La sventura al Lido

Louis-René des Forêts

Il racconto di des Forêts, apparso nel 1985 in un numero monografico della rivista «Cahiers pour un temps» dedicato a Pierre Klossowski, è stato poi riedito in volume autonomo: L.-R. des Forêts, Le malheur au Lido, Montpellier, Fata Morgana, 1987. Si avverte che, nel racconto, le espressioni da noi riportate in corsivo (ad eccezione, ovviamente, del post scriptum) sono in italiano nel testo originale. Come spiega l’autore stesso, il titolo allude a La morte a Venezia di Thomas Mann, del 1912, e al film che ne ha tratto Luchino Visconti nel 1971. La presente traduzione è stata pubblicata per la prima volta in «Arca», n. 1, 1997. La Lettre à Dominique Rabaté di Roger Laporte è apparsa in «Le temps qu’il fait», n. 6-7, 1991, pp. 53-55. Le opere di des Forêts a cui Laporte fa riferimento sono il romanzo Le bavard, Paris, Gallimard, 1946 (tr. it. Il chiacchierone, Milano, Guanda, 1982), i racconti Les grands moments d’un chanteur e Une mémoire démentielle, entrambi compresi in La chambre des enfants, Paris, Gallimard, 1960 (tr. it. La stanza dei bambini, Macerata, Quodlibet, 1996) e due volumetti di poesia: Les Mégères de la mer, Paris, Mercure de France, 1967 e Poèmes de Samuel Wood, Montpellier, Fata Morgana, 1988. (Giuseppe Zuccarino)

 

