Come salvarsi la pelle (I)

Massimo Rizzante
Roberto Bolaño

 

 

Come salvarsi la pelle
senza rinunciare alla poesia

Bisogna partire dal fatto che Roberto Bolaño si considerava un poeta. Aveva pubblicato cinque invisibili plaquettes prima del 1993, prima cioè che, a quarant’anni, cominciasse la sua vera storia di romanziere. Nel 1979 era uscita in Messico, dove l’autore cileno aveva vissuto tra la fine degli anni sessanta e gli inizi degli anni settanta, un’antologia dal titolo Muchachos desnudos bajo al arcoiris de fuego nella quale aveva riunito un gruppo di giovani poeti d’avanguardia dell’America Latina. L’avanguardia in questione era l’«infrarealismo» o «realvisceralismo», una sorta di “Dada alla messicana” le cui radici s’inabissavano in Francia.
     Sembra che Soupault avesse dato vita a un’eresia parallela al Surrealismo. In Messico l’eresia soupaultiana era stata adottata da un pugno di guerrilleros della parola che, armati unicamente della loro sana disperazione, seminavano il panico nei simposi letterari della capitale.
     Ancora verso la fine della sua vita, Bolaño affermava: «Sono fondamentalmente un poeta. Ho iniziato come poeta. Da sempre ho creduto – e continuo a farlo – che scrivere prosa sia un atto di cattivo gusto».
     Gli amici riferiscono che si sia deciso a scrivere con regolarità racconti e romanzi verso il 1990, dopo la nascita del suo primogenito. La poesia è importante, ma ancor più importante è sopravvivere. C’era la necessità di provvedere ai bisogni di una famiglia. Sopravvivere grazie alla prosa è probabilmente un esercizio meno acrobatico del triplice salto mortale senza rete rappresentato dall’invisibile pubblicazione di plaquettes di poesia, tanto più se quell’esercizio salvifico dipende dal trapezio offerto dai premi letterari delle province di Spagna.
     C’è un racconto, Sensini, presente nella raccolta intitolata Chiamate telefoniche (1997), in cui un vecchio scrittore argentino spiega a un giovane scrittore, anch’egli emigrato in Spagna da un paese dell’America Latina, «la strategia generale» per partecipare a un numero sempre maggiore di premi. In una lettera che gli invia da Madrid, insiste sulla «misura precauzionale» di spedire alle diverse municipalità lo stesso racconto, ma avendo ogni volta l’accortezza di cambiarne il titolo. Certo, aggiunge, esiste la possibilità di imbattersi in uno stesso membro di giuria che, in molti casi, è anch’egli uno scrittore candidato ai numerosi premi letterari di provincia. Questo è il rischio, d’altra parte, che «un cacciatore di scalpi» lontano dalla sua riserva deve correre. Un rischio calcolato. Quale critico, infatti – afferma ancora il vecchio scrittore – potrebbe negare che due racconti dal titolo differente non siano differenti proprio a causa della singolarità del loro titolo?
     La situazione del giovane «pellerossa» alle prese con il Far West della letteratura – «Il mondo della letteratura è terribile, e ridicolo», ripete il maestro al suo allievo – è assai simile a quella in cui lo scrittore Roberto Bolaño, nato nel 1953 a Santiago del Cile, si dibatte ormai dal 1977, anno in cui, giunto in Catalogna, si stabilisce prima a Barcellona, poi, dal 1981, a Blanes, una stazione balneare della Costa Brava.
     Gli assegni dei premi letterari delle province spagnole, tuttavia, non bastano a far sopravvivere un giovane emigrato senza protezioni sociali e per di più mal disposto a compromettersi con le mafie letterarie. Bisogna adattarsi perciò, secondo le stagioni, a qualsiasi lavoro: cameriere, idraulico, guardiano notturno di camping, portuale, vendemmiatore, rivenditore di articoli per turisti.
     Il cameriere, il guardiano notturno, il giocattolaio di Blanes, ovvero l’uomo che conosce a menadito la precarietà della vita, non è poi così diverso da quell’adolescente che nel 1968 ha lasciato il suo paese per trasferirsi in Messico.
A Città del Messico, «un vasto territorio inesistente dove la libertà e la metamorfosi costituivano lo spettacolo di tutti i giorni», Bolaño, in compagnia dell’amico e poeta Mario Santiago, vive all’insegna di tutte le avanguardie d’Europa e d’America la sua rivoluzione artistica.
     L’uomo di Blanes non può nemmeno dimenticare il giovane di vent’anni che nel 1973, spinto da un istinto tanto violento quanto romantico, fa ritorno in patria. Vi resterà cinque mesi. Il tempo di assistere alla caduta di Allende e alla presa di potere di Pinochet, che viene rinchiuso in carcere. Sarà liberato dopo otto giorni, grazie all’aiuto di un secondino, suo ex compagno di studi: «L’esperienza dell’amore, dello humour nero, dell’amicizia, della prigione e del pericolo della morte si condensarono in meno di cinque interminabili mesi durante i quali in modo estremamente rapido e in uno stato di abbagliamento ho vissuto tutto».

