Omaggio a Giorgio Manganelli (I)

Giorgio Manganelli

Un libro non si legge; vi si precipita; esso sta, in ogni momento, attorno a noi. Quando siamo non già nel centro, ma in uno degli infiniti centri del libro, ci accorgiamo che il libro non solo è illimitato, ma è unico. Non esistono altri libri; tutti gli altri libri sono nascosti e rivelati in questo. In ogni libro stanno tutti gli altri libri; in ogni parola tutte le parole; in ogni libro, tutte le parole; in ogni parola, tutti i libri. Dunque questo ‘libro parallelo’ non sta né accanto, né in margine, né in calce; sta ‘dentro’, come tutti i libri, giacché non v’è libro che non sia ‘parallelo’.

[Nel ventennale della scomparsa, un omaggio alla figura e all’opera di Giorgio Manganelli, uno dei più geniali autori della letteratura italiana del Novecento. Di seguito, la prima parte di un’intervista esclusiva alla figlia Lietta, curata da Alessandra Pigliaru, e una riflessione di Enzo Campi.]

Alessandra Pigliaru
La parola sediziosa

La letteratura, scrive Manganelli, è cortigiana di vocazione, rifiuta di farsi moglie virtuosa, onesta e schietta compagna. Vanamente, prosegue, qualcuno la considera educatrice di figli sani ed eterosessuali, una consorte assennata e servizievole insomma che tende all’educazione come ad una sorta di ammansimento. La letteratura è invece diserzione, disubbidienza, menzogna, indifferenza come un voltare le spalle al mondo per potersi immergere autenticamente in quante più vite possibili; non è sinonimo di socievolezza, rifugge la buona coscienza, quella edulcorata forma di ipocrisia latente ad ogni saggezza collettiva. Lo scrittore, in questo senso, sceglie di essere inutile, di essere anche buffone, il fool. Nella scrittura di Giorgio Manganelli questo carattere buffonesco misto ad un forte senso di tragicità è la cifra del suo essere dissacrante, un gioco infernale di curvatura irrimediabilmente terrena.

La parola letteraria è infinitamente plausibile: la sua ambiguità la rende inconsumabile. In che modo la non consumabilità della parola può dipendere dalla sua ambiguità? In tutto e nel suo contrario, potremmo rispondere. L’ambiguità è infatti la stoffa stessa della poetica di Manganelli, non intesa tuttavia come qualcosa che si rende alt(e)ro ma come semina stessa della parola che si fa carne, segno e poi ancora significante fino a grattarne l’osso.

Ho sempre creduto che, insieme al lavoro faticoso e pedissequo dello studioso, ci siano alcuni scrittori con una certa tensione alla rabdomanzia nei confronti della realtà e del corpo stesso della scrittura. Credo che la difficoltà di entrare in rapporto alla scrittura di Manganelli stia proprio in questo aspetto; arrivare a rintracciare i suoi sentieri è impresa ardua e spesso scivolosa proprio perché quell’ambiguità (una forma di strana ipnosi) è strettamente legata ad un certo erotismo che si fa spazio nelle insenature del linguaggio: prima di vedere si avverte il senso del suo stesso colpire.

Qualche domanda a Lietta Manganelli (prima parte):

A.P. Pinocchio rappresenta per Manganelli quasi una dichiarazione di poetica. Era particolarmente legato al burattino, icona di tutto ciò che pensava e sosteneva intorno alla parola letteraria ma anche, se vogliamo, a quella speciale lente che aveva per leggere la realtà. Ci puoi raccontare come visse la gestazione del libro? In che modo Pinocchio cominciò a parlargli?

