Nottario (I, 4)

Marco Ercolani

“Colui che guarda dal di fuori attraverso una finestra aperta non vede mai tante cose come chi guarda una finestra chiusa. Non c’è oggetto più profondo, più misterioso, più fecondo, più tenebroso e più abbagliante di una finestra illuminata.”

(Charles Baudelaire)

Ma se tu vivi soltanto per venir dimenticato
muori celibe e la tua immagine morrà con te.
Guarda nello specchio e parla al volto che vedi,
ora per te è il tempo di manifestarne un altro.

(W. Shakespeare, Sonetti)

 

NOTTARIO

(1990-2008)

 

Non sono tanto io che ho fatto il mio libro
quanto il mio libro che ha fatto me.

Michel de Montaigne

Ora voglio scrivere il mio diario e per gratitudine
chiamarlo il mio nottario […].

Robert Musil

 

Per la mano sinistra

 

(A me stesso)

 

1

Io, di cui non so niente, so che ho gli occhi aperti, a causa delle lacrime che colano incessantemente.
S. Beckett

Mamma e io proviamo spesso un senso di malinconia per ciò che è terrestre.
A. Blok

Sono in mezzo alla notte, nel buio assoluto, ma domani solleverò le persiane. Qualcuno mi suggerisce che non sono mai state abbassate.

Questa scrittura in cui mi accanisco e che nessuno conosce nella sua interezza potrebbe, un giorno, manifestarsi nei sogni o nei sintomi di un altro uomo.

Prima di imparare cosa fare, occorre farlo. Allo scrittore capita di anticipare se stesso senza conoscersi ancora.

Gli appunti come matrice di niente: né racconti né poesie né romanzi. Le frasi scritte a matita, tutte cancellabili, di un quaderno da riscrivere.

Passo la notte a casa di mia madre, lunedì e mercoledì. Mantengo viva la mia stanza di non-vivo. Lì dormo profondamente.

Come spettatore adoro il mutamento, come attore mi ritiro nell’ombra della scena. La paura mi blocca lo stomaco. Amo la scrittura perché il poeta non è colui che sceglie, ma il posseduto dalla scelta. Giro attorno alla notte da cui non posso, non voglio sciogliermi. Pazzo, avrei un alibi e farei della scrittura la memoria folgorante di questa perdita. Ma io scrivo «come se fossi pazzo». Sono, come in quel quadro di Dürer, la lepre rossa dall’occhio incantato che osserva senza dolore la coscia tumefatta del soldato supino.

6 luglio 2002. La figlia vede la madre nel giorno del suo compleanno. Tutta accartocciata, le sembra una chiocciola. Una piaga le deturpa la guancia.

 

2

3 gennaio 2002
Poesia/collage di Dario Capello, da Il mese dopo l’ultimo

Nessuno, ma ti attende
fra notte e giorno decide
il segreto del suono –
dove non accade nulla
chi non cerca viene
trovato in un battito di ciglia.

Una giornata di vento – Un bosco – Eccoti.
Laggiù.
Nel passo successivo mostri
le voci sbalordite, quelle
che iniziano

«capisco solo il corpo scosso
che traballa, e la chiarezza
di un cielo nerissimo
quando vigila
le soglie del pensiero, sull’affanno»

(è arrivato a percepire una schiena,
un ramo di pesco, poi un coltello:
«perché porti uno specchio con te?»)

 

3

Sopra il mio letto di adolescente, in via San Martino, sono attaccate al muro con lo scotch fotocopie di disegni giacomettiani: così, senza occhiali, distinguo un viso nero, piccolissimo, essiccato; una testa a metà; una vecchia curva; e tavoli, lampadari, frutta, traversati da un nodo d’ombre.

Mia madre, dopo la morte di mio padre:
«Certe volte mi dico: un paio di scarpe di papà, un pullover, una giacca li tengo, devo ben tenerli, come farà quando deve tornare?».

«Mentre la terra usurpa la luna
i crisantemi scomparvero nel fiume:
l’uomo è ciò a cui mi condannarono» (1979-1981).
Quando la «terra», il regno del giorno, si sostituisce alla luna, ne «usurpa» il suo regno di fantasmi e i crisantemi della morte spariscono ingoiati dall’acqua, lo scrittore teme di trasformarsi da spettro letterario in uomo adulto.