A trentun’anni, nel 1984, in collaborazione con l’amico Antoni G. Porta, compirà i primi passi nel mondo della prosa pubblicando un’opera dal titolo Consejos de un discípulo de Morrison a un fanatico de Joyce (dal titolo di una poesia scritta dal suo amico – nel frattempo scomparso – Mario Santiago, Consejos de un discípulo de Marx a un fanatico de Heidegger). Già in quest’opera, come nei romanzi a venire, egli non farà altro che riprodurre sulla pagina quella violenta condensazione dell’esperienza, quella rapidità d’azione narrativa priva d’ogni dettaglio superfluo, quella visione lucida del mondo – colma d’amore, sesso e humour – vissuta durante i «cinque interminabili mesi» trascorsi in Cile nel 1973.
     La tonalità della prosa di Bolaño: quella di un poeta in pericolo di vita che osserva, in uno stato di «abbagliamento» e con un sorriso sulle labbra, tutta la fragilità dell’essere umano impressa sul volto del suo miglior amico.
     Un uomo, quello di Blanes, inoltre, che rivendica «la miseria e la superiorità» dell’autentica pratica letteraria rispetto a ogni genere di consorteria. Nella prefazione a Amberes, un’opera del 1980 ma pubblicata nel 2002, l’autore ricorda il suo primo periodo in Catalogna, e confessa: «Il disprezzo che provavo per la cosiddetta letteratura ufficiale era enorme, benché soltanto un po’ meno grande di quello che provavo per la letteratura marginale. Ma credevo nella letteratura, ovvero non credevo né nell’arrivismo né nell’opportunismo né nei pettegolezzi dei cortigiani. Credevo nei gesti inutili, nel destino. Non avevo ancora avuto figli. Leggevo più poesia che prosa».
     Il suo atteggiamento da «cane romantico», da orfano senza complessi edipici, senza casa, in esilio – «L’esilio è il valore, il coraggio. Il vero esilio è il vero valore, il vero coraggio di ogni scrittore» –, esposto continuamente «alle intemperie», capace di incarnare tutto l’orgoglio e la disgrazia d’essere poeta, non cambierà più. Si sposerà; avrà due figli, Lautario – «La patria è mio figlio e la mia biblioteca» – e Alexandra; pubblicherà tra il 1993 e il 2003, anno della sua morte, undici opere; leggerà sempre più prosa (sebbene non abbandonerà mai del tutto la lettura della poesia antica e moderna); scriverà articoli per giornali spagnoli e latinoamericani in cui analizzerà opere di romanzieri e poeti del passato e del futuro; il suo romanzo I detective selvaggi (1998) riceverà premi prestigiosi (l’Herralde, il Rómulo Gallegos); diventerà il faro, o addirittura il totem, della nuova generazione di scrittori latinoamericani (Alan Pauls, Rodrigo Fresán, Jorge Volpi, Ignacio Padilla, Edmundo Paz Soldán, Santiago Gamboa, Juan Villoro, Rodrigo Rey Rosa, Ibsen Martinez, Fernando Vallejo, Antonio Ungar, Gonzales Contreras, Pedro Lemebel, Jayme Collyer). Ciò nonostante, poco prima di morire, mentre è assorbito dalla redazione di 2666, il suo ultimo romanzo – un’impresa colossale di più di mille pagine, uscito postumo nel 2004 – scrive un attacco che è degno di un’irruzione di un gruppo di giovani «realvisceralisti» in un gabinetto medico nel momento stesso in cui un collegio di anatomopatologi sta constatando la morte del paziente.
     Fedele al suo ideale di poeta che ha a cuore più «le frontiere dorate dell’etica» che la propria reputazione, si lancia contro la letteratura del presente, composta nella maggior parte dei casi da rappresentanti della classe media di trenta e quarant’anni che, invece di restare «alle intemperie», preferiscono salire la scala della rispettabilità: «Non respingono la rispettabilità, la cercano disperatamente». Aspirano a vendere. Desiderano essere presenti alle fiere del libro. Desiderano «sorridere e, soprattutto, non mordere la mano di chi offre loro da mangiare». Desiderano andare alla televisione e «fare i pagliacci nelle trasmissioni di gossip».
     Dove sono la ribellione – si chiede – il feroce risentimento, il gesto gratuito, il piacere disinteressato, il senso sottile e metafisico della fine del mondo, il riso, il rischio dell’intelligenza e dei sensi? Dove sono andate a finire queste qualità che dovrebbero appartenere al poeta, al romanziere, all’artista? «Che cosa possono fare – scrive Bolaño in I miti di Chtulhu – Sergio Pitol, Fernando Vallejo e Ricardo Piglia contro la valanga di glamour? Ben poco. Letteratura».
     Che cosa possiamo fare noi in un mondo che pensa che «il romanzo d’appendice è la salvezza del lettore (ed en passant dell’industria culturale)»? Che cosa possono fare Proust, Joyce? E Macedonio Fernández, Juan Carlos Onetti, Roberto Arlt? Che cosa ci resta della gioiosa erudizione dei modernisti? E della follia dei giovani poeti «realvisceralisti» che nel 1976 seminavano il disordine nelle sale di lettura delle biblioteche di Città del Messico? «Ben poco. Letteratura. Ma la letteratura – aggiunge Bolaño – non ha alcun valore se non è accompagnata da qualcosa di più luminoso del mero atto di sopravvivere».

