I paesaggi nascosti di Georgina Spengler

Rosa Pierno

Quadri che realizzino una relazione con la natura in cui verrebbe voglia di allungare le mani e di scostare le fronde per vedere il panorama, di portarsi in una posizione in cui si veda la linea dell’orizzonte o si scorga l’effettiva profondità sono di fatto inusuali. Se il verde, vellutato e profondo, determinato dalla riflessione delle piante, mobilissimo e fremente di vento, trasportato da acque che sgorgano con virulenza o serpenteggiano con indolenza, parrebbe situarci in una modalità di rapporto con la natura che almeno dal ‘700 è stata insistentemente esperita, è anche vero che, oggi, la relazione con la natura è ridivenuta problematica e di strategica importanza per la costruzione della nostra identità. E che il tema sia, d’altronde, inesauribile lo si evince dalla complessità che ricaviamo dall’osservazione dei quadri di Georgina Spengler, poiché la profondità è resa con la svalutazione dei piani, mostrata e negata contemporaneamente, quadri in cui il moto, presentissimo o evocato, è indicato da pennellate vibranti, semoventi, che si distribuiscono su un piano differente da quello sul quale si percepisce l’elemento materico (separazione del moto dalla materia), dove la percezione del fatto che ci troviamo di fronte a un paesaggio viene immediatamente negata dalla informalità del soggetto rappresentato, dove il riconoscimento di alcuni elementi (albero, chioma, sentiero) è immediatamente contraddetto dalla posizione di altri elementi che capovolgono le posizioni, facendoci perdere i riferimenti che avevamo costruito, dove il rapporto con la tradizione è così forte e così transustanziato da rinnovare le nostre sedimentate conoscenze. E, dunque, se guardando evinciamo che in questi quadri il soggetto è la natura, comprendiamo altrettanto fortemente che questa relazione va ridefinita e che l’arte è un mezzo privilegiato per ritessere questa relazione.

L’idea di paesaggio veicolata dai quadri di Georgina Spengler è, appunto, quella di non farci riposare su un luogo comune che vuole che la natura sia solo da rispettare e da tutelare, ma quella di condurci verso una riflessione sui modi in cui oggi la viviamo, sulla relazione che abbiamo con essa, sul modo in cui la percepiamo e su che cosa ricaviamo dal confrontarci con essa o dal nostro immergerci nelle sue budella. Di fronte a questi quadri ci rendiamo conto che si apre un baratro, perché tale relazione non può che essere personale, non può che consistere in una risposta individuale. Che naturalmente va cercata, costruita, pensata di volta in volta. In questo senso, riscopriamo contemporaneamente il valore dell’arte che consiste anche nel proporci una rinnovata, sconvolgente presentificazione dei problemi. L’arte è un colpo di frusta contro l’acquiescenza, tale da farci fare l’esperienza, in questo caso, della natura, come per la prima volta.

L’immersione che Georgina Spengler effettua nella natura diventa l’irruzione di essa nel nostro campo percettivo e con una modalità che non potrebbe mai realizzarsi nella realtà. E’ una natura che riconosciamo, ma che è intrisa di elementi culturali e così stratificati che si fa fatica a rintracciarli: l’amalgama di tali componenti, dalla pittura di William Turner alla poesia di Georgos Seferis, la quale non lascia per la via alcuno dei termini intermedi tra questi due distanti poli, è talmente carica di risonanze veicolate dal tipo di pennellata, dall’abbandono nella libertà della ricezione e della ricreazione, che non se ne può venire a capo. Non è facile affrontare questi quadri né risolversi di abbandonarne la superficie o i sentieri ivi favolisticamente indicati. C’è una fascinazione che emana come una pulsione a fiotti, nelle diverse aree pittoriche ove il colore freme ed eccita, ove le aree sono già appartenenti ad altre tonalità cromatiche e il passaggio fra gli elementi semplicemente non è possibile. Cadono barriere, tentativi classificatori o immobilizzanti, cesure: si apre il regno dell’ambiguità percettiva, degli innesti, delle talee improbabili, delle presenze anomale eppure non estranee. Natura diviene il regno del possibile, lo sfondo di ogni nostra rappresentazione. Sarà questo il bagaglio con cui partiremo per il nostro personale viaggio tra verdeggianti fronde e placide rive, fra gorghi o rovi, ma ciò sarà possibile solo dopo avere oltrepassato le tele di Georgina: passaggio obbligato per entrare nel regno della natura.

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Georgina Spengler, Isabel Ramoneda
Paesaggi nascosti
presso la galleria ”Napoli Nobilissima”,
Napoli, dal 21 maggio 2010 al 31 luglio 2010
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1 commento su “I paesaggi nascosti di Georgina Spengler”

  1. Anche a me questi dipinti ricordano le atmosfere di Turner benché la tecnica pittorica ed i soggetti non siano gli stessi: c’ è una comunanza del sentire, un modo di vivere il colore che avvicina i due artisti.

    Sarà senz’ altro una delizia questa mostra!

    Rosaria Di Donato

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