Gli unici scrittori che invidio realmente sono Robert Walser e Vladimir Sébald.

Il Messia arriva da un’irriducibile estraneità del mondo per cui non potremo riconoscerlo tra noi.
M.

Proprio per ciò che non è dicibile mi sono messo a costruire muri di parole.

L’eredità: il mondo
senza riparo.
[…]
Volano anni, millenni:
nel mio cuore brullo vortica
solo la folata del principio e della fine.
Gyula Illyés

Proprio per ciò che non è dicibile mi sono messo a costruire muri di parole.

 

4

Nella bara della mamma, il 29 settembre 2002, la figlia depone un suo libriccino dedicato a lei, dal titolo Gioia piccola.

«Grazie ancora. Ma che pianeta è questo?».
(da una frase di L.T.)

Rispondo alla paura di non essere con racconti fantastici.

La mia opera appartiene meno alla storia della letteratura che alla storia della clinica: esempio di una scrittura autistica che racchiude la sua forsennatezza da soliloquio nella ripetizione angosciosa del tema.

Trasformo l’emozione, prima che possa provocarmi dolore, in rappresentazione del dolore. Sopporto che qualcosa di angosciante possa accadermi, ma non che mi venga sottratta la libertà di rappresentarlo.

Riaggiustare la puntina del giradischi e riascoltare quei dischi di vinile che, nella giovinezza, mi salvarono dal suicidio come la “personale” di Louis Bunuel a Filmstory, nel 1977.

«Quando suoni il pianoforte, io non vedo più la tastiera, con i tasti bianchi e neri; vedo una specie di stoffa, morbida e bianca, che comincia a salire e io la seguo con gli occhi e ascolto le note…».
(detto da mia madre, prima di addormentarsi, mentre suono il pianoforte)

Il cuore ha sempre una splendida capacità di scrivere di sé, cambiando ogni volta l’autore (da una lettera a G.Z., 1994).

 

5

Ci sono attimi – un figlio quarantanovenne, scrittore e psichiatra deluso, una madre ottantunenne, ansiosa ed elegante, visti in un vecchio negozio mentre lei regala a lui due camicie vistose ma belle – in cui quelle due persone, separate e unite da anni di odio mascherato e di amore sbagliato, sembrano paradossalmente felici.

Natale 2003. Nonostante l’opinione contraria di alcuni amici, non sento la mia opera in fase di saldo e non celebro il mio passato di scrittore semisconosciuto. Continuo ad essere al tavolo da lavoro, a pensare e scrivere vanamente, forse per nessuno, traendo forza dal nulla.

Avendo amato il sorriso di una madre che considerava morto il mondo, vive bloccato dentro quel sorriso e dentro le illusioni che inventava.

Non smetterò di annotare. Almeno avrò la possibilità di rileggermi negli anni che mi separano dalla morte e di capire per quali strade sono passato.

Né poeta lirico né scrittore apocrifo né saggista di poeti né teorico della follia. Non mi interessa il fallimento ‘relativo’ delle mie possibili carriere all’interno di queste zone della scrittura ma il fallimento assoluto, irrimediabile, irrisolvibile, che caratterizza la mia scrittura nomadica.

Impossibile fare un diario vero. Scrivere di sé è decente solo trasfigurando ogni giorno e ogni emozione della propria vita. Ritornare al ‘diario falso’, allo zibaldone.

«Ma cosa ci resto a fare qui, dottore? a scaldare la terra?»
(da una frase di F.L.)

 

6

Mi sento segreto. Come medico, lavoro misconosciuto in una struttura psichiatrica alla periferia della città. Come marito, ho occultato il giorno del matrimonio agli occhi di mia madre. Come amante, non ho mai fatto trapelare nulla delle mie storie. Come scrittore, le mie opere sono stampate ma introvabili. Ecco il mio kharma: l’invisibilità. Come il protagonista di Ultimo tango a Parigi che comprende nel suo occhio, mentre osserva Parigi in imminenza di morte, mille vite – ma tutte senza un nome, senza una storia.

Io nasconderei, dice M., un “segreto concreto”.
Osservo i vivi dal mio turno di guardia.

Quando sarai vicino alla morte, non più in grado di sognare e di leggere, a morire non sarai tu ma l’essere deturpato, moribondo e decrepito a cui amici ormai aterosclerotici si ostineranno a dare il tuo nome e cognome.