Poesia e personaggi

Il mondo romanzesco di Bolaño è sovrappopolato di poeti, scrittori, critici letterari. Ma soprattutto di poeti. Una folla di poeti inventati: Carlos Wieder, il poeta che ama l’arte della tortura di Stella distante (1996); Auxilio Lacouture di Amuleto (1999), che non è una poetessa, ma «la madre della poesia messicana» e l’amica di tutti i poeti – i vari Arturo Belano, Ernesto San Epifanio, Lilian Serpas, León Felipe, Pedro Garfias – perduti nella «disperazione congetturale» del tempo «senza ordine né successione rispetto al passato e rispetto al futuro» che si fa strada nella sua stessa memoria e nella memoria delle strade di Città del Messico; il poeta B, emigrato dal Cile in Spagna, protagonista di un racconto tratto dalla raccolta Puttane assassine (2001), che cammina per le vie di Parigi e Bruxelles sfogliando un’obsoleta rivista d’avanguardia sulle tracce di uno dei suoi collaboratori, defunto da molto tempo; Enrique Martín, il personaggio del racconto eponimo incluso nella raccolta Chiamate telefoniche, che vuole a tutti i costi essere poeta. La sua tenacia, narra l’amico e narratore, il poeta Arturo Belano, era «cieca e acritica», come quella «dei cattivi pistoleri dei film, quelli che cadono come mosche sotto le pallottole dell’eroe e che tuttavia perseverano in modo suicida».
     E una folla di poeti dall’incontestabile esistenza storica: José Emilio Pacheco (1939), il poeta messicano, autore di raccolte come Los elementos de la noche (1963) o No me pregunten cómo pasa el tiempo (1969), amico di Carlos Monsiváis e Sergio Pitol, nonché traduttore di Beckett e Marcel Schwob che, nella parte di confidente di Auxilio Lacouture, la protagonista e voce narrante di Amuleto, svela i segreti dell’incontro tra Ezra Pound e W. B. Yeats, così come fantastica sul valore dell’incontro mancato tra Ruben Darío e Vicente Huidobro; Auxilio Lacouture, la protagonista di Amuleto, che snocciola, con l’aiuto di quella che chiama «la voce dei sogni», un lungo rosario di profezie sul destino di molti poeti e scrittori del XX secolo, tutti rigorosamente dotati di certificato di nascita e di morte: «Paul Celan rinascerà dalle sue ceneri nel 2113. André Breton rinascerà dagli specchi nel 2071. Max Jacob non sarà più letto, cioè, il suo ultimo lettore scomparirà nel 2059 […] Virginia Woolf si reincarnerà in una narratrice argentina nel 2076 […] Louis Ferdinand Céline farà la sua entrata nel Purgatorio nel 2094 […] Paul Éluard sarà un poeta di massa nel 2101»; il premio Nobel Octavio Paz, «il nemico» dei poeti realvisceralisti nel romanzo I detective selvaggi; César Vallejo (1892-1938), il grande poeta modernista peruviano, autore di raccolte esplosive come Trilce (1922), o della silloge postuma, uscita nel 1939, Poemas humanos (titolo ironico, poiché di umano nell’umanità rappresentata da Vallejo c’è rimasto ben poco), sul suo letto di morte a Parigi in Monsieur Pain (1999); Pablo Neruda che declama alcuni versi alla luna in Notturno cileno (2002).
     Una folla di poeti inventati che, a volte, amano coesistere con una folla di poeti la cui vita e la cui opera sono storicamente documentate. È il caso, ad esempio, dell’incontro onirico tra un personaggio chiamato Roberto Bolaño e il poeta cileno nato nel 1929 e ormai defunto Enrique Lihn di un racconto di Puttane assassine. È il caso soprattutto de La letteratura nazista in America (1996).
