Il libro dei doni – Capitolo VIII, 3

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

Federico ZULIANI   Helena JANECZEK   Rossano ASTREMO
Jacopo GALIMBERTI   Giorgio BONACINI   Stefano AMORESE
Marco SAYA   Francesco DE GIROLAMO   Luigi DI RUSCIO

 

Il libro dei doni – Capitolo VIII, 3

 


Federico ZULIANI
[da: Travelling South, 2008]

 

2.

Dopo aver chiamato il mio letto molti letti diversi
si è imparato a confidare poco, ma a fidarsi molto. Così
questa notte. L’inferno dicono sia fatto di luce, e di acqua.

Affinché ci si possa vedere. Faccia a faccia
e te, nell’acqua. Ora in compenso maggio è già settembre
e il viaggio temuto è passato, trasformandosi in foto e in ricordo.

Negli empori d’Africa non si conosce la parola biscotti
al massimo ci sono gallette oltre alle liste d’attesa
e alle legende in tigrigno a coprire originali italiani

mentre il sole di fuori si abbassa e si tramuta in pianura.
Qui dove noi abbiamo un passato, ed una colpa.
Mentre il sole si abbassa, e compare la luna.

 

7.

C’è qualcosa nella luce stanotte oltre le sponde del fiume.
Sono gl’alberi e gl’uccelli dei boschi
mentre la macchina si fa più vicina

arriva, e si fa più distante. Tu sei laggiù.
Mentre io sono qua. Non ho più magliette stanotte
bruciato come sono mani e piedi dal freddo.

La faccia di questa estate è come un grumo di neve.
L’occhio del mondo invece non guarda, e scruta,
qui che è capanni in abete, e sdraio d’ottone.

Nel bosco poi la notte senza fine scopre che anche il buio
ha fine. Come coriandoli d’oro le stelle svengono piano
e la luce diventa saggio, sguardo e violenza, contenta.

 

28.

La neve là dove non nevica mai
ha la fragranza di un tovaglia di Fiandra
sepolta nei cassetti più intimi, e più speciali.

Qualcosa di cui s’è mantenuto il mito
più che il ricordo e che si è imparato ad immaginare
e a non vedere. Sino al giorno

in cui una forza inappellabile come una madre
la sceglie, e l’estrae. Una coltre bianca
e apparecchiata: con sottobottiglia in argento

e cristalli Boemia. Allora, vale la pena alzarsi
di notte, uscire dal letto e andare a osservala: prima
che ci cadano il vino, la pioggia e il mattino.

 

36.

Svegliarsi quando gli altri dormono
è come entrare nella stanza proibita.
Allungarsi sulla porta per girare il pomello

reggendone il peso perché chiudendo non sbatta
quindi respirare a ritmo, e camminare piano.
Gelosi più che timorosi del proprio silenzio.

Svegliarsi alle 6 significa poter guardare
finestre che altrimenti vedrei solo aperte.
Accendendo la luce più piccola mi siedo

al tavolo quadrato della mia cucina,
da solo, e apro il giornale del giorno prima
per leggere notizie morte mentre mi sento vivo.

 

37.

Nel momento in cui il lutto diventa vivo
il fardello più duro da portare fra tutti
è il cambio in corsa del proprio sistema metrico.

Rieducandosi a pensare a tre subito
(e non dicendo quattro e sottraendo uno), nel pratico:
contare i posti in un ristorante

o in quante frazioni ridurre una mela.
Abituando la mente a un nuovo cambio,
a una nuova misura, filosoficamente,

a un nuovo modo di interpretare il mondo.
Scoprendo le riconversioni quanto poco valgano
e quanto spazio abbia l’approssimazione.

 

39.

Per me tu sei i cimiteri,
la terra grassa che han concimato le mie ossa.
Quando ero lontano mi hai parlato

velandomi gli occhi colle tue fattezze.
Pianura di campi immensi e di uomini integri,
sei la mia fede, il luogo da cui non si parte

ma a cui si torna, sempre. Tu sei i campanili,
un barocco dolce per quanto austero; fatto
di santi lavoratori conservati con la cura

con cui si conserva il pane. Ebbene tu
concedimi in ultimo di poter tornare
sterco e humus tra i tuoi pioppi, e la tua brina.

 

**********

 


Helena JANECZEK
[da: Poesie, 2006]

 

Vicino a Parma

I.

