Il libro dei doni – Capitolo VIII, 2

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

Stefano MASSARI  Antonio SABINO  Gianluca D’ANDREA
Roberto CECCARINI  Ivan FEDELI  Lucetta FRISA
Jolanda CATALANO  Lisa SAMMARCO  Cristina ANNINO

 

Il libro dei doni – Capitolo VIII, 2

 

Stefano MASSARI
[da: Libro dei vivi, 2006]

 

5.
arrivano figli miei   alberi nudi   il pane   la febbre   la casa senza luci   gli insetti di settembre   e guerra ovunque   e sempre ferro   sempre muro   iddio   muro   non gela il sangue mio   non trema   preparo chiodi   accendo fuochi   unisco letti   vesto d’inverno le porte di casa

 

10.
sputo tutto il male delle mani   e maledetti anni di serpi e guerra e bastoni alti a tenere terra ai risorti   quelli in piedi che fanno leggi e gesti selvaggi   e mangiano l’iddio ogni giorno   idioti   ebbri sulle schiene benedette   comandate a catena

 

11.
dio   malato infame corpo   da mani e denti sporco   chiedo a terra e cielo di essere figlio ancora   di essere padre degno segno vivo di sole   amico di vino   forte e aperto   morto in piedi e sangue buono a tutti   ossa e vento

 

(parole della volpe)

13.
la stolta gioia tua di vedere me scappare   e non capire   che ci lascio la fame   e la preda mia che scampi adesso   dove muore   che andare tutto il tempo a cercare di mangiare   che nebbia non mi copre   io assassina furba che in altro modo   non sa ammazzare

 

15.
corro   per le figlie tue   per le figlie mie   in pieno sole   la dura cuna che sarà di grano   domani   sarà di pane   domani mi nascondo meglio   e ti si spezza schiena e cuore   come a me si schianta   quando atroce l’allarme dalla tana   io madre   faccio guerra alla poiana   metto via legnetti e fili del mio odore   davanti a casa tua al tuo agnello tessitore   che mi guarda ignara   dal primo suo stupore   di cosa ridi allora   l’umano tuo è di stesso dolore   qui sta il dio che non sai chiamare   facile per me cacciare abituato a ricominciare   giorno e notte ad ascoltare   la morte tutta   o solo una  che tanto è uguale   io che ho paura e che so amare   io madre grande   madre terra   io come te   non so ammazzare

 

16.
sfilo dal tuo sguardo troppo lento   per vedere me   bellissima di muso incapace di lamento   tu illuso che ritorno   e non uccido mai di giorno   che mistero arrivo a masticarti il sonno   attratta dalla luce che hai lasciato a sfidare il buio intorno e disumano   mai saprai mai quanto vero mondo è disumano   te che spio che ascolti nomi scendere e salire di lontano   mani battere   fallire   abbandonare   tutto invano   mi allontano che ora piove   non sono qui per il tuo sogno  cerco da mangiare

 

17.
muoio   come la volpe nel suo sangue   cercavo di arrivarti al collo terrorizzato dal tuo addio o dal fuoco intorno sorgenti le città lasciate abbandonate per vendetta   ora ti chiedo un gesto calmo che mi aiuti il sonno   il canto che piovendo fa in casa nostra il legno   il bambino nascerà in fretta   sano come questo vento   spargerà la luce intorno   e io che sento il mondo   perché urlo quando sto da solo   sempre non mi piego un po’ a pregare   un po’ al perdono consento l’odio invece accendo il forno per mangiare   mia madre maledico   i segretari della guerra e i ciarlatani a piombo   ho paura se farà caldo troppo   che mio fratello non respiri bene   e chieda aiuto nel deserto   costruito addosso a quelli che hanno mani capaci con le pietre   e piene d’ali libereremo le nostre figlie dal recinto? giulia si dipinge i denti col rossetto   ameranno il loro padre estinto?

 

*

sono io a sparire in te   animale sorella   sono io   la maledetta maceria d’erba   sotto la torre del tuo seno   la lingua cannibale che ti urla tra le cosce   la casa di carne che ti stringe e ti costringe   sono io   a sperare di morire del tuo male per liberarti il pane   l’acqua   il sole   e il folle volo diagonale   dei vivi in coro coi sepolti   le terre di nessuno   l’umano idiota iddio   chiamato amore

 

**********

 

Antonio SABINO
[da: Tre poemetti, 2008, inedito]

 

AMLETO (UN DEFICIENTE)

Sono bello, sono biondo, ho un regno,
sono alla moda,
ma quanto immensamente soffro e mi annoio
lo so solo io,
e che conta essere i primi qui in Danimarca?!
M’annoio, non trovo occupazione che m’aggrada
Non so come gli altri passare il mio tempo,
il re si diverte con mia madre e trama inganni
sale e scende dalle torri del suo reame
Ofelia fa le vasche ma non col vestito nuovo
Altrimenti Millais ne ha a male
Polonio gioca ai cruciverba e alle sciarade
E tutti ci asfissia e avvelena con la sua voce
Ed io son qui al sommo del mio strazio,
ah, avessi almeno la tua filosofia ciarliera, mio buon Orazio

Le guardie sorvegliano i nostri confini
E scrutano le mosse dei blandi nemici.
Minor tedio di me han perfino i nostri becchini!
Scavan fosse e si schiaccian nel palmo le cimici.
Potrei dedicarmi alla botanica,
importare cardo e il cina-mômo
ma già a sufficienza ho fatto io il matto
in questa terra di pescatori e rane
e d’altri folli d’importazione non c’è bisogno
ah…la vita…la vita è un sogno

Essere o non essere
Questo è il problema, è risaputo,
peccato che pur con somma pena
non riesco neppure per un minuto
a riprendere il discorso, a finire il principiato.
Vai in convento, dolce Ofelia, o il bastardo nato
Ci sarà di tormento quando acquisirà favella
(sarà come tuo padre, lo sento)
Vai in convento, oh sei così bella
Tutto d’un tratto ho deciso, ti sposo,
ah già…mio padre giace senza riposo
e così addio alle nozze,
alla luna di miele lontano da Elsinore
destino crudele!

