La neve nera di Oslo

Luigi Di Ruscio

Un Di Ruscio scatenato, vitale, comico e caustico allo stesso tempo, irriverente al massimo, torna nelle pagine di questo libro con una lingua graffiante ed eversiva che, come scrisse Italo Calvino: «Ricorda Céline, per la volontà di scaricare nel flusso delle parole una cupa aggressività».

Attuale e potente come pochi per la forte capacità di testimonianza, oltre che per l’indiscusso valore stilistico, La neve nera di Oslo cresce lungo una narrazione fluviale in prima persona, e in presa diretta, che lo scrittore fa avanzare tra bizzarre considerazioni politiche e filosofiche, intrecciate al vivere sociale e quotidiano, alle aspirazioni e ai sogni di un emigrato italiano. Argomenti della narrazione sono la privata quotidianità, l’odissea della vita di fabbrica e l’orgoglio di far parte di una classe operaia che va oltre l’appartenenza diventando condizione umana universale. Intorno il malinconico ed esistenzialissimo paesaggio lunare di Oslo, che il nostro attraversa in bicicletta o a piedi, una metropoli tra i ghiacci che sentirà per sempre straniera.

Ottantenne, molto amato da Franco Fortini, Paolo Volponi, Salvatore Quasimodo – che lo definì «uomo d’avanguardia nel senso positivo, cioè della fede nell’attualità e per la violenza del discorso» – con questo nuovo libro, forse tra i suoi il più bello e lirico, Luigi Di Ruscio sembra chiudere un’esperienza letteraria durata oltre mezzo secolo dove vita e scrittura s’incontrano per diventare una cosa sola, mostrandoci qui cosa significa per uno scrittore emigrare in Scandinavia e vivere in un isolamento linguistico e sociale che è da sempre quello di tutti i migranti.

«La mia consorte nordica sposata con il sottoscritto poeta particolarmente sudista era sorridente e felice quando mi disse che era rimasta anche incinta e non c’era una lira ed era giunta perfino l’ora dello sposalizio. Sotto c’era tutta una storia di gallina bianca detta di razza italiana a cui era oltremodo affezionata e il padre non solo l’ammazza la spenna la cuoce e poi se la mangia pure e la mia consorte per vendicare tale orrore sarà vegetariana per sempre e decise di sposarsi col primo italiano che avesse trovato per strada e invece di andarselo a trovare in Italia lo trova in una delle strade meno sospette e la matta mi mostra subito le sue cose più incognite e stupefacenti».

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Luigi Di Ruscio, La neve nera di Oslo,
Prefazione di Angelo Ferracuti,
Roma, Ediesse, Collana “Carta Bianca”, 2010.
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In anteprima, alcune pagine del libro.
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Luigi Di Ruscio, nato a Fermo nel 1930, è emigrato nel 1957 in Norvegia, dove ha lavorato per quarant’anni in una fabbrica metallurgica. Ha esordito con la raccolta di versi Non possiamo abituarci a morire (Schwarz, 1953) prefata da Franco Fortini. La sua produzione poetica prosegue poi con Le streghe s’arrotano le dentiere (Marotta, 1966) – con la prefazione di Salvatore Quasimodo–, Apprendistati (Bagaloni, 1978), Istruzioni per l’uso della repressione (Savelli, 1980), Epigramma (Valore d’uso, 1982), Enunciati (Stamperia dell’Arancio, 1993), Firmum (Pequod, 1999), L’ultima raccolta (Manni, 2002), Poesie operaie (Ediesse, 2007). Ha pubblicato anche tre libri di prosa: Palmiro (Il lavoro editoriale, 1986, poi Baldini & Castoldi, 1996), Le mitologie di Mary (Lietocolle, 2004) e Cristi polverizzati (Le Lettere, 2009).

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