Città biografiche

Luciano Mazziotta

“In tutta la raccolta ho voluto disseminare un interlocutore, un destinatario del messaggio. Il destinatario è indecifrabile e non identificato ed è quello che in poesia si chiama “tu lirico” o “tu istituto”. A proposito di questo “tu istituto” mi sono voluto confrontare, con un immane senso di inferiorità, con la tradizione della poesia del secolo scorso. È veramente difficile scrivere poesie con un “tu lirico” e non pensare alla tradizione italiana che va da Dante fino a Zanzotto. Ma proprio riguardo al Novecento, il mio tu lirico è una suggestione che mi proviene da poeti della Linea Lombarda come Giudici ma soprattutto d’impronta montaliana. Le poesie più vecchie della raccolta (Mors bellum) le ho però scritte sotto un’irrefrenabile passione-lettura-delirio per il Gruppo 63, ed in particolare per Sanguineti. Nonostante le auctoritates facilmente individuabili ti devo confidare che senza l’amore per Majakovskij non avrei mai deciso di scrivere un verso. Majakovskij per me è stato tutto, un padre culturale, un padre poetico. Adesso mi trovo sempre meno a leggere sue poesie, alcune non mi colpiscono più come un tempo, ma come direbbe Paolo Nori del suo Chlebnikov, per me Majakovskij non è classificabile, per me è molto di più.”
(Luciano Mazziotta, da un’intervista a cura di Claudia Mirrione)

 

Testi
(Luciano Mazziotta, Città biografiche, Zona, 2009

 

      Pensa se fosse così la città

Pensa se fosse così la città,
se ci fossero le auto ferme
ai semafori, e se allo stop
bloccassero i cerchi in lega
e facessero un cenno con
gli abbaglianti. Se gli abitanti
abitassero, se sui muri ci
fossero luci e pubblicità;
se ci fossero spazi pubblici,
e se li battessero prostitute
clandestine, nere, tailandesi;
se nascessero ristoranti cinesi
come funghi, e se i funghi
ce li mangiassimo, in qualche luogo
ci innamorassimo e parlassimo
almeno una volta al giorno.
Se fosse un punto di ritorno,
se non si aggirassero né angeli
né dei, se ci si buttasse dai ponti,
se si morisse costantemente;
se si nascesse in ospedale:
se ci si sentisse bene,
se ci si sentisse male.

Pensa se ci fossero chiese,
e case popolari, e quartieri;
se ci fossero regolarmente
differenze di classe, e un asse
che la dividesse in due,
e un altro che la dividesse in quattro;
se ci fosse più di un matto,
e se si svolgessero giornate
alla memoria, alla gloria,
in morte di, in vita di;
se passassimo i venerdì
ad ubriacarci, non controllarci,
e ci sedessimo sulle rovine,
sulle vetrine; se sulle cartoline
ci fosse scritto: “Saluti da”.
Sarebbe questa una comune
Città?
        Saremmo noi comuni?
Se la città fosse com’è,
sarebbe “essere”, uno o tre?
Se tutto fosse così com’è,
sarebbe per gli altri o di per sé?
Se possedesse ciò che è,
                                  la città,
potrebbe fare a meno di te?

 

Sezione “Metacittà fisiche

      La risurrezione di Lazzaro

“Discorso, discorso, discorso!”
le mani applaudivano a tempo
le giacche azzurrine spillate;
Gesù non sapeva che dire.

Dinnanzi al sepolcro sorelle
Marta, Maria e una mercedes:
sul cofano la crocifissione
(flashback o anticipazione?).

Il limen, la soglia, la pietra
e dietro la lebbra negli occhi
le ombre scorrevano fitte
e lui si vedeva conoscere.

La vista a volte trattiene
Le ombre per ozio assegnando
Un nome, e la visione si fa
Materia se è condivisione.

L’abitudine rende il torpore
Normale, e l’ombra apparente
Diviene compagna, divenne
Compagna, tessuto tangibile.

Nell’ipnosi un mormorio
E applausi in playback lontani
Da festa di compleanno in cucina;
la voce:”vien fuori, cammina!”.

Era morto un uomo, prima;
risorgere è un verso svuotato:
di carne era sceso nel tartaro,
rivive in chat da nickname:
                                    Lazzaro.