La sventura al Lido

Per Octave

     Sistemato in una poltrona club in pelle di cinghiale, è con una sensazione di profondo benessere che egli contempla l’ampia hall dell’albergo veneziano dai rivestimenti di stucco color verde pallido, risalenti al secolo scorso, su cui giocano i riflessi della laguna. Di quest’ultima, dal luogo in cui si trova, non può scorgere, attraverso le grandi aperture a vetri, che una sottile striscia rettilinea, e occorre anzi un’estrema attenzione per riuscire a distinguerla dal cielo. Ma in effetti non ha occhi che per l’ininterrotto andirivieni dei clienti – dame in abiti leggeri, signori in completi di alpaca di taglio un po’ antiquato – a cui si aggiunge, su un ritmo assai più accelerato, quello di una mezza dozzina di groom che, per meglio assicurare il servizio, corrono in tutte le direzioni con un’aria affaccendata, come se non sapessero letteralmente dove sbattere la testa.
     Tutta questa agitazione contrasta col suo atteggiamento noncurante, ch’egli accentua a bella posta, tenendo la testa rovesciata contro il morbido schienale, con un gomito appoggiato al bracciolo della poltrona, la guancia posata sulla mano ripiegata, senza tuttavia riuscire, nell’intento di aggiungere un tocco di elegante fannullaggine, a fingere di disinteressarsi del balletto che si recita di fronte a lui. Così non può impedirsi di seguire con sguardo divertito il gesticolare del portiere, doppiamente occupato a soddisfare le esigenze della ricca clientela e a dettar legge alla piccola folla dei groom che gravitano attorno a lui come altrettanti portaordini, sia che li chiami con uno schioccare di dita, sia che, sporgendo a mezzo busto dalla sua guardiola, ne acchiappi uno di passaggio per somministrargli, a titolo di ammonimento, un colpetto sulla testa ornata di berretto gallonato.
     In quel momento lo vede dare istruzioni a un ragazzo dai capelli impomatati, che trattiene per il risvolto della giacchetta, tendendo l’altra mano verso uno degli angoli della sala, proprio quello da cui, sistemato nella sua poltrona, egli osserva la scena. Il groom scatta subito per eseguire l’ordine e si insinua tra la folla in mezzo alla quale, per un attimo, lo perde di vista, ma all’improvviso riemerge di fronte a lui, a pochi passi di distanza, tutto rosso e trafelato; poi, dopo una rapida riverenza, stando fisso sull’attenti, col mento alzato, le mani sulle cuciture dei pantaloni (così stretti che gli modellano le gambe e le fanno apparire esilissime), si mette a snocciolare con voce rauca una serie di frasi incomprensibili, pronunciate senz’altro in un qualche gergo o dialetto di provincia. «Non capisco! Non capisco!», ma il groom noncurante si ostina a ripetere il suo messaggio a voce un po’ più alta e scandendo bene ogni sillaba, come se avesse a che fare con un anziano signore colpito da sordità. «Ma cosa mi stai dicendo? Non ci capisco un’acca.  Vai piuttosto a chiamare il tuo capo!», gli dice, questa volta in francese, e accompagna il suo ordine con un gesto impaziente della mano.
     Interdetto, il ragazzo lo guarda con gli occhi spalancati, poi, senza dubbio comprendendo di essersi rivolto a uno straniero, tace, come incerto su cosa occorra fare in un simile caso; infine, dopo aver chinato la testa in segno di assenso, gira sui tacchi per galoppare di nuovo attraverso la hall affollata, dove riesce, non senza difficoltà, ad aprirsi un varco fino all’ufficio del portiere. Questi, che è occupato a compulsare, con la penna in mano, un voluminoso registro, china il volto di lato, tenendo l’altra mano a corno sull’orecchio per riuscire ad udire il ragazzino che, dritto sulla punta dei piedi, gli fa un rendiconto della sua missione. Ma visibilmente non gradisce affatto quello che sente, perché gli lancia un’occhiataccia e, dopo averlo afferrato all’improvviso per il braccio, gli schiaccia il berretto sul naso, dopo di che, uscito dalla guardiola senza allentare la stretta, lo fa girare su se stesso per assestargli una ginocchiata al fondoschiena.
     La scena si è svolta così rapidamente che in quest’ora di grande affluenza non sembra sia stata notata da nessuno, salvo che da lui, che, soffocato dall’indignazione, brontola nella sua poltrona: «Ma guarda che bruto! E questo in un albergo di fama internazionale, e a Venezia per di più!». Tuttavia prova la sgradevole sensazione di aver avuto qualcosa a che fare col trattamento inflitto al giovane groom, che è filato via senza chiedere il resto. È troppo tardi per intervenire – pensa, con un sollievo un po’ codardo, distendendo le gambe. D’accordo, quel tizio si è innervosito, cosa c’è di più naturale, con tutto il da fare che ha. Certo, è un attacco di stizza un po’ fastidioso, ma da qui a farci sopra delle storie!
     La verità è che non ha nessuna voglia di lasciare la sua poltrona per andare a lamentarsi col direttore dell’albergo riguardo al comportamento del portiere, e ancor meno di prendersela direttamente con quest’ultimo, la cui aria autorevole e i cui modi tirannici, anche se li disapprova, nondimeno gli incutono soggezione, al punto anzi da affascinarlo, visto che continua a divorarlo con gli occhi come se, in mezzo a tutta quella gente elegante, solo i suoi atti e le sue gesta fossero degni di attenzione.
