Un vivere consumato per amore

Giannino di Lieto

E’ stato finalmente pubblicato, a cura di Giovanni Maria di Lieto per i tipi di Interlinea Edizioni di Novara, il volume delle Opere che raccoglie l’intera produzione di Giannino di Lieto (1930-2006). Si tratta di un libro splendido, necessario e prezioso, che ci (ri)consegna, in tutta la sua ricchezza e complessità, uno degli itinerari poetici più originali e significativi del secondo Novecento.
Ottimi i contributi saggistici di Giorgio Bárberi Squarotti, Maurizio Perugi, Ottavio Rossani e Luigi Fontanella, che concorrono a definire, insieme all’inquadramento storico-culturale delle varie raccolte, le coordinate critiche più adeguate all’intelligenza dei testi e all’attraversamento complessivo di una personalità e di un’opera veramente singolari nel panorama italiano.

Di seguito troverete una breve selezione di testi in pdf (tutti già presenti su Rebstein, eccetto quelli tratti dalla raccolta Le cose che sono) e, integralmente, il saggio di Ottavio Rossani. Altri testi e interventi critici potete leggerli cliccando sul nome dell’autore in alto a destra.

[Giannino di Lieto – Opere]

Ottavio Rossani
Esorcismi e sortilegi (letterari)
nella poesia di Giannino di Lieto

     La poesia di Giannino di Lieto è un’anomalia nel panorama letterario del Novecento. Rientra a buon diritto nel filone sperimentale della Neoavanguardia, ma non allineata a correnti o gruppi, anche se ha avuto una frequentazione (da lontano) con Adriano Spatola, con la sua casa editrice Geiger (con la quale ha anche pubblicato un libro) e con alcuni poeti sodali del Mulino di Bazzano (come Corrado Costa o Carlo Villa, per esempio). Giannino di Lieto non appartiene alla tradizione lirica o civile o filosofica del Novecento, tuttavia opera una singolare eversione linguistica senza abbandonare la costruzione di una forma poetica strettamente collegata alla sua interiorità, ripescando significati provenienti dai classici e dalla tradizione italiana. Quest’ultimo tratto della sua poesia si può verificare in particolare leggendo gli ultimi inediti (pubblicati negli atti del convegno sulla sua opera che si è tenuto a Minori nei giorni 19 e 20 maggio 2007, ad opera del figlio Giovanni Maria di Lieto, e pubblicati da Anterem nel 2008 con il titolo Giannino di Lieto. La ricerca di forme nuove del linguaggio poetico). Non ha maestri né riferimenti dichiarati (l’ha scritto egli stesso nei suoi appunti autobiografici) eppure risente nei temi, nelle sonorità, in certi accumuli semantici, dei grandi del Novecento come Montale, Luzi, Quasimodo, Penna, Gatto e soprattutto Cacciatore, poeta dimenticato e a suo tempo ostracizzato proprio dal Gruppo 63, che in teoria avrebbe dovuto eleggerlo a proprio antesignano, perché quando si tenne il convegno a Palermo, e si fondò appunto il Gruppo 63, Cacciatore era già noto come il maggiore sperimentatore fino a quel momento. Ma come si sa il Gruppo 63, che da movimento letterario divenne presto esercito d’occupazione delle postazioni editoriali più importanti, praticò l’ideologia