Comedìa

Massimo Sannelli

“Parlo in prima persona, come all’interno di un diario: come se parlassi di cose che mi riguardano. In realtà mi riguardano, e non solo nella veste – o nella condizione – di dantologo [a modo mio, sempre]. Parlo semplicemente, non ho nulla da difendere, e dico, per esempio: io non credo ad un Dante popolare [i versi sui lettori in piccioletta barca, che devono tornare indietro, sono uno scoglio, rispetto ai doveri democratici]; quindi non credo ad un Dante preoccupato della salvezza dei contemporanei. O meglio: se Dante si pone il problema della salvezza dei contemporanei, il problema è posto perché quel mondo, quella umile Italia e quella Fiorenza lo interessano; e lo interessano perché la grandezza ha bisogno di humus, come il buon seme gettato in buona terra. Oppure si devia dall’obbligo: iniziano la selva oscura, il delirio religioso e politico dell’Europa (per cui il buon fedele e il buon servo di partito si sviano), la degenerazione filosofica del poeta eletto; il peccato sessuale (perché SELVA è sempre l’anagramma del VASEL erotico: la nave della gita poetica e il sesso delle donne). Lo smarrito non ama essere smarrito. Lo smarrito è un privilegiato dalla nascita, e la sua vita nova, in nome della Beatrice, è iniziata prestissimo. Se di salvezza si tratta, è una salvezza personale, in primo luogo; ma tutto è in tutto, e Dante è e ha un corpo, come tutti: in questo senso Dante conosce una salvezza che può essere anche mia e tua. Ma solo in questo senso: perché nulla rende Dante un mio e un tuo fratello. Ora il nostro non-fratello è anche un autore giudicante, soprattutto per e contro le anime famose, da Ulisse a Federico II: per Dante ogni nome è il nome di un uomo celebre, e anche questo è un segno di spettacolo o di enfasi. Il fatto è che la Comedìa è anche un’invenzione, evidentemente. Eppure su questa invenzione Dante può permettersi di giurare, come nel canto di Gerione: lettore, io ti giuro sulle note di questa Comedìa, ecc. Com’è possibile? Dante ha bisogno di giurare sul suo testo – cioè su sé stesso? È quasi la domanda di Nietzsche in margine alla Nascita della tragedia: come? i Greci ebbero bisogno della tragedia? Proprio i Greci. E perché no? Ne ebbero bisogno, visto che la tragedia esiste e vegeta ancora. Così Dante ebbe bisogno della commedia; o meglio: ebbe bisogno di un supergenere chiamato con il nome di un genere già esistente e collaudato: la Comedìa, la grande supercommedia, la commedia di tutte le commedie. (…)

(Massimo Sannellli, da “Salvezza in Dante, salvezza di Dante”, di prossima pubblicazione in Salvezza e impegno, Fara, 2010)

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Dante Alighieri, Comedìa, cura del testo, note e commenti di Massimo Sannelli, Rimini, Fara Editore, 2010.
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Comedìa

Si verificano solo i miracoli.
Tutto il resto è scontato.

(Carmelo Bene, La voce di Narciso)

[dall’Introduzione al Paradiso]

Dante si protegge dalla morte con la fede e con la maestà del talento. In più, è spinto dalla rabbia, come chi ha fame: per togliersi la fame, il pane sembra salato ad un fiorentino in fuga. Nella parte contemplativa della vita, ha già sperimentato l’inusuale, come il prosimetrum della Vita nova e del Convivio. Da fuggiasco, costretto alla vita attiva, inventa un nuovo assoluto, che parla di un uomo, dei morti, dei vivi, del mondo, di Dio, della cultura – di tutto [e di tutti]. Quanto a noi, nel declino del Novecento, abbiamo parlato dei nostri frigoriferi, dei nostri sessi unti, e della piccola Italia, in nome di un realismo che non può essere né magico né mondiale. Molta poesia contemporanea, nell’umile Italia, non è morta, ma smorta. Eppure l’occasione che ci tocca è grandiosa. Bisogna accettare con umiltà la sostituzione degli italofoni di oggi – italofoni per origine – con altri italofoni, di origine diversa: anche questa è una vita nova che inizia. Bisogna preparare, più per loro che per noi, un terreno meno aggressivo: per le due comunità, rispettivamente, un’alba utile e un tramonto più decoroso. Sarebbe necessaria anche una nuova Comedìa – e forse ci sarà, nella forma adatta al nuovo tempo –, perché il volgare che nascerà meriterebbe il suo poema. Il parlar materno diventerà a poco a poco un parlar meticcio e complesso.

