Corona

Cesare Greppi

“Concentratissima, misteriosa, segreta e splendente a un tempo, [questa poesia] si fonda sul rifiuto dell’ordine dei significati: vale a dire delle strutture canoniche del discorso e delle procedure acquisite di designazione delle cose. Rifiuto di cui attestano, nella «lucida caverna» dello spazio mentale – che è lo spazio stesso della poesia – le gocce-bacche dei «no»: sillabe essenziali poste a designarne la volontà di separazione, per urgenza e vocazione di unicità, ma anche di fedeltà a quel reale cui il Soggetto riserva la sua sorvegliatissima, solitaria, gelosa auscultazione.” (Stefano Agosti)

“La sua è una voce netta e nitida che persegue e pratica un modo poetico di estrema essenzialità e rigore, assai lontano dall’eclettismo così disarmante dei nostri tempi; la sua è una poesia intransitiva, che rifugge dal normale canale di comunicazione, ma è nello stesso tempo piena di affabilità e di grazia, non conosce la violenza, bensì il garbo e spesso ci appare come su una soglia, tra l’autonomia anche cifrata del suo dettato e il tono cordiale ed elegante con cui si porge al lettore. E’ una poesia che intende riproporre nella sua essenzialità una misura lirica del linguaggio, con evidente “inattualità” al panorama odierno dove vige il dominio dell’ibrido, dell’ibrido fino allo spasimo, oppure quello di una coltre retorica del “poetico”. […]
Greppi, per prima immagine, è questo: un incantatore di parole, capace di orchestrarle insieme, facendo risaltare gli echi di una tradizione anche remota con i più inediti incastri, mirabili nella loro tenuta, musicali e melodiosi nel loro impianto, ancorché muti e sigillati per una immediatezza semantica che è introvabile nel proprio ruvido porsi, in quanto essa è tutta catturata e spesa nel processo compositivo, che nulla ha di ozioso ed è tutto necessitato.” (Stefano Verdino)

Da: Corona (1991, 1995)

*

Mentre cammina il vincitore,
una nuvolaglia rosa,
verde fiorente intorno,
ma se fossi corpo
voce non diceva

Inni dal breve piede,
segreta la strada,
segreto quando
insieme accadeva.

*

Una volpe si piega su una
sua ferita e un tonfo
improvviso come nessuna
cosa improvvisa la sazia,
lo sai?

Al riparare di una volpe,
il cuore mi va vicino,
a riva somiglia e, benda,
carni custodisce.

*

Ormai invisibili
acque e rigogli
urtandomi furono
consolazione,
e il salto dell’alba
nella primissima
volta spavalda.

*

Accavallando luoghi,
stridono da giorni,
giorni più gentili,
da che stridono.
Questo è l’incanto?
Sì. E’ la fronte e la lingua
narrata e chiarita.

Uccelli, qui è tutto
cibo sparso!

*

Oh chi
vide uno stormo fra porpora
e fosca lana e lo chiamò
beata causa finale
d’ogni risveglio e poi
fu la volta del vestito!

*

Vive riversandosi e tanto
velocemente le vocali
vie, mi chiamerei
erma

Perché salvarmi
da questa pioggia
io sola costanza
buia docilità?

*

Ecco, quand’ero
una bambina che comincia
dai piedi ai capelli
una mattina nei paraggi,
con una cintura che mette,
le mille volte,
per qualche mese,
e scioglie,
dalla bella andatura,
aperta matassa.

*

Chiedi
di quest’olio luminoso:
avevamo mille posti, grandi
e veramente, veramente
lapidari e per tenerli
e per oltrepassarli
si fecero fuochi e salve!

*

Vedevamo tutto
distintamente sonnecchiare,
la migliore e la più alta
parte, l’occhiaia,
semplicissima montagna.
E anzi: oh noi
l’affideremo quieta là
all’appiccicato, al latte
celeste, schiusa!

*

Dai freddissimi inverni
e dal battere dei denti:

Non ha ceduto l’alto
buio ma spontaneamente
si fa toccare col piede:

un isolotto,
un ginocchio,
o una grossa nocca.

*

Panico delle misteriose brevità:
stanno battendo in seno
le strade, le foreste
e la

La rotonda mattina lo vede,
che batte non è la terra,
è smania,
svogliatezza e smania

E pesa il raccolto
che mattina regala.
Giuditta aveva fronde
intorno alla sua testa e le scostava.

*

Posso stare più vicina,
quatta, ardimentosa,
forse come un’alce,
per il silenzio

Posso indicare: pietra,
aperta pietra,
detta ogni mattina,
angolosa com’è,
squillante.

*

Gioia parla pochissimo

Di no,
di gocce, di bacche di no
risuona la sua lucida
caverna

______________________________
Cesare Greppi, Poesie scelte, Premessa di Stefano Agosti, Saggio critico di Stefano Verdino, Verona, Anterem Edizioni, “Itinera/Oltre il Novecento”, 2001.

L’immagine riproduce la copertina di Corona, opera pubblicata in versione accresciuta (prima edizione, L’Arzanà, Torino 1991), con acqueforti di Francesco Franco, da L’Angolo Manzoni, Torino 1995.
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***

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4 pensieri su “Corona”

  1. Ho letto con piacere queste poesie di Greppi dopo anni che ne avevo perso le tracce. La visibilità della poesia contemporanea è sempre più problematica.

  2. Sono felice di rileggere la voce dell’amico Cesare, poeta fra i più intensi ed esoterici ed appartati, da sempre custode del segreto di una poesia misteriosa che “parla pochissimo”, nella sua “segreta auscultazione”.
    Marco

  3. Greppi è un altro degli autori che andrebbe immediatamente riscoperto – e proposto come modello altissimo di stile e ricerca.

    fm

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