Mi trovo nella casa di mia madre, oggi, 1 settembre 2007. Scrivo liberamente. L’avversario, ormai invecchiato, è nella stanza accanto e aspetta di vedere con me un vecchio film degli anni quaranta. Posso scrivere anche senza vivere contro di lei. Esco dalla mia stanza e vediamo Anime sul mare, obbedendo al rito comune.

Mi resteranno sempre queste pagine postume, non pubblicate in vita.

Togliere di mezzo l’io, ma resta sempre il soggetto.
C. Bene

Quello dell’umanità è un ruolo umoristico.
Novalis

Ti amo anche nelle ore che non vivremo.

Quanto poi a me stesso, mi faccio l’impressione di quei ghirigori che un’ignota forza traccia sulla carta, quasi a provare il pennino.
F. Nietzsche

 

7

Non sono né libero né prigioniero. Ho orrore della prigionia e mi smarrisco nella libertà. Così continuo, ossessivamente, a rappresentare l’atto della mia liberazione, indugiando sui dettagli, rallentando il tempo, non permettendomi di tornare all’orrore precedente ma non affrontando lo smarrimento futuro.

Riscrivendo la voce dei morti scrivere la propria biografia fantastica. Cercarsi è lecito quando, per farlo, si esce da se stessi.

Gettare grida di sgomento. Simultaneamente descrivere lo sgomento.

Essere come l’ombra del sole sul muro. Oggi esistere, domani tornare ombra o luce o muro.

Dopo la morte di mio padre, mia madre tiene due cuscini a capo del letto.

Il mondo esterno è un problema risolvibile fissando dei chiodi nell’aria e appendendoci il proprio paesaggio.

Migliaia di pagine scritte e migliaia da scrivere ancora, per non leggerle neppure agli amici più intimi.

E se fossi portatore sano di psicosi?

Non ho ancora fatto quello che dovevo fare. Non ho misurato neppure l’inizio delle mie forze.

Vivere in uno stato di attiva finzione.

Pur scrivendo sempre e solo di quello che vorrei dire, non riuscirò mai a parlarne direttamente.

 

8

A Saorge, Lu legge Il freddo di Bernhard durante un blackout elettrico. È quasi il tramonto e continua a leggere il libro, anche se la luce continua a scemare. Il libro illeggibile: un paradosso bernhardiano.

Le nuvole mutano sempre, non come le pietre, che cambiano troppo lentamente, o come certi deliri, che non cambiano mai.

Descrivere la vita nei singoli dettagli è come confessare una serie di crimini vergognosi.

Ricordo che nel mio primo racconto, scritto a sedici anni, descrivevo, con parole soavi ma precise, l’agonia di una donna: quella donna era mia madre.

Il luogo dove prende origine, ogni volta, l’urgenza di dire l’indicibile, il luogo in cui si tenta la forma di questo racconto originale, ha sempre le caratteristiche di un atto letterario, pur non essendo mai letteratura.

Se alle parole ho affidato la mia vita, quando mi mancano mi sento morire e aspetto che ritornino. Ma riuscirò, un giorno, proprio attraverso le mie parole, a essere imprevedibilmente sereno?

Di certi uomini si dice che sono perduti. Perditos. Sono come buche d’acido nella vita sociale addomesticata.
P. Quignard

È un uomo costretto all’ascesi da una spaventosa chiaroveggenza.
(Milena Jesenskà parlando di Franz Kafka)

Certi bar, come il bar Molinari di via Rimassa, esigono, per essere frequentati, che tu sia già un fantasma.

Daiquiri, mojito, caipiroska – e poi affidarsi alle onde, una notte d’inverno.

 

9

Non ricordare, scrivi. Poi, appena è possibile, sparisci.

Reinvento qualcosa che avrebbe potuto esistere. Scrivere apocrifi è scegliere un modello per distruggerlo e ricrearlo.

Non mi piace il silenzio e non mi rassegno a tacere. Ma se parlo sono frainteso, e se taccio mento.

Prova d’orchestra, appunto, scoria, che la nitidezza del prodotto finito non annullerà.

Tacque. Per un numero inverosimile di pagine.

Vorrei scrivere senza capire, copiando questo testo che comincio appena a conoscere.
Chi ha deciso di rinunciare al suicidio e vuole mettere a frutto quell’idea in un tempo più lungo, scrive.