*

Qui inizia il Paradiso, che è la sfida all’ineffabilità. Anche qui molti personaggi, cioè corpi aerei, secondo la spiegazione di Purg. XXV, che garantisce tutta la finzione e il teatro. Dante sa che la letteratura del parlar materno è ancora giovane (“E non è molto numero d’anni passati che apparirono prima questi poete volgari […]. E segno che sia picciolo tempo, è che se volemo cercare in lingua d’oco e in quella di sì, noi non troviamo cose dette anzi lo presente tempo per CL anni”: Vita nova 16,4); ma questa letteratura giovane è già imparadisata, e chi la pratica è già in grado di presentarsi a Dio, con un corpo di carne. In fondo, è lo stesso volgare che ha emozionato e traviato Francesca da Rimini; o lo stesso volgare di un grande amante come Folchetto di Marsiglia (quasi un Rimbaud ante litteram: che si ricorda innamorato, non “poeta volgare”, nell’apparizione del canto IX; ma trionfa nel cielo di Venere, che ispira l’amore e “si può comparare a la Retorica”, secondo Conv. II, XIII 13: dire è sempre dire d’amore). E ora? Il miglior fabbro deve disporre un futuro solenne e resistere alla morte. L’ambizione è che il volgare diventi un oltre-volgare: per parlare a Dio, e parlarne, in lingua materna. Noi precediamo una rivoluzione estetica. Quello che oggi è appena visibile, e domani sarà confuso, deve essere umiliato: come Bonagiunta, il Notaro e Guittone, ognuno col suo nodo.

[dal commento a Paradiso, XXX]

La consummatio del mondo e del tempo (saeculum) è vicina, ecco perché esiste la Comedìa: ma il fatto stesso che esista un seggio per Arrigo – e in realtà Dante scrive post eventum, quando Arrigo è morto – significa che il mondo non è stato in sincronia con l’occasione: Arrigo è giunto prima che l’Italia fosse disposta, come Virgilio è giunto tardi rispetto a Cesare, da cui non ha potuto farsi stimare. Ciò che è grande rischia sempre di essere fuori tempo o fuori campo: come se la materia fosse troppo pesante o troppo invasa dalla cieca cupidigia per essere salvata. La morte degli uomini grandi – che nascono nel tempo, e non sono perfettamente contemporanei – significa che la Terra non è Paradiso: solo nell’aldilà (e l’esempio migliore è il Limbo) i grandi sono contemporanei, come i cinque poeti classici (e Dante, sfruttando il privilegio di questa vita tra i morti, può rendersi sesto tra i non contemporanei).

Spesso la Comedìa viene considerata come l’immersione brutale nel presente, nella lingua delle mulierculae del presente [ma sono altrettanto presenti i discorsi dei predicatori, e Dante li disprezza: il segreto non è essere presenti, ma assenti rispetto al presente, o verticali rispetto all’orizzontale]: il segreto è la non contemporaneità, in due sensi. In un senso, il presente e il passato si incontrano, per elezione e per altezza d’ingegno (mentre il contemporaneissimo Cavalcanti, che ha la stessa altezza, non può accompagnare Dante: Dante non cammina con i vivi, ecco il messaggio); in un altro, il nostro presente e il loro futuro si uniscono, perché il tempo non è infinito.

La poesia cambia aspetto, se il punto di partenza non è più Fiorenza o il bel sembiante di Madonna; dove il fulcro è la consummatio saeculi tutto cambia. Allora la poesia della vita ha bisogno della fine del mondo, per esistere? Non per esistere, forse: ma per giudicare sì, ne ha bisogno [e il giudizio – anche se poetico, come nel tribunale pasoliniano degli Scritti corsari – esiste solo se ci sono dei valori non criticabili e una Fine a cui riferirsi].

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28 pensieri riguardo “Comedìa”

