Nottario (I, 1)

Marco Ercolani

“Colui che guarda dal di fuori attraverso una finestra aperta non vede mai tante cose come chi guarda una finestra chiusa. Non c’è oggetto più profondo, più misterioso, più fecondo, più tenebroso e più abbagliante di una finestra illuminata.”

(Charles Baudelaire)

“C’è qualcosa di assurdo nell’innalzare, attraverso un lavoro di anni, degli edifici di parole, preoccupandosi di costruirli con cura, come se dovessero resistere al tempo, pur sapendo benissimo che già ora solo pochi lettori prestano attenzione ad essi. E tuttavia non è lecito fare altrimenti, perché proprio in questo consiste l’etica della scrittura.”
(Giuseppe Zuccarino)

 

NOTTARIO

(1990-2008)

 

Non sono tanto io che ho fatto il mio libro
quanto il mio libro che ha fatto me.

Michel de Montaigne

Ora voglio scrivere il mio diario e per gratitudine
chiamarlo il mio nottario […].

Robert Musil

 

Per la mano sinistra

 

(Per la mano sinistra)

 

1

La vita è cristallo e formicaio.

Scrivo in stato di assillo.

I miei paradisi sono sotterranei.

Si chiudono gli occhi ai morti, perché non si sopporta che vedano cose indicibili.

L’uomo è sorpreso quando si riconosce, non quando si perde.

Senza un segreto che sia solo nostro si sarebbe vivi?

La luce di certi cieli è vietata ai sani.

A quale età si osserva meglio la luce?

La morte è le mie ossa, quando non potrò raccontare niente a nessuno.

Sognare senza che finisca il sogno: essere folli.

 

2

Ogni artista autentico raffigura il suo fallimento con opere adeguate.

Conoscere le storie della letteratura è perturbante.

Il linguaggio può trasformare, ma bisogna esserne all’altezza.

Quando sogna di fermare l’ombra, l’artista inizia il suo autentico lavoro.

Ogni estetica dissimula un ulteriore silenzio.

Non gettare grida di sgomento: scrivere.

Abbiamo scritto. Abbiamo modulato il nostro nulla. Adesso aspettiamo.

Rileggere sogni già sognati. Comporre libri con vana ostinazione.

Sentire ancora un brivido per qualche scrittura imminente.

La composizione di una storia è la difesa estrema dell’illusione.

Reale nell’atto in cui trascrivo fantasmi.

Resistere nella parola – infedeli abitatori della lingua.

 

3

Le parole intollerabili: quelle che ho il dovere di pronunciare.

Vivo diecimila vite: ma questa, che subisco, ha un nome?

Sognare il fuoco significa disamorarsi di ogni architettura eterna.

La luce è segreta a chi la pensa.

I sogni, prima di ritornare misteriosi, devono essere interpretati.

Esistono forme rigorosamente segrete e realmente incompiute.

I fiumi si differenziano per i detriti.

Scrivere e curare: rendere dicibile.

Il foglio bianco nasconde parole non nate. La scrittura ne rivela alcune.

Lo stile è la superficie esatta sotto la quale battono i colpi di migliaia di tamburi senza suono.

Scrivere nel buio, estendendo i confini del foglio.

Nella visione, la vista impara se stessa.

 

4

Il canto di un uccello, ma solo per il tempo in cui risuona – non oltre.

Quale terra premerò, nel passo successivo? E sarà proprio una terra?

L’assillo della scrittura è pronunciare le penultime parole.

Al suo culmine l’arte si distrugge, annulla ogni regola, sprigiona immagini e profezie.

Si può essere originali ripetendosi all’infinito.

Follia: deformità e sapienza.

Restare suscettibili di trasformazione: questo è il segreto.

Ho male alle corde vocali. Ho gridato tutta la notte, per qualcosa che riguardava un sogno.

Ogni poeta è immerso nel sonnambulismo che lo guida al prossimo verso.

Quale parola può definirsi giusta per descrivere un evento perturbante?

Un occhio semiaperto: la penultima maschera.

Il fondo di ogni scrittura è un’immagine-pensiero.

Si immagina essendo stanchi di sopravvivere.

 

5

Non l’esperienza estetica, che consente l’ammirazione della bellezza, ma l’evento perturbante, che obbliga ad esserne sopraffatti.

Le parole hanno il potere di abbandonarci perché non sono mai nostre.

