La fabbrica e il giardino segreto

Rosanna Fiocchetto

LA FABBRICA E IL GIARDINO SEGRETO
Il “Taccuino Nero” di Nadia Agustoni

I turni di lavoro in fabbrica, il paesaggio che circonda gli insediamenti industriali, e il “giardino segreto” della poesia. Questi i mondi esterni e interni del “Taccuino Nero” (Le Voci della Luna, 2009), ottava opera di Nadia Agustoni. Ma sono mondi sempre decostruiti dall’autrice, attraverso testi individualmente de-generi che si distaccano nettamente sia dal genere letterario operaista, sia dalla connotazione di scrittura “femminile”. Qui siamo di fronte ad un soggetto poetico universale che, nell’oscillazione tra “io” e “noi” – un equilibrio pendolare tra singolare e plurale che non è affatto identitario, ma fortemente dialettico – assume una dimensione epica, dilatando il quotidiano e l’esperienza personale mediante il prisma di una filosofia dell’esistenza che utilizza il singolo sguardo per decifrarne il senso o gridarne la smisurata insensatezza.

Sottolinea questi multipli “orizzonti di significazione” anche Francesco Marotta nella sua prefazione al libro, notando come “la realtà della fabbrica coi suoi ritmi degradanti e la reificazione dei gesti e delle parole” sia solo una traccia; “la più visibile sul sentiero della lettura”, ma non utilizzabile “come unico approccio”, al quale vanno invece affiancati altri “elementi fondanti” come la memoria storica, culturale e politica, lo scavo nel linguaggio, la resistenza tenace alla “fisiologia del degrado”. Marotta ben riconosce nello “sguardo nomade” di Nadia Agustoni l’ “inviolabile sostrato etico” e la irriducibile libertà della poesia.

Il “Taccuino Nero” è una struttura aperta composta da tre segmenti: “Fabbrica”, “Paesaggio lombardo e voci”, e “Frammenti”. La prima parte – spiega Agustoni stessa nelle sue preziose e non trascurabili note finali – racconta “quello che viene fatto a corpi e menti”, e “come questi corpi e queste menti si salvano o non si salvano”. Dal “lavoro dell’alba / shock mattutino” al “lavoro della sera”, nel noi collettivo che è “parodia di insetti operosi”, “ci si stanca a vivere e a fare il dovere nostro”, amaramente sapendo che “siamo condannati ai sogni al futile disegno dell’incerto”, ad “avere vita arsa di cose / che non ci comprendono” . Ma all’ “arte di produrre gente che obbedisce” sfuggono gli inaspettati sortilegi della poesia: “Nel prato c’è un pizzico di sole che pizzica la rete, / in rettangoli il giorno tramonta, viene fuori un grido sul tardi / che schianta gli altri suoni e la notte ci imbocca d’aria / mostra stelle vere, una dolcezza incurabile”.

La seconda parte del libro, “Paesaggio lombardo e voci” – come postilla Agustoni – “mette in evidenza un mondo di confini e marginalità industriale, ma anche di un’umanità che non crede più a se stessa e si osserva con ironia e anche con rabbia”. I versi delineano un settentrione in cui “come un’asta sul quaderno / non faccio niente più che esser segno / di sola vita”, e dove, senza nostalgia del futuro, “siamo chiusi nel nostro contrario, abbiamo spaventi / grandi e grandi illusioni, andiamo senza cammino girovolando”. Fra il sentimento patente dell’alienazione (“C’è in questa terra un non appartenere che sfiora gli occhi”), il ricordo dei “piccoli maestri” partigiani (“e sognavano loro e noi sogniamo ancora questa scemenza / di un mondo migliore, di gente che ama la gente”), e la disillusione dei “tempi nuovi / un’età in cui il rumore è tutta la vita” – tempi disperanti “perché il mondo non cambierà, / non un’altra volta, non per noi” – la lancinante nostalgia di Agustoni per un passato ancora recente in cui “c’era paura a non credere in qualcosa” strappa con forza testarda da un “esilio doppio” la risorsa salvifica di una lingua nuda, a contatto con l’anima, che le consenta di affermare: “io vivo”. Compagni ideali in questo percorso di scavo creativo sono i poeti e gli scrittori prediletti, presenti in sottotesto: Blake, Whitman, Pavese, ma anche Meneghello, Rigoni Stern, Fortini, Sereni, Milo De Angelis.