L.M. Faceva parte del suo Dna. Il più pinocchiesco fra gli scrittori del Novecento non poteva non amare, anzi adorare, lo stralunato burattino nato dalla fantasia di Collodi. Il “Pinocchio parallelo” e la conseguente “Intervista a Mangiafoco” altro non sono che l’ultimo atto di un amore nato molti anni prima, quando mio padre, seduto a terra, in calzoncini corti, sfogliava con avidità la pagine di quel libro fantastico per poi sciogliersi in lacrime disperate alla morte del burattino “maraviglioso”, che veniva sacrificato per dar vita all’inutile e banale “bravo ragazzo”, senza storia e senza nulla da raccontare.
Quando Mondadori gli chiese un commento a Pinocchio mio padre si entusiasmò. Ma non si può imbrigliare la fantasia e, soprattutto, non si può imbrigliare Pinocchio. Provò e riprovò, mucchi di fogli strappati ricoprivano il pavimento del suo studio, a malincuore dovette ammettere: “Non ci riesco”. Cercarono di venirgli incontro: “Provi a fare una parafrasi”, andò ancora peggio, si fece coraggio e fece la sua controproposta: “O mi lasciate fare quello che so fare o non se ne fa niente!” Gli dissero di provare, rilesse il Pinocchio e il libro scaturì naturalmente, Pinocchio prese il sopravvento, lo prese per mano e gli mostrò itinerari sconosciuti.
Presentò una prima parte del lavoro all’editore, non piacque. Gli dissero che lasciasse pur perdere, non era quello che volevano, per la strenna natalizia avrebbero pensato a qualcosa d’altro. Ma ormai Pinocchio pretendeva di essere scritto. I tre Pinocchi che, in scala, soggiornavano nel suo studio, lo incalzavano con timidi occhi di legno. Mio padre continuò, e, quasi per caso trovò un editore interessato. Einaudi se ne innamorò, rilevò il contratto da Mondadori e il libro vide finalmente la luce.
Fu accolto con entusiasmo da pubblico e critica.
Nel centenario della nascita di Pinocchio qualcuno, chi non è dato sapere, pensò ad un’intervista ad uno dei personaggi del “Pinocchio”, lo stesso qualcuno pensò a mio padre, che, affetto da una timidezza patologica e vigliacco in modo eroico, fu travolto dal panico. Tentò varie scuse, dal “non sono capace”, proprio lui che aveva intervistato i personaggi più inconsueti, al più onesto, anche se più banale “ho paura”. Monicelli lo convinse con una semplicissima frase: “Vedrà, professore, ne vale la pena”. Si mise al lavoro. Anche se all’inizio finge di essere in dubbio, di non sapere chi scegliere, mio padre sa benissimo che finirà per intervistare l’unico personaggio a lui congeniale, Mangiafoco. Pinocchio non si può, è un mito e non si intervistano i miti. La bambina, fata, strega, maga è troppo “madre” perché osi avvicinarsi. Rimane l’orco, l’orco fallito, l’orco che piange e si commuove, il disonore di tutti gli orchi del mondo, il più simile a lui. Ma soprattutto rimane colui che non l’ha mangiato da piccolo, che gli ha permesso di crescere, di diventare… cosa? Forse è proprio questo il motivo che rende così simili mio padre e Mangiafoco: il primo “dovrebbe essere un uomo”, il secondo “dovrebbe essere un orco”.

A.P. Veniamo alle interviste impossibili e a quella che fu ritrovata tra le carte di Giorgio Manganelli e che fu poi pubblicata da Sedizioni. Come pensi si sia deciso ad intervistare Dio?