  1. […]
    Il canto quinto del’Inferno rimane, a mio avviso, il canto del contrasto fra giustizia (<>) e pietà (<>), rivoltosi, detto contrasto, occorre dirlo?, a vantaggio della pietà; epperò trattasi di poesia altissima, perché, essendo inflessibile quella giustizia, non può non essere stata traboccante, soverchiante, incontenibile, vittoriosa, quella pietà.
    E voglio dir subito che quella pietà fu vittoriosa fin dall’inizio del canto, ancor prima, cioè, che Virgilio indicasse e nominasse al discepolo <> e ancor prima che il discepolo, come leggiamo al verso 72, <> si sentisse <>; la pietà per i due cognati, Francesca da Rimini e Paolo Malatesta, per questi due personaggi la cui tristissima storia era stata perciò particolarissima e che si era conclusa di recente, rispetto a quelle antiche di altri <> già da Virgilio indicati a Dante, sarebbe poi stata ancora più intensa, fino a provocare quel deliqui di Dante che <>, appunto, venne meno, come se morisse.
    Intendo dire che Dante è disposto alla pietà fin da quando, sapendo e chiarendoci che a quel tormento <>, i quali sottomisero la ragione al <>, cioè alla passione della carne, assegna anzitutto questi peccatori al primo dei veri e propri cerchi infernali (non può considerarsi vero e proprio inferno quel Limbo ove le anime, che vi ci sono destinate, sono, sì, <> e con il <> eterno della visione di Dio, e provano così anch’esse il loro <>, ma è un duol <>): questa collocazione del peccato di lussuria in un luogo d’inferno il più vicino alla luce, che rimane di là dalla crosta terrestre riformatasi dopo la caduta precipite di Lucifero dai cieli, ed il più lontano dall’abisso, ove Lucifero andò a conficcarsi per l’eternità, ci fa pensare che Dante considera come il meno grave questo peccato di incontinenza.
    Anche nel Purgatorio il balzo dei lussuriosi è il settimo, cioè l’ultimo, quello che sta più in alto, il più lontano dalla imperfezione terrena, il più vicino al paradiso terrestre, e cioè al <>, destinato ad una umanità ancora scevra da peccato, ad una umanità edenica.
    La lussuria può raggiungere forme esasperate di vizio, ma occorre notare che Dante adopera anzitutto solo per Semramide e Cleopatra espressioni alquanto severe, diverse da quelle che adopera per le altre figure di questo stesso cerchio, come appress chirirò; ed è indubitabile, poi, che lussuria nasce da <>: è amore che degenera; è amore-pervertimento, amore-vizio, amore-adulterio, ma è amore pur sempre; c’è, insomma, come punto di avvio comune, sia ai lussuriosi peccatori, puniti e dannati, dell’Inferno, sia a quelli, pentiti e misericordiati, del Purgatorio, sia, infine, a Carlo Martello e a Cunizza da Romani, gli eletti spiriti amanti del cielo di Venere, l’amore, il sentimento che suona imperioso nei comandamenti fondamentali del cristiano Dante: <>; <>.
    E che suona nelle dottrine degli stilnovisti!
    nel cuore di Dante, dunque, anche prima che egli veda
    <>,
    la pietà c’è già, alta e pensosa, per i peccatori in genere di questo secondo cerchio, perché il primo moto, il primo impulso, il cominciamento del loro peccare fu l’attrazione d’amore, e l’amore, ripeto, è il sustrato della cristiana <>, una delle tre virtù teologali, quella, fra le tre virtù, che riscalda.
    Ecco che per questi peccatori Dante sa trovare una pena, un contrappasso, che gli consentano le tre stupende similitudini con gli uccelli, con creature alate ansiose di volare verso le stagioni calde dell’amore e dei nidi, e smaniose di alte vette, e di atmosfere, di spazi luminosi. Ci passano così davanti allo sguardo (e lo sguardo, per seguire quelle creature alate, deve necessariamente tendere verso l’alto e quindi staccarsi dall’abisso infernale) dapprima <>, che migrano dal <> tempo verso tiepidi nidi (quanta sognificazione, quanta ricchezza semantica in quell’attributo: <>, qui, in questo canto che si accinge a diventare tutto calore di passione amorosa!); poi le gru, le quali, quasi esseri umani,
    <>,
    e cioè, secondo la significazione medievale, le loro poetiche effusioni sentimentali, la espressione di una loro interna passione, gioia o sofferenza che sia; ed infine, per la similitudine con <>, le colombe, obbedienti anch’esse al <> sempre ardente del nido.
    Del poema di Virgilio Dante ricordava, sì, la similitudine: <>, perché le opere del suo <> e del suo <> sono presenti in ogni istante nella mente e nella sensibilità del discepolo; ma ciò spiega solo la similitudine gemella delle colombe nel poema medievale; non spiega però la scelta della pena, lo speciale contrappasso dei lussuriosi, quella pena che aveva già consentito a dante le altre due similitudini degli storni e delle gru.
    Ecco che già nel <> si rileva quel contrasto: giustizia-pietà, che non è un mito abusato per estenuati romantici o anche solo un residuo di temperie critica foscoliano-desanctiana, di cui si debba, quando si disputa di questo episodio dantesco, o liberarci o vergognarci.
    Io non credo che <> questo episodio significhi tenersi indenni dal fascino che, come ben scrive il Maecazzan, promana da una <>.
    Questo fascino, questa suggestione diretta ed immediata io direi anzi che Francesca non esercita solo sui <>, ma anche su lettori meno sprovveduti di cose di poesia, come la Francesca da Rimini della medievale cronaca colpì il giovane Alighieri fin da quando, nella di lui commossa immaginazione, si configurò l’episodio dei due amanti sventurati.
    Ma la commozione (il cui momento iniziale, genetico, addirittura preconscio, dovette coincidere, per usare ancora le parole del Marzaccan, con <>); la commozione, dicevo, non può essere determinata da quello che il Pagliaro definisce un <> presentatosi assillante ala coscienza del poeta: <>
    Dante Alighieri, lettore assiduo di San Tommaso, sapeva che <>, mentre lussuria è un usus <>; San Tommaso aveva distinto le varie forme di questo peccato: fornicazione, adulterio, incesto, ecc.
    Per Dante, che ha ormai volto decisamente le spalle alla selva oscura del male, ove era precipitato perché
    <>,
    e che si è altrettanto decisamente avviato, dietro la sua saggia guida, a trovare la <>, non esiste, in quel momento creativo dell’episodio, un problema etico, avendolo già risolto per lui san Tommaso d’Aquino; esiste invece un problema di poesia.
    […] Oppure Dante non può più considerare personaggi eletti non solo semiramide e Cleopatra, ma nemmeno Didone, Tristano, Achille, paolo e Francesca, quelle <> e quei <>. se <>, nel significato che credo il Pagliaro dia a questo termine (e cioè nobili di sentimento e di linguaggio […]), ci appaiono infatti Paolo e Francesca, ciò avviene dunque soltanto per una legge, per un imperativo di poesia e d’arte: perché, se Dante li avesse esclusi dal cerchio dei lussuriosi dell’Inferno e li avesse portati, ma anche solo nella quiesta e distesa serenità del <>, a quei personaggi avrebbe tolto la carica di poeticità, il fascino, la suggestione che invece hanno trovato nella
    <>.
    E la bufera infernale che mai non resta, proprio perché Dante non volle trovare un momento di pentimento per i due amanti, come lo troverà per Manfredi (<>) o per Bonconte o per la Pia, morti anche questi, tutti, di morte violenta.
    Per il peccato di adulterio, in cui Paolo e Francesca incorsero perché si amarono, cioè proprio per quel <>, essi dunque non sono più da considerarsi <> dal cristiano poeta; ed allora, poiché adulterio è <>, non sorge un problema etico, ma un problema di poesia.
    Dante, infatti, è sì un cristiano che, sfuggito alla <>, cerca la salvezza, ma è anche un artista, un poeta, e sa bene che il fascino di Francesca, la di lei poeticità, quella carica di commozione, che dalla figura di questa donna può sprigionarsi, non possono esserci se non là, nell’atmosfera corrusca e turbinosa, nella bufera infernale.
    […]