Concludono il “Taccuino Nero” diciotto “Frammenti” in prosa che Agustoni esplicita di aver incluso nella raccolta “con una certa difficoltà”, su consiglio di amici; confessando “ma rimango incerta”. A torto, perché queste pagine di memorie dell’infanzia e di un clima ancora semi-contadino (“l’impressione nostra era che il mondo fosse lì con noi e lo conoscevamo”), di mestieri scomparsi, di periferie mutanti, di immagini in piano sequenza, sono splendide. Tracciano atmosfere disegnate emozionalmente in modo quasi impressionista, ma insieme così nitide che rimangono sospese e presenti anche dopo le lacerazioni dello sguardo e del pensiero. In una sorta di dono finale, declinano semplicemente un altro linguaggio poetico, svelando una maturità espressiva che ha al proprio arco frecce precise, che colgono al cuore.

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Pubblicato nella rivista “Leggendaria”, anno XIV, numero 80, febbraio/marzo 2010, p. 51.
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13 pensieri su “La fabbrica e il giardino segreto”

  1. Le edizioni del circolo culturale “le voci della luna” pubblicano, a mio parere, le migliori proposte di poesia contemporanea. Un giorno farò veramente un’ingente spesa, a partire da “L’imperfezione del cardini” letto qui e su nazione indiana a questo libro meraviglioso di Nadia Augustoni…datemi un pò di tempo. L.

  2. ogni attenzione critica a questo libro è doverosa..cercare di diffondere la scrittura di qualità è un compito che spetta a tutti noi, in ogni veste, e questo è uno di quei casi in cui farlo è anche un piacere, V.

  3. C’è una poesia splendida a pa.66 di Taccuno nero che, come tante altre, esprime quell'”educata” disperazione di Nadia, educata dalla sua notevolissima parte creativa. Quasi due corpi in uno. Una disperazione sacrosanta perché illuminata sempre dall’intelligenza che guizza come un pesce in questa mezza realtà cattiva, col miracolo sorprendente di salvarla. Esatto.
    Almeno la fa respirare, consentendole di resistere nel/per la creazione costante di un suo status diverso, mentale; che costituisce la sua interezza, ma non può diffondersi a tutta la persona. Da qui la malinconia a volte feroce a volte oserei dire dolcemente autoironica, di chi sa bene quanto valga un IO compresso all’esterno e quanto possa intimamente ingigantire.

    Cristina.

  4. Questo libro è un grandissimo libro, di quella poesia di cui c’è bisogno.
    E di una densità rara.
    Anche se purtroppo non finisce nelle classifiche di Dedalus…
    Un saluto a Nadia e fm, con affetto.

    Francesco t.

  5. beh, Francesco t., meno male che è finita nella classifica tua e di tanti altri di cui mi è a cuore il parere!

    (purtroppo ho letto solo stralci, intensissimi, e non ancora l’intero (è quella dei libri desiderati una classifica interiore che cresce in misura inversamente proporzionale al tempo di cui effettivamente si dispone per sottrazione progressiva
    (però almeno adesso questa recensione “pulita pulita” di Rosanna Fiocchetto allarga un po’ la prospettiva che ne avevo, forse un po’ troppo concentrata sulle risonanze interiori della seconda parte del libro

    (un caro saluto a Nadia e a tutti

  6. Ringrazio Rosanna Fiocchetto e Francesco Marotta e tutti gli intervenuti, Luciano, Viola, Cristina, Francesco t. e Mario.
    La prima parte della recensione dice cose che mi stanno particolarmente a cuore.

    “Ma sono mondi sempre decostruiti dall’autrice, attraverso testi individualmente de-generi che si distaccano nettamente sia dal genere letterario operaista, sia dalla connotazione di scrittura “femminile”. Qui siamo di fronte ad un soggetto poetico universale che, nell’oscillazione tra “io” e “noi” – un equilibrio pendolare tra singolare e plurale che non è affatto identitario, ma fortemente dialettico – assume una dimensione epica, dilatando il quotidiano e l’esperienza personale mediante il prisma di una filosofia dell’esistenza che utilizza il singolo sguardo per decifrarne il senso o gridarne la smisurata insensatezza.”

    Anche la lettura di Cristina Annino sottolinea alcune cose che meritano una mia riflessione, perchè quella malinconia rilevata anche da altri ha più aspetti. E così la disperazione, che pure “educata” flagella il presente.

    Un saluto e buona giornata.

  7. Nadia, mi permetto una digressione burlesca: se Rosanna rileva che i tuoi “testi (…) si distaccano nettamente (…) dalla connotazione di scrittura “femminile””, allora vuol dire che ho qualche flebile speranza di riuscire a produrre anch’io, prima o poi, versi che si distacchino nettamente dalla connotazione di “scrittura maschile”

    (mi piace un sacco fare il gioppino per scoprire idee serie serie con lazzi irriverenti)

  8. il lazzo da secoli è un mezzo proprio per bacchettare quelle impennate che alcune parole, normali come le altre, fanno per ergersi a categorie – o che vengono fatte impennare dalle tendenze culturali di una certa stagione o di un’epoca

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