Il poema della mente

Lucia Sollazzo

“E così tocca sorprendere se stessi in preda allo stupore davanti all’evidenza del segno naturale: la figura impressa nelle ali di una farfalla, nella foglia di una pianta, nel guscio di un insetto e persino nella pelle di quel qualcosa che si trascina fra tutti gli esseri viventi, giacché qui tutto il vivente in qualche modo si trascina o viene trascinato nella vita… Guidati soltanto nell’ottica di tale sentire, questi segni ci consegnano, o piuttosto ci riconsegnano, a una pace singolare, a una calma che proviene dall’aver fatto pace in quell’istante con l’universo, e che ci restituisce alla nostra primaria condizione di abitanti di un universo in atto di offrirci la sua presenza timidamente, adesso, come un ricordo di qualcosa ormai trascorso; il luogo nel quale si visse senza pretese di possesso”.

(Maria Zambrano, Chiari del bosco)

 

Lucia Sollazzo – Chiusa Figura

 

Lapide

Chi sbatte nel meteorite macchiato
di spazi, chi tocca la sua brina
di anni luce, apre occhi come bocche
nella pietra del silenzio. Figure si strinano
a cilindri di fiamma che il fiato acceca
nel nido del buio. Allora sospeso

il labirinto delle sue stanze sul ciglio
di baratri, ossa, ceneri, antri,
il filo di Arianna coinvolgi prima
di tradirlo, ché nessuno ha il loto
dove l’incontro di mille vie che gridano
algido si dilata e mai basterebbe perla e amore

a lampeggiare la freccia dell’uscita.
Dai notturni sfagni si ritira
muta la sonda degli occhi senza
suono. Spezza la lenza.
Il pesce della salvezza è un disegno
di polvere sulla lapide del mare.

Ci immergiamo da subito in una dimensione ontologica di spazio e tempo stratificati in meteorite. Il soggetto poetico, a prescindere dalla propria esperienza e rappresentazione del tempo, quindi al di là di ogni interiorizzazione agostiniana o bergsoniana del sentimento del tempo, non guarda, si fa guardare dall’oggetto inorganico… trasmigrando dal blocco d’occhi senza suono che ci guardano dalla pietra… alla lapide del mare, in cui storia e preistoria non hanno lasciato alcuna traccia.

 

Nucleo

Disperso, oh disperso, non più presente
al fronte denso delle boarie.
Dilaniando dilaga verde d’amore
obolo pania gelo avorio
sul limite d’infante al sonno,
al gioco alla veglia al cibo:
e svelli il vimine e non ricresce,
buio il radar virgiliano
– Meravigliando ire a farsi bella? –

Disperso, frantumato, assente.
E intanto in qualche dismagata valle,
in qualche muta landa, a volo
quell’io foglia piuma e nube
sempre dirama onda cerchiata al sasso.
Senza pietre quaggiù, vita le ruba.
Barlumi, grumi, introibo al colle
del buio: ameba con fuoco, assenza
per gaia scissione fino al gelo.

E’ una poesia che, attraverso echi danteschi e virgiliani, ci interroga e mostra il centro delle energie positive dell’essere. Qui, dall’interno di una transizione purgatoriale che non purifica, tuttavia “incipit vita nova”, al di fuori di ogni realtà psicologica, in una dimensione di pura intelligenza.

 

Unico nord

Nel mio inverno di lucide dune
se centrano gli aculei del silenzio
ogni occhio del rumore che sia melma
e squilli giallo la bandiera bruna
in colmo odore di fervido assenzio.

Come sull’asse stretta di equilibrio
ilare annusa il piede con l’infanzia
dell’ieri sfarinato il caro obbrobrio
del violaceo domani e tenta calmo
il suo esercizio e al nulla m’annunzia.

Velluto freddo carezza la palma
protesa, tutto nell’alluce alluna
un corpo nichelato, puro d’ansia
e di memorie, ceduo alla sua stella
fra ruote spente, inutili manubri.

Ma le corde dell’ira, con ludibrio
di semi in fuoco salpano la culla
nel mare delle lacrime, lo scalmo
ritrova senza un lume questa mano.
Unico nord il flagrante silenzio.