    Caro Francesco, ho letto l’interessantissima *introduzione* alla Comedìa ed al Paradiso di Sannelli, dopodicché ho praticamente trascorso la notte a trascrivervi le prime pagine del libro di mio nonno, Vincenzo Ranieri, “Dante e la esperienza d’amore”, che avrei piacere di inviare a te e Sannelli come pensiero (se mi invii gli indirizzi alla mia mail).
    Nel trascrivere sentivo la sua voce potente e istrionica mentre recitava i testi con cui sono cresciuta, vi sono grata, non fosse stato per questo post non avrei riascoltato mio nonno stanotte.
    Ordinerò con vero piacere ad Alessandro Ramberti (che saluto affettuosamente) il libro di Sannelli .

    un abbraccio.
    n

  2. oh mi accorgo che tutte le parti tra virgolette non sono state prese dall’editor dei commenti… erano le citazioni dei versi e dei brani critici di Marcazzan e Pagliaro, oltre alle dissertazioni di San Tommaso d’Aquino.
    … mi dispiace, comunque vi vinvierò il libro.
    buona notte.
    n.

  3. Chi mi conosce sa che amo Dante in maniera viscerale. Stimo molto Massimo ed ho già ordinato il libro da Ramberti. Non posso perdermi questa lettura.

    Un caro saluto e complimenti per questo lavoro!

  4. leggerò. ogni ri-lettura di dante è interessante, perché dante è imprescindibile. e quando c’è “grossa crisi” butti là un occhio e…cavolo! c’è (quasi) tutto quello che ti serve. è il nostro saeculum quello a cui quella poesia era diretta. l’ho sempre pensato. ed è la ragione per cui prima d’ora dante è stato letto poco e male, ovvero molto e malissimo, strattonato, attualizzato a tutti i costi.
    complimenti.

  5. Anch’io sono curioso di leggere il tutto, anche se, conoscendo Massimo, posso immaginare, con buona approssimazione, qualcuna delle linee intorno alle quali si articola la sua “lettura” della Comedìa.

    Ma sono ancora più curioso di leggere il saggio da cui è tratto il primo inserto del post.

    Ben venga, comunque: è uno dei pochi “scrittori” che, si sia d’accordo o meno con lui non cambia la sostanza dei fatti, non smuove aria fritta, ma propone pensiero e riflessione.

