Omaggio a Giorgio Manganelli (II)

Giorgio Manganelli

Un libro non si legge; vi si precipita; esso sta, in ogni momento, attorno a noi. Quando siamo non già nel centro, ma in uno degli infiniti centri del libro, ci accorgiamo che il libro non solo è illimitato, ma è unico. Non esistono altri libri; tutti gli altri libri sono nascosti e rivelati in questo. In ogni libro stanno tutti gli altri libri; in ogni parola tutte le parole; in ogni libro, tutte le parole; in ogni parola, tutti i libri. Dunque questo ‘libro parallelo’ non sta né accanto, né in margine, né in calce; sta ‘dentro’, come tutti i libri, giacché non v’è libro che non sia ‘parallelo’.

[Nel ventennale della scomparsa, un omaggio alla figura e all’opera di Giorgio Manganelli, uno dei più geniali autori della letteratura italiana del Novecento. Di seguito, la seconda parte di un’intervista esclusiva alla figlia Lietta, curata da Alessandra Pigliaru, e una “iperbolica, cronica cronachetta” di Giovanni Campi.]

Qualche domanda a Lietta Manganelli (seconda parte)
(a cura di Alessandra Pigliaru)

A.P. Il rapporto tra Giorgio Manganelli e la poesia è stato costellato di incontri straordinari con autori notevoli. Di lui ricordiamo certamente l’impegno profuso nelle traduzioni (e non solo poetiche, basti pensare a Henry James solo per citare il più noto). Sono preziose quelle di T. S. Eliot, per esempio, come quelle di W. B. Yeats. Nel 2006 sono state pubblicate invece le “sue” Poesie, straordinarie. Una raccolta densa nella quale si riscontrano elementi ilarotragici, come ben sottolinea anche Daniele Piccini nel saggio introduttivo al volume. Ci puoi dire, Lietta, quali erano i rapporti di tuo padre con la scrittura poetica e in che modo si decise a scrivere poesie?

L.M. “Il Professore … ha anche detto che certe mie poesie, se pubblicate anonime, potrebbero venir attribuite a qualche moderno, e questo mi dispiace non poco”. Con queste parole mio padre raccontava alla giovane fidanzata Fausta, in una lettera del 22 ottobre 1945, l’incontro con “il professore” Beonio Brocchieri, al quale aveva sottoposto, nel 1945, alcuni suoi versi.
Anche se in seguito si dedicherà quasi esclusivamente alla narrativa e alla saggistica, mio padre non disconobbe mai le sue passate fatiche poetiche, ma anzi continuò a scrivere versi sino ai tardi anni Settanta, con testi di ispirazione amorosa e dedicatoria. Certamente l’amore materno per la poesia ha condizionato la giovinezza di mio padre – come denotano già le sue prime poesie, quelle di stampo ellenico. In seguito fu condizionato anche dall’interesse di mia nonna – un interesse che rasentava l’ossessione – per la religione. Ebbero entrambi, sempre – madre e figlio – una religiosità dolorosa e struggente. Non c’è gioia nelle prime poesie di mio padre e solo anni dopo, quando, ormai trasferito a Roma, sarà lontano dall’influenza materna, riuscirà a scrivere poesie di diverso tenore, poesie d’amore e addirittura scherzi poetici. Il sodalizio con l’allora fidanzata e poi moglie – cominciato ai tempi del “professor Brocchieri” – continuò per anni: anche dopo la separazione di fatto mio padre continuava a far leggere a mia madre le sue poesie, e gliele faceva trascrivere, in quanto la sua grafia, allora come in seguito, era pressoché illeggibile. Mia madre le riguardava e molto spesso le correggeva: mio padre aveva infatti grande considerazione del giudizio di sua moglie, tanto che venivano lette in primis da lei.
Con il tempo, dopo quello sentimentale, si ruppe anche il sodalizio letterario, e terminò anche l’interesse per le reciproche scritture. Mia madre non lesse mai le opere di mio padre, e lui le spedì solo la prima, Hilarotragoedia, con un biglietto su cui era scritto: “Non ti piacerà”. Le poesie restarono chiuse in una valigia, che lui ogni tanto riapriva per rileggerle, apportare qualche correzione, e soprattutto approntare indici per libri di versi – indici sempre simili ma leggermente diversi tra loro, che dovremmo studiare attentamente. (*)

[(*) La risposta, con il consenso dell’autrice, è liberamente estrapolata da “Le poesie giovanili di Giorgio Manganelli”, un testo che Lietta scrisse per Poesia, Anno XII, Luglio/Agosto 1999, n° 130, e nel quale vede ancora perfettamente rispecchiato il suo pensiero in materia.]