L’ago della bussola poetica ritrova la sua direzione, punta decisamente verso quella zona limpida in cui il gelo e il silenzio isolano la mente nel mondo della “intellectual beauty”. E’ una poesia splendida, … autentica poesia metafisica, in cui il soggetto poetico si è emancipato dai cascami linguistici legati alle emozioni dell’io psicologico o alle insorgenze dell’inconscio, e “puro d’ansia e di memorie”, fonda la sua visione di superamento “dell’inimicizia tra mente e materia”.

 

Per uno sparviere

Aurata piuma, la spada che ammiro
tu già conosci: fredda dalla gluma
lampeggia e senza fine. Alla sua lama
han specchio la mia ridda e il tuo valore.

Il vivo sperpero, il frullo, il lampo
che ti consuma, non mi svela, piombo
con te nei folti sterpi, questo limbo
annullo, dove le orme non si stampano.

Frugano aculei soavi, la pelle
riga una rosea spina. Il tuo dolore
vola più su e il mio con penne pallide

si leva, col tuo becco di corallo
sfido nell’alto le lucenti fiere
che qui nessuna spada incontra o sfiora.

Così prende forma, simbolo tangibile della bellezza intellettuale, la figura dello sparviere. “Figura” compare qui, nel simulacro dello sparviere, in tutte le sue possibili sfumature di sogno, visione, bellezza, formula matematica: qui si realizza una sintesi, in una comunanza di dolore e di elevazione tra il soggetto poetico e l’uccello dal “becco di corallo”.

 

Accanto al punto

Accanto al punto d’ilare espansione
oltre la selva degli specchi, a un guado
dipinto da maiolica lampone:
piaga torpida dentro la palude

in erbe lunghe e silique la zona
del mio trapezio, più vera del brado
salto, dove la gioia addipana
su dolci coni libertà d’un grido.

Molto accanto al punto d’esplosione
fissa al suo lampo senza divenire
mentre la vite lucida si spana,
trema sul vuoto nudo la ringhiera.
Dall’argine di melme il guado amaro
è una ferita in luce di peonia.

L’asse del tempo, che si interseca con la luce, riallacciandosi all’idea di spazio-tempo della scienza post-einsteiniana, assolutizzando l’istante della visione, ridefinisce l’esperienza, non attingendo qualche improbabile alterità nel linguaggio poetico, ma scavando nell’ambito stesso dell’esperienza comune, fino allo spaesamento e a una sorta di “trasumanar” dantesco, dove è possibile tornare a nominare la gioia… Credo che non esista, nell’attuale poesia italiana, un’immagine più potente ed estraniante di quella ringhiera tremante sul vuoto, accecata da un lampo di luce senza divenire.

 

Nel punto perfetto

Nessuna meraviglia essendo la sorgente
indifesa dai ruoli d’infinito
alla soglia del centro di calotta
ritagliata a scopo speculare,
nessun cedimento quando lo schermo
a capofitto raccoglie verità
molto più piccole di ogni paragone
allo sforzo dei nostri raggi.

Nel punto perfetto d’una distanza
non là dove s’incentra lo specchio e assaggia
la corsa al vertice di spera
ma nell’esatto mezzo, con attenzione
sia accesa la candela sperimentale,
per un’immagine in piedi
dilatata, in alone di coraggio
anche se naturalmente virtuale.

Siamo in presenza di una pura astrazione di punti, linee, superfici, implosioni ed esplosioni intorno al cuore calmo dell’atomo (l’energia sostenuta dello stile). Si potrebbe redigere, sulla base dei testi, una geometria del punto e una geometria lineare della contemplazione intellettuale. Una sorta di “misticismo logico” (da non confondersi con ogni tipologia di misticismo sentimentale) presiede ai processi di diverse velocità e rallentamenti della visione, della fioritura di immagini che si dipanano nella multidimensionalità dello spazio non euclideo.

 

Per legge d’equilibrio

In stanze, in luoghi preparati
per ascoltar silenzio
tra quinte discorsive,
più alta la colonna dell’umano
nel vaso della mente
dovrà salire, svelta
comunicando con denso buio
per legge d’equilibrio.

Per un nome

Quasi un araldo dell’alba cedrina
allevo in questa nebbia di pallore
l’annuncio che resiste la mattina

ancora, dove fu il buio bruciore.
Mi apro e mi sdoppio come la persiana
e ogni lista battezzo nel lucore

di lontanissimi blu, per un nome
che a sé avvolge arazzo di parole.
E desto il non più è appena il come

dell’esserci quaggiù fra notte e sole.