    fm

  6. […]
    Il canto quinto del’Inferno rimane, a mio avviso, il canto del contrasto fra giustizia (“giustizia mosse il mio alto Fattore” ) e pietà (“Poscia ch’i’ ebbi il mio dottore udito … pietà mi vinse …”), rivoltosi, detto contrasto, occorre dirlo?, a vantaggio della pietà; epperò trattasi di poesia altissima, perché, essendo inflessibile quella giustizia, non può non essere stata traboccante, soverchiante, incontenibile, vittoriosa, quella pietà.
    E voglio dir subito che quella pietà fu vittoriosa fin dall’inizio del canto, ancor prima, cioè, che Virgilio indicasse e nominasse al discepolo “più di mille ombre” e ancor prima che il discepolo, come leggiamo al verso 72, “quasi” si sentisse “smarrito”; la pietà per i due cognati, Francesca da Rimini e Paolo Malatesta, per questi due personaggi la cui tristissima storia era stata perciò particolarissima e che si era conclusa di recente, rispetto a quelle antiche di altri “peccator cearnali” già da Virgilio indicati a Dante, sarebbe poi stata ancora più intensa, fino a provocare quel deliqui di Dante che “di pietade”, appunto, venne meno, come se morisse.
    Intendo dire che Dante è disposto alla pietà fin da quando, sapendo e chiarendoci che a quel tormento “énno dannati i peccator carnali, i quali sottomisero la ragione al “talento”, cioè alla passione della carne, assegna anzitutto questi peccatori al primo dei veri e propri cerchi infernali (non può considerarsi vero e proprio inferno quel Limbo ove le anime, che vi ci sono destinate, sono, sì, “senza speme” e con il “desio” eterno della visione di Dio, e provano così anch’esse il loro “duol”, ma è un duol “senza martìri”): questa collocazione del peccato di lussuria in un luogo d’inferno il più vicino alla luce, che rimane di là dalla crosta terrestre riformatasi dopo la caduta precipite di Lucifero dai cieli, ed il più lontano dall’abisso, ove Lucifero andò a conficcarsi per l’eternità, ci fa pensare che Dante considera come il meno grave questo peccato di incontinenza.
    Anche nel Purgatorio il balzo dei lussuriosi è il settimo, cioè l’ultimo, quello che sta più in alto, il più lontano dalla imperfezione terrena, il più vicino al paradiso terrestre, e cioè al “loco fatto per proprio della umana specie”, destinato ad una umanità ancora scevra da peccato, ad una umanità edenica.
    La lussuria può raggiungere forme esasperate di vizio, ma occorre notare che Dante adopera anzitutto solo per Semiramide e Cleopatra espressioni alquanto severe, diverse da quelle che adopera per le altre figure di questo stesso cerchio, come appress chirirò; ed è indubitabile, poi, che lussuria nasce da “amore”: è amore che degenera; è amore-pervertimento, amore-vizio, amore-adulterio, ma è amore pur sempre; c’è, insomma, come punto di avvio comune, sia ai lussuriosi peccatori, puniti e dannati, dell’Inferno, sia a quelli, pentiti e misericordiati, del Purgatorio, sia, infine, a Carlo Martello e a Cunizza da Romano, gli eletti spiriti amanti del cielo di Venere, l’amore, il sentimento che suona imperioso nei comandamenti fondamentali del cristiano Dante: “Ama il Signore tuo, Dio tuo …”; “Ama il prossimo tuo come te stesso…”.
    E che suona nelle dottrine degli stilnovisti!
    nel cuore di Dante, dunque, anche prima che egli veda
    “… quei due che insieme vanno”,
    la pietà c’è già, alta e pensosa, per i peccatori in genere di questo secondo cerchio, perché il primo moto, il primo impulso, il cominciamento del loro peccare fu l’attrazione d’amore, e l’amore, ripeto, è il sustrato della cristiana “caritas”, una delle tre virtù teologali, quella, fra le tre virtù, che riscalda.
    Ecco che per questi peccatori Dante sa trovare una pena, un contrappasso, che gli consentano le tre stupende similitudini con gli uccelli, con creature alate ansiose di volare verso le stagioni calde dell’amore e dei nidi, e smaniose di alte vette, e di atmosfere, di spazi luminosi. Ci passano così davanti allo sguardo (e lo sguardo, per seguire quelle creature alate, deve necessariamente tendere verso l’alto e quindi staccarsi dall’abisso infernale) dapprima “li stornei … a schiera larga e piena”, che migrano dal “freddo” tempo verso tiepidi nidi (quanta sognificazione, quanta ricchezza semantica in quell’attributo: “freddo”, qui, in questo canto che si accinge a diventare tutto calore di passione amorosa!); poi le gru, le quali, quasi esseri umani,
    “… van cantando lor lai”,
    e cioè, secondo la significazione medievale, le loro poetiche effusioni sentimentali, la espressione di una loro interna passione, gioia o sofferenza che sia; ed infine, per la similitudine con “… i due che insieme vanno”, le colombe, obbedienti anch’esse al “desio” sempre ardente del nido.
    Del poema di Virgilio Dante ricordava, sì, la similitudine: “Qualis … columba ecc. ecc.”, perché le opere del suo “maestro” e del suo “autore” sono presenti in ogni istante nella mente e nella sensibilità del discepolo; ma ciò spiega solo la similitudine gemella delle colombe nel poema medievale; non spiega però la scelta della pena, lo speciale contrappasso dei lussuriosi, quella pena che aveva già consentito a dante le altre due similitudini degli storni e delle gru.
    Ecco che già nel “modo della pena” si rileva quel contrasto: giustizia-pietà, che non è un mito abusato per estenuati romantici o anche solo un residuo di temperie critica foscoliano-desanctiana, di cui si debba, quando si disputa di questo episodio dantesco, o liberarci o vergognarci.
    Io non credo che “leggere modernamente” questo episodio significhi tenersi indenni dal fascino che, come ben scrive il Marcazzan, promana da una “creatura che prende il lettore comune con suggestione diretta e immediata”.
    Questo fascino, questa suggestione diretta ed immediata io direi anzi che Francesca non esercita solo sui “lettori comuni”, ma anche su lettori meno sprovveduti di cose di poesia, come la Francesca da Rimini della medievale cronaca colpì il giovane Alighieri fin da quando, nella di lui commossa immaginazione, si configurò l’episodio dei due amanti sventurati.
    Ma la commozione (il cui momento iniziale, genetico, addirittura preconscio, dovette coincidere, per usare ancora le parole del Marzaccan, con “l’impressione che la notizia di un fatto così lacrimevole, certamente divulgata, deve aver prodotto sull’animo del poeta adolescente, al quale nuovi e vaghi orizzonti si schiudevano irradiati dal sorriso di Beatrice”); la commozione, dicevo, non può essere determinata da quello che il Pagliaro definisce un “problema” presentatosi assillante alla coscienza del poeta: “Come quel divino sentimento, che ha trovato albergo nel cuore di personaggi così eletti, in molti casi possa divenire peccato, ed essere perciò soggetto nell’aldilà alla severa sanzione della legge divina”.