 

      Medio in oriente

Le mura, molli, di casa si reggono
in piedi da sole; puoi chiudere invano la porta,
eppure la televisione del coinquilino
continua a filtrarle, e si sente
quello che dice e che fa; trasporta
le sue liti e la serenità postuma
nella stanza adiacente; le mura di casa
cuscino e piscina, in cui tuffarsi vestiti,
si lasciano sfiorare dalla testa e dal pugno
per dire “Silenzio”, e quando lo hai detto,
sai che nessuno ti ascolta: ascolta
lo sparo delle vecchie mura di casa
la cui minaccia imminente è la porta.

Come sono umane le mura di casa…le mura
Che lasci e ricordi tra sfida e paura.

*

I muri amanti di muraglie
Si ergono tra soldati e mitraglie:
non crollano, non crollano mai,
si spostano, semidei, lontani da noi
(severi, austeri, monasteri di eremiti)
da Berlino a Beirut a Shangai-
i muri non crollano, non crollano mai.
Sono stati cinesi, sono stati tedeschi;
hanno complottato con le nazioni;
così palesi figli di servizi segreti
cercano le nozze attraverso il divorzio.

I muri, semidei si muovono e delimitano
La storia, producono periodizzazioni,
si improvvisano trincee: troppo maschi
e troppo forti vecchi reazionari
si sconvolgono per le alterità,
veline militari approdano a Gaza.
I muri soluzioni di bellicosi
Mortificano la terra madre
Col loro seme infertile
E solo gli aerei collegano
Gerusalemme a Gerusalemme.

Il muro da un lato Palestinese,
dall’altro lato è Israeliano
come due vicini che si guardano coi cannocchiali
ad innescare liti condominiali.
La schiena, la schiena sfregiata
È l’unica parete da riverniciare
Coi cerotti, per l’emorragia fendente,
scissione immanente, medio
                                     in oriente.
Non singhiozzare, non singhiozzare
Come me dal telefono in una cabina:
piangi reagendo, donna mia, Palestina.

 

Sezione “Stazione centrale

      L’aereo

L’aereo che ti porta e riporta,
che parte e riparte è segmento
Che collega un presente estremo
e un passato e un futuro che calano
Ad imbuto su ciò che vuoi ricordo
E avvenire (sorgente e foce del rio);
Nel mezzo, capitato a caso, ci sto io.

Io, troppo detrito, per esserti speranza,
troppo vicino per esserti distante,
troppo lontano per esserti memoria
nitida. Memoria timida, colpevole,
segreto assoluto, imbarazzato saluto
che anche tu dubiterai di aver saputo,
ingannata da un sentimento che forse è.

L’aereo che ti sposta, sosta ancora qui,
ad incontrarci e viverci confusi, disillusi
come due malati stanchi di curarsi,
nell’incertezza del proprio avvenire,
pur certi di quello che ci dovremo dire:
è stata una bella esperienza la tua conoscenza
ma avrei sopravvissuto anche senza.

Si, abbiamo straparlato per dirci ancora
Qualcosa, ci si saluta con un abbraccio,
tu taci, io taccio, il tuo volto dice: che faccio
qui? È così semplice non pensarsi più!
So che la tua sarà solo memoria personale
Condivisa con me,e il concetto sicuro
che ero troppo presente per esserti futuro.

 

      Viaggio precario

Il volo è un low cost qualunque,
quello di una compagnia che soddisfa
il nostro bisogno di atopia, sì
di trovarci lì e con pochi euro altrove
dove forse mi puoi venire incontro
se all’ultimo momento hai trovato il biglietto
del bus che fa la tratta città – aeroporto:
qui l’utopia, lo spazio che si nega,
non già perché vergine ma stanco
di check-in e metal detector
appaltati a ditte senza padroni.

Magari le hostess mi fanno lo sconto
Sul panino imballato in Corea
E si concedono al mio sguardo nascosto
Tra il libro, l’iPod e la loro divisa
Precaria: qui, a mezz’aria, i viaggiatori
Stretti e cordiali si sentono pari
Ai volatili Alitalia: alla fine
I servizi del volo sono cari
Ma c’è sempre l’euforia di una lotteria
(dentro, in infermeria, l’equipaggio
sa di essere fermo, mentre gli altri in viaggio).

Si riprendono i bicchieri prima
Dell’atterraggio e immemori passeggiano,
ti mettono la cintura, insomma tutto
a misura, contemplato dal contratto
a tempo determinato da partenza
ad arrivo: ecco l’aereo è atterrato.
Cellulari che si accendono, sonerie
Che risuonano – sono atterrato – sono
L’sms che compare sul mio schermo,
una scritta da cancellare e leggere appena.

La memoria è piena, il bus anche, io vuoto:
non ci sei a condividere il mio ingresso!
Era il tuo turno, il mio arriverà presto:
lo chiederemo insieme allora il permesso.