Perfino il genitore assente è in miglior stato
Non si annoia, non sbadiglia ti dico
Con un verme che si è fatto da tempo amico
Gioca a tormentare lui morto me rintronato
E al rintocco della campana
Sale in cima al castello, mi chiama
E seco per i bastioni mi conduce
Là, nel punto dove non v’è più luce
Come a tentarmi con l’abisso
Oh padre, padre quello sguardo fisso
Sembri quasi un mostro, un demonio,
no, aspetta, sembri proprio Polonio,
lo stesso sguardo, lo stesso pallore,
“forse è meglio chiamare un dottore”
dicevo alla regina, la mia madre austera
“non possiamo Amleto, è tardi, è sera”
In fondo era inutile, anche se l’avessi chiamato
Sempre quel tordo sullo spiedo era infilzato
E gran poco restava da fare
“Chiamiamo il becchino, oh madre leggera?”
“non possiamo Amleto, è tardì, è sera”
Nella fossa da me non lo volevo porre
(son sempre un principe!)
e così lo infilai in un buco, nella torre,
dove ora in silenzio, fermo giace
per le nostre orecchie eterna pace
men per i nasi, ma è giusto,
“andate a prender un fusto
di profumo, quello di Parigi
lo spargeremo per il castello,
ci faremo dei suffumigi
ma il perché non chiedetelo, non è bello”

Ma guarda che giunge la dolce Ofelia
S’avanza mormorando, come smarrita,
privata d’ogni suo ben, fuorchè della vita,
guardala come tortura una margarita,
spetala una viola, strazia una rosa
s’avvicina, si ferma e su di me posa
lo sguardo, ah quello sguardo
ma dove l’ho già visto, in quali contrade,
ora ricordo, lo stesso sguardo fisso del padre
il suo e il mio, riuniti nei suoi occhi spenti
e dalla bocca un miscuglio di lamenti
spiacevoli, non voluti,
“M’ami Amleto?”
Talvolta, dico guardingo
“Mi sposi Amleto?”
Questo mai
“Hai ammazzato il mio babbo”
Capita bella Ofelia, capita spesso
Che si vuol colpir un aquila e s’ammazza un fesso,
ma tu non ti tediare con questi pensieri
pensa a qualcosa di bello e non più al tormento,
vai dolce Ofelia, vai presto in convento
ad espiare le mie colpe, io non posso
“perché?” chiede la bambina
ma perché come un cane che non molla l’osso
io che son principe di Danimarca non rinuncio allo scettro
né a vendicare quel povero, macilento spettro
di mio padre che grida vendetta
“Amleto, guarda una civetta”
è un passerotto, mio amore
rasserena la bianca fronte
“Un rinoceronte”
E’ un levriero, mio tesoro,
smettila di darti pena
“Una balena”
è la fantesca, mio bene,
non ti curare più di lei
“ma tu m’ami è vero, mio re?”
non sono ancora re, aspetto la promozione…
certo che t’amo, non vedi come m’avvicino,
come il mio respiro t’è appresso
come ti tocco il biondo capo con il regale mento,
ma tu, bianco fiore, fammi un piacere, vai in convento
vai a riposare, là, tra le nere suore
“non posso, m’hai svergognato”
ma se neppure c’ho provato
cara Ofelia
“m’hai svergognato ed esige riparazione”
ma chi la esige, tuo padre dalla fossa?
“No Laerte, non c’è altra soluzione”
Laerte, il tuo fratello caro
Deboluccio e malato
E sia pure, certo non lo temo
“un tempo era malato
e di scarso valore la sua destra
ma poi è stato consigliato
e se ne andato per mesi in palestra
ed ora giunge tutto armato,
sì sì, vedrai che bello”
O capperi, c’ho ripensato
Non voglio più uccidere tuo fratello,
già t’ho privato del padre
mi sembra abbastanza
“vedrai appena gli dirò cosa hai combinato,
appena saprà del mio stato
appena udrà la mia lagnanza”
Ancora non l’hai detto?
“giunge domani, all’aurora”
Dolce Ofelia, ma io t’amo ancora
E il nostro amore cresce, non è più implume,
andiamo dolce Ofelia, andiamo assieme,
andiamo a passeggiare soli lungo il fiume…

 

**********

 

Gianluca D’ANDREA
[da: Chiusure, 2008]

 

      I. Svista d’origine

La chiusura dell’abbraccio
è i grumi di flusso abbarbicati
al cacume,
attraversando lo screzio,
il suono divelto.

Come uscire dalla pratica parziale?
nel cuore del bambino
il raggio sfibrato
del contatto perenne,
l’illusione d’ascesi.

