Dieci sequenze per una metamorfosi

Marco Ercolani

 

 

 

 

Dieci sequenze per una metamorfosi (I)

 

1

«Mentre era disteso a sognare sugli scogli neri, il vento deve aver cambiato direzione». Queste parole del poeta olandese Ches Noteboom ci avvicinano alla poesia di Francesco Marotta, i cui versi sembrano arrivare da uno slittamento del senso, da una metamorfosi del linguaggio, e pur sognando se stessi continuano a cambiare direzione, come le colate laviche di un vulcano silenzioso ma mai spento.

la fiamma leva in alto,
oltre i confini della morte,
la scienza esatta
di una goccia d’acqua –
vaporata in cenere
che eternamente migra

 

2

«si brancola nel vuoto, nel deserto, nelle sconnessioni di senso. Se il poeta è profeta, lo è nella misura in cui la sua visione trae origine da quanto vi è di umano: finitudine e incompletezza». Luigi Metropoli descrive così la visione del mondo di Marotta: un universo frammentato, indefinito, metamorfico, ma pullulante di parole che si intrecciano ad altre parole in un dire ininterrotto che traversa dolorosamente tutti i silenzi. Come osserva Lucetta Frisa: «Dalla ferita di Francesco sgorga la melopea liturgica del canto – sangue non rosso ma bianco, come trasmutazione alchemica dell’angoscia». Questa melopea tenta di ricucire il lutto con l’esorcismo ostinato della parola, sublimato in melodia.

anche il dolore reclama
la sua sostanza di presagi,
di attese senza mondo,
desideri che hanno sfiorato
erranti architetture di spoglie,
compenso d’ombre
per grazia di nascita,
di più cifrati esili

[…]

una piuma, un’ala, una
figura sospesa tra
origine e bagliore, è quanto
resta per fare visita al
la notte

 

3

«La poesia risulta dunque un a-priori: è lingua-madre e genera senso attraverso scarti, urti, flessioni, ellissi, ossimori. La parola scatena reazioni di immagini, è essa stessa immagine e dato reale». Ivan Fedeli intuisce una fondamentale verità della poesia marottiana. La parola non ha mai nulla da dire. Niente da aggiungere al mondo delle cose evocate. Non ha biografie, racconti, sorprese. Esiste come parola che genera e rigenera parole, frase ipnotica e infinita, fatta di sillabe spezzate che tentano di ricucire il filo perduto. L’io non esiste di fronte al dolore del mondo. Un dio crudele ha già deciso. Ma si può ancora cantare negli interstizi, nelle pieghe della ferita.

… la mia
casa è una soglia
da cui guardo il mare
farsi fiamma, e la risacca
disegnare il
dis
ordine di un’
eternità interrotta al
la parola
grido

 

4

«Il poeta non trattiene a sé ciò che scopre. Non appena lo trascrive, subito lo perde. In ciò risiede la sua novità, il suo infinito, il suo pericolo». Questa frase di René Char prefigura il lavoro poetico di Marotta, che non trattiene mai del tutto la sua materia verbale e la lascia scorrere, cercando solo di fissare fragili ponti linguistici, clusters verbali, macchie informali di parole.

scrivi strappando chiarori di pronome
dalla voce la luce malata
che s’innerva
al rantolo di un verbo scrivi
con lo stilo di ruggine che inchioda
l’ala nel migrare anche la morte
che sul foglio appare dal margine
di sillabe di neve s’arrende alla caccia
al sacrificio necessario
dell’ultima lettera superstite

 

5

«Sulla strada che porta al mio libro ci si immette attraverso dieci sentieri. // Te ne ricordi? // Da tanto la sabbia li ha coperti. // Rimangono solo striature senza tempo che il vento sposta. // Poiché il libro s’avventura incessantemente fuori dal libro. // Essere sulla sua traccia vuol dire errare senza fine». Le parole di Edmond Jabès sono lo specchio in cui si riflette l’opera di Francesco, come dentro al sogno di una scrittura che cerca la difficile vertigine di un libro senza inizio né fine. Questa poesia interrogante, innodica, rapinosa, con ampie volute e veloci precipizi, è l’infinito “esorcismo” con cui si esprimono i poeti “feriti”, svenati dal loro dolore.

lascia alla parola l’aura
incantata delle origini,
il lume che le compete
per nascita e destino,
il fondo oscuro
matrice d’ogni luce,
la luce viva
che inclina all’ombra
per rovesciare gli orli
della fiamma e
leggersi notte nel lampo
che l’annuncia

