Basse verticali

Ciao, Stefano

Stefano Leoni
Francesco Tomada

“Non c’è volgarità nell’essere a tratti impoetico / calibrare / mettere un verso sporco al punto giusto”: così si apre Basse Verticali, la nuova raccolta di Stefano Leoni, ed è una esplicita ma non forzata dichiarazione di intenti. E’ bene chiarire subito che Leoni si è reso protagonista negli anni di un percorso appartato ma molto valido, in continuo divenire, di cui Basse Verticali rappresenta uno dei punti più limpidi. Immagino che l’autore abbia (anche se ammetto di non esserne sicuro) una formazione in qualche modo scientifica: si nota dalla sua accurata capacità di analisi, verrebbe da dire in certi momenti quasi di catalogazione delle piccole cose da cui inizia il cammino del libro. Al tempo stesso però riesce sempre e subito ad introdurre uno scarto emotivo che scava una distanza, uno spazio in cui la poesia sembra trovare albergo. “La mia pelle bianca / qualche erezione mattutina / un piccolo sputo di dentifricio // si resta anche dove non si vorrebbe restare // e niente parla di noi”, questo è osservare per andare oltre, fare uno sforzo umano prima ancora che poetico, conoscere il labirinto per poter così dividere ciò che appartiene da ciò che è superfluo, “distaccare tutta l’estraneità”. Se la vita ci appare come una serie di coincidenze meccaniche, se l’uomo è una sorta di piccolo/grande accidente nell’Universo, se il tempo in cui siamo è solo uno fra tutti i numerosi possibili tempi, in che cosa possiamo trovare il senso del nostro essere che invece nel tempo e nello spazio è limitato ad un qui e un adesso, a chi incontriamo, a chi vediamo anche distrattamente? “C’è da chiedersi perché ci siamo dati appuntamento / proprio qui / io e qualcun altro”.

La domanda non è nuova, non ha risposte razionali, e Leoni lo sa. Il pregio della sua poesia è però il come ne scrive, con un equilibrio ammirevole, proprio perché di per sé precario, tra la razionalità e gli improvvisi slanci emotivi, tra il vocabolario che a volte si fa tecnico e le improvvise aperture prospettiche che lasciano spazio alla commozione. Non uso a caso questa parola, come non a caso la usa l’autore: ”mi commuove la rimozione dell’acquisito, / sto nell’incauto, nel poderoso manifestarsi del possibile / nell’immenso perdono dell’accadimento / nella meraviglia del concepibile // è qualcosa che c’è nell’universo”. La raccolta ora sembra allargarsi a tutte le sfaccettature possibili, a volte assume le ritmiche e i connotati di un mondo primordiale e confuso, eppure calato nell’attuale attraverso frammenti che sembrano dimenticati ma diventano significativi (“byte dopo byte”, “pezzetti di DNA”), e in alcuni momenti pare di essere di fronte ad una nuova creazione, una fra le tante che avrebbero potuto esserci, in cui tutto ciò che è stato conosciuto non trova più collocazione.

“Fotografie, canzoncine, Terra piatta. / Una lingua asciutta e disfatta.” Asciutta e disfatta, è questa la lingua a tratti impoetica di cui si parlava all’inizio? Forse sì, se da qui comincia un nuovo radicamento nel reale, reale che è piccolo e forse occasionale, “il ritaglio di un tempo nel vuoto inaccettabile”, ma che nell’inaccettabilità del vuoto trova un senso ancora più necessario. Il presente è costituito da una quotidianità di storie, persone solo sfiorate, gesti abitudinari (“Devo farmi la barba, fare scorrere l’acqua / e fingere di essere consapevole”), in cui è ancora più importante avere una coscienza, perché soltanto il nostro esserci sembra potervi aggiungere un valore etico, come gesto di tensione e coraggio: “la storia rimescolata, franta, / riviverla o inventarla / è ipotesi ma volontariamente.”

