Il libro dei doni – Capitolo VIII, 1

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

Viola AMARELLI Liliana ZINETTI Mario RAMOUS
Marco GIOVENALE Giannino DI LIETO Piero BIGONGIARI
Tommaso DI CIAULA Paola LOVISOLO

 

Il libro dei doni – Capitolo VIII, 1

 


Viola AMARELLI
[da: La terra dell’osso, 2008, inedito]

 

La terra dell’osso (*)

Poi fu l’invaso
travolto schiera a schiera

          il verde, le crete e la pietra

dapprima con i soldi,
liquame a sciami

          viadotti, bretelle, sottopassi
          piazzali e capannoni
          villette chalet svizzeri

indi coi corpi

          carne sudate urine sangue
          abbuffate morti
          capovolte

di poi il clamore

          lingue vocianti, gutturali
          stridule urlate
          rauche predaci

tutto un colare

          cervello percolato, comparaggio
          senso dei sensi, unico
          sbranare

l’impastatrice

          d’ossa e cemento calce uranio amianto
          nel tendine confitti i tradimenti

plebe d’orrore l’impestata

          attenta a cosce e panza,
          ciechi gli affetti, lemming avvelenati.

          Lungo la faglia
          aguzzammo afoni i cuori.

[(*) Il titolo è tratto dall’omonimo libro postumo di Manlio Rossi Doria (1905-1988) partigiano, economista e tra gli ultimi meridionalisti.]

 

cieli

rasoterra ghermendo fionda la preda
su in alto all’elio rarefatto scoprendo
ennesimo lo scarso carne osso,
insufficiente cibo ad ogni rostro,
mollando di poi schianto
la carcassa

          l’aquila non ha stormi
          solitaria solo fame di aria
          brucia l’ala.

 

uomini

Sgommò la ruota, ubriaco l’asfalto
bitume ora rifratto nel brillio
luce accecante, palpito di fiato
correre curve e dossi in solitario
carovaniere perso

          – da lontano

paesi intufati giallorosa,
la strada stesa un nastro di piacere
da qualche parte, scordata
c’era una casa.

 

passaggi

Privatissime storie si risolvevano in rancori
accidiose provavano a rivivere
cicche mai spente di giorni polverosi

“dio ti benedica “ esclamò il vecchio
coetaneo seduto con la radio da barbone
perfettamente al mio fianco, ateo incallito

uscirà nuda una mattina a fendere
la folla alla fermata di una qualunque metropolitana
ignorata da tutti, apoteosi

troppo chiaro il cielo e insostenibile la gioia
avvinghiò le parole per sputarle
senza avviso si sfilacciarono grumose

“mama, mama” guizzo nerissimo
di muscoli al sorriso offriva
nuova musica, io onorata

un austero dolore nella giacca
di un mattino uguale a tutti gli altri
gli feriva gli occhi, tappandogli la bocca

matassa di capelli consumando
i marciapiedi parlava al cielo
sottovoce, gaudiosamente concitata

misi un punto alla vita
e andai a capo.

 

labirinto

La forma delle dita, dei tuoi piedi
si accartoccia e che verrà dopo
è un bel imbroglio o, più esatto, il garbuglio
lo stesso per cui ridiamo insieme ora
bevendo l’aria, attenti alla suonata venisse
alcuno – non viene mai nessuno
per fortuna,
la forma temporanea che è il mondo
questo qui ora, lacrime e sangue
non tante storie, asciuga entrambi
con la sabbia e poi versaci l’acqua
dissalando il tuono delle
armi, fragore ogni secondo
in fuga ora tu baci
un bacio senza forma, s’è rotto il filo
inutile Arianna.