[…]

l’incanto, vertigine di spina,
è tutto nel monologo
della fonte che si consuma
in polvere e resine di canto –
una cadenza, per metà dolore,
che sussurra agli specchi
le lettere dell’ombra

 

6

«Allo scrittore è chiaro, o deve essere chiaro, che scommettere oggi sull’eternità è un gioco d’azzardo pericoloso almeno quanto scommettere sull’attimo. E chi ha mai vinto a questo gioco? Chi può essere soddisfatto?» L’interrogazione di Danilo Kiš è una provocazione che il poeta raccoglie in pieno, scommettendo sull’azzardo dell’eternità piuttosto che sulle immagini dell’attimo. Ma la sua è l’eternità di una poesia inattuale e sviante, che si sottrae a qualsiasi griglia interpretativa, che si fa intima e sovversiva nella sua stessa metapoetica, così carnale e surreale, ma anche politica.

ti cammina sul braccio
la tenebrosa
sapienza di
chi regge lumi
al mattino, ti
acceca
il risucchio dell’olio
che sciama in vapore e
incendia il tuo
occhio
che spunta in un prato

 

7

«I nani non salgono sulle spalle dei giganti. Non arrivano a solleticarne nemmeno i testicoli: la nano-atomizzazione della letteratura non produce nel paese di Literaturistan che marginali senza futuro o specialisti di best-seller internazionali». L’atto di accusa lanciato da Massimo Rizzante contro la “piccola” letteratura contemporanea è condiviso da Francesco Marotta. Il suo blog «La dimora del tempo sospeso» ne è la concreta dimostrazione. Gli autori ospitati nella “Dimora”, italiani o stranieri, viventi e non, eretici o classici, lavorano dentro la percezione di un “tempo sospeso”, di una inattualità eretica e feconda, che ricorda, molto da vicino, grandi riviste italiane degli anni Ottanta e Novanta, da «Il Gallo silvestre» a «In forma di parole». Chi accoglie nella sua “Dimora” poeti, traduttori, critici, narratori, con tanta passione e dedizione, costruisce attraverso di loro la sua vera autobiografia, la sostanza stessa del suo canto. Protagonista assoluta della pagina web di Marotta è la libertà e la qualità del testo, comunque e dovunque si mostri – segno di «un’arte beffarda, leggera, divinamente imperturbata, divinamente artificiosa, che avvampa come una fiamma chiara» (Nietzsche). Ma i turbamenti sono tutti sommersi nell’artificio della forma, e pronti ad esplodere. Scrive Franco Arminio: «Materia prima il corpo / giacimento profondo di paura. / M’inquieta il mio svanire / fra le cose future». Marotta, che ospita questi versi nella “Dimora”, offre, a questo svanire ineluttabile, il giusto riparo. Il suo amore per la letteratura è sempre un “amore a perdere”, ma salvifico. Per lui, le sole tracce che contano sono impronte sull’acqua.

 

8

«E ancora mi azzardo ad amare / il suono della luce in un’ora morta / il colore del tempo in un muro abbandonato. // Nel mio sguardo ho perduto tutto. / Chiedere è così lontano. Così vicino sapere che non c’è». Così scrive con disperata coscienza Alejandra Pizarnik. Così Leopoldo Maria Panero sembra risponderle: «Io non so cos’è la luce / misteriosa e crudele che appare a quest’ora / eternamente immobile di un assurdo mattino / non lo so, ma so che c’è accanto a me una sorella / unico essere che esiste anche dopo il niente». L’azzardo della disperazione e la condivisione della speranza. Marotta racconta di quella luce di quell’assurdo mattino, racconta di una cattedrale che frana e rinasce e poi frana ancora, all’interno di un tempo che contiene simultaneamente ogni tempo possibile. La sua parola è una marea bianca, una salmodia muta che non smette di portare detriti alla spiaggia – segni di naufragio e insieme simboli di speranza.

Sul foglio bianco
che l’inchiostro riveste di segni

sillabe immobili

vegliano il tempo superstite.

Il tempo addensato nel suo chiarore.

Lo sguardo naufraga
tra frammenti d’ombra.