     Così dunque il portiere ha appena chiuso il suo registro, al quale dà un colpetto soddisfatto col palmo della mano per poi sistemarlo con cura su uno scaffale, ed ecco che, dopo essere balzato fuori dall’ufficio, di cui lascia sbattere dietro di sé la porticina, attraversa la hall con passo risoluto agitando il suo mazzo di chiavi, che fa risuonare in fondo alle dita come un campanello di modo che tutti si spostino al suo passaggio, cosa che ottiene tanto più facilmente in quanto si distingue per un’altezza e una corpulenza poco comuni, senza contare il fatto che la sua sontuosa uniforme color rosso violaceo con alamari dorati contribuisce molto a dargli la statura di un colosso, riducendo all’opposto le persone che lo circondano alle dimensioni di nanerottoli.
     Non si sorprende di vederlo dirigersi dalla sua parte, seguito a ruota da due robusti giovanotti di aspetto contadinesco in livrea da groom ch’egli trascina con sé nella sua scia. Ed ecco che si trova adesso a sua volta piantato di fronte a lui, colle gambe un po’ divaricate, i pugni sulle anche, e lo sta squadrando con espressione corrucciata, come si guarda un intruso il cui posto dovrebbe essere altrove. È proprio questo il senso delle parole che, sprofondato nella sua poltrona, ammutolito per lo stupore, si sente indirizzare in un francese corretto come un esempio di grammatica, appena segnato da un lieve accento tedesco: «Allora il signore non vuole ascoltare ciò che gli si dice! Il signore crede che tutto gli sia permesso! Perfetto. Bisognerà dunque tenere un altro linguaggio per farsi capire dal signore!».
     Dopo questo preambolo a dir poco sorprendente, il portiere fa una pausa breve ma gravida di minacce, pur senza smettere di agitargli sotto il naso il mazzo di chiavi come per costringerlo a tacere, benché egli non abbia ancora detto una parola, poi riprende più forte di prima: «È già un bel po’ che ti tengo d’occhio, ragazzo mio! Ti immagini, per caso, che ti lasceremo star qui a godertela su questa poltrona riservata alla clientela?». Indignato per il fatto di sentirsi dare del tu – lui che è un rispettabile quarantenne –, e per di più da un domestico, deve farsi violenza per non balzare dalla sedia e schiaffeggiare l’impertinente personaggio. Ma, giudicando più dignitoso mantenere il suo sangue freddo, e sapendo d’altronde per esperienza quanto sia importante evitare ogni scandalo in un paese straniero, per quanto si possa farsi forti del proprio diritto, si limita a fargli osservare con pacatezza che non è quello il tono adeguato con cui rivolgersi a un cliente, «giacché in fin dei conti – aggiunge con la stessa voce pacifica – io sono a tutti gli effetti un cliente del vostro albergo, e se ha dei dubbi, si prenda la briga di consultare il suo registro, così potrà venire a sapere nello stesso tempo il mio nome, cognome e professione, che lei stesso vi ha annotato non più tardi di ieri sera e che sembra già aver dimenticato!». Questa dichiarazione, ben lungi dall’impressionare il portiere, fa sì ch’egli scoppi in una rumorosa risata, e poi si giri per prendere a testimone il pubblico, e in particolare i due groom che attendono con impazienza il momento in cui diverrà necessario il loro intervento: «Ma lo avete sentito? Un cliente lui! Un bel cliente davvero! Un piccolo straccione, sì, ecco cosa sei!», urla dirigendo di nuovo verso di lui i suoi occhi glauchi contratti dalla collera; «E che mi farà il piacere di sloggiare, se no… se no aspetta un po’!».
     Già il linguaggio rude del portiere, quel suo insolito dar del tu, quel modo di far l’arrogante con uno straniero – cosa lontana dalle abitudini del paese –, gli erano sembrati inconcepibili, ma questa volta non crede alle sue orecchie. Lui sempre così accurato nell’aspetto, sempre attento a vestirsi di biancheria fine e di abiti dei tessuti più raffinati, tagliati su misura dal miglior sarto, sentirsi trattare da straccione da questo pulcinella in livrea, ciò è più di quanto la sua vanità possa sopportare! Tuttavia, siccome istintivamente china la testa per verificare con un rapido colpo d’occhio lo stato dei suoi vestiti, si trova costretto a constatare che in effetti la sua tenuta lascia alquanto a desiderare, ma quel che è peggio, e ancor più sorprendente, che è rivestito di abiti del tutto inusuali, che non sono né i suoi né quelli adatti ad un uomo della sua età e della sua condizione. Al posto della giacca di gabardine grigio chiaro che aveva indossato quella mattina presto per recarsi sulla spiaggia, si vede infagottato in una blusa di cotonina a righe blu e bianche, che un orlo di seta rossa sul petto e attorno al collo separa da un colletto bianco tutto diritto – e questo gli ricorda qualcosa, ma che cosa esattamente? –, blusa che si prolunga in un paio di pantaloni corti di tela bianca che, nella posizione allungata in cui si trova, gli scoprono le gambe fin sopra il ginocchio, mentre ha i piedi calzati di semplici sandali di cuoio aperti, come quelli che gli facevano portare d’estate durante l’infanzia. L’infanzia? La cosa più strana è proprio il fatto che questa metamorfosi del vestiario, quasi fosse operata da un genio invisibile e malizioso, si accompagna a uno sconvolgimento più profondo, che spiega, senza giustificarla, l’odiosa familiarità del portiere e anche, fino a un certo punto, la sua esasperazione al vederlo stravaccarsi così in una poltrona dell’albergo, tanto questi suoi nuovi indumenti, che sono da bambino e indossati da un bambino, rivelano una colpevole negligenza: stropicciati, logori fino alla corda, pieni di macchie, con le cuciture strappate, si direbbe che non se li sia tolti da mesi, e che non siano mai stati ripuliti o rammendati da una mano materna, in breve che egli sia davvero un «piccolo straccione» come se ne vedono qui a gironzolare per le stradine, sempre pronti ad attaccarsi alle falde degli abiti dei turisti, col viso supplichevole e la mano tesa, per estorcere loro poche lire.