 

**********

 


Liliana ZINETTI
[da: Inediti, 2008]

 

Oggi, come altri oggi, la SS42
stride come un folto d’uccelli di latta
impazziti nella bufera.
Qualcuno prende posto tra
il verde malato dove stanno le panchine
con i vecchi andati in un ricordo.
Altri attraversano rumori,
corpi, strade che si ricongiungeranno forse
finita la collezione di farfalle
infilzate a fogli bianchissimi
o di francobolli per lettere mai spedite.
I panni stesi sui balconi
ignorano la danza dell’ombra
si bagnano di una luce cieca, stolida.
Ordinati gerani
dai davanzali delle villette, l’azzurro
sfiorito delle ortensie,
l’ombra di cose troppo vicine al buio.
Si sta sospesi, a volte, a parole
che non si riescono a dire:
dire cos’è un lampione, macchia
di Rorschach gialla sull’asfalto.
O un abete ritto nel silenzio.
Lo sguardo di uno sulle cose
o cos’è la solitudine.

La bellezza è
se chiudo gli occhi per vedere.

E qui il mare è una cartolina di saluti
e poeta è il pazzo
che trasforma il reale
in un’oscura sequela di parole

 

*

 

Era un’ossessione di rami
la bocca del buio, era il graffio
della luna quando siamo partiti
e ci chiamava bianca una strada.
Un andare con sguardi di terra,
l’ala piegata del vento
all’orlo di gronde
da cui spiccare il salto,
ma non c’è volo che possa dire
un brandello di azzurro,
pur con questa vita che spinge
dal ventre della terra
inspiegabili fioriture
non c’è parola che scavi il silenzio,
solo questo stiletto di luna
che un giorno cadrà sulle stelle
a spegnere il cielo.

Non è dato che questo andare,
e la luna, e il gelo che brucia le foglie.

 

*

 

Era l’essenza forse di un cielo
divenuto d’improvviso angusto
per la sparizione delle stelle.
Tu ti guardavi le mani
gli occhi poi a terra, come
a raschiare stelle dalle crepe scure
di un pavimento stordito
come se
non ci fosse altro
che quel guardare, muto
e senza fine
che hanno le cose quando le guardi.
Attendevi un cenno, una parola
mai venuta –
mentre s’alzava nero lo strepito dei rami
a graffiarti gli occhi,
a indicarti il buio.

 

Convivio serale

Il silenzio dei cucchiai stasera
è la voce di pensieri stretti
in una solitudine di gesti.
E’ sera che duetta con l’ombra
delle voci, mentre dal tavolo
levo le stoviglie e il peso dei silenzi
e getto gli avanzi e il resto dei giorni
in una notte
un poco triste e un poco puttana.

Impariamo a morire così, nel distacco
di un gesto, in un ritardo del cuore.

 

Tutto il pane del mondo

Era per il confine,
per la pioggia. Soffriva anche la luce,
incrinata nell’obliquo raggio di gennaio.
Il grano e l’acqua, l’oro lontano
dell’estate – un’isola scossa dai venti.
Dicevi gelo-neve
per coperte e tazze di latte, mentre
roteavano bianche
lune d’inverno, rami, tam tam
di tamburi alle pareti.

Misuravi le distanze
rabbrividendo piano
tra l’inverno e l’urlo.
Dicevi buio-notte
per pane e zucchero, di schianto
crollava la lancetta dell’ora,
il buio freddo sulla nuca
sull’acqua delle dita.

Batteva fissa l’ora
a nord di ogni cosa, chiedeva
la rivolta del sangue, il segno, l’assoluzione

 

**********

 


Mario RAMOUS
[da: Il gran parlare, 1998]

 

          il gran parlare incipit di morte
          là sul ponte che brulica di gente
          dove epilogo non prevede inizio
          che mai in vita si sia esistiti