A.P. Giorgio Manganelli è stato un prolifico scrittore; di lui numerosi testi sono stati pubblicati eppure, come spesso capita quando si può accedere alle carte private dell’autore, alla sua biblioteca, si fanno delle inaspettate scoperte. La domanda è doppia: qual è la cosa più sorprendente che è stata trovata in questi anni di tuo lavoro nel suo archivio? Com’è la biblioteca di Giorgio Manganelli? Intendo dire, quali sono gli autori più presenti e le letture più frequentate o quelle a cui lui, personalmente, era più affezionato.

L.M. Mio padre è stato prolifico scrittore, ma, ancor più, lettore senza limiti e senza preclusioni. La sua era una curiosità insaziabile, come per i cibi, così per le letture. Qualsiasi cosa gli passasse per le mani accendeva la sua curiosità e la sua attenzione. Lui stesso racconta la nascita della sua passione per la lettura. “Pessimo scolaro al ginnasio, fui bocciato in prima ginnasio. Quell’estate iniziai a leggere ‘mattamente’ spinto, oltre che dal fallimento scolastico, anche dall’angoscia provocatami dalla morte di una compagna di classe. Iniziai a leggere… e non smisi più”.
La sua biblioteca, che si trova ora presso il Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia, consta di ben 18.000 volumi (leggi diciottomila) a dimostrazione di quanto appena detto. Spaziava dalla passione per i secenteschi italiani, Daniello Bartoli, sempre sul suo comodino, ai classici inglesi, ai libri d’arte, agli studi biblici. A questo proposito un aneddoto che mi coinvolge direttamente. Ad un certo punto della vita mio padre fu colto da folle amore per il Corano e iniziò dapprima a tormentare tutti gli amici: “Hai letto il Corano? Non hai letto il Corano? Devi leggere il Corano, devi, credimi”. Forse scoraggiato dalle tiepide reazioni degli amici, puntò la sua attenzione su di me, inventandosi una gara del tutto particolare: all’inizio della settimana ci accordavamo telefonicamente, avremmo letto dei versetti della Bibbia di Gerusalemme e le corrispondenti, più o meno, sure del Corano, ognuno a casa propria. A fine settimana ci si confrontava, quali punti di contatto avevamo trovato? Quali differenze? Quali contraddizioni? Scopersi così un testo splendido quale il Corano, un testo, come diceva mio padre “pieno di Dio”. Del suo viaggio in Arabia e nel mondo musulmano ricordo una sola emblematica frase: “Qui Dio non è morto e questo fa la differenza”.
Questi e altri ricordi di questo “amore” fanno parte di un libro pubblicato da Quiritta e, purtroppo, ormai esaurito da tempo, “L’infinita trama di Allah”.
Ma non si limitava a questo: amava di un amore infinito le grammatiche, meglio se di lingue desuete e ostiche, le studiava per il puro gusto di confrontarcisi, spesso senza nessun altro scopo, almeno dichiarato.
Come si fa a questo punto a parlare di libri preferiti o di scrittori di riferimento? Certo qualche libro e qualche autore lo hanno segnato in modo particolare e forse inatteso, penso alle “Operette Morali” del Leopardi, o a “Della dissimulazione onesta” di Torquato Accetto (forse il suo amore per la “menzogna mentita” nasce da qui, prima ancora che dalla psicanalisi con Berhnard), a quel testo “falsamente per bambini” a cui ha dedicato forse uno dei suoi libri più belli: il “Pinocchio”.
Un giro nella fantasmagorica biblioteca di mio padre a Pavia forse ci farà tornare col mal di testa, ma certamente ci darà modo di conoscere meglio e più profondamente quello che è probabilmente il più camaleontico scrittore del Novecento.

A.P. Arriviamo a te in maniera più diretta, cara Lietta. Da anni ormai gestisci e curi la “Fondazione Giorgio Manganelli”. Ecco, a tal proposito vorrei chiederti intanto se ci sono dei manoscritti che state curando in questo momento e che non sono stati pubblicati; e poi, in particolare, quali e quante sono le difficoltà nel portare avanti una Fondazione per la divulgazione dell’opera manganelliana.