Nessuna opera vera corrisponde a qualcosa se non al sogno del suo autore.

Mi trovo nella condizione di aver raccontato tutti i miei sogni e non aver più nessun desiderio di sognarli ancora.

Dentro un’ombra, è leggibile tutto.

Sentire qualcosa di irriducibile a quanto fino ad oggi è stato sentito.

Che cosa posso raccontare se tutto ciò che accade deve essere raccontato e simultaneamente taciuto?

Salvare i sommersi: condividere il loro destino senza morire.

Il dolore mentale è la sensazione intollerabile che si prova senza il sollievo della scrittura.

L’opera è interminabile, come talvolta appare il deserto, ma al deserto c’è un limite.

Vivere in uno stato di finzione reale.

Non ci sono disperazioni necessarie. Solo inevitabili.

 

6

Scrivere per la gioia delle proprie maschere.

Verificare in che modo l’indicibile provoca parole.

Le ossessioni non sono incubi ma modi complessi di sviluppare il processo artistico.

Oltre la possibilità, cosa esiste?

Durante il giorno scrivere parole che scaturiscono di notte.

L’aria, spesso, non si accorda alle cose.

Questo libro ha, come autore, chi lo legge e non lo fa morire.

Dove la complice influenza dell’altro e la vorace curiosità dell’uno si compenetrano: il testo apocrifo.

Vedi, se te lo consentirà la corrente.

L’origine è allontanare da sé la propria origine.

Eco di io multipli, l’io.

Libri come trivelle che perforano il bersaglio. Libri come frecce che possono mancarlo.

 

7

Le tenebre plurali, la notte unica.

I prigionieri si avvicinano veloci all’esecuzione annunciata.

Non che la testa faccia male ma quel senso di orrore che preme le tempie.

Nessuna tregua. Vivere è impossibile.

Canto per spiazzare il mio assalitore.

Ammutolire, in mezzo alla folla, e sperare che il proprio silenzio la contagi.

Si potrebbe provare indifferenza anche per la voce di Tom Waits?

Scrivo per non ferirmi di più.

Non riascolto. Evito di respirare. Preparo la cena, ma non per me.

Certe carnagioni stupefacenti tolgono la voglia di rappresentare la bellezza.

Il mare attraversato, troppo mobile, pericolosamente immenso.

Ogni cecità, quando non sia veggenza, è incapacità di vedere.

 

8

L’arte, quando è iperbole o spoliazione, arriva al cuore di sé.

Se appaiono dei lampi, la valle diventa silenziosa.

Il rumore che immagini quando si aprirà la porta.

Si nasce da una carenza. Si arriva a una metamorfosi.

Ripeto con le mie parole le idee degli altri, perché diventino mie.

Le nuvole mutano sempre. Non come le pietre, o come certi deliri.

Uno sconosciuto giudica pazzo lo sconosciuto che gli sorride.

Perché mi sveglio come se qualcuno avesse dormito dentro di me?

Ci sono dei tramonti, da qualche parte del mondo, che non riesco ad immaginare.

I sordi lo sentiranno risuonare, il colore?

Non ci sono che immagini. E, alla fine, non si riesce più a vedere nulla.

Si lavora nell’ombra, osservando le radici.

 

9

Camminare con la testa sempre voltata.

Fa notte. Inizio a scrivere nella pagina che non vedo.

Il miraggio rende le cose fantasmi credibili.

Quando non si sogna, le notti sono troppo buie.

Aveva l’incubo di cadere nel mondo.

Non si tenne eretto per una forma di vendetta contro gli uomini.

La scrittura non libera dalla scrittura.

Ci sono ricordi che, inutilmente, attribuiscono a me.

La pagina è scura, e da riscrivere sempre.

Ci sono abissi che solo chiudendo gli occhi dimentico.

Si scrive soli e al buio, mai essendo adulti.

Se un sogno è segreto allo stesso sognatore, può essere ancora sognato.

Solo i venti si oppongono all’aria.

 

10

L’artista vive dentro un sonno vigile, da cui trasfigura il mondo.

Se l’idea è originale, la lingua si adatti all’idea, trovando forme nuove.

La poesia vive nel sonno che ne matura il risveglio.

Le parole, scritte e riscritte, non pérdono energia.

Ogni poesia reale è una fulminea distruzione/ricreazione del mondo.

Le verità sono soprassalti.