Dunque nell’ultima parte del libro la fisicità del presente ritorna come dopo un lungo viaggio o dopo una malattia, da cui il convalescente comunque esce diverso, da un lato guardando con un po’ più di distacco ciò a cui troppe volte siamo distrattamente abituati, dall’altro ricercando oltre e dentro alla apparente banalità un significato vivo, non assoluto ma – come si diceva – necessario. “C’è nell’aria un odore di ritorni / ma a pezzi, a strati, a piccole rinunce”, il lavoro per sottrazione riporta in luce la cronaca, i notiziari, i canali televisivi. E il percorso trova un compimento nell’ultima poesia della raccolta, Il condominio, dove scorrono volti, abitudini, persone, e fra queste persone “il poeta … nutre gli spazi nulli”, ed al tempo stesso feconda “il mai vuoto, / così nascono le galassie, bruciano le stelle / e le comete indicano”, insomma fa ciò che riesce e vuole, sempre sapendo che avrebbe “potuto scegliere altre stanze.”

Basse Verticali è dunque una raccolta tesa e coerente, frutto di un lavoro attento e di un percorso meditato a lungo nel tempo. Stefano Leoni si distingue tanto per l’approccio personale e per nulla banale, quanto per la padronanza dei registri utilizzati, trovando sempre il giusto mezzo espressivo per esprimere un mondo frammentario ed in alcuni casi misero. Ma dove volendo, cercando, scavando, chi ha occhi e anima può andare oltre e poi raccontare che ci sono occasioni più profonde, perché sarà pure una casualità ma adesso siamo uomini, “creduti e credenti, creati per il vento”. (Francesco Tomada)

 

______________________________
Stefano Leoni, Basse verticali, prefazione di Chiara De Luca, note di Luca Ariano e Guido Mattia Gallerani, Bologna, Edizioni Kolibris, “Collana Chiara” / Poesia italiana contemporanea, 2010.
______________________________

 

Testi

 

A tratti impoetico

Non c’è volgarità nell’essere a tratti impoetico
calibrare
mettere un verso sporco al punto giusto,
appenderlo come un quadro alla parete,
un colore di fuoco a equilibrare il bianco

detto come si dice pane

Di questa epoca impossibile
la trappola è una lingua apparente e distratta,
smussata nelle pieghe, ingannamente fiacca

(striscia poi esplode e brucia, ripetuta
insiste alzando i toni, minaccia)

 

*

 

È fintamente
è risucchio di tratti di un profilo

c’è ancora lo specchio
(metaforicamente rimane come un agguato)
non l’hai portato via
troppe volte, troppe ci sono stato
la mia pelle bianca
qualche erezione mattutina
un piccolo sputo di dentifricio

si resta anche dove non si vorrebbe restare

e niente parla di noi

 

*

 

Siamo in un luogo pallido,
si sentono i vuoti scarsi d’aria,
i minuti come tronfie amebe
inglobano una lingua scaduta:
tutte macchine fotografiche,
elettronica rielaborazione del presente
dove il particolare si ricostruisce
byte dopo byte forzando.
Perfetta imperfezione, ossimoro
così caro ai topi da laboratorio
mentre la mano del ricercatore
inietta pezzetti d’altro dna
a variare la specie.
Nessuno è così sciocco, si pensa,
da involvere in un lento dimenticare
ma così vero – senti? ormai non traduco
che poche parole, sufficienti –
Sufficiente. Una terra di nuovo piatta
oltre la quale dal bordo si paventa
un vuoto cosmico come una caduta,
nemmeno un caronte qualsiasi
a dare l’impressione di giudizio
ma ogni cosa lecita nel piccolo.
Lingua scheggiata, appuntito
segno sottile che straccia il foglio,
abituata alla molestia, al sacrificio.
Tempo pentito di una conoscenza
ingovernabile, il salvatore
– come un profeta – protegge il gregge
con semplicità invalidante,
circolando nelle giovani vene
e nelle giovani bocche, perdute.
Una trappola di onde elettromagnetiche,
fa girare la testa, confusa,
sussurro che convince e diseduca,
un germe ostile: poco, colmo di figure,
come un cartone per bambini.
Ho un biglietto di treno
e non so leggere la destinazione,
appoggiato sul tavolo diviene
un corollario e un monito: non andare,
resta, ti cullerò con parole di una canzoncina,
un ritornello, facile,
ciò che fa schermo alla paura, poche frasi
e ogni sera ne toglieremo alcune
e sarai sempre più sereno.
Fotografie, canzoncine, Terra piatta.
Una lingua asciutta e disfatta.