L.M. L’idea di creare una Fondazione o un Centro studi o una Associazione intitolata a mio padre è nata quasi da sola dall’esigenza di non far disperdere gli inediti e le carte di mio padre e di mantenere viva la sua memoria, sia come scrittore che come uomo.
Mio padre ha lasciato dattiloscritti, carte, appunti, quaderni, tutto materiale che rischiava di andare disperso o di essere mal interpretato e capito.
Mio primo compito è stato quello di archiviare il materiale che si trovava in quattro casse che dalla casa di mio padre sono passate alla mia.
E’ stato un lavoro lungo e spesso emotivamente pesante: le lettere familiari, oggi conservate presso il Centro Manoscritti di Pavia, facevano parte di queste carte. E si può facilmente immaginare l’emozione nel leggere le lettere alla fidanzata, poi mia madre, al fratello e alla madre, e dulcis in fundo, a me. Quanti segreti venivano svelati, quanti tasselli di un puzzle impazzito tornavano al loro posto!
In seguito passai a svolgere la stessa mansione presso un altro archivio manganelliano che si trovava e si trova tuttora presso la casa editrice Adelphi. Manoscritti inediti spuntavano da tutte le parti, alcuni sono stati pubblicati, vedi ad esempio “La vita di Samuel Johnson” altri stanno ancora aspettando di vedere la luce.
Si tratta di carte diverse da quelle che si trovano a Pavia, e diverse anche da quelle che conservo io, ma fondamentali anche queste per completare un ritratto il più fedele possibile di mio padre. Certo, ha ragione Paolo Della Bella che, per fare un ritratto di Manganelli il più fedele possibile, ha creato un pannello con 100 (cento) ritratti di Manganelli!! Quante facce, quanti aspetti e quanta difficoltà a far quadrare il tutto. Ci ho provato, ci sto provando e spero di esserci riuscita, almeno in parte.
Altro compito della “Fondazione”, cioè mio, anche se mi sento buffa sotto le fattezze di una “fondazione”, è stato ed è quello di cercare “tracce” di mio padre nelle varie biblioteche, emeroteche, archivi e quant’altro.
I primissimi articoli scritti da mio padre per la “Gazzetta di Parma”, per assurde riviste letterarie come “La parrucca”, le registrazioni sbobinate della Rai, registrazioni di trasmissioni che la Rai non si ricorda nemmeno di avere mai messo in onda. Ad esempio, “Una allucinazione fiamminga”, rilettura di mio padre del Morgante Maggiore del Pulci, edito da Socrates, è nata da questo lavoro certosino.
E non è finita qui, mio padre ha scritto su tutto, dovunque e per chiunque, forse ha dimenticato di scrivere solo le etichette dell’acqua minerale. E ritrovare tutti questi scritti sparsi è stato a volte complesso, spesso estremamente divertente. Ritrovare gli scritti pubblicati su Play Boy è stata una avventura. Le biblioteche non lo tengono, se ne vergognano, trovata l’unica biblioteca che osa tanto bisogna prenotare il tutto 15 giorni prima, poi presentarsi con aria furtiva, si viene accompagnati in una stanza defilata, ti vengono consegnati i tomi e vieni lasciata sola come una reproba. Reperito il materiale che ti interessa, ti vengono ritirati i tomi e vieni pregata di andare a farti una passeggiata, dopo un’ora potrai ritirare un anonimo cd, senza etichetta, sul quale saranno riprodotti tutti i pezzi che avrai richiesto. Non sto scherzando, l’ho fatto e il dischetto fa bella mostra di sé nella mia biblioteca.
E potrei continuare per pagine e pagine, ma mi fermo qui, per passare all’altro compito di una “fondazione”: quello di fornire consigli, pareri, aiuti di vario genere, e soprattutto “materiali”, a studiosi, appassionati e semplici, ammesso che con mio padre ci possa essere qualcosa di semplice, curiosi. Spinta dall’entusiasmo mi sono messa al servizio di tutti quelli che mi contattavano, ho fatto migliaia di fotocopie, ho spedito libri, ho copiato cd e dvd, ho incontrato studenti e professori, ho accompagnato studenti nei tre archivi manganelliani doc, Pavia, Adelphi, casa mia, per aiutarli nella stesura delle tesi. E qui cominciano le dolenti note. Ed è anche colpa mia che ho ereditato da mio padre, oltre che il mefistofelico sorrisetto, evidenziato da Andrea Cortellessa, anche una totale mancanza di senso pratico. Tutte le spese vive erano a carico mio: a volte qualcuno ci pensava e mi rimborsava le spese postali, ma per il resto, spinta dal sacro fuoco dell’amor filiale, io mi facevo carico di tutto.
E ora proprio questa mia mancanza di senso pratico sta rischiando di far naufragare tutto questo lavoro. Io non sono più in grado di sostenere spese di gestione simili e un appello che ho girato ad amici ed estimatori di mio padre è stato accolto con un silenzio assordante.
Anche gli eventi per ricordare i venti anni dalla morte sono in parte pesati sulle mie spalle.
Che fare? Lasciar perdere? Naturalmente non vorrei, anzi non voglio ma…
Si accettano suggerimenti…

