Nottario (I, 3)

Marco Ercolani

“Colui che guarda dal di fuori attraverso una finestra aperta non vede mai tante cose come chi guarda una finestra chiusa. Non c’è oggetto più profondo, più misterioso, più fecondo, più tenebroso e più abbagliante di una finestra illuminata.”

(Charles Baudelaire)

“La citazione, per me, non ha niente di filologico o di manieristico. È una viscerale corrispondenza con un altro essere umano. Una risonanza. Potrei dire che mi metto in ascolto del ritmo di altri cuori perché mi aiutino a sopportare con minore solitudine il battito del mio.” (Marco Ercolani)

 

NOTTARIO

(1990-2008)

 

Non sono tanto io che ho fatto il mio libro
quanto il mio libro che ha fatto me.

Michel de Montaigne

Ora voglio scrivere il mio diario e per gratitudine
chiamarlo il mio nottario […].

Robert Musil

 

Per la mano sinistra

 

(Un desiderio di cose inesistenti)

 

1

Non rivolgetemi a me. Io ascolto musica, sdraiato sul divano.

Il musicista è sempre folle. Lo scrittore, legato al senso, può non esserlo.

I sordi trasformano la corteccia acustica in corteccia visiva, ampliando il potere dell’occhio.

L’Arte della fuga di Johann Sebastian Bach: quel punto profondo, quasi insonoro, in cui la partitura esiste attraverso tutte le forme e tutti gli strumenti con cui può essere eseguita.

«Quando, dopo essere stato torturato, ho sentito l’adagio del Quartetto opera 131 di Beethoven venire dalla stanza del mio carnefice, ho giurato che, se fossi sopravvissuto, lo avrei ascoltato ancora, per capire».

L’anticipo della mano sinistra sulla mano destra: quel turbamento armonico che rende misteriosa la melodia intonata sulla tastiera.

Handel e Bach, accecati dallo stesso chirurgo.

Ricordo un Lied di Schubert cantato da Elizabeth Schwarzkopf, accompagnata al pianoforte da Wilhelm Furtwangler, che ascoltavo il 31 dicembre di ogni anno, a rituale sigillo della mia malinconia.

 

2

Chopin arriva a scrivere in musica (i Notturni, i Preludi) quella che il pittore Nicolas Staël definirà, secoli dopo, come «folgorazione dell’indecisione».

Alfred Cortot non eseguiva note precise ma grappoli di note, animato da una irrequietudine aerea, fallosa, appassionata. Ho amato i Preludi di Chopin come sapeva eseguirli lui, in quella imperfezione piena di rubati e di echi.

In certe Variazioni di Mozart interpretate da Walter Gieseking la vibrazione del pianoforte è quasi assente. Il suo tocco genera suoni che tendono a sparire, asciutti e lontani, come apparizioni isolate.

A Glenn Gould, grande estimatore della complessa musica di Haydn, parte della musica di Mozart appare superficiale in quanto non utilizzerebbe, in profondità, tutta la materia sonora di cui è prodigiosamente dotata.

Dino Ciani, che morì a trentaquattro anni in un incidente d’auto alle quattro di notte nei dintorni di Roma, all’inizio degli anni settanta eseguì il repertorio pianistico fondamentale come un ragazzo che scopre per la prima volta le sonorità vellutate e potenti dello strumento, dagli Studi di Chopin alle Variazioni Diabelli di Beethoven Il suo coetaneo e amico, Maurizio Pollini, al confronto, era percussivo come Boulez. Ma Pollini, con l’incisione del 2005 dei Notturni, si avvicina all’amico e quasi lo supera, per ineffabilità, come se fosse entrato nel suo stesso regno trentun anni dopo.

Arthur Schnabel, il massimo interprete delle sonate beethoveniane, esprime la loro vertigine restando scrupolosamente fedele alla scrittura dello spartito. Ma il suo tocco timbrico nasconde le geometrie di quelle pagine in un vortice sonoro.

 

3

La XII variazione della Sarabanda variata di Johann Cristoph Bach, per clavicembalo, mi ricorda Alle porte di Kiev, il finale dei Quadri di un’esposizione. Bach e Mussorgskij sono, in questo caso, accomunati dall’idea musicale di una marcia non solenne e non tragica ma grave, ineluttabile, irrinunciabile.