 

*

 

La ragazza è uno spacco di stoffa sul ventre
dietro un muro di vetro sugli occhi
gira il volto alla luce del giorno e non crede
alla gente che corre, alle rate ingrossate.
La ragazza è un cerchio d’argento che sboccia
nei sorrisi tra i denti, nel suo cielo compresso.
Io sono solo un cuore di rame, un apostrofo,
eliso dal viola del suo smalto brillante.
La ragazza è una cupola dolce di vetro
un cristallo, aspettando il suo turno di luce.
io sono un vecchio che passa, mi pare,
che le taglia lo sguardo.
È una questione di incanto e disincanto
di come si regge il vento
la ragazza è una foto di profilo
nella furia dell’aria, indifferente
al mio passo affrettato.

 

*

 

Anche stamattina il cane mi morde le ciabatte
mentre premo la polvere di caffè nel filtro
potrei con un movimento repentino
togliergli la preda, sentirlo guaire
mentre si nasconde nell’angolo vicino alla finestra.
Devo farmi la barba, fare scorrere l’acqua
e fingere di essere consapevole.
Il mio cane guarda, col muso inclinato, si concede
il tempo di amarmi per ciò che posso dare,
un biscotto, una carezza o un calcio nel sedere,
vede l’intero delle mie sottrazioni.

 

*

 

Abitare è sempre una rinuncia
dico alle tende, al divano, alle piccole cose
lasciate a limitare il vuoto.
E’ sempre stato necessario ripararsi,
sfuggire.
O scegliere una grotta e separarsi
anche quando in cielo c’erano le stelle
per poterci sentire sufficienti mai,
mai gli occhi colmi di luci.

 

*

 

C’è nell’aria un odore di ritorni
ma a pezzi, a strati, a piccole rinunce.
Come quando ad annusare come un cane
l’andare alterna indifferentemente cibo e scarti
c’è stato, passò, qualcuno ha già pisciato
sul tronco, sul muretto
ombre morenti
la storia è rimescolata, franta,
riviverla o inventarla
è ipotesi ma volontariamente.

 

Distrattamente normale o Cronaca locale

So d’aver letto stamattina, nel volo
immensamente impertinente del giornale,
che la madre ha ucciso la bambina.
Ne ha fatto un mucchio di carnina bianca –
che il rosso si è perduto in un istante –
Siamo sgomenti lungo i cappuccini, lacrime
impastano la pausa del caffè, si sparla.
Si grida, una sommaria mandria di condanne
rimpolpa la giornata di parole, di verità,
prendendo una distanza, suggerendo
chi, dove, pertanto, quando e come

 

*

 

Ho spesso guardato i piccioni
sui cornicioni posarsi dal volo,
il loro muoversi a scatti, il ritmo
dei colli, e i colori delle piume
farsi nel gesto mille sfumature.
Il ticchettìo insistente sulle tegole
piccoli passi brevi, goffi
e il loro guardare di lato
piegando il capo, gli occhi fissi.

A un ordine muto, o a un soffio
di vento che porta un odore,
a un suono, a un timore,
si lanciano a gruppi nel vuoto
e sembrano quasi cadere.
Poi li vedi cabrare, segnare nell’aria
una strada precisa, sicura.

Anch’io cammino sui tetti, a piccoli passi.

Le mie scarpe erano sporche di cemento
quando ho tracciato il mio volo,
ho chiesto perdono, di non avere
le ossa cave degli uccelli, di non sapere
allargare le braccia e seguire
i colombi in questo cielo che si è fatto nero.