 

9

«Quando verrà il giorno / in cui sarà tanta la nostra beatitudine umana / da ridere nel fiotto vivo dell’arcipelago / come scaglie abbaglianti / trascinate dalla risacca fino alla sete delle rive? / […]Dimenticheremo allora / la vuota eternità dove vivemmo – noi effimeri – / senza conoscerci e ci ridesteremo / presso una casa di vecchie pietre / con il clamore delle foglie / insonne dei nostri rami / per toccare di là dalla scorza / per entro la fibra dura / le nostre carni dolci». I versi di Ferruccio Masini ci portano alla “casa di vecchie pietre” dove Marotta, monacale scriba del suo poema ininterrotto, può sognarsi asceta pervaso da “fitte d’estasi”. Il suo io-arcipelago trascina gridi e domande che non appartengono a un solo io biografico ma a un vasto io plurale e anonimo che, nel pulsare della parola, trasferisce l’aria rarefatta della metafisica di Mallarmé e il borbottìo escatologico dell’ultimo Artaud, coniugando il basso e l’alto attraverso una metafora elastica, una sintassi ellittica, un brusìo ininterrotto di analogie che ricorda le poesie di Lucio Piccolo o di Lorenzo Calogero, o i lunghi poemi di Saint John Perse. Non sarebbe inopportuno citare qualche analogia musicale: il mottetto Spem in alium dell’elisabettiano Thomas Tallis, in cui quaranta voci ripetono in ossessivo crescendo lo stesso tema. E ancora Frescobaldi, Skrjabin, Messiaen, o il John Coltrane di A Love supreme. Il regista sperimentale Stan Brakhage, che dipingeva e graffiava direttamente la pellicola creando mondi fantastici, ha scritto un libro teorico intitolato Metafore di una visione. Marotta sembra voler ripetere, nel suo ininterrotto poema, le metafore rituali della visione poetica.

Un altro giorno.

La pietra che era già stata
carne e voce

– fuoco e labbra

rinnoverà i suoi accenti.

L’alfabeto delle stagioni
abita il suo occhio

di sale.

Il volto che domani ci somiglia

che torna dopo noi
nelle voci rinate
come la sete da memorie

d’acqua.

 

10

«L’orizzonte, le sue tenie – vaste / cicatrici a disporre l’occhio / alla rete – rive, ancora specchi. […] / L’alba mi redime. Il Dio / iroso erompe sul mio volto: / è fulgido, mirabilmente assente». Lorenzo Pittaluga, che muore suicida a ventotto anni nel 1995 dopo avere scritto oltre 3000 poesie, è uno dei poeti più amati da Francesco ed è spesso pubblicato nella “Dimora del tempo sospeso”. Il suo destino non è estraneo al dolore che si respira nei versi di Marotta, testimone di una condizione vitale dolente ma non umiliata, come osserva bene Natalia Castaldi: «Il verso spesso appare sincopato, spezzato, irrisolto e ripreso con profonda consapevolezza nella gestione del verso – sia pure libero – che apparirà rilegato e ricucito ad arte in enjambements, sinafie e sinalefi, che non hanno unicamente il compito “formale” di conferire il voluto ritmo – musicale quanto ottico – al “colon”, ma – ancor più – il senso sciolto dell’affermare il dis/ordine del tutto e del suo stesso contrario nello scorrere del pensiero. […] La ricerca linguistica operata sulla parola, in Francesco Marotta, esula dal mero compiacimento letterario e, ancor quando sia ricca di echi e rimandi, non è mai fine ma “mezzo”, “arca” che incarnandosi del proprio intimo dis/ordine si veicola in sostanza reale, materica, duplice nella proiezione di senso della sua stessa ombra; […] poesia come resistenza, fuga e ritorno alla vita, con un’aderenza che cuce l’anima al derma per essersi testimonianza ed interezza di vita».
A queste parole così intense e accorate posso solo aggiungere che la “interezza di vita” di Marotta è la sostanza stessa della sua materia verbale, da lui lavorata e modellata con brevi tocchi, dove possibile e impossibile si intrecciano in un tale coagulo da impedire alla poesia di diventare monumento, epitaffio, stele isolata, ma al contrario “fuga nelle tenebre” di una melopea antica, aggrovigliato cercare la propria ombra/luce in mille echi, risonanze, accenti, come i “ciechi giunchi” da cui nasce “l’estasi”.

smuovere pietre
per decifrare confini
e deserti d’ombre,
fingere fiori nella chioma
orizzontale delle lampade,
immaginare negli steli
spine rovesciate,
una ferita che partorisce
gocce di bellezza: –

è questo il varco,
il guado che sfugge
a reticoli di mente,
scienza che germoglia
in ciechi giunchi
dove si compie l’estasi
che brilla,
impossibile
pupilla del vivente

 