 

Sezione “Percorsi inversi

      Scolio

Se tu sapessi cosa significa
Per me Hamburgo, anche il nome ti sarebbe
Ignoto; perché è una visione estatica
Sulla carta geografica, che compare
A giorni alterni: lì si illuminano
Gli inverni,
              come stelle ubriache
Sul viso del grande puffo che sempre è.

Ogni numero sarebbe inesistente
E neppure la vocina che a te
Lo rende noto avrebbe qualcosa da dire:

Tanti stanchi beep da elettrocardiogramma
Batterebbero il palpito del tuo udito
Verso il segnale continuo che crea
La tua incoscienza – nell’eleganza
Del non sapresti cos’è per me hamburgo,
e cosa sei tu quando Hamburgo è,
perché ogni appartenenza è immanenza,

ed è il luogo la condizione di presenza.

 

Sezione “In versi

      Smentite .!?

Doveva essere un riaccendere
La contraddizione, un fare
Schermo alla mia insicurezza
Con la fermezza, con la freddezza,
col comunismo e col cinismo di cui
mi accusavi;

Un’ascesa, una purificazione
Edificante in treno, sul treno
Che puzza di passeggeri che dormono
Nella cabina da sei da soli
E aprono gli occhi, la mattina,
fermi-in movimento (farmaci) sudati:
-Siamo arrivati?
-Forse si – infastidito rispondo
aspettando di essere ripartorito.

Dovevo esplorare lo spazio di poeti
Di imperatori, prosciugare l’ematoma
Con Roma, con incontri costosi
Di puttane gratuite: nuova gente, nuove vite:

dinamite di damnatio memoriae
(Mnemosine a Rebibbia), i miracoli del Socing,
dirti anche io “Entschuldigung!
Con trenta euro sono stato binario
Orario, calvario,
apolide per un giorno.

Dovevo tornare in reazione
Post distruzione rivoluzionaria,
il classicismo che si riafferma
con l’ordine, l’ordito della
mia ataraxia,
tra scaffali di poesia
sempre più sterili.

Dovevo! avrei dovuto!
invece ancora dovrei; io non torno.
Tu sola hai il dono dell’intermittenza,
sia pure metafisica:
me la fisica non trasumana,
la materia mi fa me, mai
quello dopo; sonnolenti corpuscoli
mi impetrano:
Sono lo stesso di sempre
Mentre e durante:
la resistenza è introiettata:
niente mi epura
la mente.

 

***

28 pensieri su “Città biografiche”

  1. Un lungo viaggio nel presente, quello che si fa leggendo le poesie di Luciano. Nella contemporaneità piuttosto che nella modernità, a testimonianza del fatto che ciò che sta accadendo hic et nunc ci ha già superati e, subito dopo di noi, ha superato anche ciò che credavamo essere il futuro. Constatazioni, piuttosto che suggerimenti o visioni, di fatti dati.

    Il contrasto è ciò che più colpisce di queste descrizioni poetiche del reale di cui siamo responsabili (responsabilità sempre presente): la pacatezza del linguaggio accoppiata alla carnalità degli argomenti, lo stile classico invaso dalla terminologia del XXI secolo, la liricità della materia.

    Non tutto è perduto nonostante tutto, perché

    “La vista a volte trattiene
    Le ombre per ozio assegnando
    Un nome, e la visione si fa
    Materia se è condivisione”.

    Una delle più intense dimostrazioni di fiducia verso la parola – ma ci salverà?

    Luigi

  2. … deve salvarci, o comunque ci prova -consciamente o inconsciamente – è resistenza, narrazione che denuncia, ora ironicamente (v. Lazzaro, etc..), ora con dolente mal celato smarrimento. E’ intima resistenza che si racconta in un viaggio attraverso le “polis”, nucleo vitale cui tutti apparteniamo senza mostrarne appartenenza: singoli individui di una collettività alla deriva.
    sono una più bella dell’altra, ma *Medio in oriente* mi tocca in modo particolare.
    Un grande libro, una grande persona, Luciano.
    n.

  3. non saprei scegliere, non c’è “il testo che più mi ha colpito”.le poesie di Luciano sono testimonianze appassionate che leggo e rileggo sempre con la stessa curiosità e simpatia.sono tutte belle!è’ un ottimo esordio.Saluti;)

  4. anche per me è così, non saprei scegliere, significative a oltranza tutte, mi sembrano un pò alberi, un tronco centrale che poi non è più così importante perché se ne dipartono rami di altrettanta bellezza e suggestione.