     Di colpo, l’irruzione in lui della coscienza della propria inferiorità, conseguente a questo brusco cambiamento di età e di statuto sociale, fa sì ch’egli veda la situazione sotto una luce completamente diversa, e mentre il portiere, che non si è rabbonito, continua ad agitargli sotto il naso il suo mazzo di chiavi, ben lungi dal pensare a protestare o a tenergli testa, si rannicchia con vergogna, il viso girato verso lo schienale della poltrona, le ginocchia contro il petto, coprendosi con le mani le gambe nude, meno in verità per difendersi dai colpi che per dissimulare lo stato pietoso in cui si trovano i suoi vestiti, e sottrarsi così per intero agli sguardi dei clienti e dei dipendenti dell’albergo. Questi ultimi, attratti già da un po’ dal suo alterco col portiere, stanno raggruppati in un angolo della sala, con i groom in prima fila, fra i quali ha potuto riconoscere quello che poco prima era stato malmenato dal suo capo e che, per un giusto contraccambio, sembra adesso rallegrarsi al massimo di fronte allo spettacolo della sua miseria.
     Ma, dato che in lui la curiosità sempre vigile prevale sulla paura, non può trattenersi dal gettare un’occhiata sopra la propria spalla. Tutte le persone del pubblico, senza parlare del portiere che è un autentico gigante, gli sembrano più grandi del normale, ad eccezione di uno solo, un ometto calvo in redingote alla francese, col naso a punta stretto da un occhialino, venuto in fretta a bisbigliare qualcosa all’orecchio del portiere, che deve chinarsi molto per riuscire a sentirlo, e che si raddrizza subito guardandolo con stupore: «Come, niente scandali? Ma signor direttore, chi è che viene qui a creare confusione se non quell’uccellino lì, che tutta la mattina si è potuto veder andare in giro a sporcare i tappeti e il mobilio, un ragazzino sudicio uscito non si sa da dove, e che non solo si rifiuta ma fa anche l’arrogante quando gli si ordina di sloggiare? Mi dica, signor direttore, possiamo forse tollerare oltre una cosa simile, in un albergo onorato come il nostro, così ben tenuto, frequentato dalla più nobile società? E io, come se non avessi abbastanza fastidi, aggiunge in tono lamentoso asciugandosi la fronte con un fazzoletto, devo aver l’occhio dappertutto, rimproverare questa banda di galoppini sempre pronti a poltrire, smistare la corrispondenza, tenere aggiornato il registro, assicurare il servizio dei clienti e così di seguito dalla mattina alla sera! Ed ecco che adesso, a causa di un monellaccio di questa risma, lei mi rimprovera di andar oltre i compiti del mio incarico? Ebbene, anche mantenere l’ordine rientra nei miei compiti, e io lo farò, non dispiaccia al signor direttore, lo farò con la forza, se occorre!».
     È evidente che il carattere collerico del portiere ispira al direttore un vero e proprio terrore, poiché egli batte rapidamente in ritirata, colle mani alzate all’altezza del volto pallido, per raggiungere a ritroso la cerchia del pubblico, in cui, a causa della sua bassa statura, scompare altrettanto rapidamente di come ne era uscito.
     Accordando allora i gesti alle parole, il portiere con uno schiocco di dita comunica ai due groom della sua scorta che è giunto per loro il momento di entrare in azione. «E tu, dice girandosi, uscirai di qui e subito, se no ti prometto che te ne pentirai!». Ma senza dargliene il tempo, i due groom si precipitano su di lui e allora tutto si svolge così in fretta che egli non pensa neppure a dibattersi tra le loro mani che lo strappano dalla poltrona, lo sollevano e lo depositano come un pacco ai piedi del portiere dove, disteso bocconi, tenuto di forza col naso sul pavimento, sente una gragnola di colpi abbattersi sulla sua schiena.
     «Per stavolta può bastare! E adesso sbrigati, fuori!», ordina il portiere che lo smuove con la punta della scarpa, poi, prendendolo per il fondo dei calzoni per rimetterlo in piedi, aggiunge: «Considerati fortunato ad essertela cavata così a buon mercato! Ma ti consiglio di non rimetter piede qui, altrimenti chiameremo la polizia, che ti sbatterà in riformatorio, da quel piccolo mascalzone che sei!». E siccome il portiere, che sembra tutto eccitato a quest’idea, gli passa la mano fra i capelli, poi sulla nuca dove lascia che si attardi per un attimo, questo gesto quasi affettuoso, assai più delle invettive e delle botte che ha appena subìto, fa riemergere in lui tutte le umiliazioni dell’infanzia, con la sola differenza che oggi, forte della sua esperienza di adulto, egli sa come comportarsi in un caso del genere, giacché una specie di fierezza puerile gli vieta di implorare l’aiuto degli altri. Questi del resto hanno assistito a distanza alle angherie a lui inflitte, da spettatori passivi e senza elevare la minima protesta, e se adesso si fanno avanti sgomitando, è solo per ottenere un posto di osservazione migliore, ansiosi unicamente di vedere come vanno a finire le cose.