 

sulle travi si porta il cadavere spoglio
dei discorsi distrutti dall’ansia di dire
come fuoco che troppo di fiamma s’innalza
esaurendo la forza nascosta nel ceppo
collocate sono le voci in muti loculi
per quella maledetta foia occidentale
di assegnare una schedatura ad ogni cosa
che ne definisca un significato solo
tamburo di un esilio che desta frontiere
come ciminiere di civiltà estinte
ma tra le macerie la lingua è sconosciuta
nei figli si crescono destini di morte
e le parole perdono mummificate
l’imprevedibilità dei dirottamenti
che ne assicurano qualche sopravvivenza
in unità diverse ma riconoscibili
così che inoltrandoci fra loro ogni lume
si omologa con gli altri a formare necropoli

 

e nel labirinto delle ceneri impervio
tra lapide e lapide è ritrovare un’erma
che segnali l’acuto di un nome esemplare
e indichi senza filo d’Arianna la via
ah se potessimo distinguere una voce
tra la sordità di questo rumore bianco
gettare un ponte ma dove possa condurre
è avvolto dal baluginare della nebbia
potrebbe forse servire a rendere ciechi
orrore angoscia e sbigottimento degli occhi
ma dubito che questo inutile congegno
incastrato nel cuore della nostra mente
anche ammutolito ridotto a fatui sterpi
si lascerebbe estirpare con resezione
radicale ne resterebbe quanto basta
per proliferare in aggressive metastasi
batti batti ‘la vita ha una pelle di morte
che ne tiene il gusto’ nulla vi può sfuggire
ciò che credi d’altri t’impregna è chiuso in te
batti batti bel Masetto in catene stretto
come un’endovena l’urlo avvelena il sangue
e non esiste farmaco che lo depuri

 

dalla sanie della palude come vomito
osceno che inatteso d’un tratto dirupa
senza che si ergano argini a trattenerlo
tracima il rombo sordo della controversia
così oltre il limite della comprensione
ci raggiunge il persistere della bufera
in un luogo ignoto ma che sappiamo esistere
e ci si chiede se abbia quell’unico senso
o se per errore si sia preso un abbaglio
ma questo pullulare di larve si abbarbica
come un polipo straziante alle nostre gambe
e più acido non s’attiva per scacciarle
seguono le vie linfatiche sino al capo
e tutto occupano ciò che non distruggono
un tempo si cantava come metamorfosi
il processo con l’illusione di rivivere
stesso cuore stessa mente in forme diverse
ma l’inganno è che muta il sangue nella pelle
allora l’urlo indistinto non è più d’altri
si identifica è nostro acquista voce propria
una maledizione l’ira della vita

 

sono uguali a serpenti uno due infiniti
vengono da Tènedo per voce d’aedi
ma credimi ce li siamo cresciuti in seno
non rappresentano vendetta di un’offesa
recata a chi ci sta di fronte anche se è vero
per offesa a chi indifesi siamo è vendetta
con occhi ardenti iniettati di sangue e fuoco
strisciando s’inerpicano in lente volute
con spire immense s’attorcono con le squame
del dorso avvincono il collo e il capo sovrastano
morso più morso straziano le nostre carni
e non v’è scudo dove possano nascondersi
presone possesso il forte sfoggia torrioni
garitte mura come di nostra memoria
se scorrere non si avvertisse nuovo inferno
di voci ridotte a sinistra diafonia
che ne percorrono indistintamente il cuore

 

bisogna chiedersi dove quest’avventura
tragga origine e in quale luogo occulto porti
o non si tratti di un nubifragio di azzardi
che accentui la tortura di tormenti ingeniti
forse che si fondi sul deflagare anomalo
di geni ritenuti a norma non è dubbio
ma è la causa del processo che appare oscura
che sia frutto del caso o di necessità
rimarrà per noi inesplicabile sempre
con passo malfermo si calcano macerie
come ciechi che a tasto esplorano la strada
e ciò che s’incontra se non l’orrore cupo
del contatto non fornisce chiave d’accesso
perché si debba subire come dovuta
l’arroganza che ci impedisce di ribattere
e dall’antidoto dell’amore ci esclude
non differisce dagli enigmi di una Pizia
ma nel soffocamento di tante parole
inavvertitamente se ne perde il senso
e altri pensieri si sovrappongono a quelle
confondendosi in un intrico indecifrabile
senza che più l’uno distinguere si possa
dall’altro dissolto in un magma indefinito
e impossibile sia ritrovarne coscienza
più aurora non si leva o tramonto precipita
e in una caligine cieca si vien meno
come violentati da strazio di narcosi

