Critica e commento in Foucault

Giuseppe Zuccarino

L’ambivalenza della critica
e il paradosso del commento
in Michel Foucault

1.   La raccolta postuma degli scritti sparsi di Michel Foucault(1) mostra bene, con le sue oltre tremila pagine e con l’estrema rilevanza e varietà delle tematiche affrontate, quanto l’opera di questo autore si presenti ricca e complessa, e con quanta decisione egli abbia voluto sottrarre il proprio lavoro ad ogni tentativo di incasellarlo all’interno di una singola disciplina. Del resto – come avremo modo di ricordare – le nozioni stesse di autore, opera, genere, ambito disciplinare, non sono state pigramente accolte, ma piuttosto ripensate e contestate da Foucault.
     Se l’esigenza di una rilettura della sua vasta produzione sembra dunque imporsi quasi da sé, potrà apparire singolare l’idea di voler incentrare l’attenzione su due concetti in apparenza marginali come quelli di critica e commento. Un’opzione del genere si accompagnerà necessariamente alla rinuncia ad ogni tentativo di ricostruzione globale del pensiero foucaultiano, ma potrà forse giovarsi del vantaggio che una visione laterale o trasversale in certi casi fornisce, quello cioè di mettere in luce aspetti meno noti ed evidenti – ma non per questo trascurabili – della produzione di un autore.
     Per fornire da subito un esempio dei détours che si impongono ove si scelga un’angolazione teorica inconsueta, daremo avvio al nostro percorso di lettura facendo riferimento ad un libro che non è certo fra i più noti di Foucault, vale a dire Naissance de la clinique(2). Se l’argomento di questo volume (il costituirsi della medicina clinica, nel breve arco cronologico compreso tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo) può apparire decisamente specialistico, l’analisi foucaultiana non manca di dar spazio a considerazioni di interesse metodologico generale.
     Lo dimostra un’ampia digressione che si legge nella prefazione dell’opera. «È molto probabile – esordisce Foucault – che noi apparteniamo ad un’età di critica, della quale l’assenza di una filosofia prima ci ricorda ad ogni istante il regno e la fatalità: età dell’intelligenza che ci tiene irrimediabilmente a distanza da un linguaggio originario. […] Siamo votati storicamente alla storia, alla paziente costruzione di discorsi sui discorsi, al compito d’intendere quel che è già stato detto. È forse per questo fatale che non conosciamo un uso della parola diverso da quello del commento?».  Come si vede, col termine «critica» viene qui indicato genericamente un discorso di secondo grado, quello a cui saremmo costretti dall’impossibilità storica di dire qualcosa che possa pretendersi del tutto nuovo e originale, e dalla conseguente necessità di parlare in rapporto (foss’anche oppositivo) con quel che è già stato detto.
     Se col linguaggio si dà ormai soltanto una simile relazione mediata, il commento sembra esserne la forma principe.  Esso infatti «interroga il discorso su ciò che dice ed ha voluto dire; cerca di far sorgere quel doppio fondo della parola in cui essa si ritrova in una identità con se stessa che si suppone più vicina alla sua verità; si tratta, enunciando ciò che è stato detto, di ripetere ciò che non è mai stato pronunciato». Il commento si fonda dunque su una sorta di paradosso, che consiste nel supporre, nel discorso che esamina, una sovrabbondanza di significato (per cui c’è sempre qualcosa che è stato pensato ma è rimasto implicito) e al tempo stesso una sovrabbondanza di significante (per cui quest’ultimo può sempre, se sollecitato, comunicare qualcos’altro). «Questa duplice pletora, aprendo la possibilità del commento, ci vota ad un compito infinito, che nulla può limitare». Come si spiega un così strano rapporto instaurato col linguaggio? Per Foucault esso va ricondotto all’origine storica del commento, vale a dire «l’Esegesi, che ascolta, attraverso gli interdetti, i simboli, le immagini sensibili, attraverso tutto l’apparato della Rivelazione, il Verbo di Dio, sempre segreto, sempre al di là di se stesso. Noi commentiamo da anni il linguaggio della nostra cultura proprio dal punto in cui, per secoli, avevamo invano atteso la decisione della Parola»(3).
     Ma non vi è modo di sottrarsi a questa pesante eredità teologica, di trovare una forma di indagine sui testi che si differenzi dal commento? Secondo Foucault tale possibilità esiste, ed è costituita da una tecnica che si può denominare «analisi strutturale del significato»(4). Essa comporta la necessità di «trattare gli elementi semantici non come nuclei autonomi di significazioni molteplici, bensì come segmenti funzionali formanti progressivamente sistema. Il senso d’una proposizione non sarebbe allora definito dal tesoro d’intenzioni ch’essa conterrebbe, rivelandolo e tenendolo insieme in serbo, ma dalla differenza che l’articola con gli altri enunciati reali o possibili, che le sono contemporanei o a cui essa s’oppone nella serie lineare del tempo. Apparirebbe allora la forma sistematica del significato»(5). Di questo tipo, appunto, vuol essere la ricerca foucaultiana sulla nascita della clinica.
