La lettura impossibile

Giuseppe Zuccarino

William Hazlitt asseriva, perentorio: «Il più grande piacere della vita è quello di leggere». Tale giudizio appare per molti versi giustificato e difendibile, anche se la difesa dovrebbe ricorrere, in prevalenza, ad argomentazioni di carattere soggettivo, non necessariamente persuasive o generalizzabili. Il fascino di quella pratica singolare che è il leggere è comunque, per le non poche persone che ad esso sono sensibili, indubbio, e legato alla possibilità quasi magica di dar vita alle pagine del volume, di attualizzarle e di assimilarle, trasformandole in una componente a volte essenziale del proprio immaginario e della propria cultura.
     Ma esiste una semplice lettura, oppure essa è inevitabilmente complicata da una serie di problemi e assillata da doppi fantasmatici? L’ipotesi che saremmo inclini ad avanzare è appunto quella che – se non si vuole concepire la lettura come un processo puramente subìto, che susciti in chi vi si dedica una sorta di adesione incondizionata, o magari uno stato quasi ipnotico e sonnambolico di trance – si dovrà necessariamente pensare ad una diversa e più attiva forma di coinvolgimento nelle parole scritte. Ciò condurrà forse fino a intravedere, al tempo stesso, una prima difficoltà.
     Riferendosi, in una lettera ad Adorno, all’opera sui passages parigini cui stava lavorando, Walter Benjamin ricorda: «Ai suoi inizi c’è Aragon – il Paysan de Paris di cui la sera a letto non riuscivo a leggere più di due o tre pagine, perché poi il batticuore si faceva tanto forte da costringermi a riporre il libro. Quale monito! Quale richiamo agli anni che avrei dovuto frapporre tra me e una tale lettura». L’essere coinvolti in ciò che si legge può dunque significare qualcosa di diverso da un passivo abbandonarsi al testo, e coincidere invece con una quasi impossibilità di procedere, per eccesso di idee e di emozioni. «Non vi è mai capitato, leggendo un libro, di interrompere continuamente la vostra lettura, non per disinteresse ma al contrario per afflusso di idee, stimoli, associazioni? Insomma, non vi è mai capitato di leggere alzando la testa?». La domanda di Roland Barthes descrive perfettamente quella forma di partecipazione intellettuale alla lettura che si traduce in una necessità di interruzione, di riflessione su ciò – o a partire da ciò – che si sta leggendo. Si tratta di una situazione per molti versi auspicabile, ma che, dal punto di vista esteriore, impone al lettore una sorta di movimento discontinuo, di rallentamento o addirittura di blocco.
     Ma c’è anche da considerare un ostacolo di segno opposto. Non appena la lettura diventi un impegno, come si può fermarla? Ciò significa, da un lato: come si può impedire che si trasformi in scrittura, sia poi quest’ultima animata da stimoli mimetici, concorrenziali, critici o semplicemente da un autonomo desiderio di espressione, che trova però nel libro letto un punto d’avvio? E dall’altro: poiché la lettura implica il tentativo di comprendere ciò che si legge, come fermare questo desiderio di comprensione?
     Volendo soffermarci in particolare su quest’ultima difficoltà, noteremo come essa non possa che accentuarsi in certi casi, ad esempio qualora il libro che si tratta di leggere sia il libro per eccellenza, vale a dire la Bibbia. In questa evenienza, per coloro che, come è accaduto per secoli (e non di rado accade ancora), lo assumano come un testo rivelato, le possibilità di interrompere il movimento di lettura e di interpretazione saranno, almeno in linea teorica, assai ridotte. È logico infatti ritenere che un testo ispirato da Dio non abbia limiti di profondità semantica, e richieda dunque un’esegesi illimitata. Il principio è quello limpidamente enunciato da Giovanni Scoto Eriugena: «Sacrae Scripturae interpretatio infinita est». Ne consegue il pericolo di una disseminazione incontrollabile delle possibilità esegetiche, alla quale si è pensato di contrapporre una regolata e ragionevole polisemia, come quella che riduce a quattro i livelli di lettura (li riassume un distico di Agostino di Dacia: «Littera gesta docet, quid credas allegoria, / Moralis quid agas, quid speres anagogia»). E tuttavia, non appena si oltrepassi la lettera, la prospettiva di vedere un testo dietro il testo, un significato ulteriore al di là di quello che si ritiene manifesto, apre di per sé una sorta di deriva dell’interpretazione, assai difficile da padroneggiare e contenere, come dimostrano fra l’altro gli esiti, non di rado bizzarri e imprevedibili, dell’allegoresi biblica (e già di quella, ancora più antica, dei poemi omerici). È chiaro che tutti questi metodi esegetici hanno modellato delle forme di lettura che si sono riprodotte nei secoli successivi, in una versione più o meno consapevolmente secolarizzata, di fronte ai testi profani, proiettando anche su questi ultimi gli stessi problemi. Non sorprende dunque se assai spesso, nella cultura occidentale, il fatto di leggere rischia di presentarsi come un compito impossibile, in quanto strutturalmente infinito e inesauribile.
     Resta da considerare un’ultima difficoltà, un dubbio di natura diversa, ma ancor più radicale, giacché minaccia l’idea stessa di lettura, intesa come modo per esperire l’altro attraverso la mediazione delle parole scritte. Questo dubbio si può esprimere nella forma seguente: siamo proprio certi, quando scorriamo con lo sguardo la pagina di un libro, di leggere davvero quella pagina e quel libro? O non è forse vero, piuttosto, che non possiamo evitare di modificare il testo già leggendolo, perché in realtà – come dice, con formula mirabilmente sintetica, Edmond Jabès – «non si legge che la propria lettura», e dunque non le parole che si hanno di fronte?
     C’è chi, di questa circostanza, ha dato una versione per così dire euforica, come Valéry, il quale sosteneva con tranquillità che «non c’è il senso vero di un testo», e applicava con coerenza il principio anche alle proprie poesie («I miei versi hanno il significato che gli si presta»), eliminando con ciò la necessità stessa di evitare l’errore di interpretazione («M’importa poco sapere cosa dice l’Autore: il mio errore è Autore!»). Tuttavia è sempre possibile assumere questa impossibilità di lettura in maniera disforica, pensando allora che ogni scrupolo di comprensione rigorosa, ogni attenzione alla parola saranno vani, visto che la nostra lettura è destinata comunque ad interporsi alla lettura, e un nostro testo a quello altrui cui vorremmo avvicinarci.
     Poiché questo problema appare in certo modo inaggirabile, non resta che optare per una teoria come quella di Valéry (o come quella, più recente, di Harold Bloom, incentrata proprio sul carattere necessario e creativo del misreading), oppure preferire, nonostante tutto, l’idea che il lettore – non diremo il vero lettore – si identifichi con colui che cerca con la massima cura di dedicarsi all’ascolto della voce dell’altro, alla decifrazione della sua scrittura.  Se questo lettore trasformerà, come accade, ciò che crede di aver letto in ciò che crede di poterne scrivere a sua volta, lo farà, se non inconsapevolmente, almeno quasi involontariamente. Non penserà in primo luogo ad affermare se stesso e la propria individualità, facendo parlare il testo al modo in cui il ventriloquo dà voce ad un pupazzo, ma risponderà, foss’anche solo silenziosamente, a quel richiamo che ogni parola scritta porta con sé, quel richiamo che gli antichi esegeti ebraici esprimevano dicendo, di certi versetti della Torah, che essi sembrano invocare: “Interpretami!”. Secondo questa posizione, l’apporto personale del lettore è sì inevitabile, ma non può essere disgiunto dal rispetto per l’alterità dell’altro testo, o se si vuole dall’attenzione al desiderio che esso ha, e dimostra, di parlare e di essere inteso. In tutto ciò si può ravvisare una semplice idea di lettura, o magari qualcosa di più, che – se non si teme di ricorrere ad una formulazione un po’ impegnativa e altisonante, ma non per questo priva di pertinenza e di attualità – si potrà chiamare, forse, così: un’etica della lettura.