     Ben deciso a cavarsi d’impiccio da solo, egli abbozza una rapida piroetta e fa un voltafaccia, fermandosi con un piede in avanti, le mani sulle reni inarcate, in un atteggiamento di sfida insolente. È allora che, conformemente al suo piano, si scatena un immenso scoppio di risa – un pochino forzato, gli sembra – che ha come primo effetto quello di obbligare il portiere a mollare la presa e poi indietreggiare di qualche passo, tutto sconcertato da questa brusca esplosione di ilarità, ma come secondo effetto, da lui non previsto, ha quello di scatenare il furore dei groom che, vedendo il loro capo in difficoltà, volano in suo soccorso. Eccoli entrambi che si gettano su di lui d’un sol slancio, l’uno per tappargli la bocca con le mani fino a soffocarlo, l’altro per immobilizzarlo riportandogli le braccia dietro la schiena e costringendolo, con una torsione così dolorosa da fargli venire le lacrime agli occhi, a piegare le ginocchia di fronte al portiere, che distoglie la testa come se vedesse un animale ripugnante: «Via, via! Liberatemi di questo coso!», urla con grandi gesti. Allora, con una spinta violenta, lo fanno ribaltare all’indietro, e quei bruti, che visibilmente provano piacere nel mostrare al pubblico ciò di cui sono capaci, lo fanno rimanere steso a terra in tutta la sua lunghezza, tenendo i loro volti, contratti per lo sforzo, contro il suo. «Lasciatemi andare, per favore!», geme cercando con tutte le forze di liberarsi. Ma in un batter d’occhio, con la stessa facilità di prima, lo afferrano uno per i polsi e l’altro per le caviglie e poi lo sollevano molto in alto in aria, dove si divertono a dondolarlo, imprimendo ai movimenti delle loro braccia un ritmo sempre più rapido, come se si preparassero a gettarlo dalla finestra.
     Questi esercizi di volteggio non vengono però molto apprezzati dal portiere, impaziente di liquidare la faccenda: «Presto! Presto!», sibila fra i denti battendo le mani, e questa volta i groom si affrettano verso la porta d’uscita, almeno nella misura in cui glielo permette il fardello ingombrante che li obbliga a mantenere sempre la stessa distanza e la stessa andatura, così come a descrivere un ampio arco di cerchio onde evitare la folla in continuo aumento dei clienti, a cui si sono unite nel frattempo persone venute dall’esterno che, attratte dal trambusto, hanno approfittato del rilassarsi della sorveglianza per intrufolarsi nella hall, più preoccupate, in verità, di contemplare col naso in aria le belle dorature del soffitto o di passare le dita sui mobili sontuosi che di venire a sapere il motivo di tutta quell’agitazione.
     Trasportato così attraverso la sala dai due groom, il meno giovane dei quali, per precauzione, gli tiene le gambe imprigionate sotto il braccio, e con la mano ripiegata gli artiglia un polpaccio, egli prova una sorta di beatitudine, la sensazione inebriante di volare letteralmente sul mondo, di essere come liberato dalla propria pesantezza, mosso da una forza irresistibile che non vorrebbe veder cessare mai. E mentre, in un movimento di delizioso abbandono, lascia penzolare la testa fin quasi a terra, scorge, ma in forma invertita, il profilo tarchiato del portiere che intralcia il loro cammino e che, con la grossa mano tesa in avanti, agita freneticamente il mazzo di chiavi, facendolo ticchettare come per accompagnare il loro procedere. Procedere che tuttavia è rallentato dalla folla, particolarmente fitta nei pressi della porta principale; questa, benché abbia entrambi i battenti spalancati, è ostruita in tutta la sua larghezza da un flusso continuo di gente che si spinge, non senza imprecazioni, per tentare di penetrare nell’albergo o per uscirne. I due portatori hanno un bel gridare: «Prego! Prego!» per liberarsi il passaggio, le loro suppliche si perdono nel chiasso generale. La ressa, anzi, diviene ben presto tale che sono costretti a fermarsi e, dato che la pausa minaccia di andare per le lunghe, smaniano per l’impazienza, mentre lui, da parte sua, avverte una certa stanchezza a restare così in sospeso, con le membra indolenzite per la tensione muscolare, coi polsi riuniti nelle mani del groom che li schiaccia senza pietà come in una morsa di ferro. È allora che un giovane affabile, vedendolo trasportare e pensando che sia malato, o forse svenuto, dato che per un momento egli ha chiuso le palpebre, offre i suoi servigi e, prima ancora d’aver ricevuto risposta, prende d’autorità la testa del corteo scostando le braccia, ma senza riuscire a smuovere maggiormente quella massa compatta di persone che segnano il passo, col volto inquieto e scoraggiato, come avessero perso ogni speranza di andare da qualsiasi parte.
     Ed ecco adesso che una signora dal sorriso angelico si china su di lui per esaminarlo con commossa curiosità e giungendo le mani, poi la sente che esclama con voce melodiosa: «Che bel ragazzino!», mentre si volge verso il suo vicino. Questi, che senza dubbio è il marito – un signore brizzolato che indossa dei knickerbockers ed ha in capo un berretto di tweed –, non sembra affatto condividere questa opinione, giacché, essendosi chinato a sua volta, si raddrizza subito con una sorta di disgusto che gli si legge sul labbro inferiore ripiegato. Ed è vero ch’egli non deve offrire uno spettacolo molto allettante, con i capelli in disordine che gli pendono sul naso, con quella blusa tutta sgualcita che gli esercizi aerei e le scosse del trasporto gli hanno fatto risalire fin sotto le spalle, così che ha il torso e persino una parte del ventre interamente scoperti, senza parlare del viso che senz’altro è sudicio come tutto il resto!  Ma in fin dei conti il complimento della signora attesta che è un grazioso ragazzino, se non un bell’uomo come avrebbe preferito sentirsi dire.
     Il fatto è che non trae da questo lusinghiero apprezzamento nessuna soddisfazione di vanità, che lo avverte anzi curiosamente come un’offesa, mentre la repulsione esibita dal compagno della donna gli pare legittima e lo rende, tutt’al più, un po’ vergognoso per la sua tenuta trasandata, abbastanza da indurlo a chiedere timidamente ad uno dei groom di volergli abbassare la blusa. Ma questi, fiutando un’astuzia, replica con un sogghigno: «Così ne approfitterai per squagliartela! Stattene tranquillo, dannato ragazzino, e chiudi il becco!», poi aggiunge borbottando, rivolto al suo compagno: «Si soffoca qua dentro! Come faremo ad uscire con tutta questa gente?» – «Ebbene, lo vedrai!», gli risponde l’altro, che prende subito il comando delle operazioni e si precipita coraggiosamente in mezzo alla folla, colla fronte tesa in avanti come un toro nell’arena, senza curarsi delle grida di protesta né dei colpi di bastone che gli vengono assestati sul cranio, e trascina dietro di sé il suo equipaggio e, a maggiore distanza, il portiere, che affretta il passo ancheggiando per riuscire ad infilarsi nel corridoio vuoto prodotto dalla loro intrusione prima che esso si richiuda di nuovo.
