventa sui residui della luce, sillogismi di nuvole, rischia di cogliere, per un pelo, l’assoluto che sfugge, in quanto non è, non è mai stato e, perciò stesso, è più reale di ogni altra entità. Nel corpo della parola coesiste il nulla, la sfibra dentro, ritrovandone i lati irrisolti. L’eterne domande acquistano lo stupore di un primo incontro da pregustare, attendere con una gioia segreta. Dialogo e nulla, vale a dire: dialogo e silenzio:
    ” C’è una pace nel sentirsi granello tra le cose/ che non si chiede ma si perdona l’esistenza/ora che la fine dell’anno è solo un rito formale/ per il computo delle nostre ossa,/ un bilico di sabbia d’un tempo inesistente/ nelle lingue inceppate tra le intercapedini del senso non c’è”. Non appare quindi una comoda dialettica da risolvere, ma un flusso di continuità tra le ambivalenti implicazioni dei significati, colti grazie alla riserva semantica di senso che possiedono. Le parole mimano il nulla che ha la “sua” voce, sfiora i destini dell’uomo con la forza delle sillabe primigenie, infatti grande importanza detiene lo spazio e il suo corrispettivo poetico, la luce. Come non innamorarsi delle soluzioni originali e fonicamente suasive di questi testi poetici? Ti straniano e, nello stesso attimo, comprendi che hai ritrovato il tuo destino di speranza in un cielo arso d’amore verso i luoghi infiniti. Marzia Alunni

    1. Marzia il tuo commento mi avvolge, il nulla ha una “sua” voce… bellissima, struggente a volte, necessaria come l’aria.
      grazie
      conserverò tutti i vostri commenti, il tuo in modo particolarmente caro.

      appena avrò un po’ di pace e tornerà il sereno ti scriverò in privato.

      n.

  7. Grazie per il tuo intervento, Marzia, e non solo per questo.

    Purtroppo ho dei problemi che mi impediscono di seguire con una certa costanza gli sviluppi delle discussioni e di rispondere in modo adeguato all’insieme delle vostre pregnanti sollecitazioni critiche e culturali.

    Ma ci saranno sicuramente tempi migliori…

    Un caro saluto.

    fm

  8. “non si ritrova la mia parola, il mio linguaggio obsoleto come il pensiero,
    l’animosità del verbo e della croce.”
    Invece in questo “non ritrovarsi” mi sembra che ciò che si è davvero ricondotto alla radice del sè sia la tua parola, cara Natàlia. Ho letto tutto di un fiato la raccolta, di cui ricordavo alcuni testi che mi avevano già colpito. E rispetto agli scritti di prima sento un grande passo in avanti nella consapevolezza e nella maturità dello scrivere, un fidarsi della lingua e della parola, appunto, che appartiene a chi a lungo la ha coltivata, e dunque sfugge giochi più facili e ad effetto, immagini che colpiscano solo per colpire, rivestimenti inutili. Anche la rabbia sembra a volte trattenuta, sospesa, per poi riesplodere in atmosfere molto più vivide e reali, e nascondersi ancora.
    Un bellissimo lavoro, non una sorpresa da te, ma una conferma vera.

    Francesco t.

    1. Francesco Tomada! Francesco quando l’ho letto la prima volta sono rimasta “folgorata” e questa sensazione si è mantenuta sempre alta nel tempo.
      posso dirlo che è uno dei più grandi di oggi?

      da “Un’ora e non oltre” di F. Tomada

      Ho una noce dura di rabbia nel cuore dura come questo cielo di aprile dove si annuncia il sole estivo. Ho un’adolescenza incompiuta come una spina nella pelle, duole al contatto si muove ricorda di sé.
      Trentasei anni erano la massima età che mi davo nei giochi da bambino. Avevo una porsche gialla da mettere in un garage costruito sotto il tappeto. Di allora conservo l’idea che questo sia il limite ultimo, non oltre, non oltre.

      Smetterò di fumare. Quest’anima che brucia negli angoli come si fa con la carta perché sembri antica. Quest’anima di pergamena e le scritte in catrame così difficili da cancellare, questo fiato che diventa fumo e odore nell’aria da far bruciare gli occhi per ciò che prima era dentro.

      :) Francesco: grazie!!!

  9. Prendendo spunto dal mirabile commento (in realtà si tratta di una vera e propria recensione) lasciato da Marzia Alunni, vorrei ripartire da ciò che in esso è evidenziato come peculiarità imprescindibile: «lo spazio e la luce», che qui convertiremo in tempo e verbo.