L.M. “E per finire intervistiamo Dio”.
Questo deve essersi detto mio padre quando, dopo aver intervistato nell’oltretomba 12 personaggi storici, decide di cimentarsi nell’intervista più coinvolgente, ma certamente meno legata da vincoli di qualsivoglia genere.
Certo questo pensiero e questa volontà possono essere pura ipotesi, possono essere forse solo probabili, ma di certo non sono impossibili. Il fatto che il dattiloscritto sia stato trovato nello stesso classificatore che conteneva i testi di “A&B”, fa pensare che dovesse esserci una continuità fra i vari scritti. Anche l’andamento A e B, con l’entrata, introduttiva e brevissima di un B1, ricorda molto l’andamento delle “Interviste Impossibili”; e poi, pensandoci bene, quale intervista potrebbe risultare più impossibile e quindi più interessante, più vera, per un teorico dell’assurdo come mio padre, di un’intervista a Dio onnipotente?
Se nelle interviste a De Amicis, piuttosto che a Fregoli o a Nostradamus, ha dovuto necessariamente fare i conti con la loro storia, la loro biografia e i loro scritti, sia pur stravolgendoli, con Dio onnipotente è assolutamente libero di farGli dire tutto ciò che direbbe lui, se fosse Dio, appunto.
Iniziando dal fulminante attacco di questa stralunata intervista: riuscite ad immaginare qualcosa di più eccitante per chi ha sempre sostenuto: “non sono sicuro che le parole abbiano un significato, ma sono certo che hanno un suono” che avere l’opportunità di accorpare parole che messe una accanto all’altra non significano niente, ma che certamente emettono un suono, sviluppano un ritmo, una melodia?
Quanto deve aver intrigato mio padre l’idea di inventarsi un dio che trovasse estremamente pedagogico che fosse un sordo a raccogliere una parola d’ordine!
Quanto di mio padre c’è nell’affermazione: “Tutti sanno che io voglio essere amato! Anzi che amo essere amato!”.
E’ un dio frustrato, nevrotico: “Anche lassù ci sono frustrazioni, nevrosi…”, Certo parla di psicanalizzare il plenilunio, ma forse sottintende qualcos’altro, forse è proprio lui a dover essere psicanalizzato (non vi ricorda qualcuno?).
E’ un dio pieno risposte che esigono domande, non di domande che esigono risposte, che pensa che non esistano delitti inutili, che non ha nulla contro l’omicidio, ma che non tollera bugie rumorose. E’ un dio onnipotente che poi tanto onnipotente non è, un dio che deve sottostare ad una commissione, che deve ammettere, suo malgrado, che avrebbe voluto fare, ma…”Crede che mi faccia piacere dirle che non si è potuto far niente?”. Qualcuno sopra di lui, più potente di lui (ma allora che Dio è?) prende le decisioni e lui può solo sottostare, ubbidire. Non vi sembra che questo Dio formato Manganelli sia “mostruosamente” umano? Che forse mio padre stia intervistando se stesso, o qualcuno che gli assomigli, qualcuno a cui mettere in bocca ciò che nella sua vita ha sempre pensato, ma non ha mai avuto coraggio di dire?
Dopo tutto mio padre ha passato la vita a “riuscire a non riuscirci”, cosa quanto mai impegnativa, ma carica di soddisfazioni. Riuscire a riuscirci è talmente banale da risultare impossibile.
Come non riconoscere l’impronta di questo ipotetico Dio-Manganelli nella descrizione della fine del mondo; evento che in altri scritti di mio padre viene descritto come un accadimento “che, al punto in cui siamo, è inevitabile, onesto, sensato, che non si può rimandare all’infinito, che probabilmente potrebbe essere anche ‘bello’” e che qui viene ridotto ad “una notiziola di venti parole, fra le estrazioni del lotto e i pellegrinaggi del Santo Padre”?
Siamo nel regno dell’assurdo, luogo dove mio padre si muove come in casa propria, dove si trova assolutamente a suo agio, dove finalmente dimentica tutte le sue paure, luogo in cui, finalmente può dire quello che da sempre pensa, ma che, essendo “vigliacco in modo assolutamente eroico”, non ha mai avuto il coraggio dire, quel luogo in cui, dando voce a questo Dio-Manganelli o Manganelli-Dio può finalmente dire al mondo, a tutto il mondo: “non vi amo, ma odiarvi è troppo faticoso. Diciamo che mi fate schifo”.

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Lietta Manganelli si occupa della Fondazione del padre Giorgio ormai da diversi anni. Materiali preziosi per chi vuole avvicinarsi e/o approfondire la figura dello scrittore. Una nutrita biografia e la bibliografia completa delle opere aprono lo scenario intellettuale entro cui Manganelli si formò; soprattutto si può leggere l’elenco dei manoscritti fino ad ora individuati nel fondo. Nella seconda parte dell’intervista Lietta Manganelli parlerà in maniera più dettagliata dell’attività della Fondazione e del lavoro (insieme alle difficoltà incontrate) per promuovere e divulgare l’opera di Giorgio Manganelli.

In occasione del ventennale della morte di GM si segnalano le iniziative di Roma e Milano.
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Enzo Campi

Infinito ulteriore
(un cenno affettivo a Giorgio Manganelli)

Qualsivoglia appunto sull’affabilità del lessico manganelliano dovrebbe possedere i caratteri di un’assoluta “leggerezza”. Dove l’essere (divenire) leggeri è sintomo – dogmatico – dell’eterno vagabondare tra i flutti – solo lievemente agitati – di quel magnifico oceano che è la letteratura.