della discriminazione di chi fosse letterariamente “diverso”. Questo però è un altro capitolo. Ho fatto questa piccola digressione per chiarire che, pur essendo poeta sperimentale, Giannino di Lieto non ha avuto nulla a che fare con il Gruppo 63. Certamente è stato lettore di riviste e interviste, ma non ha avuto rapporti con gli esponenti di tale gruppo. Certo, più tardi, anni settanta-ottanta, ha viaggiato spesso (letterariamente) in compagnia di Adriano Spatola, ma lo stesso Spatola si è tenuto discosto dai nomi più in vista del Gruppo 63. Anche se qualche rapporto con alcuni poeti di quel movimento c’è stato, non fosse altro che per la pubblicazione di qualche loro libro con la sua casa editrice. Comunque tra le opere di Giannino di Lieto e quelle di Spatola non ci sono somiglianze o apparentamenti, pur essendo entrambi sperimentalisti estremi. Di Lieto ha conosciuto (letto) Sanguineti, Balestrini, e molti altri, ma l’opera di questi autori non ha avuto influenza sulla sua. Ha tenuto certamente conto del lavoro di rottura che la Neoavanguardia ha fatto nei confronti della tradizione del Novecento e della tradizione classica, ma non ha seguito la stessa strada della decostruzione del linguaggio tout court, che fino agli anni ottanta è stato l’unico obbiettivo dei poeti del Gruppo 63. La sua strada, sin dall’inizio, è stata quella di valorizzare le forme e i significati. Ma per farlo, come vedremo, ha dovuto fare un grande sacrificio di ricerca: decostruire per trovare un nuovo modo di esprimersi, ma soprattutto di esprimere in termini di poesia il vuoto dell’esistenza, il nulla delle ipotesi ontologiche. Giannino di Lieto ha registrato e descritto la desolazione del consumismo linguistico, l’assenza di riferimenti etici nella formazione poetica delle ultime generazioni e di quella a lui contemporanea, anticipando così l’incredulità odierna in valori fondamentali perenni, e il vuoto dei “non luoghi” definiti molto più tardi da Jean-Luc Nancy.
La poesia di Giannino di Lieto è, senza possibilità di dubbio, autonoma, autoctona, originale, di ricerca, in continua modificazione ed evoluzione. E non conclusa, in quanto la dinamica modificatoria della sua scrittura non ha mai trovato l’unità di misura definitiva per la sua identificazione, della sua riconoscibilità. Il poeta è morto (nel 2006), senza aver finito la fase di verifica del suo percorso letterario. Se ci fossero ancora inediti, sono sicuro che avremmo un’ulteriore conferma, dopo quella arrivata dalla lettura del gruppo di inediti pubblicati nel volume degli atti del convegno di Minori. La sua poesia quindi è rimasta “aperta”: foriera di un ulteriore cambiamento verso la positiva valutazione del significante nella nuova lingua arricchita dalla estenuante sperimentazione linguistica, e suscettibile di infinite direzioni nel lavoro interpretativo della critica che solo ora comincia a testimoniare la rilevanza di questo autore “novecentesco”, proiettato verso una nuova dimensione di recupero dei valori perenni della poesia come elemento costitutivo dell’esistenza umana.