 

**********

 


Marco GIOVENALE
[da: Testi editi]

 

      Da Criterio dei vetri, 2007

né mistero nei viaggiatori
locali, con i borselli a ordito onesto
neri laminati, beaux temps,
e la plastica del berretto, sua falda tutta scoria.
non fa, non fanno, storia. venti, trenta
secoli e una parte di urto antropico non è
variato; genera dal sonno, dorme, scorta
il sacco, torna
indietro, sotto le polveri vulcaniche
– muore nella pagina di paglia per paura
dell’eclisse, prima che finisca.
culla, non cura

 

*

 

che non vuole allearsi con il finito
che in nessun caso con il teatro.

«che oggi, essendo»: già una frase
che inizia molto male.

il figlio disinfetta gli strumenti,
li tiene nella borsa scura.

risalgono dal sottostrada del ristorante
è stato un lavoro come poche altre volte

pulito e impegnativo. già due mesi
prima aveva rilevato i fondi.

una volta era un varco, qui, al mare,
prima un macello, qui le ombre

dei ganci o andavano i vitelli
la grafia non è molto precisa ma

non inibisce, vuole iniziare a contare i soldi
prima che si esca nella strada.

l’urto dell’aria e del suono fuori
per un’apertura, il riscontro del vento

gli getta una legge che ha chiara
ma senza contorni, e che lo implica

si sente di smettere e smette.
si sente smettere

 

      Da La casa esposta, 2007

Si muove in modo mite
tra le cose della stanza
adesso che la stanza non è un limite
alle cose dall’interno, conta
quanta capienza di nero
è tra lume lupo acceso nella bugietta
verde e vetro del tavolo riflesso
basso, alla finestra spia dall’alto
altro di altro che non c’è
già in cortile, quasi
infine (pensa)
in sé

 

*

 

Invece è inverno. Cala – curva. Siena. A me
dispiace di essere ma sono
diverso da quello che sono

fa il giusto ben orientando e sembra
che niente come l’ascia spezzi il freddo
e questo spezza quella al filo o taglio.
Tanto che è la ferita a ferire –
buio, gelo giusto, verbo dire

 

*

 

I fratelli hanno preso le cambiali, adesso è loro.

Hanno fatto uscire tutto il sangue dall’agnello alla bocca
– era vicina la base di sasso.

Sorella e padre sono nei canali
nei pozzi, al respiro dell’acqua.
Niente tiene vivo niente.

Così è rimasto il sole, stampato sui soldi:
questo prosegue il racconto fino all’altro
lato, dove cominciano gli archi larghi
nella campagna, pezzi di acquedotti, verso
il Tirreno, che si infesta

 

*

 

Gli è stato detto racconta che dici
di avere il morso, il cane
ha che? lo stecco del gioco – invece.

Quello che è piccolo e nato
riceve l’impatto di luce nei plessi
vuoti e capovolge
fuori il labirinto della voce, dentro aria
e senza rapporti, senza equivalenza,
fa suonare e risente
plettro dalla gola: dal disaccordo
a un disaccordo che si mutila
per vivere. Anche questo
senza sapere di sé niente, dice
mai nemmeno dopo

 

**********

 


Giannino DI LIETO
[da: Inediti, 2005-2006]

 

LA POSTILLA

Ho visto il fiume volare
le tortore sguazzavano nell’acqua
bisce attraverso l’allievo

          una cantarella

colma, le mani pagine decise
ginestre a calice della piegatura
(ricavando fonti del Mille) respice
finem
sotto la pergamena fiori
pica o gorgia i grassi rospi
despota di nube-terra controvoglia la postilla.