(Per Lu)
Non riusciremo a invecchiare finché condividiamo una metamorfosi.

Chi dice Io, dice sempre in un certo modo uno pseudonimo.
J. Derrida

Preservare una vita normale e confinare il desiderio della sua catastrofe nelle forme della scrittura: esercizio di lucida intelligenza, del quale ormai sono esausto.

Invecchiando, scoprire l’understatement delle idee e delle emozioni.

Scrittura non solo come metamorfosi felice di immagini ma come tossicofilia permanente. Le parole drogano, distolgono, salvano.

Fu così precocemente deluso dal mondo che non iniziò neppure a respirare.

In un certo senso una posizione disperata sarebbe una possibilità.
H. Heissenbuttel

 

10

2007, novembre. C’è qualcosa che mi rende quasi impossibile proseguire la vita: il persistere di riti ormai svuotati di stupore e di emozione in ogni frammento della mia esistenza quotidiana. Il conforto che la scrittura può sempre riservare con il suo costante potere di incanto è anche il timore di non essere più all’altezza dell’intensità che lei esige da me. Morire oggi non sarebbe neppure un suicidio ma un atto di rispetto per me e per lei.

Ormai il mio occhio è dentro la mia ossessione, senza nessun altro testimone, senza nessun altro conforto se non quello di un lavoro rigoroso, ostinato e solitario dal quale mi darà sollievo (lo spero, ne dispero) solo la morte.

Nel mimetismo consapevole dell’apocrifo, nell’ipertrofico autismo della scrittura, è probabile che io descriva soltanto il mio personale “collasso psichico”, la mia mancanza del “possesso di me”.

Ho scritto di vite altrui per non vedere la mia. Poi è accaduto che, da vie oblique, da vicoli laterali, arrivassi a percepire uno scorcio di me.

Lavoro da anni con la funesta fortuna di essere quasi invisibile.

Mi resta ancora la forza di trascrivere l’elenco, di intonare l’elegia dei miei simili – individui impauriti, superflui, folli, sopraffatti, maniacali, desideranti, ossessionati dall’espressione di sé.

Arrivare a scrivere qualcosa di realmente intollerabile, come in certi dettagli che solo Francis Bacon ha saputo dipingere.

La presenza del nulla nella disseminazione interminabile dell’io in vite e destini.

L’identità del mare è l’impossibile elenco delle sue gocce in movimento.

Trasfondere nella scrittura, nel suo inevitabile manierismo, la necessità di quel «fare arte di fronte alla morte» (Char) che l’imperscrutabile teatro di Kantor mostra con il massimo di maschere e il minimo di veli.

 

11

(Da alcuni appunti del 14 ottobre 1981):
-Sono un umile trascrittore di film.
-Solo attraversando le parole sono giunto al mio cuore.
-Fuggo le tentazioni della metafora e le monadi della fantasia.
-L’idea della poesia come suite bachiana con tempi diversi.
-La poesia come atto di pietà per luoghi impossibili o inaccessibili.
-I miei lavori aspirano sempre alla fine. Concepisco un libro, anche se compiuto, come un abisso da varcare per scrivere il prossimo.
-Forse nessuno ha capito che io non ho mai scritto un libro.

(Dal commento di mia madre ai “Taccuini di Blok”):
«…io leggo, nel tuo libro, delle cose non dette, che tu avresti voluto dire ma che non sono scritte e che io leggo comunque. La tua parola è molto più viva in quelle frasi che immagino di leggere piuttosto che in quelle che vedo scritte».

Ogni mio libro è l’ennesima variazione con cui tento di definire a me stesso il laboratorio intimo dell’artista. La mia personale opera al nero – che resta al nero per mio esplicito volere – è l’approssimativa definizione di questo laboratorio come inferno di emozioni che non devono restare nell’inferno dell’inespresso ma abbagliare con adeguato rigore formale. Questa mia forma di “estetica notturna” mi avvicina al mondo dei folli. Questa mia ansia di “dicibilità diurna” alla ragione dei terapeuti.

Ogni mente costruisce con scrupolosa accuratezza i suoi rifugi. Il mio assomiglia a un paesaggio silenzioso, dove non si vede più nulla ma dove si immaginano rovine. A queste rovine fantasticate come origine si ispira il mio illegittimo sogno di resurrezione: scrivere di vite cancellate dal registro dei vivi perché, per un attimo, riprendano voce.