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Tratto da: Giuseppe Zuccarino, La scrittura impossibile, Genova, Graphos Edizioni, “Percorsi”, 1995.
L’opera viene ripubblicata integralmente in “La Biblioteca di RebStein“, vol. X.
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2 pensieri riguardo “La lettura impossibile”

  1. “la lettura impossibile”,
    anche questa?, ogni lettura? o,
    impossibile la lettura dell’altrui opera, perchè, come scrivi, citando “Edmond Jabès – «non si legge che la propria lettura»”
    o, ancora, impossibile per l’impossibilità di leggere più avanti
    o impossibile solo la lettura intesa proprio come sostantivo (derivazione di un’azione presente al passivo), non come azione, il leggere, attivo che continua
    e così via

    cmq vada, (e la lettura, anche se si arresta per “leggere alzando la testa”, va)

    il lettore, bene che vada, è Pollicino piuttosto che un ventriloquo – paguro
    (che si installa nell’opera conchiglia e lì cresce, portandosela con sé e per sé, fino alla prox)
    Pollicino che segue i sassolini bianchi, gli spazi dentro/fra la parola
    per trovarsi spesso nel bosco o nell’antro orco della strega. Il piacere (o la paura al pari libidinosa) che ne deriva, o ancora, la comprensione più o meno empatica, la interpretazione o altro
    sono quel “rispondere” del lettore (e anche qui come azione continuativa e non come risposta data conclusa)
    del quale scrivi in questo bellissimo passaggio:
    “risponderà, foss’anche solo silenziosamente, a quel richiamo che ogni parola scritta porta con sé,”.
    (anche sul silenziosamente ci sarebbe da dire, se non sfiorasse, il dire del silenziosamente, una bella contraddizione :) un po’ scherzo, ovvio)

    è un post molto bello, con e per la capacità tutta dell’autore di raccordare in modo stringente e approfondito, suggestivo e allo stesso tempo chiaro, molte riflessioni, spunti, ecc..

    grazie mille
    Ciao!

  2. Il vero lettore si dedica alla voce dell’altro. Il vero scrittore si dedica alla voce dell’altro. Da sempre è questo il lavoro di Giuseppe. Lo conosce il dio della Torah, e alcuni amici di quel dio. Ma va bene così. Eticamente, è inevitabile.
    Se permetti, Margherita, l’immagine del ventriloquo-paguro e dell’opera-conchiglia me le tengo proprio care, a livello personale.
    E si continua a dire, silenziosamente…
    Marco

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