Invecchiare significa arrendersi alle risposte.

Trascorse gli ultimi anni raccontandosi gli incubi della mente materna.

I veri artisti si nascondono attraverso le loro opere.

Attendere. Scrivere. Tornare ad attendere.

Menzogne da cui urgono verità.

 

***

20 pensieri su “Nottario (I, 1)”

  1. quindi ogni grande scrittore, è un uomo fallito.

    sonno, soprassalti, poesia, carne, ombra… insomma tutto l’armamentario che occorre per passare sulla terra.

    bravo marco.

    (di servizio: francesco passami il tuo recapito che ti mando una cosetta)

    1. Caro Franco, potevi almeno “sprecare” un link – un “contributo”, sia pure simbolico, alla fatica e al tempo impiegati a preparare il post.

      Una “comunità”, del resto, si forma e si consolida anche attraverso “atti” del genere…

      Ciao.

      fm

  2. “Ogni grande scrittore è un uomo fallito”? Mah! Non mi sembra di averlo scritto direttamente. Ma fra le righe, chissà, forse è vero. Uno può leggere tutto. Tutto “l’armamentario”. Che, d’altronde, non è certo cosa nuova o che abbia pensato io per primo. Ci si sono arrabattati tutti, gli scrittori, a evocare il nulla. In modi più o meno convincenti. Io, ad esempio, per come ho sempre teorizzato, scrivo sulla scia di chi scrive, e mi cancello scrivendo. Può essere un esercizio disturbante o suggestivo. Comunque, “Nottario” è un libro molto privato, che esce dal suo segreto solo grazie alla Dimora
    Grazie Elio, Natalia, Lucy, Franco.
    E Francesco, in primis.
    Marco

  3. “Raffigura il suo fallimento con opere adeguate”. Mi ero dimenticato questo aforisma. Sì, Elio, hai ragione. Ma tutto sta nell’adeguatezza. Fallire non è solo caratteritica dello scrittore ma dell’uomo in quanto mortale. Beckett docet.
    Marco

  4. “Ogni artista autentico raffigura il suo fallimento con opere adeguate.”
    infatti è da lì che poi ho scritto un po’ ironicamente la frase…
    sia chiaro poi che l’umanità fallisce sempre anche per i non scrittori e “senza” opere adeguate…

    marco, posso dirti invece che Nottario secondo me dovrebbe trovare la carta stampata? E uscire dal segreto? per una volta, va, te lo voglio dire…
    trova un editore…

    [approfitto di rebstein per dare la notizia della morte di Tolmino Baldassari, ieri all’ospedale di Cesena, che mi è stata comunicata da Lauretano.]

  5. Questi aforismi in versi o versi aforistici (o verso l’aforismo dei versi?) li ho letti con ingordigia.
    Ho riconosciuto tutto (o quasi) nella poetica di Marco Ercolani, tutto ho condiviso, tutto vivo costantemente come un’ossessione.

    “L’origine è allontanare da sé la propria origine.” – questo, il verso che, in questo momento, ho scelto per riassumere a me stesso tutto.

    Grazie

    Luigi

  6. Elio, forse lo troverò se non lo cerco (ma chissà se diresti lo stesso avendo letto il Nottario integralmente…).
    Grazie anche a Luigi. “Versi aforistici ” è una bella definizione per la mia lunga ossessione. Per chi conosce la poesia, sa che il solo maestro di questi miei testi (poetico-filosofici? estetici?) è René Char (ma lo Char senza glorie retoriche, quello disincantato, aspro e oracolare che Francesco conosce bene e che mi è stato compagno per trent’anni e oltre di scrittura.)
    Marco

  7. Io credo che “fallimento” sia in realtà un decadere della propria natura limitante, ad “altro”. Una specie di trasferimento o trasformazione da ciò che ci supera certo, ma che va verso ciò che non è più superabile. Del resto questo è l’unico miracolo concesso all’arte. Se si intrerpretasse fallimento in un codice esclusivamente umano, si escluderebbe persino una pur minima operazione linguistica, che di per sè è spostamento, accellerazione, finalità. Inoltre, l’aggettivo “adeguato” non avrebbe, come ha, un significato di valore.
    Poesie non aforistiche, a mio giudizio, ma visionarie, dal momento che ciascuna contiene un nucleo ossessivo appunto e snodabile in mille
    significazioni logiche.

    Cristina Annino.