     In questa nuova ottica, ad una penetrazione in profondità qual è quella auspicata dal commento – che cerca di scavare sotto la superficie dei testi per portare alla luce ciò che essi non dicono in modo esplicito – si oppone una visione dall’alto del campo delle possibilità discorsive proprie di un determinato ambito del sapere e di una determinata epoca, che consente di raffrontare ogni testo a quelli, analoghi o contrastanti, che gli stanno attorno. Non è un caso che una simile analisi del significato venga definita «strutturale», visto che la considerazione degli elementi singoli dal punto di vista del loro valore funzionale all’interno di un sistema composto di dati interrelati e interdipendenti caratterizza appunto quel metodo strutturale che, a partire almeno dagli anni Cinquanta, ha rivoluzionato l’approccio alla letteratura e soprattutto a scienze umane quali la linguistica, l’antropologia, la mitologia comparata e la psicoanalisi. E in effetti Foucault ha certo risentito dell’influsso delle opere di autori come Dumézil, Lacan, Lévi-Strauss, Althusser.
     Ma forse quel che più lo caratterizza sta nel fatto di aver dedicato, negli stessi anni, un’attenzione non minore ad autori considerati piuttosto come dei «letterati», quali Roussel, Bataille, Blanchot o Klossowski(6). L’interesse foucaultiano è esteso anche a scrittori più giovani, come gli esponenti del «nouveau roman» o quelli raggruppati attorno alla rivista «Tel quel». In un intervento dedicato appunto a questi ultimi, Foucault trova modo di precisare quale sia la funzione che egli attribuisce alla critica letteraria. A suo avviso, essa dovrebbe consistere nello stabilire, fra le opere, «un rapporto visibile e nominabile in ciascuno dei suoi elementi, che non sia dell’ordine della somiglianza (con tutta la serie di nozioni mal pensate, e in verità impensabili, di influenze, di imitazione) né dell’ordine della sostituzione (successione, sviluppo, scuole): un rapporto in cui le opere possano definirsi le une di fronte alle altre, oppure a lato o a distanza, appoggiandosi nel contempo sulla loro differenza e sulla loro simultaneità, e definendo, senza privilegio né culminazione, l’estensione di un reticolo»(7). La critica si muoverà dunque liberamente, attraversando senza seguire un ordine predeterminato i vari incroci o nodi di tale rete.
     Questo nuovo concetto di critica è correlato, secondo Foucault, a una trasformazione che interessa la letteratura stessa. Fino ai nostri giorni, essa «aveva il suo luogo altamente temporale nello spazio, ad un tempo reale e fantastico, della Biblioteca» (in cui ogni libro presupponeva idealmente tutti gli altri), e aveva modo di riflettere su se stessa grazie alla retorica. Ma ora queste condizioni di possibilità si sono dissolte, e la configurazione attuale della letteratura è appunto quella del reticolo, «un reticolo nel quale non possono più giocare la verità della parola né la serie della storia, ma in cui l’unico a priori è il linguaggio»(8).
     Su questo mutamento di statuto del discorso letterario Foucault ritorna altrove, ad esempio in un saggio dal titolo La folie, l’absence d’œuvre. «Ciò che succede attualmente – egli osserva – è ancora in una luce incerta per noi; tuttavia possiamo veder profilarsi, nel nostro linguaggio, uno strano movimento. La letteratura (e ciò, senza dubbio, a partire da Mallarmé) sta poco a poco per diventare a sua volta un linguaggio la cui parola enuncia, assieme a ciò che dice e nello stesso movimento, la lingua che la rende decifrabile come parola»(9). Se in precedenza scrivere equivaleva a insediarsi all’interno di una lingua già data, limitandosi ad accentuarne le qualità retoriche – così da rendere ben visibili i segni della letterarietà del testo –, dalla fine dell’Ottocento quella dello scrittore è diventata una parola che si fonda su se stessa e si attribuisce il potere sovrano di modificare la lingua.
     Cambiando la natura dell’opera letteraria, cambia anche e necessariamente, secondo Foucault, il ruolo spettante ai discorsi critici, i quali «non funzionano più adesso come addizioni esterne alla letteratura (giudizi, mediazioni, collegamenti che si riteneva utile stabilire tra un’opera rinviata all’enigma psicologico della sua creazione e l’atto fruitore della lettura); fanno ormai parte, nel cuore della letteratura, di quel vuoto che essa instaura all’interno del proprio linguaggio; sono il movimento necessario, ma necessariamente incompiuto, attraverso cui la parola viene ricondotta alla sua lingua»(10). Mentre l’opera tende dunque a sottrarsi alla norma linguistica e a regolarsi solo sulla propria logica interna, alla critica viene assegnato il compito di ristabilire il dialogo interrotto, rapportando in qualche modo il testo deviante alla lingua di tutti. Ma nel far ciò, la critica instaura con l’opera un rapporto di prossimità che la obbliga a condividerne la sorte, ad entrare dunque, assieme ad essa, in uno spazio insidioso, per molti versi prossimo a quello della follia.