Muzio Clementi, che pubblicò a Londra nel 1777 lo Scherzo nero – 21 variazioni per pianoforte, nel corso degli anni ripubblicò l’opera mutilandola delle variazioni più bizzarre e notturne, fino ad amputarla dell’ultima – un pianissimo con scala cromatica discendente, una straordinaria «sospensione» nel vuoto – e sostituirla con la banale riesposizione del tema, una celebre cantilena irlandese.

Sotto la melodia udibile c’è sempre un’oscurità armonica, una risonanza che l’orecchio umano chiama silenzio.
Lucetta Frisa

Scrive Pascal Quignard: «Mi stupisce che degli uomini si stupiscano che chi fra di loro ama la musica più raffinata e più complessa, essendo capace di piangere ascoltandola, sia capace allo stesso tempo di ferocia. L’arte non è il contrario della barbarie. La ragione non è la contraddizione della violenza».

Cancellare la musica come materia musicale e farne sfrenata sintassi di voci: ecco la mise en abîme del genio rossiniano.

Alcuni adagi di Schubert, nel contesto delle Sonate, trasformano gli altri tempi in rumorose perifrasi.

Gli archi – il suono di fondo della sinfonia classica – in Janacek sono usati con entrate improvvise, febbrili, stridenti, che sottolineano la loro uguaglianza con gli altri strumenti dell’orchestra. Questa uguaglianza crea disarmonie e dissonanze – nuove forme di ascolto.

 

4

Il mio amore per la musica organistica ha qualcosa a che fare con la coralità di una musica che convoca voci diverse in diversi registri sonori.

Sostiene Tolstoi: «Là dove si vogliono avere più schiavi, ci vuole più musica possibile».

Ascoltare messe antiche. Le asprezze eccitanti di Guillaume de Machaut. La dolcezza senza futuro di William Byrd. Le folate di luce di Orlando di Lasso. L’ossessione austera di Frescobaldi. La malinconia rinascimentale di Palestrina. La leggerezza polifonica di Monteverdi. Le lunghe voci sorde di Gesualdo da Venosa.

Amo le variazioni sul tema portoghese della Folia, da Cabezon a Marais, da Ortiz a Frescobaldi, da Corelli a Vivaldi, non tanto per la bella tensione del tema di danza quanto per il basso ostinato e ternario che la regge, fondamento di un’architettura musicale enigmatica e ossessiva, in assonanza con la follia che occupa con la stessa ossessione le mie giornate reali e i miei pensieri quotidiani.

La musica, secondo Gabriel Fauré, porta un «desiderio di cose inesistenti».

Diceva Theodor Adorno di Alban Berg: «plasmava la musica stessa a immagine dello svanire e con essa dire addio alla vita».

Un brano per organo di John Cage comincerà ad essere eseguito, per volontà dell’autore, nel gennaio del 2006. Ogni due mesi ci sarà un concerto e l’esecutore suonerà tre accordi. Poiché il brano dura venti minuti per un certo numero di accordi, si è calcolato che, alla fine del concerto, nel 2640, non solo saranno morte diverse generazioni di organisti e di spettatori ma lo stesso organo si sarà polverizzato.

L’aria ha dei suoni che solo certe musiche possono catturare.

 

5

Buddy Bolden, il primo trombettista a suonare jazz nello stile di New Orleans, cessò di suonare nel 1906 per schizofrenia paranoide. Sopravvisse in case di cura e morì di aterosclerosi nel 1931. Non sappiamo nulla della qualità e della potenza del suono di Bolden che, si dice, «suonava più forte di qualsiasi altro al mondo». Jerry Roll Morton diceva di lui che «è impazzito perché si è soffiato il cervello fuori dalla tromba».

Si definisce come “imperfetta” l’estetica dell’arte jazz. Paul Desmond afferma che l’improvvisatore deve «strisciare lungo un ramo, mettere una fila di note una contro l’altra e cercare di farle andare d’accordo, di avvicinarle».

Brad Mehldau esegue variazioni su temi classici: indimenticabile quella da Moon River. La sua musica è centripeta e diabolica, nel costante andare e venire dal tema che esplora e abbandona.

Miles Davis in Bags Groove: il ritorno ossessivo del tema da cui la musica non riesce a liberarsi se non attraverso il soffio, sempre meno udibile, del fiato emesso dalla tromba.

Bill Evans è il solo pianista che non smetterei mai di ascoltare – entertainer che si trasforma in sciamano.