La terra cui passi accanto, come di notte,
già molto prima, d’inverno,
non te l’aspetti così a ridosso,
ombra e grumi, che da basso riverbera.

Non vedi i campi, non vedi, dalla macchina,
che un paio di righe arate, in fuga per ogni lato.

E’ di profilo, è buia, è solo terra che si perde
e che prosegue, e sembra essere il tuo peso,
sembra avere un calore da volersi distendere.

Sdraiarsi a pancia in giù, fare uno strato
sulla crosta aperta che pare sfiati
da sotto, dove non tocchi né mai la vedi,
più forte di una forma,
e non sai se le somigli o le appartieni,
– che non arrivino al cuore, a cambiare –
se ti sorregge da lì, al centro liquida.

 

II.

Se è così,
se resta solo roba secca fatta di trame,
come mio padre ridotto alle sue foto,
o tante o poche, o vivo o morto non importa,
meglio dimenticare:
al posto dei ricordi un raschiamento
di figure, voci e facce,
perché fa male,
perché, da sotto, dove ho dimenticato,
prima o dopo venga da scoppiare
a piangere, perché non riesco
a tenerlo dentro, perché neanche l’amore
che lo certifica, riesce a contenere
i morti e i vivi.

 

Oltre le nebbie

Questa che per me è la lingua della pietà,
di parole che posso dimenticarmi o dire,
perché anche se mi passano di bocca,
come scivola di mano una bottiglia
e si spacca, che io raccatto e pulisco,
pulisco e perdo, qualcuno mi perdona

 

Segrate

Questa vera nebbia
che raccoglie lo stagno ornamentale
e si addensa sul vetro senza finestre,
perché non c’è una finestra
o una porta o un muro, niente dentro
che qui potrebbe lasciarsi chiudere o aprire,
perché il muro è di vetro
che la nebbia fuori ricopre.

Pareti di carta e di aria che
scoperchia le teste fino alle spalle,
e in basso i piedi vanno via separati,
mentre dritto, fra parete e parete,
lungo il corridoio e il vetro,
si siede fermi quasi invisibili.

Ma le nostre voci sono illimitate, non sono
di nessuna sede, sono ascoltabili,
sono da ascoltare.

Nelle altre voci
si siede sempre più fermi. Nella propria
si rinuncia.

Per questo un’altra voce
mi raccoglie e copre come la nebbia.
Contro la nebbia e lo stagno
che dentro la nebbia imbianca il muro,
contro il vetro di muro e l’aria di parete di carta,
l’aria dai buchi del soffitto
e la luce bianca di sotto i buchi
che riduce in brace di polvere l’aria,
contro le altre ascoltabili voci
che sono di altri.

 

Quella voce non è di qui.

Ha imparato a parlare fra muri di pietra,
d’estate, quando le imposte nella luce
sono accostate e aperte le finestre a mezzogiorno,
e non sapeva rimanere ferma nel letto
per quelle strisce sul pavimento
che vengono da fuori, come l’olio nell’aria
e forse il sale, come le voci.

Dietro la porta chiusa, nella grata
di ombra e di luce, dal pavimento di pietra
ha afferrato le voci che cadono fra le barre.

 

Forlanini-Ortica

Lungo i binari rientra
una riga sbriciolata di città
insieme all’autobus dal lavoro,
rimane non visibile di fronte
l’erba sulla strada all’aeroporto,
– l’erba frontiera, campo della pista d’atterraggio-
sotto gli stessi blocchi abitati,
lasciati in deposito di là del ponte
che incrocia in due il grande traffico.

A destra l’edificio
della via Arcangelo Corelli che non contiene più
gli immigrati, e le croci piccole in ferro
dentro le aiuole di un marciapiede
con i nomi e le date di chi cadde
dall’ultima guerra
per le ferrovie,
chi nei capannoni morti finalmente
o da impalcature per restauro e demolizione,
e chi negli ambienti estranei d’aria degli uffici
che immobile continua a vivere.

Città limitare, sparpaglia la nostra paura,
il nostro sforzo nelle tue ossa,
lapida piano
con i mattoni aperti nel muro
e nei fianchi delle ultime vecchie case
del tuo quartiere dal nome di ortica
che finiscono nel maggese
di qualche cantiere o nel cemento armato
che accerchia dipinto gli stabilimenti,
dividi con noi
perché la luce del sole
per una volta oggi splende soltanto,
non esce e scalda e svapora,
perché i magazzini e le fabbriche
dalle finestre chiuse o anche spaccate
le slaccia così come se crescessero,
non continuassero a lavorare.