  8. “Fallire e fallire sempre meglio” Beckett ci insegna. Ma non è questo il punto, come intuisce Cristina (che ringrazio). Il punto è “l’adeguatezza”, cioè la propria personale visione del mondo, del limite e dell’illimite. Essere adeguati significa fare ciò che a noi, e proprio e solo a noi, è consentito (non consentito, ordinato!) fare. Ogni artista non ha molte cose da dire. Forse ne ha una, e talvolta mezza. Ma deve sapere tutto di questa mezza cosa, di questo mezzo tono. Deve diventare maestro di cerimonia di quell’unico segreto di cui è messaggero. Dopo, si tratta di inezie: tecniche, scritture, variazioni. Ma il tema è stato dato. La litania è quella. Punto. E poi, che nessuno la ascolti, ovviamente.
    Sentenze visionarie, direi, le mie: non poesie.
    Un abbraccio.
    Marco

    1. Sai Marco, all’inizio pensavo che i miei testi monoargomentativi fossero il frutto di un limite. Ho provato a scrivere di altro ma non mi è riuscito. Poi ho guardato bene e moltissimi artisti (se non tutti) hanno la loro ossessione. Pare come se sia l’ossessione a servirsi di loro per trasfigurare la sua natura. Ciò che cambia è (o può essere) lo stile. L’ossessione resta. E ciò che dici è una conferma.

      L

  9. “Oltre la possibilità, cosa esiste?”

    La domanda è serissima. Marco.
    Di quelle da mettere via, e rifletterci bene.
    Un saluto

  10. molto bello questo “nottario” e soprattutto bello che sia “per la mano sinistra”
    dato che di solito non sa (o non dovrebbe sapere :)) cosa fa la destra (che qui scrive,,,scrive…eccome!)
    e soprattutto perché tale dedica sintetizza: manu fatti per umani

    e così già nel titolo e sottotitolo ci appartieni dentro una volta, di volta in volta bianca o notturna, contemplata o spiata dalla propria finestrella d’occhi e sensi, e poi scritta per lampi (“Le verità sono soprassalti” -già :)-) degli aforism (lirici)
    del sonno e della veggenza, dell’occhio che nel battito poi restituisce il diritto della visione e il suo capovolto sulla retina :
    “I miei paradisi sono sotterranei”

    Più in particolare mi piace come venga sottesa e restituita la specularità complementare
    “Durante il giorno scrivere parole che scaturiscono di notte”,
    che non è solo quella degli emisferi cerebrali che sovrintendono alle mani,
    ma anche, appunto, quella di giorno / notte, luce /ombra (secondo un tema che ti appartiene fortemente), plurale/singolare (“Le tenebre plurali, la notte unica” – meraviglioso dentro / fuori!), la pagina / il libro, io /l’altro, stasi /movimento, ecc..,
    secondo un empito centripeto / centrifugo (“Menzogne da cui urgono verità”)
    anche dell’opera
    perché
    “L’origine è allontanare da sé la propria origine.
    (che come Luigi sento qui essere il passaggio portante)

    Beh, a te e alla Dimora: grazie!
    ciiao!

  11. Grazie del passaggio, Margherita. “Le tenebre plurali, la notte unica” sono l’essenza del mio pensiero. Che è sostanzialmente illuminista e semplice. La “notte unica” è la psicosi dell’uomo. Le “tenebre plurali” la libertà dell’uomo che di questa notte cerca di venir a capo con i “soprassalti delle sue verità”. Specularità, contrasto. “Allontanare da sé la propria origine” mi sembra un compito essenziale per rendere la propria biografia, che è sempre il proprio punto di partenza, non tanto un resoconto di fatti personali quanto il tema assoluto e insieme condivisibile che la attraversa.
    Dire “nottario” è dire: “faccio il mio diario di notte”. Ovvero, come diceva Rimbaud, strappo i miei taccuini di dannato.
    Ma i dannati, ormai, non esistono più. Sono espressionistici e anacronistici. Esistono ancora gli scrittori veri e assoluti, visibili o invisibili che siano, e hanno la fortuna/sfortuna di portarsi sulle spalle un passato più lungo e più dolente di scritture e di pensieri. Vedi il post borgesiano Bolano, che ha sempe pensato i suoi libri con ironica grandezza.
    Grazie a Nadia. La domanda è serissima, vero. E anche superflua.
    Con affetto.
    Marco

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