***

Giovanni Campi

iperbolica, cronica cronachetta d’una resurrezione annunciata

“La voce è spenta. Una goccia. Una porta. Un vento disperde una polvere di rantoli e strida. Ascolta: può essere che la notte abbia una fine? Che tu venga assolto da questo tuo acquattarti, esentato dal diniego, che la mappa delle voci venga dichiarata illegale, e dolcemente, fermamente sottratta alla acuzie delle tue mani? Può essere. Io dovrei parlarti, io nonvoce, della lacerazione della notte, e della progettazione dell’alba, del barlume. Scinde il silenzio un grande, nobile stridore. Questo ora vorresti sapere, vero? Che è mai questo frastuono? Questo subito fragore, quale mai hai udito? Questo urlare della notte, scheggiata in una moltitudine di notti, perle, gocce di notte? Che è questo rombo, farnetico, frastuono, quale rissa governa il mondo, dilata lo spazio? E che vuoi che sia questo discanto, questo bailamme, questo stridore e fracasso, questo sibilo dell’aria, questo brivido sonoro? E che vuoi che sia, mio caro nottambulo, mio sedentario delle tenebre, se non questo, questo appunto – la resurrezione dei morti?” (Giorgio Manganelli, Rumori o Voci )

a giorgio manganelli e alla diletta lietta

Fingendomi il di lui “caro noctambulo”(1), come se non stesse parlando di sé a sé, come se stesse parlandomi la sua “nonvoce”(2), e quanto mi parli dio solo sa, esistente o nonesistente, quest’iddio, e minuto maiuscolo o immane minuscolo che pur sia; inverandomi dunque noctambulo frequentator di làtebre e tènebre, di “cubi”(3) e cubitoli, di cune cunei e cunicoli, e di tane sottane e sovrane, – qual per altro mi par d’essere in la mitobiografata malora ostica che fesso professo, – mi farò attraversare d’un cibo ambrosio, me inetto incapace e a che che sia netto il nèttare e a nettàre me stesso da lorde lordure, per l’intanto avendomi di già iniettato, di tra l’inaridita vena mia impoetica, un po’ di “propedeutico imetto bonomelli”(4), dall’”occhialuta nonna”(5) preparatomi alla bisogna, perché sì, sceverando di tra gli archivj dei cronicarj, che m’hanno inutilmente ospitato, risultai positivo al “GRANDE NO”(6), e dunque contagiato e contagioso – irrimediabilmente – dal e del “riso”(7), – “risibile, risibile”(8) trovata, questa, come a venire d’un trovatello, e rimasto “orfano sannita”(9) prima del tempo, e da allora per sempre, – e però, al contempo contagiato e contagioso – definitivamente – dal e del “pianto”(10), come d’ogni tragedia da ridursi in farsa, la qual cosa è ora mai gran tempo, diciamo da flaubert in poi, che avviene: avviene questa mescolanza d’eraclitante e democritante insieme, e non a caso ci si cita qui, con la dovizia dell’inesattezza, il leopardi, nel quale son (di Lei?) l’uniche nostre speranze, e matte e disperate come i suoi studj. A soccorrermi per ciò, d’ogni pseudo-psico-“pathologia”(11) cotidiana e non “universa”(12), questo filtro, oh! ma non magico né alchemico, niente pozioni né elisir di lungavita, niente dotti dottori – di dio o di io – né ciarlieri ciarlatani: questo filtro dal fiore di tutto punto di bianco vestito, da non confondersi per carità del diavolo con quello democristiano, questo filtro in somma valeva a placarmi l’inqujetudine dell’animo e dell’anima, del cerebello e del “cerebructum”(13), delle mani e dei mani: questo filtro, ancora, forse ad inqujetarmi del di troppo esser placato. E quei mani, quegli ultimi detti, dèi del focolar domestico, dèi fuorimoda, non suggeriscono forse d’un lato, sebbene traslato e com’andato via per la tangente, l’”ecpirosi”(14) cui tutti si tende, e dall’altro quel trompe l’oeil della casa geppettesca, quel camino finto, dal fuoco finto, con cui fintamente bolle la pentola – ma cosa in essa dià