 

FORMICHE ROSSE
Le formiche rosse salivano il tronco per una vena identica
fuori di cicatrici o velature di lattice
scendevano nel cuore della pianta.

La pianta una pianta di fico d’inverno
sbiadita contro-verso sporadici pinnacoli allo specchio.

 

EFESO, L’OSSIMORO AL TEMPO
Tamerici i coribanti
da corridoi enclave di pensieri nani
come la felce ipoteca di un titolo speso,
possibili Niobe o spurie
scarabocchiate in palio
si fanno ombra alba per viola.

 

RAGAZZE IN BILICO
Donne giovani forse
senza volto senza corpo le voci
una voce in vena di canzonare
cela l’abbaglio di una farfalla di notte
alla luce immolarsi come valore semiotico
dei balbettamenti runici o
la ricerca assidua di liberazione
da un androne semibuio della fabbrichetta:
siamo divisi da un canale di acqua livida
contenuta fra l’erba palustre e il ciglio della strada
lungo una mattinata tersa.

 

LA MESTICA
Rubina vecchia come una cesura sospende

            gli sguardi

fra piccole ciglia
né accavalla le belle gambe in posa
rinchiusa in un castello di carta
distingue silenzi accurati dopo la glossa
un luogo comune prencipe o cortegiano
una torma di retori spunta la rosa dei turni
complementi icone di scrittura originarie di O.

 

ANABASI

      Avvolto nel fuoco Emmaus
      villaggio infedele sconta
      la sua defezione

    La turba, rudimenti verbali trascritti in profezia
    può per disincanto non ascoltare l’oracolo
    un fuggi fuggi generale senza meta
    il formicaio snidato nei cunicoli

            (modulati con arte)

    (il vomere dissoda la terra per la nuova semina)
    e l’azzurro capovolto si addensa e piega in basso
    spicca rovine alla cinta muraria
    invischia della manna imperfetta convogli e profughi
    ricuce a tenda le cime della rotta
    il sole salva la terra il cielo si fa cielo
    assunta a cupola la grande tunica
    la turba tramortita impreca.

     

    IL FONDO DI BÉLA
    Clipeo con figure a sbalzo, anche scheletri
    un palmento,
    propilei dell’esodo figurelle fuori uso
    cronache a teatro sfilate o lorica
    crotali per sillabe aperte in un vicolo cieco.

     

    **********

     


    Piero BIGONGIARI
    [da: Autoritratto poetico, 1985]

     

    Vetrata

    O memoria, la terra è il tuo ritorno
    negli occhi, le magnolie
    in un torno di gridi dai cortili
    traboccano, sui lividi ginocchi
    spunta l’età più grande come un’alba.
    Una febbre rimuove dagli stipiti
    la madre dolcemente: là trasporta
    simile a luce le vele dal porto:
    afosa muove sulle braccia a chi
    non scorda. Mentre un lampo rosa inonda
    la finestra, l’attesa: una tempesta
    di caldo, un bacio che fa vana ressa.
    E i cani spenti di una festa delirano
    di viola se grappoli di nulla
    pendono già a un oriente.

     

    Sulle cale gelate di piazza Mentana

    Era forse la vita, la scalfiva
    la mano blanda che la misurava,
    era rimasta l’ultima creatura,
    col turbante di pelo, laminata
    dalla luna, a guardare sfigurata
    dal muretto la luce moritura…

     

    A labbra serrate

    Un’ombra ancora, un’ombra che non scompare
    come un disco pieno di propositi,
    e questo cielo senza vittoria per nessuno,
    le mani calde, la bocca amara d’amare.

    Inutile parlarvi, miei morti sconosciuti,
    inutile cercarvi, voi uomini della terra,
    per la troppa terra che nasconde il vostro cielo,
    solo vostro è il cielo per cui soffriamo tutta la terra.