(…)

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Note

(1) M. Foucault, Dits et écrits 1954-1988, 4 volumi, Paris, Gallimard, 1994 (che citeremo in seguito con la sigla D. E.); tr. it. parziale Archivio Foucault, 3 volumi, Milano, Feltrinelli, 1996-1998 (successivamente indicato con la sigla A. F.).
(2) M. Foucault, Naissance de la clinique. Une archéologie du regard médical, Paris, P.U.F., 1963 (tr. it. Nascita della clinica, Torino, Einaudi, 1969); riedito con modifiche nel 1972 e ristampato nel 1983 (tr. it. riveduta Torino, Einaudi, 1998).
(3) Per tutte le citazioni, cfr. ibid. (1983), pp. XI-XIII (tr. it. 1969, pp. 10-12).
(4) È importante notare che questa è la formula usata da Foucault nella prima versione dell’opera, ma non nella seconda, dove si parlerà invece di «analisi dei discorsi», cancellando in tal modo il riferimento allo strutturalismo.
(5) Nel 1972, il passo viene riscritto così: «Bisognerebbe allora trattare i fatti di discorso non come nuclei autonomi di significazioni molteplici, bensì come eventi e segmenti funzionali formanti progressivamente sistema. Il senso d’un enunciato non sarebbe allora definito dal tesoro d’intenzioni ch’esso conterrebbe, rivelandolo e tenendolo insieme in serbo, ma dalla differenza che l’articola con gli altri enunciati reali e possibili, che gli sono contemporanei o a cui esso s’oppone nella serie lineare del tempo. Apparirebbe allora la storia sistematica dei discorsi».
(6) Già in un’intervista del 1961 egli poteva così citare tra i suoi ispiratori, accanto a Dumézil o Lacan, anche Blanchot o Roussel (cfr. La folie n’existe que dans une société, in D. E., I, p. 168). E ricordiamo che, parallelamente a Naissance de la clinique, Foucault redige appunto una monografia su Roussel (Raymond Roussel, Paris, Gallimard, 1963; tr. it. Bologna, Cappelli, 1978), mentre tra il 1963 e il 1966 verrà scrivendo su Bataille, Klossowski e Blanchot studi di grande rilievo (raccolti in D. E., I, e tradotti in M. Foucault, Scritti letterari, Milano Feltrinelli, 1971).
(7) Distance, aspect, origine (1963), in D. E., I, p. 278. Un esempio di critica così intesa viene indicato nel libro di Marthe Robert L’ancien et le nouveau (Paris, Grasset, 1963; tr. it. L’antico e il nuovo, Milano, Rizzoli, 1969), che stabilisce fra il Don Chisciotte di Cervantes e Il castello di Kafka rapporti che non sono riducibili a quelli di successione.
(8) Distance, aspect, origine, cit., pp. 278-279.
(9) La folie, l’absence d’œuvre (1964), in D. E., I, p. 418 (tr. it. La follia, l’opera assente, in Scritti letterari, cit., p. 107).
(10) Ibid., p. 419 (tr. it. p. 108).
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Il saggio di Giuseppe Zuccarino è leggibile integralmente in “Quaderni delle Officine” (VIII).
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