di bollito e ribollita non si saprà mai, – e con cui fintamente si scalda pinocchio? E davvero tanto si scalda le mani dai mani da ritrovarsele bruciacchiate, ridotte in “cenere”(15). O forse erano i piedi? O forse non era in quella casa che avvenne il fatto? Ma poi, esiston davvero codesti fatti? Era forse, e più semplicemente, l’omonima, anonima “casa”(16)? O non più tosto “la vasta, infinita casa deserta, dove tutti possono trovare amica accoglienza”(17)? Era dunque “altrove”(18)? L’avrete di già capito: qui regna il “disordine delle favole”(19), qui mischiansi le carte in favola, a saltapicchio si “salta di palo in frasca”(20), si divaga per divagarsi un po’; non prestate dunque fede a chi degno di fede non è né fededegno interprete di chi che sia: “mostrarsi degno”(21) poi, e a ché? Siate in malafede, piuttosto: non è forse la “letteratura raccolta e salda nella sua mitologica provocazione, la malafede”(22)? Qui c’è solo una funzione che disfunziona, qui c’è solo una volontà che disvuole, qui c’è solo un sentire che dissente, che dissente dal sentire comune, che cerca d’esser comune a chi e cosa son fuori dal comune, che tenta a tentoni, povero guitto guittoniano bisticciante stenterello dal naso pinocchiesco o shandyano, di “comunicare con i morti”(23), come se non fossero tali, e non lo sono, son viceversa quali e quanti, sono i quali e quanti di quell’allegrezza, sono coloro che nutricano solo ciò che li rallegra, sono coloro che della loro “vitalità”(24) ci rallegrano. “Naturalmente mento”(25), ma “quale mirabile menzogna”(26)! Ride la carta, ride la lettera, “la letteratura ride”(27): ride la letteratura tutta. Raguniamo allora in adunata ogni adynaton, il cui assemplo principe contiene tra l’altro quel refuso adottato oramai da tutti: ma che importa che non sia il cammello a passar nella cruna sibbene la gomena? Non abbiamo d’attraccar a nessun porto, noi si va per “angiporti”(28) portati da angeli, per cave caverne, per miti d’esse e mitobiografie, per codici e codicilli, per note e noterelle, per “notti e moltitudini di notte, e schegge, schegge di notte”(29) come impazzite, come alla rinfusa: queste “perle e gocce”(30), queste gocce d’inchiostro a formar di “parole morte”(31) in “morta gora”(32) talune lune, per esempio, sebbene inesemplare al tutto – “e seppi che io ero la luna”(33) – e come esemplare al nulla; o queste perle d’inchiostro a formar di parole come infilate in un “filo rotto di perle”(34) rotolanti e ruinanti, pericliti e precipiti “per ognidove”(35) e per ogniquando, che “penetrino nel nulla“(36). “Conciossiacosaché”(37) s’inchiostrino, codeste parole, per “terre cimmerie”(38), così, per fingersi amante della scolastica e della scolastica citazion quadratica; noi si va per vie e viuzze, per vicoli ciechi e retti, ma non “rettifichiamo gli errori”(39), erriamo piuttosto errabondi noctambuli e lunamboli, né “correggiamo i refusi”(40), scomponiamo e ricomponiamo le parole, a scarti e intarsj, che quella cruna diventi “la cuna e lacuna”(41) insieme. Dunque, “sbagliamo pure le citazioni”(42), e “ragionevolmente folli”(43) e follemente ragionevoli siamo pur impuri, e folli impuri, e per ciò intestinizziamoci, trangugiando mastichj e rimastichj, glosse deglutendo, e di chiose e di “chiose di chiose”(44) facendone bolo e boli, e “hyperipotesi”(45) d’iperboli, e poi oltre, gli “dèi ulteriori”(46) uccidendo a ché s’edifichi l’acattedrattica cattedrale d’una “pseudoteologia”(47) di dominj e domini le cui tessere tessere d’una labirintica tela di ragna, la “teomerda”(48) infine evacuando, in un secreto prosar escreto, d’una è vacu’azione analphabetica: una delle mie “laboriose inetie”(49), come questa, ché io, “io non sono teologo”(50).