Vogliano scusarmi quindi, coloro i quali si troveranno, come dire, immersi nell’infelice esperienza di leggere questo mio sproposito, solo vagamente cognitivo e che si basa – più che altro – su fragili fondamenta emozionali.
E se le fondamenta sono fragili e per di più impiantate su friabili terreni argillosi, viene da sé che il palazzo sia destinato a crollare. Un effimero castello di sabbia, in balìa dell’acqua e del vento, dove ogni “dire” è altro da sé e quindi flusso che si dilata, dove ogni “tacere” tramutando il flusso in riflusso, nella sua illuminante contrazione, diviene – nemmeno tanto paradossalmente – essenza disvelata.
Quel suo “scrivere la scrittura” è aperto ad innumerevoli “punti di fuga” che, dondolandosi tra l’ineffabile e l’affabile – rischiando più volte di trascendere sul piano dell’affettività – non possono esimersi dall’abbacinare, dispiegando – a più livelli – strali di luce intensa, sicuramente effimeri ma nondimeno pregnanti, pronti a rischiarare il cammino di qualsiasi animale errante.
Nel risvolto di copertina (in quelle brevi – spesso fuorvianti – presentazioni, il cui unico fine dovrebbe essere quello di incuriosire camuffando l’assunto in un sunto che non riesce – quasi mai – né ad informare, né ad incuriosire, né tanto meno a riassumere) de: “La letteratura come menzogna”, si legge di una certa rivendicazione manganelliana verso quella che viene definita “letteratura assoluta”. Si potrebbe dire che in Manganelli l’urgenza di elevare ad un rango più alto non la mera descrizione ma la stessa “scrittura” venga considerata come una sorta di missione.
Che la scrittura (così come, del resto, qualsiasi altra forma artistica) sia “menzogna” costantemente applicata e terribilmente perpetrata, questo è indubbio.
Perché la scrittura manganelliana – se anche dovesse involarsi sui canoni cari alla verosimiglianza e alla mimesi – appare comunque “filtrata”, “squartata”, “sezionata” da un’entità viva, pensante e pulsante, con tutte le sue caratteristiche – più o meno spiccate – relative all’etica, all’estetica, alla filosofia, alla fisicità, al suo personale modo di intendere e vivere la vita, un’entità che non può fare a meno di travisare, camuffare, abbellire, nascondere.
Citati definisce Manganelli con l’appellativo “mirabile”, io aggiungerei un altro appellativo: “incantatore”. Non ci sono precedenti nella letteratura, nessuno ha mai saputo discorrere con evidente e pregnante acume ironico (quasi beffardo; ma d’una beffardìa leggera, carezzevole, suadente) dei massimi sistemi e delle regressioni animalesche, della regalità e della povertà, ecc., facendo scorrere sugli stessi binari dicotomie apparentemente inconciliabili. Nessuno ha mai posseduto una così forte carica disvelatrice nel definire come “attività losca” proprio quel suo instancabile indagare all’interno della “scrittura”.
Al contempo “sopra” e “tra” le righe, l’incredibile ventaglio delle sue disarmoniche armonie lessicali, inonda – straripando dagli argini incapaci di contenere la sua forza innata – ogni specie di terreno argilloso dove ogni incauto lettore compie già uno sforzo immane nel conservare l’equilibrio.
Ebbene, il flusso altalenante (nel senso di un movimento che culla, rassicura e rasserena) della prosa manganelliana non aiuta certo il lettore a riacquistare l’equilibrio perduto, ma lo aiuta a rendere “leggeri” i propri passi, lo predispone – idealmente – ad una sorta di levitazione e, laddove non fosse possibile – laddove il lettore, per eccesso di insicurezza o incapacità nel “darsi” e nel “ricevere”, non riuscisse a rendersi “leggero” – questo flusso, questa sorta di fluido benigno gli indicherà i punti precisi nei quali anche l’atto di sprofondare (del resto è pur sempre la nostra amata-odiata madre terra) può procurare un’enorme gratificazione.
Insieme a Calvino è stato uno dei pochi a dichiarare che metafora, linguaggio e stile sono i cardini essenziali d’ogni tipo di narrazione. Non il “romanzo” ma il “libro”, non la descrizione ma la “drammatizzazione” della scrittura stessa, in tutte le sue accezioni e combinazioni.
Con Manganelli non bisogna ricomporre il puzzle, ma ulteriormente smontarlo, scinderlo, moltiplicarlo, magari operando nelle pieghe della sintassi, nelle sfaccettature del senso, nelle fibre del “gioco”.
Perché è anche di “gioco” che si tratta.
Un gioco assunto a stile di vita.
E nel gioco manganelliano convivono un’inesauribile vena di positivo “sarcasmo” e la “fine erudizione” senza la quale il sarcasmo e l’ironia rischierebbero di sprofondare negli abissi della banalità.
In definitiva: erudito ma mai pesante, ironico ma mai banale, paradossale ma mai astruso. Tutto nella vita può tramutarsi in letteratura. Manganelli questo lo sapeva e per tale ragione arabescava lettere e parole in accostamenti considerati, nella migliore delle ipotesi, desueti se non impossibili. Perché Manganelli, in definitiva, è uno dei pochi scrittori ad aver “scritto la scrittura”.
Nel superbo affresco della scrittura manganelliana, si agitano forze – uguali e contrarie – sempre pronte a fuggire in questa o quella direzione, per definirsi in ascensioni e cadute. Ognuna di queste forze, naturalmente mutevole, sembra come danzare – felpata e leggera, quasi silfidea – alla ricerca dell’anima gemella, di un’altra forza – altrettanto miniata, minuziosamente arabescata – che possa ridefinirla, riplasmarla, che possa idealizzarla come “fulcro” dal quale ripartire.
Ognuna di queste forze è un artificio (sia “fuoco” che espediente, beninteso) perennemente ricaricato da un acume sottile e scoppiettante.
Io vedo Manganelli come un novello Tantalo che ruba l’ambrosia agli dèi e la sparge, a piene mani, su ogni specie di varie e svariate disumanità attraverso la sontuosa eleganza e la suadente impalpabilità del suo lessico.