La poesia come «scienza mentale»

     «La cosa poesia. Una scienza mentale»: lo ha scritto Giannino di Lieto. In quanto “scienza”, egli ha scoperto che le regole combinatorie della lingua non possono essere fisse ed eterne, ma mobili e rinnovabili; in quanto “scienza mentale” per di Lieto la poesia non è monumento né museo, è un campo aperto. È musica non accademica, comprensiva di ogni possibile sonorità e, soprattutto, è un modus vivendi nella e per la lingua, che include tutti i movimenti della mente non classificabili e non gestibili. Scrivere quindi è riuscire a fermare sulla carta gli elementi che tentano di sfuggire; di essi ne rimangono pochi e comunque incompleti. E nonostante le lacune, rispondono, pongono, riempiono significati che attengono alla vita, all’interiorità.
Il poeta intravvede alcune sponde di senso che però subito sfumano, e tuttavia riesce a bloccarne piccole parti. Nella lettura della scrittura rimasta (non prigioniera, comunque) c’è il senso delle cose, dell’esistenza. Una poesia perciò che, al di là di ogni possibile astrazione, resta ancorata alla realtà, alla quotidianità. E nello stesso tempo se ne distacca.

Accumulazione e dinamismo

     È lo stesso di Lieto a rendere conto del suo essere poeta: «La mia scrittura si svolge per linee logiche, drammatiche o figurative seguendo lo schema e gli spazi della pittura vascolare. Quando è “verso” è già una forma conclusa. Ogni verso è il rincalzo del verso successivo… Ricorda il mare agitato che si può scorgere da una casa sugli scogli. Un’onda si risolve nell’altra che la sopravanzava da una sbavatura di schiuma, e così via di seguito fino a sorprendersi schianto». Questo metodo, o meccanismo, o flusso creativo – spiega ancora di Lieto – permette di mutare il senso dei versi, il significato della poesia. In altre parole, di Lieto mette in atto un «processo di accumulazione», come giustamente ha rilevato Giorgio Bárberi Squarotti sin dalla prefazione alla raccolta Punto di inquieto arancione (Nuovedizioni Enrico Vallecchi, Firenze 1972): «si presenta come una lunga, compatta, iterazione, entro un verso fitto, denso, che inventa o finge uno spazio amplissimo e un movimento di rallentata narrazione».
Le cose, gli oggetti, le situazioni, i nomi, si situano uno dopo l’altro, in una forma di «babelicità» (definizione coniata da Giannino di Lieto) che in qualche modo conserva una sua leggibilità. Certo, molto spesso non si riesce a entrare dentro la logica “illogica” di di Lieto, quindi il significato di molti testi è misterico. Come spiega lo stesso di Lieto, un suo verso è un micromondo di forma e di senso, concluso dentro un multiforme orizzonte mai finito, mai veramente concluso. I suoi versi vivono, rivivono, sopravvivono uno dopo l’altro, uno sull’altro, e costruiscono un piccolo mappamondo con mille rivoli di senso che devono essere visti, decodificati, ridisegnati, riconnessi. Giannino di Lieto compie un’operazione scientifica di edificazione in orizzontale e in verticale: ascendere nei grattacieli o camminare tra i vicoli è un’impresa parallela e contraddittoria, per questo molto faticosa, ma così si scopre il dinamismo e la mobilità delle parole e della lingua.
L’obbiettivo è comunicare al lettore, al mondo. Ma di Lieto non lo fa con i linguaggi tipici delle conversazioni quotidiane e nemmeno con quelli tecnici, tecnologici o di categoria, e neppure con la lingua astratta e accademica della lirica tradizionale della prima metà del Novecento, nonostante il nutrito gruppo di poeti amati. Il poeta scompone quindi tutti i linguaggi e ricompone una sua lingua originale in cui le significanze non sono distrutte ma mimetizzate, non immediatamente visibili o rintracciabili. Mentre la Neoavanguardia (Gruppo 63) distrugge la lingua, la sintassi, la grammatica e anche le parole, per arrivare alla sillabazione fine a se stessa, improduttiva, e incomprensibile, di Lieto sulla lingua fa ricerca, non distrugge, ma rinnova forme e significati, riaggiusta, modifica, aggiorna, insomma riscrive, reinventa. In tal modo forgia una sua scrittura unica, nuova, incisiva, non retorica, non ridondante. Quando c’è l’iterazione, come nella raccolta Punto di inquieto arancione, essa è funzionale alla reinvenzione di un significato plausibile e necessario.

Sequenze matematiche e corrosioni sintattiche

     Nella poesia Isole da costa si possono verificare queste formazioni progressive e ossessive che portano alla sedimentazione di elementi dapprima volatili, che lentamente diventano componenti reali e fondanti della Grande Costruzione.

Incrostate interpretazioni in un armadio di mineralogia
a raffigurare sogni per un’alba di sentinelle
affiancati dai turni rami di sangue a guisa di remi
un’infinità di voci emerse saldamente bianche
per incredibili rive inclinazione d’isole
vulcaniche scintille fioriscono l’identico colore
succedersi da quelle alture detriti rapaci
come parole di ferro con pazienza decifrate
preparano mutazioni, qualcosa di deciso già rabbrividente
perché i tonfi rispondono allo scorrere dei chiavistelli.(1)