 

**********

 


Rossano ASTREMO
[da: Poesie inedite, 2008]

 

E resta la sola ombra sbiadita, intangibile,
ancora più liquida nello sbattere delle ciglia,
lo sgasato mormorio di una voce,
fragile nell’intimo, tonante nell’attimo,
resta la parte di me che sibila frecce
e riceve fruste, mai capendo, rifiutando,
la paralisi dei sogni, lo stantuffo di un’eco
non doma, invasiva, che riproduce ossimori,
resta la gioia verticale spaccata in covo,
il contorno di corpo da cui slegarsi,
laccio seviziante di pulsioni crepate.

 

*

 

Questo è un ritorno al verso,
dopo una pausa di stasi e metastasi,
del corpo e d’ogni elemento da esso celato,
questo è un interrogarsi sull’osceno
che nasce dal porre la vita su carta bianca,
con l’inchiostro che la chiosa a meraviglia,
sdenta l’interno e la rende merce,
viviseziona ogni sua scena, con stile, certo,
ma è qui che il gioco si gioca:
Il mio cazzo è la parte del tutto?
il mio cazzo è metafora di qualcosa?
il mio cazzo, pur essendo mio e
solo mio, racconta l’umanità tutta?
Perché se il mio cazzo si specchia
e riflette se stesso, solo se stesso,
ha perso il gioco, e che appenda
pure le palle al chiodo: scusate la franchezza.

 

*

 

Tra queste mura assisto all’incaglio
dell’ossigeno e delle sue venature.
È così silente il volgere delle giornate
che il tempo appare fibra inessenziale.
C’è una finestra dotata di macchie
da cui, sporgendosi, s’avvampa il mondo:
strade, corpi, fiori, cagne ed odori.
C’è una finestra chiusa, direi sbarrata,
è la soglia tra immaginazione e realtà,
è l’inesatto replicarsi del viso riflesso,
è l’opaco meccanismo del pensiero iterato.
C’è una finestra che fisso da minuti dilatati,
oltre: l’incontro dello squarcio delle maree
che mi cullano dal basso verso l’alto,
l’ipnotico frugare della luna in terra,
la parte di me che sfugge all’interno puro,
il buco della serratura appeso all’inconscio.

 

*

 

Percorro la poesia sottotraccia, come
un verme che assale sottile la sua preda,
dimentico che qui si gioca la scrittura,
in poche segni che stratificano vite.
C’è un mare in cui s’annega ed un mare
che innalza, ci sono pietre che affossano
e pietre che sollevano, ci sono corpi
che cadono e corpi che danzano:
c’è tutto un mondo che respiro e m’ammala.
Percorro la poesia sotterranea, quel
mondo di demoni che scuotono i nervi,
dimentico che qui si gioca la vita,
in pochi segni che donano scritture.

 

*

 

Io, nato prima persona singolare,
da padre operaio e madre operaia,
santifico la mia vita e ne incendio i contorni.
Io, nato nel covo di una terra irredenta,
brucio l’asincrono ritmo del mio cuore
nell’attesa che si faccia carne l’oblio.
Io, nato nel mese che delle spine di rose si nutre,
fuggo dalla prole e dalla prole son reso schiavo.
Io, nato e morto, nato e morto, nato e morto,
un loop di picchi ed ecchimosi indomabili,
ho tutto quello che voglio in questa stanza.
Io, nato in un giorno divisibile per due e per tre,
attendo che la pioggia scenda con il sole
e che una luce d’ombra s’adagi nel gelo.

 

*

 

Si scrive da dentro una ferita,
ci si immerge nel profondo, si evita
l’annegamento, si palesa la verità
e la si manifesta, la si ostenta.
Quando si urla tu, quando si urla voi
ci si rivolge ad una folla immaginaria,
ad un popolo assente: un calco di nebbia.
Quel concavo martirio emotivo
coincide con l’intero universo.
Si scrive da dentro una ferita
e la cicatrice è finzione che rima con dolore.