     In questo romanzo, che è costruito come un manuale di letteratura, dotato di note e di apparato bibliografico, tutto è scrupolosamente “falso”. I personaggi – un folto gruppo di poeti nati nelle Americhe la cui biografia è costellata di inverosimili peripezie intellettuali descritte con puntigliosa serietà – sono uniti dall’appartenenza in massa a una sorte di Ur-Reich ariano delle lettere. Tutto è assurdo! Ciò, tuttavia, non è di nessun ostacolo al fatto che Jorge Luis Borges o Julio Cortázar, ad esempio, si ritrovino irretiti indirettamente nelle complicate vicende dell’intellighenzia di ispirazione hitleriana. O che, ad esempio, un certo Max Mirebalais, alias Max Kasimir, alias Max von Hauptmann, alias Max Le Gueule, alias Jacques Artibonito, nato nel 1941 a Port-au Prince e morto a Les Cayes nel 1998 (Bolaño pubblica il libro, lo ricordo, nel 1996!), diventi poeta plagiando i lavori d’Aimé Césaire. Gli altri poeti di Port-au-Prince fiutano immediatamente la truffa. Max, dal canto suo, non si dà per vinto. Imprime una svolta decisiva alla sua sperimentazione linguistica e comincia a plagiare le liriche di René Depestre. Poi quelle di George Desportes. Poi quelle di Édouard Glissant. E, siccome non è affatto un idiota, moltiplica progressivamente con «pazienza d’artigiano» le sue fonti e i suoi eteronimi, ottenendo finalmente la considerazione dei critici. Il trionfo avverrà allorché, nel 1971, pubblicherà con il nome di Max Kasimir alcune poesie di Senghor risalenti al 1948. Scopo estetico di Max è quello di diventare un poeta nazionalsocialista, ma senza per questo rinunciare «a un certo tipo di negritudine». Il modello del romanzo è il catalogo – il cui riflesso stilistico è l’enumerazione di nomi propri, opere, date – dove lo spazio tra immaginazione e documento storico, arricchito da un’erudizione parodistica, risulta allo stesso tempo ludico e indecidibile: secondo la linea genealogica che dalle Vite immaginarie di Schwob, attraverso i Ritratti reali e immaginari di Alfonso Reyes,giunge a Finzioni di Borges.
     I poeti rappresentati nelle pagine dell’opera di Bolaño sono spesso giovani, spesso legati a un’avanguardia degli anni sessanta e settanta. Poeti ammaliati da qualche magia nera. Dalla follia, dal deserto, dal male. Vittime dei tiri mancini della vita. Vittime ammaliate dal mito stesso della poesia.
     Di solito i poeti sono messicani. A volte, argentini, cileni, o poeti latinoamericani che vivono in Europa, soprattutto in Spagna. O in Francia, con pellegrinaggi in Belgio, in Italia, in Russia. O altrove. C’è un racconto di Puttane assassine, in cui il poeta Arturo Belano – che incontriamo più di una volta nell’opera di Bolaño (come rappresentante del «realvisceralismo», ad esempio, lo ritroviamo in compagnia del suo compagno di avventure Ulises Lima protagonista del romanzo I detective selvaggi) – è in un villaggio dell’Africa, dove sta sfogliando un album fotografico sulla poesia di lingua francese della seconda metà del XX secolo.
     In 2666 la scena di una parte del romanzo è dominata da quattro professori di letteratura, un francese, un italiano, uno spagnolo e un’inglese che hanno in comune l’amore per l’opera di Beno von Archimboldi, uno scrittore tedesco che si dice abiti a Santa Teresa, una piccola cittadina situata alla frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti, tristemente celebre per gli stupri e gli omicidi compiuti ai danni di centinaia di giovani donne.