Come vibri la terra sotto la pelle
la fusione nell’assenza di punti,
un’esigenza dividua l’espropriazione.

 

*

 

Ancora i tuoi zigomi elastici
improvvisano l’obiettivo
e strisciano trascinando
la pelle cosmetica
l’estasi bisturi.

Nella valle del seno
un respiro violento
estirpa il contatto
lo scotto si sciampia ed infuoca
l’erba residuo,
i ciottoli della deflagrazione
sostituendo i frantumi.

Le pietre sospendono
il paesaggio del volto.

 

*

 

Strizzate le palpebre
nel gesto del rifiuto
che trascina alla mancanza.
La vetta inaccessibile
sospesa tra le maglie della pelle.
Resto estraneo,
per quanto il desiderio stritoli il nodo,
la fibra magnetica manipoli il trapasso
e il salto si riduca,
lo scarto è un polo di luce,
un globo d’acqua che scivola
dalla scarpata impassibile.

 

      II. Religio

Come sostare in origine
se mille grumi assorbono
la fatica condensata
in scarti minimi
a bruciare le pagine, le piaghe
del sole trancio, brandello
di un organo scardinato
rappreso e slanciato
su una trama di equilibri instabili.

 

*

 

Mio fare non credere
alle parole di queste immagini
il succo è spessore di mani
noi distanti
noi tendini
legami esterni
ben oltre l’occhio di terra
pure immersi nei golfi di carne
a maciullarne i residui plateali
o a dormire esposti.

 

*

 

Non è la scelta dovuta
annullare le parole
cardare il senso
fino a inventare sul vuoto presunto
forza accorta
disintegrata la pelle modella
l’immagine del percorso
e la giuntura che scava la carne.

 

      III. Rivoluzione

Un pensiero a incrinare la scelta
la vittoria violenta,
il paradigma di resistere
e dare una preghiera
a sbilanciare gli atomi
di un risveglio estraneo,
qualcuno voleva adattare
le pieghe paziente
attendere un risultato
senza inventare l’obiettivo
ma il salto è forma del tragitto
l’inclusione tragica
l’espansione rivolutiva della carne.

 

*

 

Tra due soglie e la pasta rimestata
del corpo corre un’ora del pensiero
miracolo d’una lucidità
sbilenca.
L’idillio
della febbre, un abbraccio
di brividi interni.
Questa carne ama farsi del male
sono piccoli spazi
dentro colmi d’aria
dico giù
un pensiero resta uno
ascoltare la propria invenzione
come un panorama.

 

*

 

Chiusure

Nella stanza conclusa dell’amplesso
nella pelle del bimbo che si estende,
trovare le tue mani
che slanciano particole di luce.

Distanziati in continue mutazioni
movimenti indefiniti
per restare incollati
nell’abbraccio siderale.

 

**********

 

Roberto CECCARINI
[da: Tecniche di spaesamento, inedito, 2008]

 

                           come camaleonti mutare pelle – trasformarsi.

ci vestiamo con i panni degli altri. perduti nelle strade
degli altri. tra case anonime e bianche. a cercare un vincolo.
“un luogo della terra”. un qualcosa da assomigliare, non per
qualche muta libertà, per qualche piazza Tienanmen…

 

*

 

all’inizio ci concentrammo sulle case:
il danno del tempo scivolato sopra.
poi l’insegna d’un bar lampeggiò come un abbaglio.

 

*

 

siamo entrati nelle pieghe dei viali
con la precisione delle mattine
leggeri come raggi di sole, annusando
tutti gli angoli, disinvolti come cani
senza guinzaglio, senza padrone.

 

*

 

stavamo in un posto che non si conosceva
catapultati dal flusso d’una migrazione.
                                  migravamo,
stretti l’uno all’altro, affiatati e nomadi:
il bianco col bianco, il nero col nero.
mediamente riconoscibili. si galleggiava,
                                  allontanandoci
nel deficit d’una tecnica di spaesamento.

 

*

 

una luce gialla. una luce viola. nuca. poi, fronte.
le donne rimasero sull’orlo d’un orgasmo.
rosse come carni sudate in un metro di stanza.
sembravamo stare dentro un tubo di scappamento,
lo scolo d’una grondaia. in pancia all’inferno.
si rideva qualche volta. non ci si faceva caso,
sprofondavamo liquidi nel buio,
acquattati come eravamo nella sciagura.
di colpo eravamo tutti impiastrati
dalle luci del porto di Stavanger
tanto da sottrarre alla memoria
i passi cadenzati e ingombranti
di pomeriggi meridionali.
per un attimo ci sentimmo nordici,
nel pieno silenzio boreale,
in una contemporaneità
apparente, un sonno franto,
                       profano.

 

*

 

come in mezzo ad un turbine
barcollavamo tra la V° e la VI° strada
con uno squarcio nella testa,
un’infilzata di sole che scappava
fuori dal saliscendi dei grattacieli.
poi un’avaria nel motore,
una fuga di memorie
e te che tra tutti, miracolata,
pronunciasti un nome, una visione,
mentre ci trascinavano via dalla metropoli.

 

*

 

si va per scomparire
finché una strada ci riporta in superficie
e ci accorgiamo che tutto è rimasto
pettinato uguale:
i palazzi nel nervo di un sistema,
gli alberi annegati in qualche gorgo,
il movimento di anime chiamate pedoni
e l’inquietudine, quella sana inquietudine
d’una città invernale che non ha fretta.