 

______________________________
Lucia Sollazzo, Chiusa figura. Poesia scelte, con un saggio critico di Tiziano Salari e un disegno di Giuseppe Pellegrino, Verona, Anterem Edizioni, “Itinera”, 2000.

Gli inserti critici in calce ai testi di Lucia Sollazzo sono tratti dal saggio critico (“Il poema della mente“) di Tiziano Salari.
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Lucia Sollazzo è nata a Migliarino Pisano nel 1922. Poeta, traduttrice e teorico della letteratura, ha pubblicato le raccolte di versi: Unico nord (Torino, Einaudi, 1973), Le nevi dell’Eden (Milano, SugarCo, 1988), Vestiario (Milano, Scheiwiller, 1990), Ombra futura (Milano, Archinto, 1997), Noctua (Lecce, Manni Editore, 1998); e due romanzi: Morte dei Cabraz (Neri Pozza, 1953) e Juke box (Milano, Rizzoli, 1964). Ha tradotto in versi: Inni di S. Ambrogio (Guanda, 1964) Stele di Victor Segalen (Guanda, 1987) e, dello stesso autore, Lettere di Cina (Archinto, 1990).
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***

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8 pensieri riguardo “Il poema della mente”

  1. un tempo, negli anni settanta (quand’ero giovane, “quand’ero pazzo di me”, per dirla con Fortini) ebbi a leggere “unico nord” e ‘l’arrotino appassionato” di Richelmy: erano (sono) voci autentiche, coltissime, che mi piaceve accomunare alla poesia di Lucio Piccolo, barone folle di Capo d’Orlando

  2. Solo la parola (pp.104-105 da “Chiari del bosco”)

    C’è una parola, una sola, della quale non si sa con certezza se abbia mai oltrepassato la barriera che separa il silenzio dal suono. per quanto a lungo e incontenibilmente si sia parlato, infatti, la barriera fra il silenzio e il suono non ha mai cessato di esistere, ergendosi fino a condurre colui che parla sull’orlo del parossismo.
    […]
    Illimitata, traccia, come un geometra, limiti, le necessarie separazioni fra i verbi e fra le diverse manifestazioni del tempo; nel quale apre solchi, paralleli o meno. Sostenendo addirittura il loro divergere, perché nella relatività della vita il divergere, quando è sorretto dalla parola depositaria del senso indiviso, dell’unico, è garanzia di unità.

    M. Zambrano

    e quanto sono belli questi versi:

    […] per un nome
    che a sé avvolge arazzo di parole.
    E desto il non più è appena il come

    dell’esserci quaggiù fra notte e sole.

  3. Un libro di poche pagine, 70. Il numero 103 della collana bianca Einaudi, uscito nel periodo del mio sedicesimo compleanno e costava 800 lire. Lucia Sollazzo la si leggeva sulla “Stampa”, ricordo male o si occupava di moda? Che bello ritrovare testi e notizie qui, su queste pagine…

  4. bel post, caro Francesco. E’ molto importante recuperare queste voci che difficilmente troverari in antologie o, men che mai, in qualche canone, e che pure fanno parte della nostra storia poetica. Della sollazzo ricordo la stupefacente traduzione delle “Stele” di Segalen, un altro grande autore che andrebbe letto.
    Colgo l’occasione per ringraziarti per tutte le parole di stima che hai avuto per me a Vimercate, parole che mi confortano molto.
    un abbraccio
    g.

  5. La produzione poetica di Lucia Sollazzo è una piccola/grande corona di gemme splendenti. Non so se ha pubblicato altro dopo l’antologia anteremiana, ma cercherò di mettere le mani, se possibile, su qualche inedito.

    @ Giorgio

    Anch’io ho l’edizione Einaudi da ottocento lire – ma allora la “bianca” era ben altro dalla pattumiera che è diventata negli ultimi anni…

    fm

  6. la scopersi proprio grazie all’antologia anteremiana e ne rimasi stupefatta.Provo ancora lo stesso sentimento nell’attuale rilettura che devo alla ” dimora “che sa sospendere il tempo, d’accordo, ma sa andare alla resa dei conti( quelli che “contano” veramente) e rendere giustizia di memoria a chi,in vita, malgrado il valore, ne ha avuta poca.
    GRAZIE, Francesco
    lucetta

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