 

**********

 


Jacopo GALIMBERTI
[da: Inediti, 2008]

 

Il sacco
(Gott mit uns)

Avevamo dormito coi cavalli
in una sala altissima con dipinti uomini nudi.
Alle prime luci siamo andati in città,
io, quattro spagnoli e un fante del Gonzaga.
Eravamo al terzo giorno, dappertutto cadaveri
e carcasse marce o carbonizzate.
Entriamo in una casa, c’è una donna.
Gli alabardieri del Borbone
iniziano ad appiccare il fuoco a tutto
e a violarla, anch’io.
All’improvviso ce n’è uno che crolla
Un ragazzo, avrà forse avuto la tua età,
è uscito dalla dispensa e gli ha infilato una forca
nel collo urlando: « Luterani assassini »,
Avevo appena armato l’archibugio, è morto sul colpo,
credo. Sua madre s’alza e cerca di fuggire.
L’abbiamo presa e legata a testa in giù.
Poi l’abbiamo aperta, come un maiale.
L’alabardiere è morto nel pomeriggio.

Così, in estate, raggiungerai a piedi
l’Elbe e le milizie dell’Elettore…
Quando avevo la tua età sono partito da Lübeck,
ero stanco di spaccarmi la schiena al porto,
come mio padre. Capisco la tua fretta.
La vita del soldato è anche fatta
di soddisfazioni e grandi amicizie.
Tu mi spieghi che l’Elettore è noto
per pagare in tempo e per pagare bene.
Dopo trent’anni di campagne una cosa la so:
non ci sono Papi, Duchi o Elettori che paghino bene,
e in tempo. Comunque,
sappi che ci saranno poi delle sere
che sei magari di stanza in un villaggio
dove i contadini hanno perduto il senno,
ci saranno sere in cui il sangue nero ti soffoca
e andrai a domandare a Dio
per quale motivo ti lascia uccidere e fino a quando,
in battaglia, sarà con te.
Il mestiere delle armi non è per chi indugia,
anche tu compierai azioni di una ferocia oggi
inimmaginabile.
Ma quando, arrivata la bella stagione,
farai il tuo sacco e ti metterai in viaggio,
avrai la mia benedizione.
E l’archibugio.

 

I gomiti

I gomiti sono sfuggiti a Policleto,
ad Alberti a Dior
rincagnati dietro
ignari delle pastoie di un canone
morale
ed estetico.

Ce li si può guardare, di sbieco,
con concupiscenza.
Un quadrato di pelle
dove il sipario fallisce,
dove l’immaginazione
non aderisce in toto
all’immaginario.

 

*

 

Le nostre piccole ombre si attorcigliavano
tra i calzari.
Quando il sole fu a picco
assaltarono il fianco sinistro.

Si levo’ alto un polverone, poi si placo’
e scese. Apparvero
degli esseri senza volto.
Avanzavano quadrati serrando
gli scudi sul capo e su tutti i lati
come enorme organismo corazzato
di testuggine.
Noi mai avevamo visto formazioni simili
e militi di tale disciplina.
Qualcuno dei nostri, sconvolto, fuggi’.
Presto, avrebbero travolto i frombollieri sul ponte
e sarebbero giunti da noi.
Questo, pensai, è l’ultimo sole
della tua vita.
Guardai le colline plumbee
dove erano nati i miei avi. Il vento di ponente
portava l’odore dei pini. Sarei morto li’,
dov’ero nato, poi mi avrebbero bruciato
insieme agli altri, tra i sassi.
Lungo le coscie mi inizio’ a colare
una striscia nera, viscida,
calda.
La brezza si fece più forte,
poco prima che il ponte venisse preso
le nubi divennero violacee,
gonfie.
Inizio’ a grandinare.
I romani ripararono nella pineta.
I comandanti ci fecero dare fuoco al ponte
e oggi è un anno
che sono cittadino dell’Impero.

 

*

 

La placca adriatica impattò.
Questi sassi si sradicarono a un crampo millenario
incominciando a aggredirsi,
a fondere.
Vennero poi trasportati
dai dorsi dei ghiacciai
o rasi al suolo
dilavati da piogge di zolfo.
Morsi ora da una muta verde, i cavalloni
protraggono le loro ernie segrete
montandosi o franando
in schiume glabre,
su un letto di scisti.
Con gesto grande i primi licheni si inerpicarono
su questi scogli in secca
sotto un cielo livido di monsoni.

Con il treno entriamo nella montagna.
Nel tunnel pare di sapere da sempre
che tra i crepacci torneranno
le danze immense e i corteggiamenti
dei cetacei.

 

**********

 


Giorgio BONACINI
[da: Il limite, 1993]

 

        Ai bordi delle cose

1.