 

**********

 

Ivan FEDELI
[da: Umano nome, inedito, 2008]

 

      La santa assuefazione

È tutto preparato messo a posto
lo schema il tono lento la struttura
sì persino la minima inflessione
della voce lo ascoltano annuendo
e predisporre gli animi non serve
asettico è lo sguardo il movimento

non li perdonerò neanche per questo
l’idea di procreare discendenza
del resto sono corpi carne infetta
da chiudere in un ghetto per cautela
ma basterebbe appena un colpo in fondo
o scriverlo sui libri
                        dirlo a scuola
che imbrattano la vista fanno danno
non hanno spazio o storia in questo tempo
i clandestini della vita i nulli
i piedi incatenati poi il cemento

 

*

 

Li vedono vicini in tuta scura
tenuta antisommossa da divieto
lo sguardo senza cielo gli altri dietro
parcheggiano gli uncini i loro arpioni
normale ti ripetono è normale
sapere poi spiegarglielo in che lingua
che è una formalità solo un’inezia
e basta dire sì non contraddire
banale questo mondo nuovo antico
sotto il sole questione di un accento
di uno sputo dividere il nemico
e il giusto questione di tempo insomma
vedrai che a poco a poco tutto torna

 

*

 

Ti avevano avvisato alla tv
la novità sicuro è l’aggravante
pestare questa terra di nascosto
diversa religione e tutto il resto
ma tu non ci credevi che pensavi
quel giorno sulla piazza dentro un tram
sicuro non accade almeno qui
abbiamo già un passato un buon vaccino
eppure i titoli i commenti sul giornale
colpevoli di avere un altro odore
un fiato inconsapevole il fastidio
sapere chi di noi dopo ha infierito
o forse si è confuso chi ha scagliato
la pietra originale del peccato

 

*

 

È logico dividere le parti
in due chi è giusto e chi ha peccato
                                       manca
un purgatorio qualunque un posto
dove chiuderli per sempre e risolvere
il problema alla radice in attesa
del resto del battesimo feroce
perché si dice che mangino carne
viva poi bestemmino sottovoce
il nostro dio prima dell’atto impuro
pretendere che esistano altre strade
percorribili un crocifisso in alto
valido per tutti ma noi vegliamo
prepariamo quanto serve al fatto
la dispersione piena dallo sguardo
il loro scomparire senza meta

 

*

 

È una ruota che gira prima o poi
migranti con le scatole in cartone
le code in quarantena il visto il timbro
la tessera che salva dà la vita
lo sguardo sospettoso il ringhio uscito
rovinano il presente fanno peso
coi figli il loro modo di mangiare
l’accento incomprensibile quel tanfo
un oceano fa nemmeno tanto
adesso è come sempre nonostante
le parti un po’ invertite c’è chi scende
chi sale su quel carro di monatti
chiedendo senza nulla dare in dono
è la memoria il difetto pensare
che siamo stati ciò che adesso sono

 

**********

 

Lucetta FRISA
[da: Se fossimo immortali, 2006]

 

scissura

in quella abbazia nella conca del prato
i mistici
hanno coperto il vuoto
di pietre canti altari colonne
alzato luce con uomini buio con pietre:
tutte hanno un compito diverso di preghiera.
Dimmi in quale tastiera si può trovare
in quale parte del cervello
trovare una nota lucente
pietra di tempio voce di morto.
Cosa c’è in mezzo al cranio?
Una scissura – hai risposto –
dove le fibre si intersecano:
fibre con note vuoto con fiato
muovono
lampi nella notte.
Tutto prega la tenebra

Se qui non ricade
il canto dove va?

 

      se un animale

se un animale soffre
è nell’inferno dei bambini
che non parlano a nessuno
non sanno farsi domande
hanno corpo e lingua intorpiditi.
Se un animale soffre
sta nella parte assorta dell’ignoto
le sue afasie
somigliano al nostro modo di morire.
Il dolore del bambino è il primo strappo
lui deve crescere
verso il dicibile e il suo malinteso
bussare ai muri
truccati da cielo.

 

Autoritratti diurni e notturni

Prologo

sono sdraiata di fianco su un’urna etrusca
sotto di me le imprese la mia cenere
a bassorilievo sul materasso
ditemi cosa raffigurano
in questo risveglio non c’è differenza tra le mie e le vostre
tutti abbiamo avuto capelli naturali un padre
dispiaceri amoretti qualcosa da fare ansie e certezze
tutto si addensa in questo groviglio di chiodi
che accoglie il mio corpo ritornato
dai viaggi soffici della notturna sapienza
io ogni mattina me li dimentico
mi guardo in giro con i miei occhi di terracotta
mi alzo sono verticale e respiro.

 

Terzo autoritratto notturno

mi vedo camminare nel mio lungo corridoio
senza scarpe a testa bassa congedandomi
dal giorno schiacciandolo coi piedi e in pochi passi
saluto tutti i bei luoghi non visitati
creature e cose amate non amate poi mi siedo
sulla poltrona di mia madre a sentire il suo odore.
Mentre cammino cammina anche il mondo
sento intorno il suo fremito
storie intrecciarsi con il loro fracasso
e un punto esatto di quella strada diventa un fosso, si spacca
il bel pavimento a cera ma io non volo giù, resto lì in piedi.
So che in fondo al corridoio lo specchio al buio continua
a raddoppiarmi sdoppiarmi e fa di me ciò che vuole ma
io non lo guardo mi vedo mentre non lo guardo guardandomi
muovere i piedi.