    Tutta la terra e gli errori penosi perché piccoli,
    le stragi come muri d’argilla a ridosso dei quali ci ripariamo,
    con un fazzoletto scarlatto asciughiamo il sangue per non vederlo
    con uno bianco le lacrime per non piangere.

    Con un passo più lungo commettiamo la stanchezza, a che cosa?,
    la rosa in un vortice repentino scopre la primavera in un deserto
    e le stagioni si salvano dai cannoni ma non dagli sguardi degli uomini]
    che forse esistono sulla terra per uno scompenso di menzogne
    come il vento in un dislivello barometrico.
    Asciughiamo le lacrime anche con le parole,
    con la fucileria più fitta, con gli amici che salgono le scale.
    E inventiamo d’andare a letto, per inventare qualcosa,

    mentre sentiamo che la vita divaria dalla morte
    veramente, non c’è dubbio, ma siamo stanchi lo stesso,
    come quando stanchi della musica ascoltiamo solo gli strumenti.

    15 aprile ‘44

     

    Non so

    Nell’umido brillare dei tetti,
    nel calare del sole tra scogliere
    di strade, non so cos’altro aspetti,
    s’altro dichiari con parole rade
    ai passanti, ai vetri ciechi del tram,
    e a un tratto molto so della speranza,
    ma non so neppure cosa si perde
    nell’ansimo dell’aria, quasi un battito
    accelerato di motore,
    quasi tacchi più fitti, una catena
    che si tende, gli occhi un poco più desti.

    Ma lo sguardo è dentro le cose
    a cercarvi la buccia tra la polpa,
    e non v’è colpa sufficiente per la nostra gioia,
    nemmeno la speranza e la solitudine:
    tu sai che non so, tu sai che puoi chiedere.

    26 novembre ‘45

     

    Inno primo

    Se è durare o insistere, non oso,
    le miche ancora splendono, o s’oscurano,
    i paesi ritornano visioni,
    il falco che ha predato a lungo i cieli
    su un abbaglio di messi, di deserti,
    di vetri dietro cui spiano fanciulli,
    è morto sulla strada impolverata.

    Nella memoria quello che d’eterno
    s’intorbida o si schiara, non tentarlo:
    segui le tracce lievi, le più rare,
    il fil di fumo, l’allegria di un merlo;
    non puoi tenerlo, e pure ti sostiene,
    l’abisso disperato per cui speri,
    e se è un vuoto lo ieri, un vuoto quello
    che al tuo occhio s’illumina, ma, vedi,
    fiorisce, si diffonde, cretta i massi
    più densi, si dirama, esplode, è quello
    che diroccia il futuro e ti fa strada:
    le valli si riempiono del suono
    delle valanghe, si ripete il tuono
    di giogo in giogo, è il fulmine che lapida.

    Dove passasti ritornare è come
    non più pensare d’essere, ma esistere:
    ritrovare la strada, il vento torbido
    della mattina che ritorna luce,
    la rada gioia che infittisce se altra
    gioia vi mesci, fine lieve gioia
    d’un amore deciso, raccapriccio
    d’un amore reciso: tutto, vedi,
    ti abitua a distaccarti un po’ per volta
    dal crudo magma che t’involge e soffoca.

    Nella memoria è un che d’eterno, cedilo
    cedilo alla memoria se rivedi
    l’orto tornato al sole, se le labbra
    ancora tormentarle riodi amore,
    abbandónati a questo inconsistente
    pulviscolo di cose e di pensieri,
    abítuati all’inferno dell’effimero:
    ieri è già eterno se altro tempo cade
    dal suo cielo e vi porta visi, cose
    fuggiasche nella loro lenta traccia;
    questa la loro libertà: seguire
    lievi il declino, dirizzarsi dentro
    la loro gravità che le raccoglie
    e le figge quaggiù dentro la ghiaccia
    senza un grido; ma è un cielo che si semina
    e si rapprende qua dove la brina
    non regge, dove migrano le nuvole,
    sui campi in cui la neve già s’incrina.
    E già il tempo scolpisce fitto e lieve
    il suo passato, l’impeto suo incupa
    le forre, arrossa le orbite stellari,
    strappa dai casolari qualche squilla,
    e le erme se hanno un volto, è un volto ambiguo:
    non volgerti di qua, la strada è quella
    dove io non sono, dove tu non sei,
    dove parla più arguto il vento esiguo.