La letteratura è “immorale”, la letteratura è “cinica”:

“Corrotta, sa fingersi pietosa; splendidamente deforme impone la coerenza sadica della sintassi; irreale, ci offre finte e inconsumabili epifanie illusionistiche. Priva di sentimenti, li usa tutti. La sua coerenza nasce dall’assenza di sincerità. Quando getta via la propria anima trova il proprio destino” (G. Manganelli – “La letteratura come menzogna”).

E chiunque di noi perseveri in quest’insana abitudine di inchiostrare qualsiasi tipo di supporto cartaceo, è – allo stesso modo – immorale, cinico e corrotto.
Per finire, nulla può essere più pregnante “del verbo” dello stesso Manganelli, una breve citazione da “Encomio del tiranno” che, mi auguro, leggeremo insieme a voce alta:

“… Forse è una buffoneria, anche questa, di perdersi nei capitoli; far confusione, di parole, di gesti, di destini, questa è stata sempre una qualità del buffone. Ad esempio, i pronomi. Io mi sono rivolto all’editore, al tiranno, al monarca con diversi e incompatibili pronomi; e se ora parlo a questo modo, peritoso e circonvoluto, è solo perché non vorrei dar l’idea che sto rivolgendomi appunto a costui; come usano i buffoni, io parlo all’aria. Ho usato il Lei; con la maiuscola, si intende; e in tal caso designavo non solo la distanza sociale, ma anche, o soprattutto, tentavo di ridurre tutto ad una sproporzione laica. E’ il momento in cui io, il tiranno – complemento oggetto – lo chiamo editore. Non è che editore non sia, ma che monta negargli la dignità monarchica, che dopo tutto è l’unica che possa garantirmi la funzione di buffone…”.

Mai “buffone” è stato più elegante.
Il buffone è morto.
Viva il buffone.

***

28 pensieri riguardo “Omaggio a Giorgio Manganelli (I)”

  1. una tale intelligenzanei nei risvolti di una figura solo apparentemente fiabesca.
    merita davvero letture e riletture, approfondimenti per i molteplici significati, che saranno, ne sono sicura, incatenati come scatole cinesi
    grazie

  2. Se non mi esprimo in merito è perché la figura di Manganelli è under costruction: troppo pochi ancora gli elementi per avere almeno l’impressione di una figura chiara.