Thelonius Monk sviluppa il suo Round of midnight in tre minuti, con spigolosa secchezza, disarticolando il tema. Bud Powell lo sprofonda, per oltre nove minuti, in variazioni ipnotiche, osservando lo spettatore con occhio mite e folle.

 

***

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11 pensieri riguardo “Nottario (I, 3)”

  1. Sempre più, conoscendo e approfondendo la sua scrittura, ammiro lo stile di Marco Ercolani. Una voce “erudita” nel senso migliore del termine, dove per erudizione non intendo il freddo elenco accademico di nozioni, ma qualcosa di molto più raro: la capacità, dietro uno stimolo, di raccogliere e di evocare tutte le esperienze culturali che si sono profondamente interiorizzate in una vita.Mi ricorda il metodo e lo stile di Cristina Campo, ma con un tocco in più, mutuato dall’esperienza di vita e di lavoro dell’autore, che (come qualcuno sa) è psichiatra. La definirei, inventando adesso sul momento, una “erudizione per libere associazioni”.Le sue citazioni sono come cerchi nell’acqua; al lettore si chiede non di riprodurle a memoria, né di entrare in competizione (cosa peraltro assai difficile!)con la grande cultura letteraria e musicale dell’autore; piuttosto gli si chiede di perdersi nell’esattezza, in un geometrico sogno di simboliche tracce vibranti che sono state vita, storia, dolore. “Vertigine e misura”, tanto per citare un altro bellissimo libro di Marco Ercolani edito dalla Vita Felice, che vi consiglio vivamente di leggere. L’arte non è caos irrazionale, è misura continuamente conquistata al sogno o all’incubo; è proiezione del proprio Sè in un passato culturale che è anzitutto nostro – perchè, direbbe Lacan, “noi siamo gli altri”. Proprio per questo, in quanto ci appartiene, possiamo interiorizzarlo, come fa l’autore, in tutta la sua vitale significazione.E la poesia, come la musica, è quel “sogno in presenza della ragione” che rende possibile, e persino profondamente razionale, sognare l’inesistente.Alessandra Paganardi.

  2. So, Alessandra, della fermezza del tuo sguardo critico. Ora che lo applichi a me, non posso che esserne lieto. Mi aiuti a decifrare la mia natura, che spesso non è chiara al mio interlocutore, e talvolta sfugge persino a me.

    Il “sogno in presenza della ragione” – che nel mio “Nottario” è una citazione e che ricordo attribuita a Tommaso Ceva, autore del settecento – è la chiave di volta della mia poetica di autore. Misura conquistata al sogno e all’incubo, ma che nel sogno e nell’incubo riconosce le sue radici. “Erudizione con libere associazioni” – dici molto bene. Ma sai, io non mi considero affatto un erudito, mi considero un eclettico lettore che ha passato gran parte della sua vita a innamorarsi del pathos di certi libri e del pathos di certe esistenze, e annotarne le conseguenti emozioni.

    “Perdersi nell’esattezza” è un’espressione bellissima, e questa te la rubo, consapevole che la “poetica” è molto spesso un furto, che poi trasforma l’oggetto rubato in altra cosa, che a sua volta spero sarà di nuovo rubata.

    Se la mia scruttura suscita queste reazioni critiche, viene voglia di continuare ancora.

    Ciao, Marco

  3. molto bella questa partitura
    che, se dovessi (e devo) sintetizzare, direi che
    convoca all’ascolto per “nuove forme di ascolto”
    “ricercare” come sembra essere il nome originale della forma musicale della fuga
    (ricordo di avere letto, mi è rimasto impresso, sempre a proposito di Bach e della sua Offerta musicale)

    vibrazione certamente e risonanza (si auspica!), ma anche, come dici, dissonanze, opposizione di fase.

    A proposito di vibrazione, (mi ha colpita molto quel bellissimo passaggio ” L’aria ha dei suoni che solo certe musiche possono catturare.”)
    ed in tema con l’ascolto (l’incontro, ma di più, l’andare verso e attraverso altre vibrazioni)

    ti riporto una delle frasi celebri di Hellen Keller (che sorda e cieca imparò a parlare e sentire proprio “ascoltando” le vibrazioni dell’aria emesse dagli altri (oltre che dal tocco delle dita della sua insegnante sulla gola):

    “Vi sono due mezzi pei quali possiamo agire: con le nostre proprie manie per mezzo dei nostri simili”.