 

quinto autoritratto diurno

ogni mattina ho il compito di rifare il mondo.
Ripeto ciò che gli dèi fanno con gli uomini
dopo la notte, li rigirano al rovescio
li sbattono nell’aria fredda li scrollano
dei sogni per prepararli all’altra vita.
Rifaccio il letto lentamente la lentezza
rallenta il laccio allunga l’aria della ricreazione
le nostre lenzuola sono azzurre le stiro con le mani
per una pelle giovane bisogna stare attenti
a non venarla raccontando fiabe
fino a stanotte quando torneremo
a disfare il letto la verità la sua stanchezza
a cullarci in quel mare terrestre a dirci
tutte le altre storie
fare pieghe su pieghe.

 

quinto autoritratto notturno

se scrivo è per trovare un angolo notturno
mi ci accomodo
chiudo le stanze affollate accendo luci
nella più antica e verde
come nel film di Truffaut.
I morti mi ascoltano pensare spiandomi
in bilico tra nuca e pagina: poi rimescolano
i miei pensieri al loro vuoto come le streghe
di Macbeth e frasi virgole sospiri afasìe
cadono dentro il borbottìo qua e là
e ci spartiamo – da complici – l’intruglio.

 

ottavo autoritratto diurno

qualcuno bussa alla porta mi ucciderà
chi diceva che conoscere è morire chi diceva
che non sapremo mai chi siamo e specchiarsi
attendendo nomi dagli altri occhi è attesa
di cancellazione. Ma di giorno
apro la porta a tutti poi li lascio a parlarmi sulla soglia
ci sono ancora le soglie del mattino le ringhiere
l’io e il tu e il noi – quando sto bene e il cielo è chiaro –
la mia casa addormentata e quella ansiosa e
questa terra e il mare non seguono segnaletiche
ma nuvole che diverse l’una dall’altra nascono
e i becchi degli uccelli il pelo dei gatti i tetti e i vari dolori
sebbene sia notte e sebbene sia giorno
tutte le sfumature di ogni umana voce.

 

nono autoritratto notturno

l’aria del buio
ipnotizza rimorso e nostalgia
una forza tranquilla emana da un centro
fermo o che credo lo sia
forse è un pensiero vertebrale
che mi fa stare
sveglia e diritta in me.
Battito di stelle contro il cielo:
se è figura di un sogno sparito
che ha sognato se stesso
tutto riporta a un padre illusorio
e al mio respiro orfano.
Ti prego, fammi credere di esserci
– senza lacrime lo dico –
credere che tutto è vivo
scorre si muove domanda non dà pace
credere che anche le cose morte
di notte si vestano di un corpo.

 

**********

 

Jolanda CATALANO
[da: Inediti, 2003-2008]

 

Radici d’amore

Ci fu, vi dico.
Ci fu il tempo della gioia
dell’andare scalzi per torrenti
e risa e alberi
e arance tra le mani ancora acerbe,
graffi di rovi e volti d’attesa
nel procedere lento di giorni ormai lontani.
Ci fu, vi dico
quel vociare allegro
che ancora rimbomba per le valli.
E poi la quiete di pane diviso,
un pane nero a fette ben condito.
Ci fu,vi dico
l’orma sicura
per seguire il passo
e ancora l’orto geme
per l’arsura
essenza di fede ferma nella vita
radici di quercia sulla terra bruna.
Ah se potessi, se potessi dire
della tenacia sui pampini arrossati,
delle armacere intrise del suo viso
e le sue mani colme di lumache.
Gesti che riaffiorano smarriti
e l’orto ha perso ormai tutte le foglie,
i colori e il taglio dei capelli
la tenerezza celata tra i cespugli.
Ci fu, vi dico,
tutto, non mancò mai niente
nei suoi sorrisi morbidi d’amore,
un peluche moderno con i calli
un custode del tempo in fondo al cuore.

 

*

 

Ne ho visti, sai,
mano nella mano
aggrappati al bisogno
mentre la vita smorzava il Tempo
affievolendo briciole di luce.
Fianco a fianco
a consumare i giorni
tiepidi ancora e fragili d’attesa,
un ricordo lontano
lieve come spuma
all’abbraccio del vento
sopra i loro visi.
Ne ho conosciuti, sai,
teneri di baci
e fiori tra le dita
offerti con dolcezza
…” Per te, mia adorata! …”
e riviveva l’estasi
di un tempo addormentato
sotto un cuscino di sogni
ormai fatti sospiri,
rossi papaveri
impressi nei pensieri.
E nell’afflato che, curvi,
ancora li accompagna,
specchio la povertà
di questi anni spenti
senza più ritorno
e la solitudine-gelo
delle mie notti insonni
con l’ombra di un tormento
che non sarà mai luce.

 

Io sono l’incompiuta

Io sono l’incompiuta.
Ombra che si posa
sui miei passi
lungo l’argine lento
e la deriva
di mille tenerezze
ormai infrante.
Se fu un tempo
al sole di promesse,
giacciono spente
nell’ora che declina
verbi e parole
da coniugare in fila
in lenta processione
di carezze.
Io sono l’incompiuta.
Il seme contaminato
dall’assenza,
terra indurita
grano senza spiga.
Sono l’orma cancellata
dei miei passi
e se mai ci fu un cammino
fu contorto,
se mai ci fu un pensiero
è già sbiadito.
Io sono l’incompiuta.