    Non è questa la prima volta che mi ritrovo a scrivere sulla poetica di Natàlia Castaldi; e da un commento che feci a una pubblicazione postata su “Carte Sensibili” vorrei estrapolare e riproporre, col senno di poi, alcuni passaggi.
    Il titolo che decisi di dare a quel commento era “Fratture di tempo”.
    In quel “luogo” i testi della Castaldi vennero abbinati a una serie di immagini. Nella fattispecie si trattava di una sorta di cartoline rielaborate pittoricamente e graficamente.
    Quando vidi gli abbinamenti scattò in me un meccanismo di correlazione.
    L’«invio» poetico di Natàlia Castaldi aveva ricevuto, in quel luogo, un «invio» iconografico. L’insieme di questi due invii creava la “differenza” nella co-esistenza, nella co-abitazione, ovvero: da un lato apriva il campo delle possibilità, delle prosecuzioni, e dall’altro lato mostrava, quasi implacabilmente, un derma ferito e insieme gratificato dalla sua doppia consistenza interiore.

    Ogni doppio invio è un rinvio.

    Da un lato l’iconografia (già trattata in sé) della «carte postale» trattava il verbo innestandovi una dimensione temporale. Eravamo quindi in presenza di un primo spaccato, di una prima frattura. Certo, l’immagine era ferma, e il tempo che viveva in essa risultava come fissato.
    Dall’altro lato il cuore poematico (già trattato in sé) di Natàlia Castaldi trattava il tempo innestandovi una dimensione verbale.
    Ecco quindi un secondo spaccato, una seconda frattura.
    Anche la messa su carta del verbo configura un fissaggio.
    In questo doppio «fissaggio», nella solo apparente immobilità c’è qualcosa che si muove, che si fa portavoce di una «messa in mobilità».

    Tutto verte sul tempo e sul verbo, su uno «spazio» conclamato e insieme traviato dal tempo e su un verbo che tende al suo «farsi luce» (“ A che servirà mai la luce se non sa illuminare il cuore?”).

    Il verbo è «fratturare» (consideriamolo però anche come sinonimo del nostro terribile, fatidico verbo essere e, perché no, come correlativo di imprimere, incidere, scolpire, figurare, affrescare, insomma di tutto il ventaglio delle incidenze iconografiche) e lo spazio-tempo è ciò che si offre a essere fratturato.

    Le occorrenze si moltiplicano a guisa di piacere. Provate a guardare (sì, guardare, perché non basta leggere) come fluisce il tempo e in che modo esso venga fratturato dagli innesti poetici in questi «invii» e vi renderete conto di come presente, passato e futuro formino un tutt’uno volto a creare e ricreare continuamente una sorta di “tempo nuovo” insieme idealizzato e sospeso, un tempo il cui unico fine sembra essere quello di affrescare e insieme inchiostrare. Un po’ come dire: un colpo di pennello e un colpo di lapis.

    Il passato della «carte postale» rinviene attraverso la «venuta in presenza» di un’immagine. Ma non basta, la cartolina ha una doppia faccia (doppia portata): il «recto» e il «verso». Se il recto è prettamente iconografico, il verso invece è quello spazio deputato alla scrittura. Suggestionando si potrebbe dire che la scrittura si imprima sull’immagine da dietro e che la sua venuta si ottenga con un doppio movimento di intrusione e sovrimpressione.

    E se è vero che il tempo ha la sua percorrenza spaziale, decido di incunearmi nelle pieghe della tua pelle, lì dove inciampare è come morire o, semplicemente, un’illusione da custodire sotto le unghie intinte nel tuo sangue dove, percorrendo in punta di lingua le allitterazioni di senso, mi scorri la colonna vertebrale dal fregio alle pupille

    La poematicità della Castaldi si presta proprio a un doppio uso.
    Io conierei la locuzione «scrittura iconografica» (difatti leggendola si possono vedere chiaramente le immagini che essa evoca), vere e proprie cartoline, spaccati, fratture di tempi, luoghi e corpi. Corpi che inviano e si inviano, che abitano, magari solo per un istante, tempi e luoghi e, soprattutto, che si fanno abitare da essi.

    Sono cadute le ultime rose nel tramonto di fine estate. Nel caldo umido che segue la pioggia si alzano ancora nugoli di zanzare: la pelle si assapora nel sudore stanco di una luna tersa, appena autunnale

    Ci si pratica sempre al limite in questi invii poetici. E il «nome proprio» sembra deterritorializzarsi verso l’improprio (la “Sonata in tre movimenti più uno è emblematica in tal senso). Non leggiamo però l’improprio come un’accezione negativa, consideriamolo come un passaggio dall’uno al molteplice, come la ricerca delle infinite possibilità in cui continuare a praticarsi e sfibrarsi.

    Gli «invii» della Castaldi, dal mio punto di vista, mettono scrittura e immagini in un regime di condivisone temporale, donano senso al viaggio (alla messa in mobilità del verbo o, se preferite, per traslato metaforico: al passaggio della luce nello spazio), esprimono una sensazione, richiamano un sentimento, sono rivolti all’esplorazione e alla condivisione dei sensi. E le fratture nelle quali il verbo agisce (e si fa agire) sono per l’appunto spaccati sensoriali il cui fine è quello della deterritorializzazione dall’io all’altro da sé.