    Dante Alighieri, lettore assiduo di San Tommaso, sapeva che “usus venereorum potest esse absque omni peccato, si fiat debito modo et ordine”, mentre lussuria è un usus “non secundum rectam rationem”; San Tommaso aveva distinto le varie forme di questo peccato: fornicazione, adulterio, incesto, ecc.
    Per Dante, che ha ormai volto decisamente le spalle alla selva oscura del male, ove era precipitato perché
    “tanto … pien di sonno in su quel punto”,
    e che si è altrettanto decisamente avviato, dietro la sua saggia guida, a trovare la “verace via”, non esiste, in quel momento creativo dell’episodio, un problema etico, avendolo già risolto per lui San Tommaso d’Aquino; esiste invece un problema di poesia.
    […] Oppure Dante non può più considerare personaggi eletti non solo Semiramide e Cleopatra, ma nemmeno Didone, Tristano, Achille, Paolo e Francesca, quelle “donne antiche” e quei “cavalieri”. se “eletti”, nel significato che credo il Pagliaro dia a questo termine (e cioè nobili di sentimento e di linguaggio […]), ci appaiono infatti Paolo e Francesca, ciò avviene dunque soltanto per una legge, per un imperativo di poesia e d’arte: perché, se Dante li avesse esclusi dal cerchio dei lussuriosi dell’Inferno e li avesse portati, ma anche solo nella quieta e distesa serenità del “secondo regno”, a quei personaggi avrebbe tolto la carica di poeticità, il fascino, la suggestione che invece hanno trovato nella
    “… bufera infernale che mai non resta”.
    E la bufera infernale che mai non resta, proprio perché Dante non volle trovare un momento di pentimento per i due amanti, come lo troverà per Manfredi (“… io mi rendei piangendo …”) o per Bonconte o per la Pia, morti anche questi, tutti, di morte violenta.
    Per il peccato di adulterio, in cui Paolo e Francesca incorsero perché si amarono, cioè proprio per quel “divino sentimento”, essi dunque non sono più da considerarsi “eletti” dal cristiano poeta; ed allora, poiché adulterio è “usus venereorum … non secundum rectam rationem”, non sorge un problema etico, ma un problema di poesia.
    Dante, infatti, è sì un cristiano che, sfuggito alla “selva oscura”, cerca la salvezza, ma è anche un artista, un poeta, e sa bene che il fascino di Francesca, la di lei poeticità, quella carica di commozione, che dalla figura di questa donna può sprigionarsi, non possono esserci se non là, nell’atmosfera corrusca e turbinosa, nella bufera infernale.
    […]
    ho riscritto tutto, scusatemi per la svista di stanotte.
    grazie, n.

  7. Non c’è nessun capitombolo, Natàlia, sono problemi della macchina e delle sue nevrosi.

    L’unico capitombolo è il mio: con un computer che funziona un giorno sì e sette no, non mi sono accorto di questo (…)

    Ma provvedo subito, con immenso piacere.

    fm

  8. arrivo tardi… solo: grazie – intanto altro lavoro, lavoro, lavoro, e la testa da un’altra parte, ma ormai è la regola. un gatto è entrato in casa dal tetto, ho raccolto una macchina da scrivere e un tappeto dalla spazzatura, ciabatte, libri, anche cibo. nulla è troppo impuro, non c’è neanche da essere schizzonosi: altrimenti non dovremmo nemmeno scrivere [niente è più spazzatura delle parole italiane, banalizzate e tradite ogni giorno da un migliaio di anni].