     È così che in un nonnulla raggiungono la porta di uscita, che si poteva credere inaccessibile, e allora il groom che sta in testa, facendo un’abile conversione verso destra, nel punto in cui la folla è più rada, riesce senza fatica a forzare lo sbarramento. A rischio di rompersi l’osso del collo scendono a quattro a quattro i gradini dell’ampia terrazza (fiancheggiata a diverse altezze da leoni scolpiti in marmo bianco), che allargandosi si apre sulla spiaggia o più precisamente sul sentiero di tavole, dietro alle cabine, che occorre seguire fino a una scaletta di legno per poter accedere alla parte di spiaggia riservata ai soli clienti dell’albergo.
     Com’era accaduto poco prima, egli si sente quasi proiettato lontano al di sopra di ogni cosa. Con la testa rovesciata, abbandonandosi senza ritegno al movimento vertiginoso che lo porta, ride di piacere, e il suo riso raddoppia al sentire la blusa, sollevata dal vento marino, ripiegarsi come una fiamma a schiaffeggiargli il viso.
     Ora che sono giunti sulla spiaggia, quasi deserta a quell’ora, i due groom possono correre in piena libertà verso il mare, ma a che scopo? egli si chiede, colto all’improvviso dall’ansia. Tuttavia, arrivati a pochi passi dalla riva, si fermano di colpo e poi, dopo essersi consultati con lo sguardo, lo depositano lì con sorprendente delicatezza; dopo di che, alleviati dal loro fardello, si stiracchiano, si sfregano le braccia e le cosce facendo sbattere le suole sulla sabbia umida con un’aria tutta allegra, come se si complimentassero per aver saputo sistemare la faccenda così speditamente e senza tafferugli. Cosa ancor più imprevista, gli rivolgono un amichevole cenno con la mano e gli volgono le spalle per riprendere tranquillamente la strada dell’albergo.
     È sorprendente la disillusione che prova nel vedersi abbandonato da quegli zotici, che tuttavia l’avevano brutalizzato e trattato da meno che nulla, ma disillusione è dir poco, un dolore, un’angoscia piena di risentimento, simile, o poco ci manca, a quella che aveva conosciuto verso gli otto anni, dopo che sua madre l’ebbe lasciato solo con la sua piccola borsa da viaggio davanti alla porta del collegio in cui doveva per la prima volta entrare a pensione.  Ancora oggi gli sembra di non essere stato altro che un giocattolo con cui ci si diverte per un momento, prima di romperlo e gettarlo via annoiati.
     Raggomitolato su se stesso, col volto immerso fra le mani, si mette allora coscienziosamente a piangere, ma ben presto, dopo essersi asciugato le lacrime col rovescio della manica, si raddrizza a metà per sedersi con le gambe incrociate sul bordo dell’acqua, dove resta per qualche istante immobile, appoggiato su un gomito, il viso girato verso il largo, ad attorcigliare fra le dita l’orlo di seta rossa che, scucito e tutto sfilacciato, pende miserevolmente lungo la sua blusa, benché egli abbia tentato più volte senza successo di rimetterlo a posto. Poi, con prudente lentezza, si toglie i sandali, che col loro cuoio indurito gli feriscono le caviglie, dopo di che si alza d’un balzo e se ne va a ritroso un po’ più in là, a tracciare con la punta del piede nudo delle figure sulla sabbia bagnata, come se non avesse di meglio da fare. Desideroso tuttavia di assicurarsi di non essere stato definitivamente escluso, getta uno sguardo indietro sopra la spalla per constatare con dispetto che i due groom continuano a risalire la spiaggia, fianco a fianco, senza fretta, colle braccia penzoloni, a breve distanza adesso dalla terrazza di cui si apprestano a salire i gradini, in cima ai quali il profilo del portiere, eretto contro la balaustra ornata di leoni, si staglia come una statua maestosa sulla facciata, d’una bianchezza abbagliante, dell’albergo.
     Il resto non è che confusione. Si ricorda di essere tornato ad allungarsi sulla schiena all’estremo lembo della spiaggia, con le mani unite dietro la nuca e, mentre sbatteva le palpebre sotto il chiarore latteo del cielo, d’aver sentito le piccole onde lambirgli i piedi, avvolgergli le gambe, scivolargli dolcemente lungo le reni; si ricorda d’aver creduto di udire la voce lontana di una donna chiamarlo per nome – ma chi avrebbe potuto conoscerlo qui? – e poco dopo i rintocchi di una campana non meno lontana, poi, una volta o due, il muggito familiare del vaporetto che fa la spola tra la città lacustre e la stazione balneare. Forse in seguito si sarà assopito al sole, divenuto di colpo così opprimente che anche gli ultimi bagnanti hanno disertato la spiaggia. Che sia rimasto là fino a sera gli pare probabile, ma il fatto è che non ne ha conservato alcun ricordo.
     Si rammenta con chiarezza solo questo: che, con un movimento rabbioso di tutto il busto, si rigira sul ventre, la bocca incollata sulla sabbia, come morto.
     È su quest’ultima visione di se stesso che si sveglia, col naso nel cuscino, quasi soffocato, con una gamba penzolante fuori dal letto, le cui coperte, spinte via, si stendono e strascicano in spesse volute fino a terra – più o meno come il pittore Courbet ha fatto figurare, su una tela d’un realismo brutale, un uomo sorpreso nel sonno, selvaggiamente pugnalato…