    La messa in mobilità crea uno spaziamento, imprime i suoi dispiegamenti (ma anche i suoi ripiegamenti), in poche parole: si dissemina lasciando tracce che, nella loro sospensione, si rivelano, come già accennato nel primo commento, incancellabili.

    Invio e rinvio. Pensiero e peso. Spazio e luce. Sensi, sensazioni, sentimenti. Dispiegamenti e ripiegamenti. Spaziamenti e fratture. Sono alcune delle parole-chiave che la Castaldi mette in mobilità nelle sue «fratture di tempo».

    –Vedrai, anche questa funesta pagina di male
    si scioglierà nei giardini segreti degli istinti
    ove soggiacendo oltre ogni logico volere
    guariremo nel libarci alla fonte dell’inganno

    –Oh mia scure!
    Famelica lama abbatti il mio tronco
    fino al battesimale incontro
    delle vene al cuore
    e che non ammetta il minimo dubbio
    riguardo la rotondità della terra
    ed al vagare risucchiati dal suo ventre di legenda
    come mesta novella sul divagare delle cose,
    come fosse tutto puerile invenzione dell’arte,
    come se un platonico sussulto
    potesse rendere giustizia alla monotonia del verso

    1. Enzo :) sei una “matrice del testo”, e non solo, sei anche la camera oscura che tira fuori dalla pellicola l’imprinting della luce che graffia e si incide su una semplice bobbina arrotolata su se stessa.

      io ti ringrazio per questo commento (una vera prefazione per un ipotetico [quanto ce piasce a noi due l’ “Ipotesi”!!!] libro)

      ;-) Mi sa che Francesco lo dovrò scomodare per un’Ipotesi… presto (spero).

      questo quaderno è dedicato a te e Francesco… si capisce bene cosa intendo dunque quando dico che vi devo tutto, si capisce da quello che è successo qui in queste 24 ore di avvolgente affetto.
      grazie!

    1. L’INDIFFERENTE di José Hierro, nella traduzione di Alessandro Ghignoli

      Adesso saremo felici,
      quando non c’è niente da sperare.
      Che cadano le foglie secche,
      che nascano da fiori bianchi,
      che importa!
      Che splenda il sole o che arpeggi
      la pioggia sul vetro,
      che tutto sia menzogna
      o sia tutto verità;
      che regni sulla terra
      la primavera immortale
      o che declini la vita,
      che importa!
      Che ci siano musiche erranti,
      che importa!
      A che fine vogliamo musiche
      se non c’è niente da cantare.
      (da Alegría, 1947)

      *da Poesie scelte, Raffaelli Editore, Rimini 2003

      grazie Alessandro, a presto.
      n.

  10. “Amare veramente l’arte, saperla riconoscere, è un atto di umiltà da pochi. I più sanno solo corteggiare l’utilità del tornaconto, predicando teorie impraticate e declinate in egocentriche raggiere d’inchiostro che, come diapason d’acqua, muoiono nello spazio di un secondo.”

    grazie a tutti.

    n.c.

  11. Josè Hierro ci dice che anche l’ultima Dea ci ha lasciati rinserrandosi nell’Olimpo e per noi ogni altra speranza è del tutto vana.Perchè? Perchè ci invita a leggere le raffinate metafore con le quali sottolinea il suo infelice pensiero? Forse è partecipe di una segreta decisione che ha carpito ad una natura ostile? Si possono fare mille ipotesi,scavando nei nostri pensieri ,si possono fare mille deduzioni,ma la verità è sapientemente nascosta.E dove? Essa alberga,ormai da tempo, dentro di noi e noi uomini facciamo finta di non conoscerla.Inutile ricordare le nefandezze compiute,le distruzioni, i massacri che hanno attraversato la nostra esistenza e che tuttora con intento ,oserei suicida commettiamo.Il mondo lo abbiamo ucciso noi.

    1. è bello quando su una parola magicamente si intreccia un’altra parola, un altro pensiero che porta ad altra poesia… sono felice del suo intervento sulla poesia di Hierro tradotta da Alessandro Ghignoli. Hierro è un poeta che si legge poco in giro per la rete, un po’ dimenticato, o spesso sconosciuto. Un grandissimo.
      Per questo ringrazio lei e Alessandro.
      n.

  12. Conoscevo, non tradotta, la poesia scritta da Josè Hierro nel 1947 e rivolta a molti conterranei che,forse,con la loro indifferenza, avevano reso possibile l’ascesa della dittatura franchista in Spagna,consegnando il poeta dissidente ,dopo duri anni di prigionia,ad una vita povera e randagia.Leggendola nella nostra lingua, ho pensato che potesse adattarsi altrettanto bene ad essere interpretata con lo spirito e il rilievo universale, ampiamente dovutole . Spero di essere riuscito nell’intento così come Lei benignamente assicura,e la ringrazio di avermelo consentito con signorile ospitalità.