    13 – 22 febbraio ‘53

     

    **********

     


    Tommaso DI CIAULA
    [da: Ogni poesia è un mistero, 2007]

     

    Mi fermerò a queste fonti

    Fanciulle scalze
    leggeri movimenti
    del capo
    si passano
    anfore
    agli altari delle fonti,
    fruste di nebbia
    fuga dai capanni.
    Ci dormono
    antiche
    spudorate lune
    specchi di polvere
    la vecchia brontolante
    merletti sbiaditi
    infiniti pettini consumati.
    Mi fermerò a queste fonti.
    Nei capanni
    già svuotano anfore di luna
    fanciulle-arance sussurrano
    indecise
    alle radici della cornucopia l’amante
    nascosto
    tra gli ulivi.

     

    Sera

    Vacca grassa
    sera lenta
    afrore di letame
    la gente mente
    un pazzo indugia
    il moschetto sul petto
    una cane ci scansa
    il tramonto tinge
    gli occhi di sangue
    il vento è vento di cimitero
    una scala sudicia
    una strega mesce
    ultimi sudori serali
    chi ha sputato sul mio cuore.

     

    Vini

        (a Peppino Strippoli)

    Tutti i venti le pietre del Sud
    luna rossa sporca
    d’insetti l’uva
    che matura.
    Strani
    riti notturni
    cavalieri verderame e zolfo
    custodi terribili
    s’alternano agli occhi
    cisposi del giorno,
    sole tra torri sbrecciate
    l’uva che matura.
    S’alzano tende alla rinfusa,
    fasci di paglia
    ruote di canapa
    premono e ripremono sui chicchi.
    Frenetici uomini di mosto
    chiudono bagliori nei vetri
    selvaggi umori
    che ci addolciranno gli inverni
    quando la vigna
    imputridirà
    di nebbia e di pioggia
    nelle midolla.

     

    Tu sei una donna

    Tu sei una donna
    e da donna ti voglio trattare
    abile
    quando ti guizza dentro la femmina
    maldestro la provo
    succhio folli sapori
    tra le cosce di seta
    nemmeno un tratto di pelle
    voglio scordare
    ed è proprio lì che voglio
    essere
    più ardito
    dell’aria e del sole.
    Mi sei accanto
    in te si agita la donna
    puntigliosa avara decisa.
    Cerco un riparo:
    più antico del temporale
    del respiro del mare
    del fiato grosso dell’afa
    in un giorno di luglio
    ecco, lo trovo
    le tue gambe stringono le mie
    ed accetti il mio dono di sangue
    stringiamo nelle mani disperate
    la terra.

     

    Il Sole

    Il sole
    lo conto
    a centimetri
    sul mio terrazzo
    quando l’equinozio
    d’inverno
    tuffa
    e piega la testa

    …..

    Imputridiscono stelle
    sui viottoli polvere
    tesse sui muri
    senza pace fili di ragno lichene
    premono i mei passi
    su sassi umidi erba sterile
    minacciosa all’erta
    non ho più voglia di andare
    anche se da anni
    mi canta sperduto
    un albero di mandarino al di là del pozzo
    assetato
    aggredito da spine blu
    torno indietro
    un’arista nei sandali
    m’ingoiano e mi stritolano
    i fantasmi innumerevoli
    della notte che si avvicina
    tossichianti
    nel carrubo
    dietro il muro.