     In questa poesia l’elencazione dei dati materiali è pulsante, ritmicamente ossessiva, ma è anche appassionata. Non c’è lirismo in questo testo. E non c’è in alcun testo di di Lieto. La sua poesia non appartiene alla tradizione del Novecento e men che meno dell’Ottocento. È qualcosa di diverso, di non classificabile. Non ci sono abbandoni, non c’entra il sentimento, ma pur senza abiurare alla tradizione letteraria italiana di Lieto compie un’operazione di estraniazione. Come se scrivesse scientificamente su un vetro, le sue parole sono leggibili come sequenze matematiche, e nello stesso tempo sono visibili dall’altra parte al contrario. Le due visioni-versioni costituiscono un’originale installazione. I suoi testi sono freddi, ma sotto la patina dell’accumulazione vibra una forza che attrae. La poesia di Giannino di Lieto piace anche se non si comprende fino in fondo. Tocca i meandri profondi della psiche perché comunica dimensioni lontane, insondabili. L’intelligenza della lettura scompone i reperti, li analizza, ascolta il rumore con cui penetrano nella mente, e comincia a decriptare il messaggio ricostruttivo. Proprio questa poesia Isole da costa si appalesa come parete illustrativa di quella «scienza mentale» che di Lieto ha voluto elaborare per “regolamentare” i flussi delle sue illuminazioni, alzando un distacco visivo in cui il coinvolgimento emozionale è tenuto a distanza di sicurezza.
Ecco i materiali primari: armadio di mineralogia, rami di sangue a guisa di remi, voci emerse saldamente bianche, inclinazione d’isole vulcaniche, scintille fioriscono l’identico colore, alture detriti rapaci, scorrere di chiavistelli. Cose, oggetti, rumori primigeni, direi quasi primordiali, che emergono dall’abisso del ripudio e rivendicano la legittimità del loro valore letterario e comunicativo, ma riversano sullo scavatore (poeta) e sugli osservatori (lettori) una rete avvolgente di solitudine. Essi si inseriscono in una nuova geografia sintattica, piena di forzature e di violazioni, si fondono in una sonorità musicale univoca in fuga verso la totale astrazione. La sfiorano, però non la raggiungono, perché dietro le paratie del distacco urgono, premono, e riescono a filtrare, come lance di luce, momenti di interiorità urgenti e dolorosi. I versi quindi diventano crogioli di magia narrativa e sorprendono nel crescendo della riconquistata significanza. È una musica che a sbalzi riesce a superare tutte le barriere e arriva come frusta a scuotere settori remoti dell’esperienza esistenziale.
Così, le «incrostate interpretazioni» risalgono a «raffigurare sogni per un’alba di sentinelle». Si tratta di «un’infinità di voci» che si sperdono per «rive […] d’isole vulcaniche», arrivano ad «alture», da dove cadono «detriti rapaci / come parole di ferro». Si profilano impressionanti «mutazioni», che già erano predefinite ma di cui non si sapeva. Perciò sale un brivido e «i tonfi rispondono allo scorrere dei chiavistelli».
Giannino di Lieto ha scritto, in Structura, uno dei fogli di diario di appunti autobiografici:

La disposizione degli Elementi segue genericamente lo schema A —>B —> C —> D dove A “nucleo” (nome, Significato), B “nucleo”, C “nucleo” (abhinc) A si muove (scansione di tendere per) entra nell’orbita di B, nello stesso istante B si muove entra nell’orbita di C, (così di seguito). Inscenata una reazione “a catena”, forse più una specie di “moto perpetuo”. Al “nucleo” è intrinseca l’Energia. Ogni nucleo si genera da sé come partenogenesi. Poesia pura.(2)

Definisce questo iter come «l’oltranza mimetica interna al processo poetico». E aggiunge:

Una costruzione mentale, certo, la docile chiave per lo “smontaggio”. Il Discorso poetico si svolge senza bisogno di auto-spiegarsi (verbo), senza bisogno di “illustrazioni” (aggettivo, qualificativo). E si situa più che in una sfera estetica in una sfera ontologica.(3)

Cos’è che, a questo punto, intravvede il poeta, seguendo le onde della «scienza mentale»? Forse una prigione di parole? O forse una definitiva chiusura nella comprensione delle cose della vita? Non si può sapere. Da tutta l’opera di Giannino di Lieto si evince una cosa con chiarezza: lo stile vince su tutto, anche sulla paura e sul dubbio.

Le ragioni di una scrittura per immagini

     Lentamente, ma inesorabilmente, di Lieto vaga dalla necessità di dare nuovo vigore alla scrittura poetica, uscendo dal gorgo della sperimentazione fine a se stessa, fino a percepire l’urgenza di completare il suo progetto di comunicazione, affiancando alla parola l’immagine alla quale ha voluto attribuire l’effetto e la forza della parola. Ed ecco nel 2000 la raccolta Le cose che sono (Masuccio & Ugieri, Minori – una sigla fittizia per nascondere che la stampa era in proprio), in cui i disegni sono parte integrante della poesia. Scrive di Lieto in Auctor & Interpres:

In principio era scrittura di immagini, scie a pena catturate dalla comune, di scena l’intuizione principe. […] Figure e andamento delle linee si adattano ai moduli surrealisti. Le trasgressioni: accumulo, l’ordine scompaginato, riannodando i segni mi appaiono nel loro struggente archetipo. […] A questo punto la scoperta del colore […] Infine è il segno stesso che diventa colore, inaugurando un corso ciclico che ha come punto di partenza il suo punto d’arrivo, il pittogramma.(4)

     Giannino di Lieto ha fatto diverse mostre con i suoi «pittogrammi», come ha definito i suoi quadri, o molto prima con i suoi «fenotesti» (1974). La sua ricerca dei colori e delle forme – che richiamano in qualche misura alcuni momenti di ingenuo ma voluto surrealismo, con quei colori tenui, in tonalità degradanti oppure forti, densi, ma sempre alternati a tratti più lievi, nelle figurazioni appena definite – ha voluto completare, rendere più consistente e convincente la sua battaglia (il suo scontro) verso la banalità quotidiana imperante tra gli anni sessanta e il duemila, ma soprattutto verso il linguaggio della comunicazione, intesa come «inganno quotidiano».
Il suo obbiettivo è stato di innovare la lingua della comunicazione letteraria, in particolare quella ineffabile della poesia. Scrive nel passo dal titolo Comunicazione:

Il “comunicare” della Poesia è il dialogo silenzioso instaurato col Lettore. […] La Poesia è l’anima di una Lingua. (Grazie alla Poesia la Lingua si rinnova, e proprio nel rinnovarsi è la sua vitalità). Una Lingua non è immutabile. Si trasforma perché la Poesia si trasforma. Se ogni poesia ha il suo “idioletto” io vedo una Grammatica della Poesia in (e con) la Grammatica della Lingua. […] Il punto doveva essere il Significato (affrontato dal simbolista Mallarmé). È dentro il Significato che l’Opera ha un “senso”, una finalità.(5)

E aggiunge:

L’Inconscio, spesso citato, a partire dal Surrealismo (vedi la scrittura automatica) a (s)proposito del momento creativo, igitur l’Autore, riconduce l’altro, cioè il Lettore alla sua ineliminabile “parte” del fenomeno Comunicazione.(6)

     Giannino di Lieto ha raggiunto il suo obbiettivo, anche con l’ausilio della pittura, con i suoi selezionati «fenotesti» e i suoi «pittogrammi». Alfonso Gatto è stato suo amico e ha stimato il suo lavoro. Lo ha definito: il poeta «che ha dentro di sé la speranza». La speranza di trovare una nuova lingua per la poesia, con la contemporanea rigenerazione del significato. Così facendo, anche la speranza di configurare per il Poeta un nuovo ruolo, di comunicatore con il lettore che sarà quindi coinvolto e responsabilizzato nel progetto di trasformazione delle strutture e dei modi nel fare poesia.

Come comunicare

     È nel libro Nascita della serra (Geiger, Torino 1975), con il quale è stato finalista al premio Viareggio, che di Lieto registra lo spostamento verso la necessità di comunicare di più e meglio, anzi più precisamente “narrare”. Ma il narrare non è l’esposizione di un romanzo o di un racconto. È mettere in evidenza su una piattaforma tutti gli elementi necessari (linguistici, filosofici, letterari, pittorici, dialettici) per combinare una sfida: cioè creare una “poesia aperta”, una poesia che non si chiude in uno o venti versi, ma nella ricombinazione delle espressioni offre tantissime possibilità di guardare verso orizzonti mutevoli e pensieri mobili. In questa raccolta si verifica uno spostamento progressivo dei limiti della lingua, la proiezione di enigmi che stimolano la mente verso nuove aperture e nuovi confini. Qui di Lieto sconfessa ipocrisie nel campo linguistico-poetico. Scrivere per il poeta diventa un modo di essere. La sua ricerca mira a cambiare lo status delle cose esistenti; a introdurre un ribaltamento tale per cui sensazioni e percezioni diventano mutanti, calde o fredde in relazione ai nuovi materiali in uso. Di Lieto invita a un’eticità del discorso: non l’imposizione di nuove regole, ma il riconoscimento di un valore estetico-espressivo che sia individuale ma che possa essere sentito anche in modo collettivo. In fondo si tratta di continui sbalzi di pressione, con improvvise e imprevedibili sudorazioni o infreddolimenti. Ricerca di lingua nuova, ma anche coerenza nei comportamenti esistenziali, superando la storicità dei movimenti sperimentali e modi della tradizione classica in un’adeguata lettura contemporanea.
Una poesia tratta dalla raccolta Nascita della serra ci permette di verificare alcune osservazioni fin qui fatte.