    (Ho scoperto Manganelli grazie ad un altro post sulle sue opere proprio su questo blog – grazie Francesco! Ad oggi sto leggendo con lentezza le centurie ed in arrivo – settimana prossima – ci sono altri tre testi.)

    Se, tuttavia, mi esprimo in merito è perché leggendo i suoi micro racconti ho trovato in Manganelli quel raro rapporto dello scrittore per lascrittura, piuttosto che la scrittura per lo scrittore. Manganelli non vuole dire niente a parte dire, non vuole inculcare pensieri, esprimere opinioni, praticare eticismi. Manganelli scrive per la scrittura (come già sottolineato) e non mi sembra affatto poco.

    Luigi

  3. La sua scrittura, per me, un “colpo di fulmine”, un’invasione simultanea, il disorientamento che prende quando ti rendi conto di trovarti di fronte a qualcosa di eccelso che ti arriva addosso con la potenza di un uragano. Grazie per questa bellissima pagina a lui dedicata, grazie per quelle note così intime dell’intervista che mostrano il lato -umano- di chi
    “inarrivabile” si dice: “non ci riesco”…

    Doris

  4. Il racconto delle vicissitudini creative di Manganelli colpisce per la forza che l’artista sempre domina. E’ un demiurgo anticonformista e benefico, si mette in discussione ed è capace di spiegare quale approccio sia per lui quello giusto, rifiutando i compromessi. Manganelli non accettava un modo di lavorare che gli riuscisse estraneo, capiva l’esigenza insopprimibile dell’autenticità creativa, unita a quel sapore di avventuroso che la fatica di mettersi in gioco e creare comporta. Interressante la rilettura fornita dagli interpreti, sfaccettata e complice. L’intervista aggiunge elementi alla nostra comprensione dell’unicità dello scrittore. La riflessione di Campi è centrata sulla sua capacità (di Manganelli) di porsi come figura di “scrittore che scrive e ripensa il suo mito con l’artifizio della scrittura”. Ecco che compare il buffone, icona della creatività, ribelle ed unico. La letteratura è dunque il luogo della performance del buffone-scrittore, capace di padroneggiare l’arte della menzogna come ribellione alla tirannia della verità, piatta e precostituita. Essa è ancora riscattabile con l’audacia dell’invenzione, ironica e liberatoria, che va sotto il nome di scrittura.

  5. “Quel che segue non vuol essere un contributo personale, essendo io ben consapevole, come infimo, quasi inesistente, della mia pochezza e ignorantaggine; per cui in nessun modo oserei sollecitare l’attenzione dei miei, ironicamente, simili. Quando di me si sia fatto il catalogo dei liquami, e il censimento dei vermi, e il contrappello delle pelurie, che mai resterà di cui discorrere? Vedete dunque quanto io sia esperto della mia zerità, che si ritrae dall’esser niente affatto, solo quanto basta perché sappia di essere niente.
    Inetto a qualsivoglia audacia delle membra e della mente, io dedico la mia ostinatezza talpesca a queste compilazioni tra manovalesche e fratesche, cartafacci e regesti, che io oso sperare in qualche misura istruttivi. L’avaro, miope museante non larveggi glorie mondane e verità illuminanti; sia suo compito giustapporre nelle teche un’unghia di Cesare e un francobollo fuoricorso, una lettera di Amalasunta e un sunto di letteratura, secondo vogliono caso, fato, follia degli eventi; ad altri, trasalendo riconoscere l’impronta del pollice sulla trentesima monetina o, nel labirinto doodle che graffia una foglia risecca, un appunto per oracolo, autografo di Apollo.
    Si terrà dunque discorso nelle pagine che seguono della difficoltà di comunicare coi morti: spesso inglobando, per notizia dei lettori, taluni documenti di mano di coloro che alla intrapresa consacrano fatiche ed audacia; altre carte riassumendo e parafrasando, secondo consentono la mia ignavia e l’immedicabile stoltezza; il tutto steso nella prosa che comportano l’inopia lessicale, l’allampanata sintassi, e la mia quasimente ripugnante codardia stilistica. Ho talora osato mormorare ai miei lettori, forse distratti, o giustamente impazienti di pochezze, certe notiziole forforose, e che putono lucerna; e insinuare macilente noterelle; e tutto ho scritto intingendo la spennata penna del mio ingegno nel mio negrissimo inchiostro interiore; così come gli uomini compilano i propri sogni, intingendosi, pennini di se medesimi, nel calamaio della notte” (G. Manganelli, Agli dèi ulteriori , Adelphi, Milano, 1989, pp. 133, 134).