E’ come avere uno sguardo
allusivo – quando si entra nel disagio
dell’infelicità del presente
i gesti non hanno più idee

e bisogna offendere
il pacificarsi delle foglie di notte
per restare immobili e lasciare
che dilaghi questa perplessità
come una conoscenza
astratta o una pelle infelice.

Bisogna avere una certezza
quasi morbosa – quasi d’amore.

 

2.

Le parole che hanno fatto questo
non esistono più –

l’erba si spezza
e con la stessa lucentezza indifferente
sentiamo il peso
di una simile illuminazione.

I pensieri allora vanno cercati
nella povertà della mente

quando l’erba non ha altra pronuncia
che un’indicazione fraterna
o qualcosa di identico in corpo.

 

        Uno sguardo interrotto

1.

Fili che fossero d’erba
avrebbero in me un precursore.

Io non fui mai collisione –

ma tu, alberissimo tu
tu che vieni da un fiume inasprito
abbandonati al sogno iniziale

nell’intimo è febbre
e silenzio – è solo ondeggiare.

 

2.

Il disincanto mi orienta –
io ricordo di molti ricordi impossibili
molto impossibili.

Ora scorgo un istante
ora l’altro… ora scena freddissima
l’ansia…

 

        Quasi d’amore

1.

Essere colti nell’istante
del pensiero – la metà bianca del sole
abbandonata al vuoto.

Anche sfidando le parole
il tremolio che mi precipita dall’alto
di uno stelo
ha disertato il grido.

Solo nel moto delle labbra
il volto incolume laggiù- senza durata

 

2.

Oggi il segno della festa
è una costellazione mobile

un roteare di precisazioni
sferiche
nel gomito terrestre

come una macina insistente
o un orizzonte unico, stellare.

Inutile sottrarsi –
il sopravvento che pervade
ha una sveltezza insuperabile

una guancia di luminosità
nell’esistenza aerea.

 

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Stefano AMORESE
[da: Psicofantaossessioni, 2007]

 

KM 1999

Esserci stati, quando ci dovevamo essere,
dietro le barricate, entro le scuole a studiare il Maoismo
contro i conservatori, a fianco i progressisti,
lungo i corsi centrali, nelle piazze,
durante le marce autogestite,
alle manifestazioni non violente
per i diritti civili, per le lotte sindacali
accanto agli ultimi partigiani, agli antifascisti;
senza essere stati brigatisti rossi,
dei N.A.P., del Potere Operaio,
perché mio padre avrebbe potuto viaggiare
su quell’Italicus, sulla Stella del Sud,
mio zio sostare a piazza Fontana,
mia madre fare la spesa al Mercato Trionfale
… ma eravamo troppo giovani per sapere, per capire
ciò che era successo, quanto era accaduto.

Esserci stati, quando ci dovevamo essere,
essere stati sessantottini anche solo in settanta,
aver commentato sulla sconfitta
della Nazionale in Messico,
sul viaggio interstellare di Gagarin,
sul primo allunaggio di Armstrong e di Aldrin
aver assistito al concerto di Jimi Hendrix al Brancaccio,
alle prime dei film di Luis Bunuel,
ballato i Bee Gees al Piper con Renato Zero,
aver visitato il museo di Dalì,
giunti ad Amsterdam con l’Interail,
a Cristiania dei tempi d’oro,
scappati in Nepal a ritrovare sé stessi,
fumato la marijuana a Benares,
allucinati di moderno induismo
o tatuati col segno del Tao,
augurandoci di non essere stati vietnamiti, afgani,
non nati per caso in Indocina,
per uno scherzo del destino nella Steppa dei Chirghisci
… ma noi siamo stati sorpassati dagli anni ottanta,
dai capi firmati Valentino, dall’edonismo Reaganiano,
dai PC, dai 7e30, poi dai 7e40,
alle otto meno venti tutti a cena, più tardi ad un party,
a un dopo-cena con tanto di olivette
e cosi non abbiamo avuto l’opportunità,
il piacere, la stravaganza
di terrorizzare, attaccare il potere politico,
stupefare, ridicolizzare la società,
ma guardato nel monitor in tempo reale
yugoslavi, albanesi, zairesi uccisi come le mosche,
cadere nella tela delle multinazionali
e a chi a loro ha svenduto arsenali di seconda mano
è lo stesso che ha inviato aiuti umanitari,
educato alla dittatura i vassalli come Said Barre
e gli sforzi di Troskij, di Ghandi, di Malcom X
a che cosa sono serviti? A che pro, il loro martirio?
Esserci stati nelle praterie del Tennessee
tutti nudi ma dignitosi del proprio corpo,
abbracciati agli alberi come fratelli,
nel tripudio con ghirlande di fiori sulla testa,
danzando in cerchio come a Stonehenge, in posizione yoga
respirando coi diaframma nel momento dello zenit,
sovrastati dal volo dell’Aquila
e invece noi abbiamo addentato l’Agnello Pasquale,
la Colomba della Pace,
sentito il sapore di Dio attraverso il cibo,
abbiamo trangugiato, masticato le ostie,
stracolmi dello Spirito Santo,
immersi nel benessere apparente,
tornati per il prossimo millennio già mangiati,
detersi, immacolati, già confessati
per nulla cresimati solo al matrimonio e cristocentrici,
catto-mafiosi ed italioti per nulla europeisti,
per nulla cosmopolitici ma turistico-pedofili,
autorizzati a deflorare le bambine tailandesi,
a fare stragi d’innocenti in Brasile
per conto del Capitalismo, in nome di quello stesso Dio
che ha permesso tutto questo!