tavole del centro non stile non gesto una conchiglia di cintura / chiuso l’apparenza perlustrare un insetto ogni ticchettio ogni passo / porta la maschera semi dell’appropriarsi un fiore raggi anche del fulmine / per acqua sollevato sonno causa di movimento ventaglio con remi / si adempie sopracciglia lunghe bende nella rosa l’altro traccia piena / ciottoli a luogo rotondo non coscienza volto simile alle vene dopo fuoco / per girasoli come cosa comune nomi sbocci alla sua stagione specchio / un gradino dell’erba né diverso le maniche fuori cadono soffio / catena delle foglie pioppi altissimi pupille quell’ansia barlume ala dei bracci.(7)

Ancora una poesia in cui il modus operandi del poeta è l’accumulazione. Si constata però una maggiore leggerezza, la rinuncia a certi versi duri emblematici di un rigore concettuale che col passare del tempo si addolcisce. Gli elementi sono in sovrapposizione: tavole, conchiglia, insetto, passo, maschera, un fiore, raggi del fulmine, acqua, sonno, ventaglio, remi, sopracciglia, rosa, ciottoli, girasoli, erba, maniche, soffio, catena, pioppi, pupille, ansia, barlume. Tutto ciò può sembrare arbitrario, gratuito, illogico. In effetti lo è. Quasi a voler fare un gioco, noi stessi potremmo ricomporre il testo in forma diversa e sarebbe plausibile. Per esempio:

tavole del centro
non stile non gesto
una conchiglia di cintura
chiuso
l’apparenza perlustrare
un insetto
ogni ticchettio ogni passo
porta la maschera
semi dell’appropriarsi
un fiore
raggi anche del fulmine.

Come si vede, anche una forma con versi brevi, in cui ogni elemento si esibisce da solo, ha una sua validità anche sul piano semantico, che nel testo originale potrebbe apparire problematica. Giannino di Lieto, che nel primo libro, Poesie, ha sperimentato il verso corto alla Ungaretti (da cui indubbiamente ha ricevuto un notevole influsso, che molto più tardi ha abiurato, anche se ha sempre parlato del primo libro con tenerezza), è ben conscio di questa ipotesi. Ma per lui non aveva senso perseguire il modo primigenio di comporre, in quanto negli anni successivi erano sedimentate molte modificazioni nella sua coscienza. E la persistenza nel verso lungo era dettata dalla necessità di recuperare un suo personale canone narrativo. Non so se qui di Lieto volesse sorprendere il lettore. In ogni caso i testi di Nascita della serra sorprendono. Il loro fascino è nell’efficacia. Gli elementi non sono più soli. Tutti insieme raccontano una storia di disfacimento, «cadute feroci di detriti», un pensiero che lentamente e inesorabilmente si disfa, e soprattutto una fede che non c’è ma vorrebbe crescere. Alfonso Gatto, suo amico e ammiratore della sperimentazione linguistica di di Lieto, diceva che in lui «c’è la speranza».

