Conversazione con Gianni Celati

Gianni Celati
Alberto Alfredo Tristano

Il professore, alla maniera dell’amato Swift, fa una modesta proposta: far studiare a scuola le Operette morali al posto dei Promessi sposi. Una scelta che ha a che vedere con la sua idea di Italia: «Si parla dei 150 anni dell’Unità, ma non possiamo dimenticare la cecità della cultura piemontese. Cosa fu al sud, quest’Unità, se non una rischiavizzazione dei Savoia?».

Gianni Celati, che ha insegnato linguistica, comparatistica e letteratura in più di un continente, da Princeton a Caen a Bologna, che ha scritto saggi (Finzioni occidentali) e prose di invenzione (Comiche, Parlamenti buffi, Narratori delle pianure), affermandosi come uno dei massimi narratori italiani, oggi fa il libero battitore nei territori del racconto. Non è un neoborbonico del 2010, mai potrebbe, lui nato a Sondrio nel ’37, cresciuto sul Po ferrarese e presto divenuto cittadino del mondo, ma sull’Italia unita e le sue lettere ha un’idea precisa.

«L’Unità era un’operazione sacrosanta, bellissima. Ma che errore fu la cancellazione di Napoli dalla cartina politico-culturale del potere italiano… La città di Basile, di Vico, di Giordano Bruno, all’avanguardia su tutte le altre città italiane. Napoli doveva essere la capitale della nuova Italia, altro che Roma: ci si dovrebbe vergognare della boria di Roma, dove tutti han paura che il Papa li sculacci, come diceva Fellini…». E a proposito di libri fondanti: «Prendiamo I promessi sposi, capolavoro autentico che introdusse la stabilizzazione ferrea di un sistema letterario, la definizione imperativa di un racconto nazionale. È giusto studiarlo, ma per me l’opera simbolo che tutti gli italiani dovrebbero leggere, sono le Operette morali di Giacomo Leopardi, suprema forma di darwinismo letterario, che prospetta l’uomo oltre il proprio confine, che ci ricorda la nostra mortalità insegnando a vergognarci delle nostre vanità, a non esser categorici mai. Per me quelle pagine sono l’educazione più sicura, quella a cui sento di dover tornare…».

Celati ha da poco pubblicato con Feltrinelli i suoi Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna, metà autobiografia e metà ballata – protagonista è un attore povero e anziano, Attilio Vecchiatto – sul tema di Amleto secondo la versione di quel Jules Laforgue che ispirò il Carmelo Bene di Hommelette for Hamlet. E in questi giorni sta ultimando il montaggio di un suo film documentario sull’Africa, frutto di una lunga permanenza nel continente nero: «Ci andai dopo aver insegnato a Chicago. Lì tutti prendevano Prozac. Anch’io vedevo tutto scuro. Ma in Africa la depressione non esiste…».

Da vent’anni ha trasferito la propria residenza in Inghilterra. Dove, alle ultime elezioni, secondo lui ha vinto comunque Blair: «Al governo sono andati i candidati che più gli somigliano e ha perso quello che gli somigliava di meno, per quanto fosse dello stesso partito. Brown più che all’idea del bene crede in una specie di matematica teologica, da puro protestante scozzese. Blair ha fatto riforme che resteranno. Io comunque avrei votato per i verdi…». In Italia, Paese «inospite, triviale», di «fango e brulicame» in mano a Badalucco «cavalier furbino» (come scrive nei suoi Sonetti), non saprebbe. Il rapporto con la politica si è azzerato quando si chiuse la militanza nel vecchio Pci. Lui, addetto al lavoro culturale in quel di Bologna: «Mi ricordo quando battevo le case del popolo in provincia per spiegare il mio anti-stalinismo, con i commenti dei compagni basiti che mi davano del “liberale” o “testa di cazzo”, che per quella platea erano perfetti sinonimi, e mi costringevano a scappare nella nebbia… Frequentavo amici di famiglia, veri partigiani, in fiduciosa attesa della rivoluzione, che della guerra avevano conservato le pistole o i mitra, e mica nascondendoli ma tenendoli bene in vista in cucina. Ma soprattutto amavo le donne di quel vecchio Pci, qualcosa che rendeva il comunismo come l’eros del Simposio di Platone, qualcosa che unisce il greve e l’acuto, il duro e il molle…».

Celati non ha mai smesso l’attività di traduttore. Il suo primo rapporto professionale con la letteratura. «Ero a Londra con una borsa di studio, dedito a quel delirio della lettura che ancora mi accompagna. Scoprii un testo di Jonathan Swift ancora inedito in Italia. Era la Favola della botte. Il testo capitò nelle mani di Italo Calvino, che lo fece pubblicare. Divenimmo amici. Quando tornavo da Londra, e lo facevo sempre in macchina, mi fermavo sempre da lui a Parigi, dove viveva. Grazie a lui debuttai con le mie Comiche. Calvino era una straordinaria macchina narrativa, aveva la capacità di fare di ogni cosa un racconto. Ma fu rovinato dai suoi complessi di inferiorità. Verso tutti: la Francia, gli strutturalisti, Roland Barthes, alla cui lezioni assisteva come uno studente qualunque, Giorgio Manganelli, Edoardo Sanguineti…