______________________________
I libri di Francesco Marotta a cui fa riferimento il testo sono Il verbo dei silenzi (Venezia, Edizioni del Leone, 1991), Per soglie d’increato (con postfazione di Luigi Metropoli), Bologna, Edizioni il crocicchio, 2006, e Impronte sull’acqua (con prefazione di Ivan Fedeli e postfazione di Luigi Metropoli), Le voci della luna, Sasso Marconi, 2008.
______________________________

 

***

Annunci

31 pensieri riguardo “Dieci sequenze per una metamorfosi”

  1. penso francesco
    come un maestro
    accanto cui sedere
    o camminare storta
    come un cane
    senza nulla dire
    in cambio
    sorridente
    in attesa…

  2. Io mi auguro che prima o poi qualcuno editi una bella antologia dell’opera di Francesco Marotta che merita ancora certi riconoscimenti! Ottimo questo saggio. Complimenti!

    Un caro saluto

  3. Vi ringrazio. Un grazie particolare a Marco Ercolani.

    Lucy: penso a me e a te – come due cani, sciolti, che camminano, storti, da sempre, dietro il flebile riflesso di luce dell’unica maestra che riconoscono, quella senza dottrina: la propria ombra.

    Natàlia: se clicchi sul titolo, ti si apre il pdf.

    Luca: purtroppo, o per fortuna, non siamo poeti da antologia.

    fm

  4. Comunque, un giorno o l’altro, Marco dovrà pur spiegarmi come fa a sapere dei mie rapporti “intimi” con John Coltrane (un vero “DICO”, ormai quarantennale), con Brakhage, con Kiš, con…

    fm

  5. Grazie a Marco per aver riportato su questa Dimora la Poesia del nostro amato e stimato Francesco.
    Una Poesia da centellinare perchè possa adagiarsi in noi, nei meandri più sottili dell’emozione-empatia-bellezza e mai più sparire.

    jolanda

  6. Grazie a tutti dell’attenzione.

    Per Francesco:
    il tuo amore per Coltrane me lo hai rivelato in un vicolo di Genova, prima che presentassi i tuoi libri.
    Su Kis: beh, chi non lo ama non è mio amico.
    Su Brakhage sono andato a caso, e m’è andata bene.

    Sono felice di aggiungere le mie parole a quelle di chi ha già parlato di te e della tua opera ancora troppo “segreta”.

    Marco

  7. Marco, rendiamo merito al merito: Coltrane è frutto di una tua folgorante intuizione “d’autore” – e ciò vale anche per Brakhage, su altro versante: “Per soglie d’increato” è, infatti, una tessitura tutta coltraneana. A Genova, invece, ti avevo detto di Mingus (la mia “donna schermo”), la cui opera omnia aveva accompagnato la stesura di “Postludium”.

    Bando agli scherzi: grazie davvero, sono onorato della tua attenzione.

    fm

  8. Ma davvero!! Pensa che avevo un falso ricordo su “A love supreme…”

    Ma dal falso nasce il vero, come sempre.

    E poi, i critici, se non sono un po’ rabdomanti sono solo dei rompiscatole.

    Ciao, Marco

  9. Grazie, Giorgio. Penso che la scrittura di Marco sia, tra le altre cose, anche questo: una serie interminata di sequenze da abitare.

    Ti ringrazio Roberto, il tuo passaggio mi fa particolarmente piacere.

    fm

  10. Davvero bella questa lettura critica di Marco Ercolani, ancora di più, e ancora più toccante (e ispirata e pienamente alla poesia di Francesco Marotta)
    dato che Marco ha saputo (ottimamente)
    renderla corale con le voci altissime di altri autori
    (scusate la sovrabbondanza di aggettivi e avverbi di modo..) .

    Poco da aggiungere, tutto da rileggere, se non che, io ritrovo qui, di nuovo,
    quella che è stata (alla prima lettura) ed è (tuttora) per me la poesia di Francesco Marotta:

    su carta i riverberi di (ombra e) luce,
    quelle “fitte estasi”, quel “borbottìo escatologico” (di cui dice Ercolani),
    quella continua trasmutazione di immagini e di ritmo
    (“brusio ininterrotto di analogie” ancora Ercolani, oppure :”Il verso spesso appare
    sincopato, spezzato, irrisolto e ripreso […] che apparirà rilegato e ricucito ad arte
    in enjambements, sinafie e sinalefi, che non hanno unicamente il compito

    “formale” di conferire il voluto ritmo – musicale quanto ottico
    […]”dell’altrettanto ottima Natalia Castaldi)
    per la trasfigurazione del nostro senso quando è, come dice Novalis, “dilatato da intima fiamma“
    ma non ancora sciolto (se no non sarebbe dicibile) in “stelle chiare”