(Continua…)

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Tratto da:
Massimo Rizzante, Non siamo gli ultimi. La letteratura tra fine dell’opera e rigenerazione umana, Prefazione di Lakis Proguidis, Milano, Effigie Edizioni, “Saggi e Documenti/Letteratura”, 2009.
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6 pensieri riguardo “Come salvarsi la pelle (I)”

  1. Il primo libro che comprai fu quello del “Consiglio ” tra fanatici e discepoli, e proprio per il titolo, risuonava,e molto. Una curiosità ma in Italia qualche poesia delle 5 plaquettes è stata pubblicata o no? V.

  2. Il rischio dell’intelligenza Bolano lo ha corso sempre, e a precipizio. Il suo libro che amo di più è “La letteratura nazista in America”, che consiglierei a chiunque voglia leggere vite immaginarie e non. Un Marcel Schwob sulfureo. Bolano è più uno scrittore rapace di nuove idee che non un narratore lirico. Non conosco le sue raccolte di poesie: mi sembra che in Italia non siano pubblicate.
    Consiglio il suo ultimo libro Adelphi, “Tra parentesi”, che raccoglie in una prosa breve e secca interviste e ritratti preziosi di scrittori sudamericani.
    Grazie del post.
    Marco

  3. L’opera di uno dei più grandi scrittori mondiali degli ultimi trent’anni attraversata “a lume di poesia”: un saggio unico, esemplare, splendido.

    fm

      1. Fabio, mi sa proprio che “a lame di poesia”, in questo caso, è molto più appropriato.

        Mi hai dato comunque un’idea: renderò più acuminate le traduzioni che sto facendo :)

        fm

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