Post scriptum

     Occorre vedere in questo brusco scioglimento un semplice effetto di stile, destinato a ingannare il lettore sull’autentica natura di un testo di cui, a rileggerlo oggi, tutto porta a credere che, nello spirito del suo autore, sia stato qualcosa di ben diverso dalla minuziosa ricostruzione di un sogno, a cui le ultime righe – tanto intenzionali quanto mal riuscite – si sforzano invano di ridurlo? Oppure esse sarebbero state aggiunte quale estrema risorsa, al solo scopo di rendere plausibile il lato in verità troppo fantastico della storia?
    Anche ammettendo che non si tratti di una pura e semplice finzione, nessun lettore che sia un tantino esperto potrebbe prendere alla lettera questa pretesa relazione onirica, di cui molti elementi facilmente riscontrabili, il luogo dell’azione, i dettagli decorativi e l’abbigliamento di un anacronismo voluto, se non addirittura il tema centrale, si riferiscono esplicitamente al celebre racconto di un autore con cui quello di questo breve testo aveva una certa familiarità durante la giovinezza.
     Lo stile convenzionale, preso a prestito per la circostanza dai romanzi dell’epoca, ma ancor più ostensibilmente il titolo [Le malheur au Lido], che ricorda ad un tempo quello del libro e il nome del compositore viennese di cui un movimento sinfonico servì da illustrazione sonora al film che un cineasta italiano ne ha tratto mezzo secolo più tardi – cineasta che ha fatto dello stesso musicista, con uno sviamento abusivo, lo sfortunato eroe di quell’avventura, che, vittima di una passione inconfessabile, si vedrà nell’ultima sequenza morire ignominiosamente –, e infine, per rafforzare la tesi di un sogno inventato di sana pianta, non c’è forse anche il dedicatario chiamato Octave, alias K., amatore e creatore di quadri viventi, grande ordinatore di simulacri, sì, il suo amico Pierre K. che un giorno egli aveva sentito parlare con emozione di questo stesso film, e a cui avrei voluto render qui omaggio in una forma meno indiretta, meno frivola? Ma chissà, chi potrà dire dove si situa la frontiera tra serietà e frivolezza?

 

***

 