 

*

 

Sono gli occhi, gli occhi.
Guarda, guardami
non temere
sono soltanto occhi
e ti guardo
e tu scruta
l’essenza infinita
celata
tra l’iride muta
che sbianca colori
o accende la vita.
Guarda,
guardami.
Ti guardo
al di là del silenzio
che chiede parole,
ti scruto e l’iride muta
mi torna il tuo cuore
l’affanno sepolto
che gela, che duole.
Ma sono occhi,
occhi soltanto
e a sera le palpebre
al dolce tepore
falciano ombre
di antichi tremori.

 

*

 

Non ci siamo detti tutto.
Nella compostezza del tempo
ritrovo parole che si erano perse
perché troppo forti o troppo sincere.
Nell’affresco della vita
si mescolano colori
al grigio incolto delle amarezze.
Quando, dimmi quando e perché
ci siamo persi
ora che la notte mi traduce il fiato
in monchi respiri d’agonia?
Adesso l’aria ha un odore opaco
come di stanca malinconia
per tutto ciò che manca o non è stato
di un amore ferito e dilaniato
gettato in pasto ai gatti della via.

 

**********

 

Lisa SAMMARCO
[da: Inediti dell’apparenza, 2008]

 

Incontri al neon

Poi il sole cala e mi rassegno alla luce delle lampadine,
alla ruga che mi corrode la faccia, alla sensazione che presto
sarà un buio senza trucco.
Sono le cinque. Gli appuntamenti quando scadono
non lasciano sbavature di rossetto, sfumature di ombretto. È tempo adesso.]
E senza cuscini, senza nuvole di piume
fra noi l’aspetto del giorno è un tapis-roulant,
come di sabato le strade quando le distanze si sfilacciano
e per toccarsi basta rimanere immobili nella velocità.
Lo spazio è un filo di fumo che sale dalle tazze
che ora tocca le bocche, ora cerca gli occhi
fra un’intermittenza di parole
che muore in ogni attimo che viene dopo, e tutto quanto ci diciamo
è un torto a tutto quello che ignoriamo.
Come poeti in guerra inventiamo frammenti di carezze, innesti di mani
bende di odori sulle frontiere di galassie fluorescenti
che cedono, quando chiudiamo gli occhi, ingoiate
da un buio fermo di passi, dallo scricchiolio del legno, dall’abbaiare di un cane]
e si spengono.
In mezzo noi, messi ognuno in un altro corpo, in un sarà che ci rincorre]
con una corrispondenza scritta a matita
che si cancella ad ogni suono
e si allontana in qualche tempo perso che non ci risponde
e che forse presto ci sorprenderà vuoti e stanchi, senza aver vinto niente.]
Ci mettiamo vicini e lontani- a fasi alterne- come una luce al neon
che singhiozza in una messinscena di silenzio
per non cedere alla tentazione di pensarci
oltre quel tempo minimo che ci mette a nudo
poi ci prende la fretta di tornare a casa
e immaginare quale suono avrà il sapersi nelle stanze.

 

Ci sono soli che passano

I luoghi mi lasciano. Le persone prima o poi svaniscono.
So di gente che scrive appunti di viaggio per non dimenticare. So che esistono]
minuziose miniature di soli che sorgono alle 5.32
fuori da una stanza al diciottesimo piano
quando il viaggio è appena iniziato in una città
che solleva lento il suo sipario,
soli che si alzano ancora incerti nei fondi del caffè,
ed esistono soli annotati mentre
scavalcano la pensilina di qualche piccola stazione: sono le 5.32,
e il primo raggio s’inarca sotto la panchina e la luce mi lecca le gambe.

Forse tu dormi. Ci sono soli scritti con il dubbio
di non essere mai andati troppo lontani
per avere il desiderio di tornare. E ci sono soli
che nascono e muoiono senza una memoria,
non una pagina, non un rigo. Ci sono soli che passano. In un vuoto temporale]
dove tutto si è fermato nel buio
tranne il tempo. Non sono appartenuti a nessuna città,
a nessuna vita, a niente che è stato scritto – forse
mi sto innamorando
– a niente che si voleva scrivere
ti amo– Passano, sbiadendo nella tappezzeria azzurra dell’universo.

 

Scrivere

È mattino. Così, senza un’ora.
Scrivo -è mattino- guardando fuori. È mattino fuori,
e niente può cambiarlo.
Allora è facile scrivere è mattino,
con lo stesso inafferrabile senso del mattino e della sua trama larga
dove passa ogni cosa. Inizio a scrivere – è mattino
con la sua stessa imprecisione e riporto la storia ad un mattino
che sia ora. Non mi chiedo se era mattino prima che io lo scrivessi,
è mattino ora che lo scrivo. È mattino in questa storia.
È mattino nella luce che batte sui vetri del palazzo di fronte.
È mattino ed è presto.
È mattino ed è presto nella luce che batte sui vetri,
nel mio pigiama a righe,
nella prima bestemmia del muratore che sta passando sotto casa mia.
È presto in questa ora di luce,
nel mio risveglio. È mattino nella bestemmia del muratore.
È mattino ora nella luce che gira.
È mattino senza sosta. È già mattino dentro l’alba dove io non c’ero.
E ti sto già mentendo quando scriverò ancora – è mattino– e via-via in questa storia.]