    Per mania qui metto quel tuo ““sogno in presenza della ragione” che davvero è ok top-

    Infine, si intrecciano qui diversi temi, per es:,
    “Sotto la melodia udibile c’è sempre un’oscurità armonica, una risonanza che l’orecchio umano chiama silenzio.”
    La musica, secondo Gabriel Fauré, porta un «desiderio di cose inesistenti».

    Diceva Theodor Adorno di Alban Berg: «plasmava la musica stessa a immagine dello svanire e con essa dire addio alla vita».

    o
    “Scrive Pascal Quignard: «Mi stupisce che degli uomini si stupiscano che chi fra di loro ama la musica più raffinata e più complessa, essendo capace di piangere ascoltandola, sia capace allo stesso tempo di ferocia. L’arte non è il contrario della barbarie. La ragione non è la contraddizione della violenza».”

    e

    Sostiene Tolstoi: «Là dove si vogliono avere più schiavi, ci vuole più musica possibile».”

    ciao!

  4. Ringrazio Alessandra e Margherita per i preziosi commenti.

    “Nottario” è, a mio modo di vedere, la summa del progetto scritturale di Marco: un’architettura “fuori formato” che trova pochi termini di confronto nella produzione italiana attuale.

    fm

  5. Grazie, Margherita. Grazie, Francesco.
    Il “fuori formato” del mio progetto (no, non si ispira alla collana dello stesso nome diretta da Andrea Cortellessa) è proprio il compito folle e molto logico che mi sono assunto (o meglio, è il compito che ha assunto me, io cosa potevo farci, solo evitare di resistere alla tentazione e l’ho fatto). Chi scrive oggi deve camminare in mezzo a molte risonanze, anche se poi il suo talento gliene farà scegliere una o due. Mi colpisce molto, Margherita, la frase della Keller, che faccio mia, e sulla quale ragionerò (perché una prima lettura ne presuppone molte altre).
    Ecco, questa riflessione mi sembra quella giusta: supporre sempre la presenza del palinesto, in ogni cosa facciamo o diciamo. Scrivere, molto o poco, come disseminando, come essendo una spugna che assorbe e poi rilascia tutta l’acqua. Un amico mi ha detto, in una mail recente: “Ma tu sei fatto di acqua o di parole” alludendo all’eccesso della mia scrittura. Gli ho risposto che sono fatto di entrambe.
    Approfitto di questo spazio per dire a Francesco, Margherita, Alessandra, che il mio saggio su arte e follia, “L’opera non perfetta” è fresco di stampa!
    Ciao, Marco

  6. E’ una gran bella notizia!!!

    Ero tentato di anticiparla nel commento precedente, ma sono contento l’abbia fatto tu.

    Rebstein, a quanto sembra, porta bene!
    Spero che altre opere presenti nella Dimora possano presto trovare la via della pubblicazione cartacea.

    fm

  7. Oh sì, Francesco-talismano.
    Presto ti arriverà a casa “A schermo nero”, stampato oggi, che ha già disseminato le sue parole-fotogrammi nella Dimora…
    Marco

  8. “Sotto la melodia udibile c’è sempre un’oscurità armonica, una risonanza che l’orecchio umano chiama silenzio.” Questa frase, che ho involontariamente fatta mia, è di Lucetta Frisa. Si vede che l’ho amata tanto (la frase, ma non solo la frase, credo) che l’ho inconsciamente rubata.
    Riparo con questo commento.
    Un abbraccio a tutti i traversanti la dimora.
    Marco

  9. Tutto a posto! (Ciao, Lucetta)

    fm

    p.s.

    Sono alle prese da giorni con il contenuto di “Nottario I, 4” (un po’ di pazienza e sarà presto qui): sospeso in una soluzione indicibile di silenzio/ascolto e incanto…

    (… e di invidia per l’autore di quelle pagine :)

  10. ciao, carissimo Francesco.
    Anche se non intervengo sono presente a tutto quanto fai, esprimi, commenti e soprattutto sei (sia come poeta sia come persona). Direi:unico.
    E apprezzo molto tutti quanti in questa splendida dimora, ti circondano.
    Questo “movimento” d’intelligenza, sensibilità, intuizione, tutta questa aria così sottile e benefica, credo si trovi solo qui e sia merito solo tuo se l’hai suscitata e concentrata.
    ancora un ciao affettuoso
    lucetta.

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