______________________________
Note

(1) Rumori o Voci
(2) Ivi
(3) Nel cubo
(4) Hilarotragoedia
(5) Ivi
(6) Ivi
(7) Discorso dell’ombra e dello stemma
(8) Pinocchio: un libro parallelo
(9) Lunario dell’orfano sannita
(10) Discorso dell’ombra e dello stemma
(11) Discorso sull’invenzione di una patologia universale
(12) Ivi
(13) Discorso dell’ombra e dello stemma
(14) La palude definitiva
(15) Pinocchio: un libro parallelo
(16) Casa
(17) Discorso dell’ombra e dello stemma
(18) Ivi
(19) Hilarotragoedia
(20) Encomio del tiranno
(21) Dal disonore
(22) La letteratura come menzogna
(23) Discorso sulla difficoltà di comunicare con i morti
(24) Discorso dell’ombra e dello stemma
(25) Ivi
(26) Simulazioni Nottambuli
(27) Discorso dell’ombra e dello stemma
(28) Hilarotragoedia
(29) Rumori o Voci
(30) Ivi
(31) Pinocchio: un libro parallelo
(32) La palude definitiva
(33) Dall’inferno
(34) Parole sbriciolate
(35) Ivi
(36) Simulazioni
(37) Monsignor della Casa
(38) Nottambuli
(39) Discorso dell’ombra e dello stemma
(40) Ivi
(41) Ivi (o forse altrove)
(42) Ivi
(43) Quaderni
(44) Nuovo commento
(45) Hyperipotesi
(46) Agli dèi ulteriori
(47) La letteratura come menzogna
(48) Hilarotragoedia
(49) Laboriose inezie
(50) Pinocchio: un libro parallelo (ma non ne son certo)
______________________________

***

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16 pensieri riguardo “Omaggio a Giorgio Manganelli (II)”

  1. Qualche giorno fa ho riletto “Dall’inferno”, ne ho anche copiato alcune pagine che più avanti posterò. Poi mi arriva la “cronica cronachetta” e so di non essere ancora uscito da quell’atmosfera…

    Che dire: grazie teq!

    E grazie ad Alessandra e a Lietta, alla quale chiedo di non mollare l’impresa e di far continuare a vivere la “fondazione”. Purtroppo in questo infernale “paese dell’amore” la cultura è l’ultima preoccupazione di chi potrebbe, concretamente, far vivere questa e altre meritorie iniziative.

    Ciao, un abbraccio, con la speranza di poter pubblicare, prima o poi, qualche pagina inedita proprio qui.

    fm

  2. a breve, appena mi sarò ripreso dall’evento che mi ha coinvolto_sconvolto, un mio omaggio timbrico i memoria di giorgio manganelli che invierò qui, se sarà possibile essere ospitato, e su pagine web..
    r.m.

  3. Bellissimo, interessante articolo!
    Trovo davvero vergognoso che la questione economico debba essere solo ed unicamente sulle spalle della figlia, che tanto ha fatto e continua a fare per mantenere vivo e veritiero il ricordo di un padre tanto produttivo e proficuo.

  4. C’è una Lebenswelt da inviare a Giorgio Manganelli(cfr.V.S.Gaudio, Lebenswelt, Torino 1981):posso trascriverla qui per ricordare Manganelli?
    V.S.Gaudio

  5. Manganelli, d’altra parte, c’è anche in : “Aurélia Gauh Asmantama:Aurélia Steiner de Goa”, per via dell'”Esperimento in India”(Adelphi 1975), tanto per dire…e c’è anche in “L’Assassinio dei Poeti come una delle Belle Arti”(Anonimo del Gaud, copyright 1999-2002) non foss’altro per quella magistrale introduzione di Giorgio Manganelli a “L’Assassinio come una delle Belle Arti” di De Quincey, edizioni Il Formichiere, tanto per ricordare anche Cristina Pariset…
    V.S.Gaudio

  6. ringrazio anch’io per la seconda parte della intervista e per la “cronachetta d’una resurrezione annunciata”

    ciao

  7. Caro Francesco, come ricordi, in questo infernale paese Truman show, non c’è tempo per la cultura, perché stonerebbe troppo. un ricordo così, e denso di approfondimenti,vale molte sessioni di un programma che porterei subito ad una Casa della poesia, che ragionasse sul bisogno di questo tipo..Grazie, Anch’io come Natalia, bisogno assoluto di leggere, e rileggermi.
    il grandissimo Manganelli..Maria Pia Q

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