Segno, spazialità, necessità

     Anche se in di Lieto la necessità del disegno è cresciuta parallela alla creazione dei testi poetici, è solo con il libro Le cose che sono, pubblicato nel 2000, che il poeta testimonia l’indissolubilità dei diversi segni. La pittura affonda nelle origini premateriche, nell’essenzialità dei tratti elementari, geometrici. In parte, come egli stesso ha lasciato scritto, si tratta di riemersioni surrealiste. In qualche momento possiamo dire che si riappropria della finta puerilità dell’ultimo Picasso. Segni elementari, sì, ma studiati, ricercati. Soprattutto segni necessari, che occupano uno spazio.
Non è da pensare che il rapporto tra parola e grafica in di Lieto sia stato facile. In realtà è stato un tormento. Anche perché a quel punto, dopo la pubblicazione di Le cose che sono, il processo è diventato irreversibile. La morte precoce ha evitato che di Lieto procedesse sul binario ultimo tracciato, con ulteriori sconfinamenti verso la pittura, magari più elaborata, in qualche misura più matura. Questo non cambia nulla nel contesto delle cose che sono. Dalla tenerezza ungarettiana delle prime Poesie all’alchimia tra segno verbale e segno grafico, con la particolare predilezione per i colori pieni a riempire forme abbozzate o delineate con precisa linearità, di Lieto ha seguito un itinerario di sofferenza e di rarefazione degli elementi im-portanti (importanti e portanti). Insomma, la scarnificazione di tutto ciò che poteva essere ornamentale per arrivare alla sobrietà dell’eliminazione del superfluo. Nella scrittura: niente più verbi, nessuna punteggiatura; liberazione dalla sintassi. Eppure, alla fine, nei versi postumi (atti del convegno 2007), risulta chiara la sua determinazione a ritrovare una diversa e migliore leggibilità, recuperando forme espressive classiche, ma innovate dall’esperienza sperimentale.
Due esempi:

1

Le formiche rosse salivano il tronco per una vena identica
fuori di cicatrici o velature di lattice
scendevano nel cuore della pianta.

La pianta una pianta di fico d’inverno
sbiadita contro-verso sporadici pinnacoli allo specchio.(8)

2

Donne giovani forse
senza volto senza corpo le voci
una voce in vena di canzonare
cela l’abbaglio di una farfalla di notte
alla luce immolarsi come valore semiotico
dei balbettamenti runici o
la ricerca assidua di liberazione
da un androne semibuio della fabbrichetta:
siamo divisi da un canale di acqua livida
contenuta fra l’erba palustre e il ciglio della strada
lungo una mattinata tersa.(9)

     E anche negli altri componimenti che accompagnano questi due ritorna la punteggiatura, ritorna la sintassi con i verbi, ritorna la narratività. Ma rimane la spezzatura del verso, l’accostamento azzardato di nomi e cose. L’ammorbidimento succede alla combinazione parolacolore di Le cose che sono. L’epifania si è compiuta. Il dolore e la marginalità dovuta alla collocazione geografica della sua vita, come quella di altri poeti del sud, rispetto alle centrali editoriali che danno maggiore visibilità, sono diventati meno escludenti, meno crudeli.
Comunque sia, la conclusione è nel suo testamento spirituale e culturale, in quel Breviario inutile che non finisce mai di dare suggerimenti e indicazioni per nuove linee interpretative, lì dove di Lieto scrive:

Questa poesia non ha Padri, non ha Modelli (i luoghi di poesia nascono e fioriscono dalla metonimia e insolitamente, non dalla metafora) non ha Maestri, ripudia gli imitatori, non cerca adepti. Non è codificata nell’Antologia maggiore.(10)

     E ancora: «[…] Autonoma ha sempre seguito un Discorso proprio fuori e sopra le Mode, libera» (11) E infine: «Una Lingua non è immutabile. Si trasforma perché la Poesia si trasforma».(12) Spatola, a suo modo, ha detto qualcosa di simile: «Il problema della poesia è la poesia». Non è stato casuale perciò che si siano incrociati e abbiano collaborato (sia pure per un solo libro). Mentre dal Gruppo 63 di Lieto si è tenuto lontano. Ha scritto infatti: «Il “Gruppo”. Di isola in sé. O, scontando una debolezza iniziale, si barcamena, se non si arrende, per via di una intransigenza di carattere generale; partito di slancio, con le mode che cambiano, punta “obiettivo” il suo “falso scopo”. Il “Gruppo 63” riconsegna anzitempo il gonfalone al “Palazzo”. Né complessivamente c’è stato un Laboratorio che rassomigliasse pur vagamente a una Bauhaus».(13)
Idee molto chiare. E forse, visione aristocratica della poesia, nonostante la proclamata intenzione di poter comunicare in modo nuovo a tutti. Ma la poesia non permette di essere usufruita con facilità. Esige la partecipazione del Lettore (la maiuscola è di di Lieto). Il percorso poeta-lettore deve essere incrociato e continuo. Altrimenti, dice di Lieto, il poeta è un’«isola» inutile.