    Insomma, ti ho (a te Francesco) già detto
    (e cavolo, mi sa che sono noiosa)
    che mi viene incontro quel rendere “visibile” l’incorporeo, dell’oro bizantino

    la tua poesia,
    (e qui, in particolare è la poesia -stupenda!-
    “ti cammina sul braccio
    /la tenebrosa/sapienza di
    / chi regge lumi
    /al mattino/[…]”)

    la tua poesia, dicevo, mi sembra metta in opera
    (e di nuovo sfrutto la preziosa osservazione di Marco a proposito del regista sperimentale Stan

    Brakhage “che dipingeva e graffiava direttamente la pellicola creando mondi

    fantastici
    ”)
    le immagini e i versi come fossero le foglie d’oro, magari di una doratura all’acqua ,

    i versi sulla pagina bianca, come sulla tavola di legno gessata, messi con maestria per esaltarli nella loro iridescenza e anche fragilità scomposta e ricomposta;

    all’artista, ma anche al lettore, talvolta la magia necessaria di sospendere il respiro quando ci si avvicini alla foglia d’oro…

    Sorry per la confusione,
    complimenti a tutti
    ciao!

  11. Margherita, sono ammutolito.

    Penso, comunque, che con lettori come voi in giro mi convenga fare direttamente outing… Uno scopre la mia tresca con Coltrane, l’altra quella con l’arte bizantina… Che occhio, ragazzi! ;)

    Grazie a tutti, di cuore.

    fm

  12. Ho avuto il privilegio di leggere versi di Francesco davanti a un pubblico.
    E di rifugiarmi per un’ora nella sua innocenza aurorale
    Un posto dove la cultura ridiventa pane e la pausa è ricchezza.
    E’ stata un’esperienza fortissima, più di quanto mi sia capitato leggendo cose mie.

  13. una lettura critica attenta e profonda, che ho apprezzato molto. Le voci messe insieme da Marco Ercolani danno vita ad un bellissimo concerto dedicato ad una poesia grande, davvero “sovversiva”.

    grazie a Marco Ercolani, grazie a Francesco Marotta (per la sua poesia, per la Dimora, per le sue “impronte sull’acqua”….)

    stefania

  14. “I versi sulla pagina bianca come sulla tavola gessata”. L’osservazione di Margherita, che traversa tutti i testi con la mossa slowskijana del cavallo, aggiunge un altro tassello a cui non avevo pensato. Francesco come monacale pittore di parole…
    Meno male che le mie sequenze hanno un numero progressivo e ce ne potranno essere altre. Nutrirsi delle intuizioni degli altri è cosa buona e giusta…
    Viva il furto consapevole!
    Marco

  15. splendida analisi per una poetica che non ha eguali (e che andrebbe studiata nelle scuole) nel travagliato e confuso panorama contemporaneo.

  16. bel saggio, anzi contributo alla lettura di Francesco. Di cui, tra le altre molte cose, si può dire che non ha mai smesso di studiare poesia, traendone sempre un insegnamento “eretico”, selettivo (e non mi riferisco solo al suo “hairesis”), di una disciplina (sì, certo, monacale) esercitata prima di tutto con sé stesso. Si è parlato a volte a sproposito di etica in poesia, ma qui il senso è – davvero etimologicamente – di alto “comportamento” poetico.
    Insomma, come si fa a non volergli bene a uno così?

  17. le ‘stanze’ di Marco Ercolani sono piene di luce. Bellissime note a un poeta del deserto, nel deserto. Che fa del deserto abitato il luogo della parola inquieta.

    Ho apprezzato tutti i riferimenti, particolarmente quelli a Jabès e a Danilo Kis.

    Anch’io amo molto Kis, ergo, sono amico di Ercolani.

    caro Francesco, l’idea lanciata da luca Ariano non è malvagia, anzi, quasi una via necessaria.

    Spero anch’io di aggiungermi alla bella catena bibliografica che ti segue e sostiene! ciao.

  18. Caro Manuel: tu, Luca e tutti gli amici parlate “per troppo di amore”, come direbbe “lo padre” Dante. Ed è questo il “punto”: l’amicizia: una delle poche “cose” che io non baratterei con niente al mondo: perché non c’è antologia, non c’è poesia, non c’è verso – per quanto bello, espressivo, potente – che potrebbe mai valerla: mai.

    Un abbraccio e un grazie rinnovato a tutti.

    fm

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...