 

**********

 

Cristina ANNINO
[da: Troppe fiches, inedito, 2008]

 

Troppe fiches, signor Mortis

Tavolino sonoro, la mia
camicia si riprende i polsi, vola,
leva via la giacca quasi fosse
viva la polpa. Si sbuccia
cascando sull’impiantito. “Ecco
mi
” dice qualcuno sedendo, ma
chi lo vede! Mai stato tra noi, colore
volpino. Lo levo
di torno subito, me lo scogliono
dico, alto il tono della
partita. Balle! lui fermo, da
sola si blocca la pallina sul
nero. Ho
capito, l’ho visto, lo so; calma
amici, prego. “Allora?” mi
chiede mentre sono in
corso i lavori. “Cosa? le tue
fiches, o la mamma giù per
le scale mica in piedi?” dico
puntando soldi. Piove
fuori, dentro
son tutti sudando a stirarsi i polsi
col ferro da stiro. Ride, il Mors
lavatore di cessi, metrò, con quella
volpe di bocca sopra come specchi
rotti lo riflettessero. Nato perché
siamo vivi, chi più chi meno. Lo
sento vibrare l’indice, starmi dietro,
piegarsi sul tavolo “Io sono
questo mondo
”, sorride. Niente
cine, cultura, Vita invece, con quel
colore viola ruotante da portarsi in
giro, da caramella, fon, da cinese, che
finge e lo sa, che fa scappare i santi dalle
teche. Piove
fuori; dentro barando evapora lui
luce dai cigli com’un braciere, ci soffia
via la salsa dai visi e lascia
terra. Scordo, alla
fine chi io sia. Tant’è questo gioco di
spie nella stia dei conigli.

 

Lina

La retorica, topo grazioso, inquina;
io non l’adopro mai. Se
dico la mamma m’arriva ai
piedi, faccio una gran fatica a
scalare appena lo sterno. Pioniera
lei viene con salti yoga “abbassa
la schiena sui reni” Poi “s’alza
qualcosa?” chiede. Così imparo.

Su lei non so scherzare, davvero, è
l’unica e non
ci riesco. Nel più
normale dei modi, tutto
il grande finì, con baccano
spento e tori di nostalgia.
Penso
d’essere degno oramai di
chiudermi l’universo alle
spalle. La mia
statura, nella camera dove non
si guarì mai, sta lì su quel
muro ancora, per
infermieri, wudù, pigiami, per le
unte preghiere e i cani che non
entrano. Per il fumo che lastricò
corridoi.

 

morranno le passioni

Morranno le passioni nostre
criniere, passando
per strada coi colli
pesanti di lana, agili
gambe in avanti, dietro, di
lato. Le
guarderemo stupefacenti –almeno
come la vedo io- in questa
serata che sembra
mammina d’ Europa. Tristi
e tonali, accese. Mai
vissuto un
tempo più madre di questo
ricordo di loro, care, nate
eterne, scolo del
mondo magari ma forse
vere, il
meglio di noi chissà, gregarie
comunque nella volata.

 

Il migliore dei due non ha simpatia per l’altro

Gayssimamente caldo, oggi
guardo il Poema al tavolo di
lavoro. Anch’io
mi siedo, odoro la tazza di
caffè, lacca, ossigeno caduto
verde sotto le sedie. Lui
non mi vede e qui non
m’annoio. Sapete,
si dicono tante cose sulla
poesia. Ma c’è un solo
modo per farla. Con
gerarchia posteriore penso:
vorrei l’infrangibile
freddo, acqua dal foro di
dio tribunale nell’occhio d’ognuno
di noi, giacché piombano
palme in faccia nel
punto di cervello che si spacca
in due.

Parleremo? Chissà. Lui noncurante,
caldo, di
schiena spande raggi
porporini, un fare da letterato
tossico che impressiona.
Allora
mettendo fine a ogni cosa,
crudelmente agosto, dico
Che pena
l’arte, se non è divina!
” poi
Per farla, devi prima aver
inghiottito la
morte, mica il sole
”. Non si
gira; in
liturgia bollente, neppure mi
vede. Basta. Me ne
vado nell’anice sopra di
noi, senza
canale di sfogo, genialità,
niente. “E’ piccino
il mio cuore
” gli dirò se
tenterà di bruciarmi, se si
volta “mai al
fianco di nessuno, sempre
solo
”, quando torna uggioso
a molla sull’asse domenicale.
Rifà strage dappertutto col
suo chimico brodo.

 

La piscina

Sa che
amare è una stanza alta con
navata centrale. Terribilmente
alta in questo momento che
il tempo ansima, s’allontana
se apre la persiana; fissa in
faccia. Lei ha
paura degli anni: Che farà per
empirli? Son
sacche dove si può
cantare, lavare panni e
mangiare a tavola com’un
cristiano. Spacca i
timpani, fa uscire di senno, la
notte, scende i tasti in giù da
oboista di banda, accordando
luce con vertebre.
Lei entra in quella

piscina fredda coi
piedi, segue gli odori
fino alla tana, nello stormire
d’ormoni come odalische. Il buio
chiama con varie note, ride, ma
chi se ne frega, fa
gelo e memoria “Sei il poster di te,
cara cara, ti dai arie!” Di
nuovo quelle
parole uguali, ballando il
sipario dell’umano su quel che non è.