A Parigi incrociammo Beckett e lui non volle incontrarlo, e si commosse perché in lui vedeva lo scrittore che non sarebbe mai stato. Era ossessionato dal mantenere la fama che si era conquistato, quella del “grande intellettuale”, “il grande autore”, lui che in privato si definiva “uno scrittore domenicale”, come se quella sua facilità di raccontare fosse una debolezza, una specie di frivolezza intellettuale a cui non doveva piegarsi. Era fermo a un’idea newtoniana della scienza e della letteratura, la teoria dei quanti non la volle frequentare mai. Mi ricordo gli ultimi momenti di lucidità in clinica a Siena, prima che morisse. Ripeteva fra sé: “Le rette, le parallele… Giovanni Di Marzo… fenomenologo”: un romanzo embrionale, queste frasi, il romanzo che non poté scrivere. Ai suoi funerali l’intellighenzia italica diede davvero il peggio di sé: capannelli sparsi e mormoranti dove c’era chi pianificava di pubblicare il suo ultimo libro in quattro lingue, chi si sentiva già suo delfino, chi strologava su contratti da firmare. Povero Italo…».

C’era una volta Alice. E c’è ancora. Tim Burton ne ha tratto un successo planetario per il cinema. Nelle analisi politiche sul recente voto britannico c’è chi l’ha tirata in ballo perché «la Costituzione al pari di Alice nel paese delle meraviglie si deforma come se avesse mangiato funghi allucinogeni» (Richard Newbury sulla Stampa). Per Celati, Alice invece vuol dire 1977. La Contestazione. «Avevo lasciato l’insegnamento alla Cornell University, nello Stato di New York, dopo essere stato indicato da Manganelli per la cattedra al Dams di Bologna. In America avevo conosciuto a fondo la controcultura, di cui Alice era divenuto il simbolo. Decisi di dedicare il mio corso proprio al personaggio di Lewis Carroll». L’Alice italiana fu la bambina del Movimento che infiammò quell’anno con i carri armati spediti da Cossiga per le strade di Bologna. «Dovetti firmare delle carte con cui mi assumevo la responsabilità totale di quanto accadeva durante il mio corso». In quegli anni, in quelle aule, c’erano ragazzi che di lì a breve avrebbero occupato la scena culturale italiana. Sui quali Celati ha opinioni differenti. Pier Vittorio Tondelli: «Intelligentissimo. Una mente portata per gli affari. Ebbe subito successo con Altri libertini, costruito a tavolino in Feltrinelli. Io gli dicevo: “Ma perché non provi a rileggere Ariosto?”. Ma lui pensava solo agli americani. Riducendosi a scrivere libri che sembravano cattive traduzioni dei romanzi d’oltreoceano». E Andrea Pazienza: «Forse il più grande talento della sua generazione. Non fece mai nulla per compiacere nessuno. Ma che balordi, gli eroinomani…».

Dovesse indicare gli autori di cui mai privarsi, oggi Celati direbbe tre nomi: «In cima ci metto Antonio Delfini, grandissimo stilista semi-sconosciuto, lontano da ogni convento. Poi Beckett, capace di scrivere cose che a nessuno riuscirebbero. E Proust: ho cominciato a leggerlo seriamente solo sui 50 anni, e dentro ci trovo tutto». Ma, in sostanza, perché si scrive? «Quando scrivo mi capita di pensare a Totò. Totò ci ha riscattato tutti, ha sgonfiato i tromboni. Perché scrivere? In fondo si scrive perché nessuno è mai da solo, perché immagini da qualche parte qualcuno in sintonia con te. Forse, si scrive solo per amore…».

(Tratto da Il Riformista del 27 maggio 2010)

***

8 pensieri riguardo “Conversazione con Gianni Celati”

  1. Grazie per averci fatto conoscere, Francesco, queste parole così illuminanti e profonde. Un’intervista in cui ogni frase è un piccolo grande tesoro da conservare con cura.

  2. “Si scrive perché immagini che da qualche parte qualcuno è in sintonia con te”.
    Direi che la sostanza della scrittura è questa. Il resto sono o questi o quei libri.
    M.

  3. “povero Italo”: la frase più semplice per dire la pietà. c’è ancora chi la prova e non la dice con frasi piene di trombe e squilli – la dice come la direbbe uno zio in cucina… ciao Francesco, sempre
    m

  4. l’ironia sdegnosa e al tempo stesso leggera di Celati è una lezione di etica…come il “si scrive per amore”..come ogni cosa che val la pena di fare, grazie FM per questo post, V.

  5. Sì Viola, concordo: quella frase racchiude tutta la profondissima levità di una verità indiscutibile.

    Di Celati, se me la manda, pubblico anche la lista della spesa: sono convinto di trovarci comunque “qualcosa” su cui riflettere.

    Grazie per i commenti, un saluto a voi.

    fm

    p.s.

    Ciao Massimo, sempre

  6. celati è uno di quelli che nei miei sogni ad occhi aperti immagino di incontrare: e mi vedo che mi impappino cincischio un lembo di giacca stropiccio un foglio e lui si innervosisce irrimediabilmente: ma io deglutendo gli dico che quando ero ragazza/ina mi sono tirata su con guizzardi-langdon e per l’appunto mi sentii d’essere in compagnia, pensando che lontano lontano c’era qualcuno che soffriva quasi quanto me, ma, come me, non smetteva di ridere e far ridere.

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