    Dante è l’OSSO DURO, una specie di ossimoro permanente [e sofferente]. è il padre della lingua *italiana*, ma il suo fulcro è Fiorenza [e la sua ossessione: e il fiorenza-centrismo è continuo: “la tua loquela ti fa manifesto”!]; è affabile e popolare, scrive pappo dindi merda cricchi ma dà sempre l’impressione di urlare come Isabella Santacroce: “leccatemi il culo bastardi non talentuosi leccatemi”; scrive poesia, ma abbandona la poesia [la Comedìa *non* è lirica]; è amico e non amico di Guido [e il dissidio di cui ha parlato Enrico Malato è più sottile della visione che ci sovrapponiamo noi – noi abbiamo menti militari; in realtà Matelda è una figura cavalcantiana – io credo che sia Mandetta, la donna di Tolosa; e il gesto di Ciampolo è quello di Guido nel Decameron, VI 9; e altre figure – Ulisse, Casella – hanno tratti cavalcantiani]. e Dante non è noi. Dante non è neanche l’Italia. in realtà vive nella contraddizione, nervosamente: se lo può permettere, perché – alla fine – l’esilio è l’occasione che esalta il talento [in che cosa consiste il talento di Dante? *anche* nell’immaginare LIBRI dove gli altri – anche Guido – pensano ancora per fogli sciolti; nell’immaginare IBRIDI – il prosimetro, il romanzo in versi, l’autocommento – dove gli altri scrivono sonetti di corrispondenza; nell’inventare una profezia autorevole e autoritaria, ma fiabesca, praticamente *fiction* – cosa che scandalizzò Cecco d’Ascoli, a ragione; e il talento è anche superbia – e Dante lo sa: essere il sesto poeta dell’Occidente e il primo in volgare, e molto altro ancora… e la bestemmia di GIURARE SULLE NOTE della Comedìa, nel canto di Gerione: giuro sulla mia fiction che quello che invento è vero, cioè giuro su me stesso: non è poco, ma *troppo*]

  9. Qui non è mai tardi, Massimo, è sempre tutto aperto, si entra e si esce – dove e da dove si vuole – quando si vuole.

    Grazie per il passaggio e il commento.

    Mi trovi particolarmente “sensibile” su Cavalcanti e gli “ibridi”…

    fm

  10. bello… sarà stimolante questa lettura sicuramente originale e personalissima di Dante di Massimo. iniziativa notevole, grazie

  11. credo che sannelli non potesse applicarsi a un’opera migliore.
    ho ordinato il libro ma già capisco prima di leggerlo che, nel
    commentare dante la scrittura di sannelli troverà un suo primo
    compimento. certi suoi toni – che possono giudicarsi eccessivi
    o retorici in altri contesti, applicati ad altri oggetti –
    troveranno qui la loro piena giustificazione.

    per lui non è così, ma ai miei occhi sannelli si guadagna con questo lavoro – con il lavoro – un posto in quella che élémire zolla chiamava, opponendola alla “civiltà della critica”, la “civiltà del commento” (in un libro dilettevole quanto semplificatorio ed estremistico quale “che cos’è la tradizione”).

    “Ascendiamo il monte Ventoso della storia e guardiamo il
    disegno che si rivela da quella grande altezza: i particolari
    non si discernono più, vediamo alternarsi ciclicamente l’una
    all’altra civiltà basate sul commento d’un testo sacro tremendo
    e fascinoso, che non tanto è letto e giudicato quanto legge e
    giudica chi lo accosti, e civiltà prive d’un testo, apparentemente fondate sul culto della critica”. (E. Zolla, Che cos’è la tradizione)

    così mi aspetto di trovare in questo libro, oltre che dante letto da sannelli, anche sannelli letto e giudicato da dante. e viva ad entrambi!

    ciao,
    lorenzo

  12. fa piacere rileggere Massimo.
    uno che ha “abbandonato” internet e automaticamente abbandonato dai commenti e dalle citazioni in post e nella bolgia dei blog.
    come sempre ha capito tutto, dovrebbe essere questo l’uso. leggere, studiare, scrivere e ogni tanto apparire; e come sempre Francesco – che sa!- ce lo propone.
    grazie e complimenti.

    un abbraccio

  13. Da tempo sono arrivato a pensare che la religiosità di Dante sia solo cliché e stereotipo, tributo ed escamotage a ciò (la religione cattolica) che nel Medio Evo (e per lunghi secoli successivi) un artista non poteva evitare di affrontare – e ad essa apparentemente “sottomettersi” – se voleva fare ciò a cui era chiamato, ossia arte. In realtà, Dante è un grande blasfemo, ha sfidato l’ineffabilità (per riprendere Sannelli) della triade Inferno-Purgatorio-Paradiso non solo perché ha descritto l’indescrivibilità per antonomasia e perché ha raccontato l’irraccontabile per eccellenza, che si può accettare solo per fede e non rivelare per ingegneria d’immagini, ma soprattutto perché si è sostituito a Dio creando e rivelando il funzionamento di ciò che dopo la Commedia sarà per sempre l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. E quale gesto è più blasfemo di questo? Me ne sono convinto partendo dall'”episodio” (ma in realtà una vera e propria demolizione della religione cattolica) di Ulisse (canto XXVI dell’Inferno), in cui la contraddizione tra la condanna ufficiale di Ulisse quale facitor d’inganni e invece la sua morte dovuta alla sete di conoscenza e all’ardimento umano si spiega solo con l’affermazione dantesca della laicità del viaggio, sottratto definitivamente alle ipoteche teologiche che lo avevano condizionato fino ad allora. La condanna cui è sottoposto Ulisse non giustifica né rende conto della sua morte, proprio perché la punizione divina non ha giurisdizione nei confronti di Ulisse (ovvero dell’uomo), è solo artificio, una convenzione che vale solo in quanto tale ma non determina le effettive sorti dell’uomo, che sono tributarie delle sue scelte autonome e si iscrivono nella storia, non già nella teologia. Naturalmente Dante non poteva dire tutto ciò apertamente, ma lo ha fatto capire, con Ulisse, per l’appunto.