 

Canna lunga, la notte

Normalità oh sacra! pompa fino
in fondo la caldaia. Ma quel
piede viene, esplode nella scarpa con
scintille vive e testa di pensiero.
Ecco, lo
dico a chi mi capisce, all’idea tormento
d’esserci, che l’amore empie le
tasche di mine. E Lui farà
faville vedendola
svenire, aspetterà il
via, ginocchio sul piancito, che
parli, alla
fine. Poi bravo “!!”. Bagna
il buio alberi radi coi gradi del
famelico Ma, mentre astratta
sul lenzuolo con gatta, rimbalza
la baia notturna. “Sì! se ti serve uno
schiavo
”.

15 pensieri riguardo “Il libro dei doni – Capitolo VIII, 2”

  1. Grazie, carissimo Francesco, che bella sorpresa ci hai fatto!
    Ne sono davvero contenta.
    Un grande abbraccio di buonanotte
    lucetta

  2. Mi associo al ringraziamento di Lucetta, caro Francesco, e ti mando il mio solito, affettuosissimo saluto.
    Cristina.

  3. Quanto più inaspettato, tanto più gradito.
    Grazie amico per questo ulteriore dono davvero carico di destino.

    Un caro saluto a tutti i poeti presenti in questo capitolo.

    A te, carissimo Francesco, il mio grazie di cuore, il mio affetto, sempre.

    jolanda

  4. Vorrei precisare che le mie poesie proposte gentilmente e come dono molto gradito da Francesco Marotta, non sono inedite, ma fanno parte dell’antologia Magnificat edita da Puntoacapo editrice nel 2008.

  5. tanti nomi a me cari e versi davvero carichi di vita.

    un abbraccio speciale a Jolanda

    “Quando, dimmi quando e perché
    ci siamo persi
    ora che la notte mi traduce il fiato
    in monchi respiri d’agonia?”

  6. Vi ringrazio.

    Una precisazione: “Il libro dei doni” nasce dall’idea di dare conto, in forma di “quaderni” collettivi, dei materiali pubblicati sul blog nel corso dei suoi due anni e mezzo di esistenza – anche per permettere, a chi ne ha voglia, di seguire e di verificare nel concreto l’assunto che, a mio modo di vedere, ne anima e giustifica la presenza: la pluralità di forme in cui il “corpo poesia” si declina. I testi, quindi, sono tratti direttamente dai post – ai quali rimandano.

    Succede, talvolta, come nel caso delle poesie di Cristina, che questi testi confluiscano in seguito in pubblicazioni cartacee (che vengono, ad ogni modo, sempre segnalate su questo blog). In una ricostruzione “storica” del percorso complessivo di Rebstein, ho preferito lasciarli nella veste in cui sono comparsi per la prima volta: credo sia “cosa buona e giusta” poter constatare, di tanto in tanto, che la rete è capace di proporre testi di valore, destinati comunque a trovare il loro approdo definitivo nella “naturale” forma-libro.

    Un saluto a tutti.

    fm

  7. Giustissimo e bello quel che dici, Caro Francesco (io poi ho commesso l’errore di data, in effeti i testi uscirono nel2009), e ti rinnovo il ringraziamento di questa riproposta molto interessante in sè e che gratifica certamente tutti gli autori.

    Cristina.

  8. Caro Francesco quello che fai con rebstien (“blog vivissimo” e ben frequentato”) è un meticoloso e puntuale lavoro di mappatura, un servizio alla comunità dei poeti e degli addetti ai lavori (temo che i comuni e mortali lettori vadano altrove). noi ti ringrazieremo sempre anche e soprattutto per la pluralità di voci, di cifre stilistiche che il pianeta rebstein ospita.
    grazie , anche per l’inaspettato dono.
    con sincera stima,
    roberto

  9. Stima assolutamente ricambiata, caro Roberto.

    Ti assicuro che i “comuni e mortali lettori” ci sono, e sono tanti (magari sono più numerosi quelli che si collegano dall’estero). Ne ho le prove, ma continuerei a sperarlo in ogni caso: solo l’idea che da queste parti passino ogni mese dai trenta ai quarantamila “poeti e scrittori”, addetti comunque ai “lavori”, mi fa venire i capelli azzurri e gli occhi biondi.

    Grazie a tutti per l’attenzione e la bontà.

    fm

    p.s.

    Domani, ad ogni buon conto, mi informo sulle tinture che usa lo psiconano: non si sa mai!

  10. La mia presenza attiva è quasi assente, anzi direi ridotta a zero e me ne scuso. Non c’è di che essere fiera nell’agire negli stessi modi che deploro, ma non sempre riesco a tenere il passo. A moderare questa mia mancanza posso dire che leggere le proposte di Francesco è ormai un appuntamento quotidiano, silente ma quotidiano.
    Questo lavoro ( solo averne una vaga idea dell’impegno che richiede fa realmente venire i capelli blu) è impagabile, avere sempre la possibilità a portata di mano di accedere a testi che spesso avremmo avuto difficoltà se non a leggere a reperire, è molto più di quanto si possa desiderare.
    Grazie Francesco per questa ennesima dimostrazione di stima.
    grazie a carmine e a tutti.
    lisa

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