 

***

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22 pensieri riguardo “Basse verticali”

  1. *questo è osservare per andare oltre, fare uno sforzo umano prima ancora che poetico, conoscere il labirinto per poter così dividere ciò che appartiene da ciò che è superfluo, “distaccare tutta l’estraneità”.*

    Caro Francesco, ho letto la tua bella recensione e mi aveva già convinta, poi ho scorso rigo per rigo questa scrittura, questa poesia che nell’immobilità dei gesti presenti, coglie e semina un oltre che è senso intrinseco alle cose, agli oggetti, agli accadimenti di storia e cronaca… un senso che non giudica ma si fa voce dell’essere che ci appartiene e ci accomuna.
    Hai presente quando leggi qualcosa che non ti aspetti e provi quel compiacimento che risponde senza pretesa d verità alle tue domande? beh, è quello che sto sentendo, ed è un qualcosa di grande che commuove, perché magari a volte si sarebbe voluto saperle descrivere e dire quelle cose, senza riuscirvi.

    e ci sono poi dei versi in cui ribaltando l’ordine prestabilito e rendendosi da osservatore cosa, (s)oggetto osservato, dice

    *Il mio cane guarda, col muso inclinato, si concede
    il tempo di amarmi per ciò che posso dare,
    un biscotto, una carezza o un calcio nel sedere,
    vede l’intero delle mie sottrazioni.*

    attuando un processo di destrutturazione che ristabilisce le misure tra sottrazioni e giochi di ruolo e/o situazione… in cui tutto appare piccolo o grande, significativo e insignificante, secondo la dignità (e la capacità d’ampiezza e compartecipazione emotiva) di ogni prospettiva.

    grazie ai (miei) due Fra’ ed al poeta ospite, Stefano Leoni.

  2. Grazie a Francesco T. per l’attenta lettura e la graditissima recensione ricca di spunti e visuali!
    Grazie a Francesco M. per l’ospitalità di cui sono davvero onorato.
    (E’ vero F.T. , il mio piccolo percorso è appartato ma seguo leggendo sempre dove c’è occasione d’imparare, come in questo bel sito)
    @Natalia: davvero molto felice se in qualche modo nelle mia parole hai trovato una corrispondenza… è quello che si spera, affinché non sia uno sterile esercizio… Grazie!

  3. Caro Stefano, il modo in cui ho scritto appartato è un complimento. Lo so che sei attento, molto attento a ciò che vale e accade. Ma sei anche protagonista di un percorso di scrittura autonomo e lontano dalle mode e dalle correnti. Questo accade a tutti, o quasi tutti, quelli che apprezzo: magari coinvolti in molti progetti di divulgazione, ma nella ricrca seguono e maturano una strada propria, come nel tuo caso.

    Cara Natàlia, quello che provi è lo stesso che ho provato io leggendo per la prima volta Stefano, in un lavoro diverso da questo. Poi non ha fatto altro che confermare, te lo assicuro.

    Un saluto a voi e a fm.
    Francesco

    1. Grazie ft per aver portato Stefano da queste parti.

      Ne approfitto per un saluto a Chiara, che sta mettendo su un catalogo di tutto rispetto.

      fm

  4. Pingback: Basse verticali
  5. Certo Francesco T., avevo inteso l’accezione usata. Volevo solo ribadire che il frutto di un percorso non può prescindere dalla conoscenza, più o meno ampia, di ciò che sta attorno, degli altri, anche se in modo silenzioso: non prenderne l’eventuale merito completamente insomma. :-)
    @F.M.: Chiara sta facendo un lavoro importante, e vorrei sottolineare che nel mio caso la pubblicazione con Kolibris è stata il risultato di una selezione cui è seguita la realizzazione del libro completamente gratuita. Mi pare giusto dirlo e apprezzare lo sforzo, raro.
    un caro saluto

  6. Ho ricevuto il libro di Leoni dalle umanissime mani di Chiara de Luca: una che di coraggio ne ha da vendere in un momento di crisi economica come l’attuale. Concordo con i commenti precedenti: l’iniziativa di Kolibris è da tenere in considerazione: Chiara fa le cose seriamente e questo bel libro ne è una conferma. Faccio i miei complimenti a Stefano Leoni, che non conosco: qualità e esattezza. Essere ‘defilati’ credo che alla distanza sarà la cosa che più ci unisce anzichè dividerci.

    Kolibris è partita nel migliore dei modi, anche con il libro della stessa Chiara De Luca e con un ottimo Alessandro Ghignoli.

    Saluto Francesco Tomada, sempre più bravo nelle sue analisi e il mio amico Francesco Marotta. Ciao e buone cose.