    …..

    presto fanciulla
    presto
    fatti ammirare
    i tuoi seni…
    i tuoi fianchi…
    presto prima che ti aggredisce
    la polvere
    i lombrichi laboriosi….
    Fermiamoli con l’amore…

    …..

    salgono da un’orto
    lentamente
    ciuffi verdi
    umide pareti
    lamiscono
    umide d’acqua e muschiose…
    poi l’estate
    sono frutti….

     

    **********

     


    Paola LOVISOLO
    [da: Inediti, 2008]

     

    io e la mia mano

    si prese al volo e si rimise a terra.

    contò le rose al collo allentandole
    un attimo

    poi la mano la seguì nel ritorno
    e nulla si dissero dell’età che

    le divideva

    tutto compresero una attaccata
    all’altra

    […]

     

    alzati e cammina verrebbe spontaneo

    ma poi la voce rompe un fianco caldo

    scordi di raddoppiare

    coscienziosamente:

    a – negarmi nei tuoi occhi

    a – negarmi

    annegarmi, ti suggeriscono

    annegarti tre volte due enne

    mentre interessi al suo iride

    con la bocca piena

    vai giù

    […]

     

    la parola ereditiero non esiste sul vocabolario

    caduta pestata gallinella tornata rosa
    pestata dalla suola sono tornata rosa
    perchè mi hai solo accarezzata.
    a cosa serve piangere? mi hai chiesto
    tutto tenuto in bocca l’ Io oro rotondo
    mi hai alzate le spire della veste nera
    che la mia schiena ereditava da terra
    e lutto di terra altra ne cercava

    […]

     

    apri la posizione la preferenza

    il mio riposo sotto quell’ acqua

    perfetto corredo e niente ansia.

    tornerò

    se non torno, scrivi solo il presente

    ma se non torno almeno un muro lasciamelo

    dove potermi appendere

     

    […]

    solo un poeta in amore o un cadavere

    può sognare tutto questo sogno e solo

    un cattivo lettore sa scambiare tutta

    questa morte per grandissimo amore

     

    […]

    prendimi solo come un pensiero

    cancella i millimetri di pensiero

    le mie scritture che non hanno

    medicato

    prendimi e mischia il mio presepe

    mischialo fino che la stella cometa

    cada nel sacco nero della squadra

    omicidi

     

    ***

16 pensieri su “Il libro dei doni – Capitolo VIII, 1”

  1. Il tuo “libro dei doni” è un appuntamento che aspetto con grande piacere, perché riesce sempre a stupirmi con la pluralità delle voci che “misteriosamente” trovano il giusto accordo armonico.

    sì, “ogni poesia è un mistero”.

    bellissimo post, complimenti al “direttore d’orchestra” e ad ogni singolo autore.

  2. Bellissimi doni queste poesie.
    Il tutto a dimostrare che esistono blog come la Dimora che sono essi stessi un dono per tutti, per la ricchezza e il valore delle proposte, per l’onestà e l’impegno che continuamente dimostrano.
    Un caro saluto a Francesco e un grazie.
    Mauro

  3. Come non ringraziare per questi doni?

    un abbraccio a te, carissimo francesco, a tutti i poeti presenti e, concedimi, un saluto speciale a Tommaso Di ciaula.

    jolanda

  4. Ciao Francesco, scusa se scrivo qui ma non riesco a trovare il tuo indirizzo mail.
    Mi piacerebbe molto venire sabato a Vimercate, c’è bisogno di prenotarsi?
    Sono passati tre anni da quando ci incontrammo a Casazza, mi piacerebbe rivederti e quale migliore occasione di questa bella manifestazione?

    un caro saluto

    Matteo P.

  5. Non c’è nessun vincolo di prenotazione o di invito, Matteo, l’incontro è pubblico e aperto a tutti. Sarà un piacere rivederti.

    Ciao, a presto.

    fm

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