Esserci stati nelle accademie,
nei conservatori sperimentali,
nei campi-studio e lavoro
col metodo Montessori,
con nozioni di psicologia bioenergetica,
attori in psico-drammi,
come figuranti della Metro-Goldwyn-Mayer
in un grande ruggito-conato di vomito,
espulso tutti “i direttori artistici, gli addetti alla cultura”,
buttato giù da una rupe-discarica
la più “fetosissima” immondizia commerciale
… ma che da quelle buste-placente di plastica
non nascano i nostri figli insicuri, paurosi,
senza valori precisi, senza uno scopo,
seppur minimo nella vita
e le nuovissime generazioni ci si ritorcono contro,
perché questo è ciò che hanno ereditato:
una libertà a caro prezzo che dovranno essi stessi pagare,
mentre i nonni ogni giorno muoiono
per l’estrema vecchiezza abbandonati in cronicari
dopo terribili terapie geriatriche,
intanto ad alcuni non è concessa la Morte,
ad altri è permessa la Vita per la Madre-provetta
e pochi altri più longevi resistono
e lasciano medaglie ai nipoti,
loro, ultimi eroi di una patria che non c’è più,
se non sulla carta di un mondo
che esiste soltanto nella sigla dei programmi satellitari.
E noi che abbiamo più di trent’anni suonati,
abbiamo piantato un fiore sopra il cavalcavia
dell’autostrada del Sole al Km. 1999,
mentre lassù sfreccia un concorde,
là transita il treno per Lourdes
tu mi consigli di contrarre una pensione integrativa,
d’installare un impianto a GPL
… di comprarmi la casa a riscatto.

 

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Marco SAYA
[da: Inediti, 2003-2004]

 

Millennio

Strano questo millennio nel suo inizio,
figlio di un vecchio poco saggio che
si circonda delle peggiori disgrazie quasi
fossero belle dame da portare a un
happy-hour per un veloce aperitivo
e poi aspettare l’eclisse della città
oscurata e con occhi sopiti guardare
la metro che ingoia l’alba dell’ingordigia.

 

Apparire

Certo è che nessuno vuole
sparirsi dietro l’angolo.
Troppa importanza gli concede
il poco tempo rimasto a
specchiarsi con un vetro
riflesso da pensieri
onnipotenti di spolia
vacuità

 

La maestra

studiavo con il marcio del legno.
puzzava.
la maestra puniva la mia mano.
maledetto mancino
che il diavolo ti abbia in gloria
(diceva).
schernito
da saccenti compagni
(tutti destri).
mi tiravano le noccioline
come giovane cucciolo in gabbia
dietro una vecchia lavagna logorata
e scrostata dal tempo.
non l’ha perdonata
la maestra –.
il diavolo l’ha poi accolta in gloria

 

Sopravvivenza

è triste pensare alla sopravvivenza
della dea mediocrità, espressione contusa
di botte tra ubriachi, risse tra poveracci
e quell’osso rosicchiato non sfama
l’ambizione di troppi cani

(sciolti o organizzati che siano)

è bello lasciarsi guidare dalla penna

comunque vada

comunque finisca

 

finzione

È strano vedersi che vivi,
ti domandi perché sei lì…in mezzo agli altri (chi?)
Forse è tutta la finzione di un dio effimero
(prigioniero in un corpo acquoso)
Persino il tempo, pagliaccio neuronico,
è l’immaginazione di un frutto che, marcio,
si spiaccica nel ritorno all’humus di una nuova terra…

 

Goffi

Così goffi dentro questi larghi cappotti
che ci sta dentro di tutto,
abbiamo accumulato una vita intera
e c’è ancora spazio nel carrozzone,
persino lo stanco termosifone scalda
il battito della pila
e l’addobbo del fiocco
zebra il manto impolverato.