  6. Ritorno, si potrebbe dire; ma il ritorno, precludendosi l’eternità del «gesto», implica una responsabilità che qui, in questo contesto (o, se preferite, in questa dimora contestuale), intenderei differire ad altro e ad altri ben più edotti e adatti.
    Ritorno, dicevo, nei luoghi manganelliani, ma lo faccio da osservatore esterno, si potrebbe dire da intruso, senza nessuna ambizione critica e cognitiva, quasi decontestualizzandomi in un “cenno affettivo”, ovvero: nella semplice esternazione di un approccio emozionale volto, più che altro, a conclamare quella che lo stesso Manganelli definiva: “la difficoltà di comunicare coi morti”.
    Per cui concedetemi di ripetere per la terza volta la parola che ha inaugurato questa mia breve e inesaustiva nota: ritorno.
    Ritorno, certo, ma lo faccio ri-proponendo il punto di partenza, ovvero il testo da cui è stata estratta la “dichiarazione” che Alessandra Pigliaru ha, in prima istanza, surdeterminato in “riflessione” e , in seconda istanza, inserito nel suo ben più pregnante e cognitivo articolo, un testo scritto qualche anno fa (2005, credo), che era già apparso, in rete, su diversi siti e la cui collocazione più consona sarebbe stata qui, nello spazio dedicato ai commenti piuttosto che nel corpo di un post.
    Ritorno, quindi, ma ponendomi, com’è mio costume, ai margini, amplificando cioè la «distanza» che mi separa da una delle prose più edificanti del novecento letterario italiano, e che continuo a guardare e studiare con interesse e ammirazione.

  7. è un onore per me essere ospite qui: ringrazio molto Francesco – carissimo e attento – e ad Enzo vorrei dire che il suo è molto più di un cenno affettivo, un dire profondo e disseminato di senso che a Manganelli rende giustizia (grazie anche a te Enzo, moltissimo, per essere stato un insostituibile compagno di viaggio, la tua è una riflessione necessaria). Sono molto felice di aver incontrato Lietta e le sono molto grata per la disponibilità a rilasciare questa testimonianza. Nella seconda parte dell’intervista si potranno leggere più nel dettaglio alcune delle preziosissime attività che Lietta porta avanti con coraggio e determinazione per tenere viva la memoria del padre, occupandosi come fa degli scritti e di ciò che emerge dalle carte.
    Veniamo a lui, a Manganelli e a quella parola sediziosa che è come un detonatore inesauribile di significanti: difficile aggiungere altro a quel timido cappello che ho tentato di inserire, posso assicurare, difficile perchè la scrittura di Manganelli è ipnotica, vorticosa e concava al contempo. La sua vicenda intellettuale andrebbe certamente scandagliata più a fondo come quella sua straordinaria capacità di piegare il linguaggio, giocando con la vertigine.

    Ringrazio e abbraccio molto tutti i commentatori, uno per uno, è bello poter condividere lo stesso amore.

    Alessandra*

  8. arrivo tardi, essendo il tempo il solito tirannello. questo è uno di quei post da leggere con calma e su carta, per farci le note e mille punti esclamativi e interrogativi.
    i’ mi son una di quelli che condividono lo stesso amore.
    grazie!

  9. Grazie a tutti coloro che amano mio padre, e, forse un po’ anche me. Tutto questo interesse ed affetto mi ha, non sorpreso, ma commosso. Eè proprio vero quello che è scritto sulla sua tomba (ammesso che Manganelli possa avere una tomba): lui non è un ricordo, è una provocazione.

  10. Grazie a te Lietta, per la grande disponibilità e per il tuo passaggio qui.
    Aspettiamo il seguito.

    Un caro saluto.

    fm

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