    1. José Hierro maturò la propria esistenza ed espressione poetica durante gli anni di prigionia nelle carceri franchiste, cui fu costretto insieme al padre, dal 1939 al 1944, per aver partecipato agli scontri della Guerra Civile Spagnola tra le fila repubblicane.
      I lutti, le torture e la morte del padre a causa degli irreversibili danni fisici subiti nel corso della prigionia, segnarono l’esistenza e la poetica del giovane Hierro, che negli anni della prigionia, appunto, fece della sua attività poetica espressione di resistenza e dialogo con i compagni di lotta con lui detenuti, animandoli, sostenendoli, mantenendo sempre accesa una luce di speranza che, pur non sfociando in una vera e propria espressione di fede religiosa – giacché il poeta non riconobbe mai l’esistenza di un dato Dio – si abbandonava tuttavia, a riflessioni intimistiche, che tradiscono l’influenza del pensiero di Miguel de Unamuno (nell’aspirazione e necessità dell’uomo di ricondursi ad una fede – sia pure nell’uomo, nella lotta civile e politica – come unica via di speranza) e di Marìa Zambrano riguardo la sua concezione “poetica”, intesa come estremo relazionarsi al senso intimo dell’esistenza umana anche attraverso l’esperienza fortificatrice del dolore. E’ dunque ancorandosi alla speranza della poesia che egli si sopravvive nelle avversità, “rinascendo” ogni giorno rinnovato nel pensiero lungo un percorso di maturazione che solo il cuore può sperimentare attraverso la metabolizzazione della sofferenza, restando sempre in totale aderenza terrena ai fatti dell’uomo, per poi trascendersi a viso aperto nell’esperienza altra ed alta della morte.

      Grazie Renato, abbiamo un passione comune: la poesia, che è prima di tutto “dialogo”.
      a presto ancora.
      n.c.

  13. eccomi. spero di non ripetere osservazioni già fatte, ma ho preferito non leggerle, per darti appunto la mia lettura.

    “Dialoghi con nessuno”
    dove di volta in volta, quel “nessuno” diventa un uno (altro da sé), un doppio, o un paesaggio umano (“La mia gente è strana”)
    che “parla una lingua incomprensibile”, o, appena udibile
    nel dialogo con l’autore, dall’autore al momento della scrittura, quando la penna cattura, qualcosa che poi è difficile da rincorrere: “Avessi avuto meno inchiostro e più fiato”.

    Nemmeno serve voltarsi allo specchio o indietro, sondare parole ( “la mia corona di spine
    /nel sudario dell’avvento
    ”) in un “cielo di peccati e preghiere sottolio”
    rimarchevole allora quel “ Il verdognolo fiele abbandoni la bile:
    /si nutrano le gole di quel che viene.

    o, in modo, ancora più carnale: “Sentire forte la voglia di fare l’amore
    /senza tempo per chiedersi se sia istinto di procreazione o desiderio di
    /penetrarne il mistero

    (anche se è proprio questo mistero, che successivamente mi sembra venga indagato con un afflato che declina al femminile, sia nel lessico, sia con una certa accoglienza aggettivale, sia nel ricorso al “tu, e all’imperativo vocativo- “sorreggimi”, “riempimi”, ecc.. – quello che è un “Cantico dei cantici” )

    E d’altra parte se tutto tende a venire meno o diventare nessuno, se finanche
    “ho osservato con distacco
    /il r i g o r m o r t i s della logica dei savi

    allora cosa, cosa se “- c h e s o r p r e s a !? la vita non è -”

    beh, io direi quel bellissimo sorriso che è anche un altrettanto bella dichiarazione di poetica (almeno quella che secondo me qui è data):
    “ed ho sorriso alla salvezza della follia che mi dà voce
    /nel sentire ciarlare le rose
    /all’ombra d’un chiostro inesistente
    ”.

    Ciao!

    1. ti ringrazio, una bella interpretazione, ma non mi sorprende avendo già letto tanti tuoi commenti.
      se mi dài il permesso (e giusto tempo), vorrei lavorare sulle tue poesie per farne una lettura da postare su poetarum silva, ovviamente linkando il quaderno di Reb Stein; quindi la richiesta implicitamente si rivolge anche a Francesco.
      nc

  14. ormai non so più dire di no :).
    scherzo Natàlia, ovviamente.
    Accolgo con gioia la tua proposta, che mi lusinga. Tutto il tempo che vuoi, ci mancherebbe!, e carta bianca.
    Davvero mille grazie.
    margherita

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