 

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Francesco DE GIROLAMO
[da: Di padre in padre, Inedito, 2007-2008]

 

ALLA PAURA

Ti chiedo perdono se talvolta fingo di essere
un altro, se nascondo il mio viso, se il mio nome
dimentico, se la mia sorte rinnego, se dubito
ancora del mio destino.

Io so di essere me soltanto
quando non ho paura di soffrire
e di avere paura. Io sono
la mia paura. Benedetta la mia
forsennata follia,
da cui solo con la gioia
posso uscire, solo con il volo:
sentire l’aria che scavalca
il recinto della mia prigione
invasa di luce.

 

CIECO DI LUCE

Cieco di luce il cuore, che non si affanni
in inutili attese, dove sovrana è l’ombra
inquieta dei giorni aspri. Giovinezza
impaziente, dal sapore superbo
di frutti acerbi rubati agli alberi
curati dal padre, troppo tardi amato
per chissà quale indegno inganno
dell’essere smarrito dietro estranee
orme. Il perdono del tempo non basta
a ridare i sorrisi negati al ritorno.

E gli alberi soffrono il prezzo
dell’abbandono, ritorcono i rami,
danno frutti vizzi di verderame
o bacati dalle mosche pazze d’arsura.
Sussurrare il tuo nome, ora,
a cosa vale, se trovava solo silenzio
ogni tua richiesta di fiera pace
tra gli accesi enigmi del sangue?

 

ED IN TUO NOME

Ed in tuo nome portare la croce
lieve dell’essere come te,
alto, smagrito, molle di dolcezza
guasta, per troppo desiderio
di trovare rifugio tra le mura
amiche di una stanza troppo chiusa.

Come te sperare in una tregua
da ogni risibile battaglia,
da ogni minima offesa dell’essere,
anima senza guscio, gola di mammola,
che piange o grida, querula,
incapace di ogni difesa.

Sono arrivato anch’io alla speranza
che cresce fuori di me, in un altro
cuore, perché anche il mio è perduto,
troppo ferito e stanco di assalti
indicibili, senza nemmeno la gloria
di un antico presagio, che non fosse
il timore ancestrale, dannato,
dell’improvvisa sventura.

 

CHI IL PADRE

Mi riconoscerai un giorno
fuori da qui, dal tempo? Chi il padre,
chi il figlio? Ma mai amico, mai fratello,
che sempre un seme, l’uno dell’altro,
darà vita, o sembianza d’essa,
ad altri visi con la stessa traccia
di inquieto sole negli occhi,
da cui gli altri avranno luce,
ma mai un po’ di consacrata
consanguinea pace.
In cerca del rifugio, ti rivedo
che mi guardi; e vedo il tuo nuovo viso
con i tuoi occhi,
beatrice altalena di sguardi,
che se tu finalmente accogliessi in te,
ora e qui, solo il tuo pianto potrebbe
mutamente spiegare.

 

ALI NERE

        a mia figlia Beatrice

Non ho mai smesso di ostinarmi a credere
che un giorno il rombo nero dei mortai
sarebbe diventato un suono sordo
da ascoltare in Musei, dove la Storia
si potesse osservare con la lucida
legge del tempo, e non con quella antica,
prigioniera dei sogni del potere
che inabissa le chiavi di ogni tempio
come àncore rose dalla ruggine,
riarse in cupi gorghi di salsedine.

Ma sento troppe voci rassegnate
al ritorno dei barbari, al dominio
di queste loro onnipresenti armate,
con le insegne aggiornate di quell’odio
griffate sopra fibbie ed alamari.

Vorrei poterti dire, figlia mia,
che questo nero cigno sia allo stremo,
e che per il suo manto, così osceno,
l’ultima ora del canto sia vicina,
nonostante le grida che lo acclamano.

Speriamo di svegliarci, una mattina,
in cui il cielo riappaia nudo e sgombro,
sopra l’oro degli angeli, violato
da questa sordida, infiammata pece;
e le ali nere planino nel vuoto.