  7. Essere ‘defilati’ credo che alla distanza sarà la cosa che più ci unisce anzichè dividerci.

    Molto bello, e molto vero.

    Grazie Manuel.

    fm

  8. il coro non lascia dubbi o spazi
    c’è tanto nelle parole in chi ne parla legge e a chi poi le mette in fila per portarla nelle case sugli scaffali
    bello davvero molto
    cronaca locale e a tratti impoetico mi hanno fatto pensare che è bello sapere i poeti in giro per le strade a raccogliere la vita
    un abbraccio a tutti voi
    c.

  9. Raccolta notevole, sempre onorato di essere stato giurato al premio Pubblica con Kolibris e di aver scritto una nota su Basse Verticali. Puntuali le tue riflressioni Francesco Tomada.
    Complimenti naturalmente anche a Stefano e a Francesco Marotta che dà sempre spazio all’ottima poesia!

    Un caro saluto

  10. Grazie a tutti per i commenti!
    @Manuel: stare un po’ defilati permette di guardare e “raccogliere la vita” come dice Carmine. Anche se poi la poesia deve anche “sporcarsi un po’ le mani”.
    @Luca: grazie per la tua vicinanza.

  11. Ringrazio Stefano, che ha messo d’accordo e sull’attenti tutta la giuria del concorso “Pubblica gratis con Kolibris”. Il suo è un libro di cui vado particolarmente fiera e in cui ho creduto moltissimo fin dalla prima lettura e sempre più a ogni successiva. Stefano penso tenda molto a sfrondare il superfluo e può apparire appartato, ma quando è il momento sa mettersi in gioco con umiltà ed energia e porgere la poesia in modo semplice e spontaneo a chi ascolta. Penso che la poesia superi molte distanze, che le sono anzi di stimolo, perché ama volare.
    Grazie mille a Francesco Tomada per la profonda e sentita lettura di un libro in cui ho creduto moltissimo fin dall’inizio. Grazie a Francesco Marotta per l’ospitalità e dell’incoraggiamento per Kolibris e grazie mille anche a Manuel per l’attl’accoglienza e il sostegno ai kolibrini, e per queste parole, a Luca, giurato del concorso e a chi ci dona il suo tempo nella lettura

    Un caro saluto

    Chiara De Luca

  12. Caro Stefano, il “defilati” di cui parlava Manuel, e che io ho sottoscritto, forse è da intendersi in un’altra accezione: basta dare un’occhiata al blog e ai suoi contenuti ed è facile capire che significa tutto tranne “chiamarsi fuori”. Sulla “poesia che si sporca le mani” ci sarebbe da dire parecchio, e prima ancora intendersi sul significato delle parole, ma forse è meglio non aprire quest’altro capitolo…

    Un saluto e un grazie a tutti voi.

    fm

  13. Sì, Gianni: pur senza entrare nel merito dei contenuti, c’è un notevole, sotterraneo lavoro sulla lingua, sul ritmo e sulle strutture metriche. Esattamente quello che distingue chi è poeta davvero da chi non lo sarà mai.

    fm

  14. Mi sembrano molto significative queste nove poesie di Stefano Leoni, ma la questione forse non è “mettere un verso sporco al punto giusto” o “un colore di fuoco a equilibrare il bianco / detto come si dice pane”.
    Anche tutto ciò può diventare una “trappola”, appropriata quanto si vuole ma, alla fine, subito dopo, inappropriata pure essa, se il suo scopo è solo di ‘intonazione giusta’.
    La questione non è solo il timbro o la sfumatura della voce. È anche questo, inevitabilmente, ma qui c’è anche un avvertimento: “la storia è rimescolata, franta”, e allora “Siamo sgomenti”: “Si grida”, ma “prendendo una distanza”; e tutto ciò, inevitabilmente, rafforza ‘insufficienza’ e ‘separazione’. O almeno così mi è venuto da pensare a leggere queste nove poesie.
    Un saluto

  15. Grazie (un po’ in ritardo) a Gianni e ancora a FM per quanto scritto! Troppo onore…
    Ad Adelelmo un ringraziamento per la lettura e l’interessante interpretazione.
    un caro saluto
    Stefano

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