    “Io, troppo detrito, per esserti speranza,
    troppo vicino per esserti distante,
    troppo lontano per esserti memoria
    nitida.”

    scelgo questi versi per me, perché mi rappresentano.
    grazie.

  5. “-Siamo arrivati?
    -Forse si – infastidito rispondo
    aspettando di essere ripartorito”

    la polis cui accenna Natàlia era anche terra-madre, da cui nascere e in cui attecchire le proprie radici,
    ma le città di oggi sembrano sempre più avvezze a non consentire radicamenti o appropriazioni.
    certo, la mancanza di fili conduttori e ci coesioni induce il “transito”, ma più che la ricerca di una strada precisa, nelle città di oggi vige la regola del girovagare senza meta né senso.
    tra nostalgia e denuncia mi sembra che Mazziotta dissemini un palinsesto di comuni aberrazioni e di desideri repressi che mettono a dura prova qualsiasi tipo di atarassia.

  6. “Nel mezzo, capitato a caso, ci sto io”

    Della scrittura di Luciano apprezzo in particolare il suo modo di osservare, di decifrare, di descrivere. Descrivere i luoghi, le città, per raccontare le vite, lo spaesamento, con lucidità e ironia (piaciuta molto “La risurrezione di Lazzaro”). Uno sguardo a tratti alienato, lo sguardo del marziano catapultato sul pianeta Terra, che si ritrova a fare i conti con le piccole e grandi assurdità “occidentali” con le quali ci ritroviamo quotidianamente a convivere.
    Complimenti sinceri a Luciano, e un caro saluto a Francesco.

    stefania c.

  7. Beh ripeto il mio grazie a tutti. I vostri commenti sono suggestioni in più per una nuova produzione poetica. Avete colto nel segno. Rispetto alle puntualizzazioni di Natalia ed Enzo…confesso che entrambe confluiscono nella mia “produzione di versi”. Radicamento alla “polis” sì, ma come direbbe il vecchio Lindo Ferretti, “la polis non c’è”. Viviamo tutti più o meno in una condizione di “nomadismo culturale”.
    Un grazie infinito va però a Francesco che ha deciso di rendermi partecipe di questa pagina culturale (una delle migliori in Italia) attraverso la pubblicazione delle mie “nugae”.
    L.

  8. Mazziotta non cerca la musica, tutte le rime sono interne come un malore e perciò implodenti e per così dire “dissociative”, e percussive, e perfino ridondanti (ovvero oversized): cerca di trasmettere l’inquietudine, le sabbie mobili, il disagio, l’insofferenza, l’inconclusione, l’aporia urbana, la liquidità ma melmosa, il sorriso/smorfia, il “transito” (ha ragione Enzo), l’ à rebours, il reverse engineering del quotidiano che sarebbe un desiderio e invece è solo ripetizione. Cerca di dire questo. E ci riesce.
    Come in tutte le biografie, i fatti sono già avvenuti. Non si torna indietro. Prendiamone atto.

  9. Caro Giacomo, la settimana prossima Mazziotta sarà qui con una serie di testi inediti – secondo me superiori a quelli del suo pur notevole esordio.

    Da seguire.

    Ciao.

    fm

  10. Ringrazio nuovamente Francesco per la gentilezza, la cordialità e la poesia della sua poesia (rebstein e lui, ovvero rebstein è lui siete i miei padri culturali). Ringrazio Francesco e Giacomo perché senza di voi tutta una generazione di poeti sarebbe in ombra: nel senso di: ignoranti, dato che senza di voi la nostra consapevolezza sulla poesia contemporanea sarebbe pari allo 0, ed in ombra nel senso che molti di noi sarebbero del tutto sconosciuti. Quello che dice Giacomo inoltre sul malore implodente delle mie rime interne, è veramente centrato. Molto spesso sono state fatte considerazioni sulla mia poesia, degli apprezzamenti per l’ironia cui io non ho saputo cosa rispondere. è vero, a volte ironizzo sul lessico filosofico, ma il martellamento è il pulsare della condizione di “atopia” in cui ci troviamo, di non-luogo, di precarietà assoluta. Non voglio essere ironico. è la realtà che è tragicomica. aporia-urbana sì ma nel senso di pluralità di città di appartenenza, frutto del nomadismo culturale coatto, cui effetto immediato è la perdita di identità primaria.
    Sulle poesie che verranno pubblicate la settimana prossima ti ringrazio adesso, in anticipo e lo farò anche la settimana prossima.

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