 

**********

 


Luigi DI RUSCIO
[da: Il sorriso di Dio, 2008]

 

1

mi accorgevo sempre di più
di parlare di me stesso
come se parlassi di un estraneo
non riuscivo a capire dove si fosse cacciata
l’identità sottoscritta
che sia annegata
in una pozzanghera di gioia?

 

2

avendo detto Cristo di amare
i propri nemici
essendo nemico d’Iddio
dall’Iddio sono molto amato

 

3

mi sentivo pieno
del sorriso d’iddio
nel pieno della smorfia di dio
che non avrà certo deciso di creare uomini
per empire un inferno
che dalla creazione era rimasto vuoto ed inutile
come tutte le stufe accese
in una casa destinata ad rimanere vuota per sempre

 

4

come un angelo svolazzavo
incolume tra i traffici terrorizzati
i camionisti mi lasciano spazi sufficienti
per continuare a vivere tra voi
con l’atroce in agguato da tutte le parti
e mai mi sono sentito tanto vivo
come quando ero vicinissimo
alla morte

 

5

la poesia comunica e scomunica
tiene giudizio sopra di voi
i versi sono particelle mentali
che superando la velocità della luce
si scaraventano sulla vostra immobilità
(non fare l’addormentata, svegliati!)

 

6

ha nevicato per tutta la notte
ora il sole
è a capofitto sulla neve nuova
le cime degli abeti
sembrano le punte di pietre preziose
tutto l’universo
diventa un diamante splendente
basta poco per cancellare tutto

 

7

i voli strani sconclusionati
degli uccelli ai primi voli
si gettano a precipizio dai nidi
appena sfiorano il suolo si rialzano
uno sale altissimo
e come colpito da improvvisa vertigine
di nuovo precipita
e il poeta dalla finestra scruta
i tuoi spasimi

 

8

per un inverno intero
una vespa
fu il nostro unico animale domestico
per nutrirla bastò
una goccia di acqua e zucchero alla settimana
con la primavera sparì per sempre
per abbeverarsi in uno zuccherificio infinito
ed oggi per passare dalla zona d’ombra
alla luce oggi è bastato
un passo solo

 

9

vengono alla superficie pensieri neri tenebrosi
volare dalla finestra
inabissarmi in quell’albero di ciliege
che nasce sotto casa
splendente
luminoso nelle primavere
improvvisamente senza un segnale fiorisce
grappoli di vita felice
inizia così la stagione dove nessuno immagina
di poter morire

 

10

l’universo spasimava
per potersi vedere
alla fine è riuscito a creare l’occhio umano
ed è con il nostro occhio
che alla fine l’universo è riuscito
a guardarsi

 

**********

 

11 pensieri su “Il libro dei doni – Capitolo VIII, 3”

  1. Caro Francesco,
    grazie per il regalo. La poesia o è dono o non è, e in questa elargizione
    lo stupore per ciò che si riceve è lo stesso che muove (anche in questi tempi cupi) il “fanciullino” che alberga in ognuno di noi.

    Un carissimo saluto a te e a tutti.

    Giorgio Bonacini

  2. Davvero un bel gruppo di poeti, caro Francesco.
    Sempre grazie per la preziosità di questi doni.

    un abbraccio di cuore, mio gigante nel cuore.
    jolanda

  3. Ogni volta che torno in questa “Dimora”, dove si incontra finalmente tanta rara bellezza, tanta profonda gentilezza, tanto autentico amore per il lavoro, proprio e degli altri, mi viene da piangere al pensiero di quello che mi aspetta “fuori”, dove “nemmeno un sorriso è gratis”.
    Grazie, sempre e per sempre, Francesco…
    Un caro saluto. francesco

  4. belle, lette tutte, d’un fiato, complimenti a tutti!
    km 1999 di faraon mi emoziona e mi mi riporta ad un discorso che tempo fa gli feci:
    Stefano non è solo un fine giocoliere, uno con la maschera, un performer: è di più, lui sa che intendo…
    sorpresa Zuliani he non conoscevo…
    un gran saluto al padreone di casa.
    r.

  5. a caval donato non si dovrebbe guardare in bocca

    ebbene sì, lo ammetto, ai tuoi doni guardo in bocca e tanto!
    (li leggo con piacere e gratitudine, grazie perciò agli autori e a te, e non necessariamente in questo ordine)

    ciao!

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