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Note

(1) G. di Lieto, Punto di inquieto arancione, Nuovedizioni Enrico Vallecchi, Firenze 1972, p. 27.
(2) Giannino di Lieto. La ricerca di forme nuove del linguaggio poetico, atti del convegno (Minori, 19-20 maggio 2007), Anterem, Verona 2008, p. 33.
(3) Ibidem.
(4) G. di Lieto, Le cose che sono, Masuccio & Ugieri, Minori 2000, p. 17.
(5) Giannino di Lieto. La ricerca di forme nuove…, p. 31.
(6) Ibi, p. 32
(7) G. di Lieto, Nascita della serra, Geiger, Torino 1975, p. 19.
(8) Giannino di Lieto. La ricerca di forme nuove…, p. 17.
(9) Ibi, p. 20.
(10) G. di Lieto, Breviario inutile, supplemento al n. 89 [2003] di “L’Ortica”, p. 5.
(11) Ibidem.
(12) Ibi, p. 6.
(13) Giannino di Lieto. La ricerca di forme nuove…, p. 35.
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5 pensieri riguardo “Un vivere consumato per amore”

  1. Peccato per il prezzo (30€), vediamo se la mia biblioteca lo acquista.
    Mi piacerebbe leggerlo e magari scriverci.

    Un caro saluto e grazie per questa proposta

  2. Un volume da biblioteca, Luca – pubblica o privata che sia.

    Per chi non lo conosce, Di Lieto sarà una vera sorpresa, e costringerà anche a rivedere parecchie “certezze” relative alla poesia “di ricerca” degli anni Settanta/Ottanta.

    fm

  3. Un vero peccato Francesco, diventa poco accessibile per quei pochi lettori che magari vorrebbero comprarlo. Già i libri si vendono poco, se poi a questi prezzi…

    Grazie per questa preziosa segnalazione

    Un caro saluto

  4. E F.Marotta ha proprio ragione: “Per chi non lo conosce, Di Lieto sarà una vera sorpresa”!
    mi sono scaricata perciò il pdf (del quale ringrazio tantissimo) e andata fuori per link :)

    cmq questo saggio illustra ottimamente il percorso di scrittura di quest’autore, in particolare molto colpita dalla parte relativa alla “l’iterazione, come nella raccolta Punto di inquieto arancione,” , quella del paragrafo “Sequenze matematiche e corrosioni sintattiche”

    perché quest’accumulo, mai ridondante, mi pare avvertirlo come una specie di sovrascrittura che nel suo farsi, appunto, cambia la sequenza di immagine, mettendo n atto quell'”entrare” nelle orbite dei nuclei semantici descritti in “Structura” (molto interessante il passaggio riportato in questo post),

    come se l’iterazione tentasse, almeno in certi punti, la ricorsione
    (che è poi il principio di generazione frattalica degli elementi di natura, che in questa poetica sono amalgama, per non parlare poi della generazione delle isole da costa …).

    Per es., per entrare nello specifico, e attenendomi al testo “Isole da costa”, questa specie di “ricorsione” (ovvio non la intendo in senso stretto matematico), non è solo nel richiamarsi delle immagini (fra gli altri: “sentinelle”, “turni”, “voci”, “alture”, “chiavistelli”, o, parallelamente: “remi”, “rive”, “isole”, “tonfi”, o “interpretazioni”, “parole” “decifrate” “mutazioni” “scorrere”, “vulcaniche scintille” “detriti”, giusto per dirne alcuni, ma tutta questa poesia è uno scorrere e incrociarsi su meridiani.paralleli),
    ma anche nelle particelle o suoni (che si richiamano a una certa distanza);

    in in (Incrostate interpretazioni in un- un’infinità incredibili inclinazione)
    per per (per un’alba, per incredibili )
    a a (a raffigurare…affiancati)
    o, ancora immagini-suoni: rami, remi, rive, rapaci

    per non dire di quella specie di incredibile richiamo fra le
    “Incrostate interpretazioni” (dunque chiuse, asserragliate) inziali
    e quello “scorrere dei chiavistelli.” finale (scorrere però dato dai “tonfi”
    come giustamente richiamato nel saggio).

    beh, adesso devo darmi una mossa,
    perciò invio con tutto il mio apprezzamento e ringraziamento.

    ciao!

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