  14. Un grazie a voi per queste note.

    Sulle stratificazioni ereticali della materia poematica della Comedìa ci sarebbero da scrivere ancora parecchi volumi.

    Roberto, le stesse “intenzioni”, rimanendo all’Inferno, Dante le manifesta anche, ad esempio, nel canto XIII, in un gioco di specchi dove l’alto (la lex aeterna inesorabile) e il “contingente” della vicenda umana concreta si disputano tutto lo spazio disponibile, ad iniziare da quello della mente – di chi scrive e di chi legge.

    fm

  15. d’accordissimo su ulisse, alter ego di dante, che dipinge se stesso come un superbo, se proprio dovrà un dì pagare il suo scotto. e lo dice nel XIII del purgatorio, tra gli invidiosi, facendo riferimento alla balza sottostante, quella dei superbi. la commedia funziona un po’ come i rimandi nell’enciclopedia degli illuministi. sotto un regime che sbrigativamente condannerebbe qui alla ghigliottina, lì al rogo, per strappare il velo dell’ipocrisia bisogna giocare d’astuzia. XIII è la metà di XXVI: tutto è possibile con dante. meglio rischiare di stra-vedere quando gli ci si accosta, che accontentarsi di vedere quello che generazioni di critici hanno, abbastanza concordemente, già visto.

  16. ciao… sarebbe bello antivedere, ma il rischio di stra-vedere è sempre in agguato, perché Dante è l’osso duro: un segno di contraddizione (la finzione mista al vero, la profezia mista alla favola, il pensiero comunale portato nell’universo, e in Dante *tutto* è una “questione personale”, come ha detto Bergamín).

    c’è qualcosa di ereticale, qualcosa di ortodosso, qualcosa di pagano (Virgilio che prega il sole, perché è la cosa più simile al Dio unico, di cui “porta significatione”), qualcosa di cristiano (il Pater noster dei superbi), qualcosa di tutto. c’è di tutto, perché l’autore è libero, anche troppo [e questa libertà scandalizzò Cecco d’Ascoli: “qui non si canta al modo delle rane”, la scienza non è una “fabulla”!] [una parte della grandezza di Dante è un po’ omicida: ha il potere di diminuire gli altri, a partire dai vicini]

    Dante è freddo e caldo, noi rischiamo di essere come uno degli angeli delle sette Chiese: “né ardente né freddo”; oppure una cosa, pur di non essere l’altra. ma l’opposizione alle opposizioni è stanca di opporsi. allora uno pensa: piuttosto che raffreddare, peccherò per eccesso di calore [ecco perché si riscrive *tutto* – e ancora non capisco perché mi dicano che le mie riscritture siano segno di *coraggio*]. se non posso essere *tutto*, cercherò di essere bene una cosa

    nella Comedìa c’è di tutto, quindi ci si troverà di tutto [ma chi è – e sa – solo una cosa rischia di trasformare un passaggio o un’idea in un idolo]: altrimenti nemmeno Dante potrebbe giurare sulle sue *note* [e *notare* significa scrivere e volare – l’ambiguità rimane anche nella dichiarazione a Bonagiunta]. le cose grandi non sono una cosa sola. ecco la migliore scuola di poesia, e la fa un fiorentino inacidito che ogni secondo ti dice: “io non sono come te, tu non sei come me, se io vo, chi resta? e se io resto, chi va?”. il Dante *macro*, assottigliato come ha voluto vedere magri Francesco e persino Pietro e Paolo… una rivelazione per corpi senza grasso… ma Dante è macro, Guido addirittura *leggerissimo*… ma le invenzioni sono belle, e il successo popolare è arrivato subito: non c’è nessun *piacere* nell’Acerba e nel Dittamondo, e i Documenti d’Amore non sono stati fatti per un pubblico *reale*. potere degli ossi duri!

  17. ri-leggere Dante, no, ri-leggere l’opera è la grande fortuna che accade a chi si serve della nostra abusata lingua. Concordo con Sannelli, è la più devastante scuola di poesia e per questo non leggerò il suo libro. Nessun commento, nessuna interpretazione; l’Opera (che va ri-letta periodicamente) deve far scaturire l’opera, attraverso il suo essenziale (non solo è ovvio) occorre lasciarsi attraversare dal nostro inessenziale.
    Dico poco e confuso, ma non mi occorrono altre parole.

    Vostro Gianluca

  18. Caro Sannelli e cari tutti,

    qui siamo di fronte all’unione rara di erudizione e fuoco – degno allora di Dante questo testo italofono E contemporaneo. Quell’idea dell’italiano come lingua che sta per trasfomarsi perche’ e’ entrata in individui di altre culture che sono entrati nella cultura italiana e’ esilarante e emozionante. Speriamo di essere ancora vivi per osservare questa nascita e il suo testo principe, quando verra’!

    Cari saluti

    Pietro

  19. Attendo di potere leggere il libro. Intanto cordiali saluti a Massimo Sannelli, ad Alex Ramberti, a Francesco Marotta e a tutti gli altri ospiti, Marco Scalabrino.

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