Roger Laporte – Lettera a Dominique Rabaté

     Siccome non dispongo del tempo, e soprattutto delle forze necessarie per portare a termine lo studio approfondito che l’opera di Louis-René des Forêts merita, lei mi ha suggerito di scriverle una semplice lettera dedicata all’autore di La chambre des enfants. Ho accettato la proposta, la ringrazio per avermela fatta, ma è opportuno che mi scusi col lettore per il carattere rapido di queste pagine, in cui affermerò senza dimostrare e porrò domande senza fornire risposte.
     Cosa fare se si è scrittore, ma si preferisce la musica alla letteratura, se con Proust, senza dubbio con Mallarmé, sicuramente con Louis-René des Forêts (senza parlare del firmatario di queste pagine) si considera che la musica sia superiore – per sempre? – alla letteratura? Si può, e anzi si deve, come fa Proust nella Recherche, evidenzare un paradosso: la musica di Vinteuil dà accesso a una «gioia ultraterrena», ma chi beneficia di questa fortuna? – Proust? Il lettore? Né l’uno né l’altro, ma Swann o il Narratore, personaggi immaginari al pari di Vinteuil. Scrive Proust: «Questa musica – quella di Vinteuil – mi sembrava qualcosa di più vero rispetto a tutti i libri conosciuti». Ma nessuno l’ha mai sentita! Se Proust ci avesse parlato della propria esperienza, per esempio della predilezione che aveva per gli ultimi quartetti di Beethoven, la sua impotenza a comunicarci la propria gioia sarebbe stata esattamente la stessa. Quando l’eroe di Une mémoire démentielle si svela in quanto narratore del racconto (dapprima sotto forma di un «egli», poi di un «io» – che identifichiamo, senza dubbio troppo rapidamente, con Louis-René des Forêts) che cosa veniamo a sapere? Il narratore-scrittore riesce a farci condividere quella «felicità fatta per durare per sempre»? Tutto all’opposto, non fa altro che riconoscere la propria insufficienza: «Dedicò le sue veglie al tentativo di esprimere ciò che è ineffabile». – Posso anche ammettere, con Yves Bonnefoy, che sia lecito interpretare positivamente questo fallimento, che parlare di ineffabile equivalga a far segno verso un al di là delle parole, ma appena uno scrittore utilizza il termine «indicibile» delimita l’ambito della letteratura e firma, in quanto scrittore, la propria sentenza di morte.
     Il narratore di Une mémoire démentielle fallisce, ma non si spinge fino ad ammettere l’incurabile miseria della letteratura. Forse spera davvero di riuscire? Ne dubito. Per tutto il tempo in cui si ostina, ritarda indefinitamente la disfatta, ma più si dibatte e meno può liberarsi da una trappola che è stato proprio lui a tendere. Il finale di Une mémoire démentielle è così bello – non resisterò al piacere di copiarlo – che prestiamo scarsa attenzione all’epiteto poco lusinghiero con cui il narratore si qualifica: un maniaco. «Egli conobbe i comici tormenti del letterato. Io sono quel letterato. Io sono quel maniaco. Ma forse sono stato anche quel bambino».
     Tanto peggio se la mia ipotesi fa sobbalzare più di un lettore di Louis-René des Forêts, ma io credo che il narratore di Une mémoire démentielle e il Chiacchierone siano un solo e medesimo uomo. Chi fa l’esperienza del folgorante potere della musica? Il Chiacchierone. È sceso al punto più basso; ha appena subito un pestaggio, quando all’improvviso avviene «un fatto straordinario»: egli sente una musica sacra, cantata da «voci infantili», e di colpo «la sua sofferenza fisica è quasi annullata». Il Chiacchierone è come «trasportato» da questa musica; il narratore di Une mémoire démentielle parla di un’«assunzione che ebbe la convulsa rapidità del lampo». – Sì, lo ripeto, l’eroe di Une mémoire démentielle è l’alter ego del Chiacchierone: a quale testo appartiene il passaggio: «Egli finì per seppellire i suoi ricordi sotto un’inestricabile profusione verbale»? Non a Le bavard, ma a Une mémoire démentielle, mentre è il Chiacchierone che evoca «un canto così puro e così ineffabile che c’era in esso del miracoloso». Sappiamo che il Chiacchierone interpella e persino provoca il lettore, specialmente quando dichiara: «Senza dubbio i lettori vorrebbero sapere se è vero che, dopo l’ascolto di quella musica sublime, io non ho mai più osato aprire bocca». Sì, la musica avrebbe fatto tacere il Chiacchierone, se questo «chiacchierone» non si chiamasse Louis-René des Forêts, se il letterato non dovesse riconoscere che è necessario testimoniare di un’esperienza sublime pur ammettendo che questo compito è impossibile, per via di una carenza, forse irrimediabile, della letteratura. Il narratore di Une mémoire démentielle è ridotto dunque ad impiegare con prudenza – prudenza degna di lode – una metafora, purtroppo insufficiente, ciò che il Chiacchierone definisce «un non so che di vasto e di limpido, che era simile alla brezza marina». «Attraverso una partecipazione attiva alla cerimonia egli può accedere meglio a quel che il prete chiamerebbe Dio, e che oggi egli non sa nominare, tanto i termini per definire ciò che la rivelazione ebbe di unico, di folgorante, sono miseri e senza vigore».
     Cosa sarebbe la nostra vita se non vi fossero la letteratura, la pittura e innanzitutto la musica? Non oso neppure immaginarlo, o piuttosto per me quest’ipotesi appartiene all’impensabile. La nostra vita è al tempo stesso esaltante, difficile ed enigmatica. Condivido ciò che afferma il Chiacchierone: «Solo le mie opere preferite possono portarmi fino al culmine». Ma d’altra parte Louis-René des Forêts è senza dubbio d’accordo con il narratore di Une mémoire démentielle quando dichiara: «Quest’esperienza lo aveva portato, almeno per breve tempo, ad un culmine, (ma) essa rimane inafferrabile per il fatto di essere stata senza precedenti e senza futuro». La nostra vita è il luogo di una meraviglia effimera che non ci appartiene: ecco ciò che ci insegna Louis-René des Forêts in Les grands moments d’un chanteur. Da semplice suonatore di oboe, Molieri diventa all’improvviso il più grande cantante lirico del suo tempo, fino al giorno in cui bruscamente perde la voce. In modo crudele, anzi stupido, un tizio lo interroga: «Lei può non cantare più?», e Molieri, con una frase pudica, ristabilisce la verità: «Io non posso più cantare, corresse di buon umore». Il Chiacchierone non riesce a tacere; il narratore di Une mémoire démentielle si ostina a scrivere. Solo la musica, ahimè, fa silenzio, abbandona Molieri, ci abbandona: com’è crudele il nostro destino!
     Caro Dominique Rabaté, la ringrazio di avermi permesso di partecipare, sia pure in maniera modesta, al giusto omaggio che lei vuol rendere a Louis-René des Forêts. La prego di credere ai miei sentimenti più cordiali.

     Post scriptum. Altri, meglio di me, sapranno parlare dell’autore di Les Mégères de la mer e di Poèmes de Samuel Wood. In due parole, dirò dunque che, invece di rivaleggiare invano con la musica, si può diventare poeta, ossia tentare di trasporre in letteratura ciò senza cui la musica non esisterebbe: il ritmo. Tuttavia resta da stabilire se davvero la poesia, anche quella in cui la prosodia viene elevata alla sua pienezza, raggiunga il segreto della musica.

 

***

3 pensieri riguardo “La sventura al Lido”

  1. Rileggo con affetto il racconto di des Forêts apparso nel numero 1 di “Arca”, seconda serie. Ma leggo con attenzione e interesse l’agile ed essenziale annotazione di Roger Laporte sulla musica. E’ il discorso del “culmine” che mi intriga molto.
    Marco

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