Un cuore semplice dona
alla sibilla il resto della
rosa perché ogni petalo sia spettacolo e risposta:
lei rimane l’enigma che comprende.
L. Pittaluga

 

12

Nottario: il taccuino che inizio non appena arrivano i fantasmi. Note non scritte di notte ma nel tempo della notte.

Le frasi di questo libro, scritte una accanto all’altra, una sull’altra, sembrano opera di individui anonimi, sconosciuti, allarmati, che, solo per un attimo, tracciano un discorso, graffiano parole, aggiungono sillabe al grande libro che giace aperto in mezzo alla stanza come un palinsesto. Voci, fra le altre, di un coro di marginali, di esclusi. Comporre, da quel libro sognato, un piccolo volume reale, è un gesto utopico: a scriverlo non è solo l’io che si denomina autore ma un autore segreto, demonico trascrittore di proprie e altrui parole, che continua, nello spazio e nel tempo, attraverso autori presenti, passati e futuri, a essere mano scrivente. Un libro scritto con la mano sinistra. Chi scrive con la mano sinistra è colui a cui viene vietato di usare la destra. È l’eretico, il paria, il clandestino. Chiunque di noi, se lo vuole. Centinaia di voci, in questo libro, si associano e si collegano nell’ossessione collettiva di costruire un’unica, libera ma inafferrabile voce, che mi corrisponde ma è, nello stesso tempo, fuori da me come io sono fuori da lei.

Assumendo diverse identità, ho consentito che il mondo non me ne riconoscesse nessuna.

Invecchio con la testa negli inferni degli altri.

Le voci dei matti, mentre sono voci parlanti e non bisbiglio allucinato, sono già gli strumenti logici di emozioni inenarrabili.

Qui c’è la mareggiata e sto bene, mamma. Mi sono appena comprato un paio di occhiali nuovi. Torna bella com’eri, prima di morire.

 

***

10 pensieri su “Nottario (I, 4)”

  1. Grazie, Francesco.
    Delle diverse parti del mio “Nottario” questa è, certo, la più personale, la più emotiva, la meno “intellettuale” (anche se registro sempre il mio pensiero di scrittore). Le annotazioni sono strettamente autobiografiche, ma sono anche le uniche, in tutto il mio zibaldone. E uniche resteranno.
    Marco

  2. “Continuo ad essere al tavolo da lavoro, a pensare e scrivere vanamente, forse per nessuno, traendo forza dal nulla”

    Essere al tavolo da lavoro, dopo il lavoro con cui si vive, scrivendo (forse ) per nessuno… Non c’è altro, ma questo è molto.

  3. <>

    l’osservazione viene: per contenere il non dicibile dentro i propri muri (avvicinarlo-costringerlo familiare, con tutte le tensioni di odio e amore che questo comporta, addirittura per metterlo al muro),
    o per isolarlo fuori? O per sperare che, come calce struzzo, permei i muri?

    E certo anche indichi:
    <>
    perché
    <>

    uno stare sul bordo, border line, ma non di equilibrio funambolo, bensì ontologicamente irrisolto
    <>,
    “né vivo né morto”(Eliot) ,
    né veggente, né cieco: <>
    (e di quella – questa- ossessione non è dato sapere se sia completamente buia -notte ma nel tempo della notte-,
    o, piuttosto, ancora per citare Eliot, “il cuore della luce, il silenzio” o “Oed und leer das Meer” il mare desolato e vuoto)

    D’altra parte “fra notte e giorno decide/il segreto del suono” (Capello nei suoi bellissimi versi), dunque è un (il) segreto (di nuovo il non dicibile) che decide (a sua volta non dicibile l’eventuale decisione),
    ciò non preclude ( e per fortuna! :)) l’ostinazione di una scrittura “nomadica”,
    scrittura con “<>, scrittura

    alla quale accade (<>)
    di intravedere, non solo di sé e per sé, ma anche di intravedere per e assieme al lettore
    (a volte anche senza dolore come <> di Dürer),
    quegli scorci che Capello ottimamente sintetizza in questi versi:
    “(è arrivato a percepire una schiena, /un ramo di pesco, poi un coltello: / «perché porti uno specchio con te?»)”

    Questo, per adesso e un ciao.

    Dimenticavo, come al solito, ho utilizzato certi tuoi passaggi in altro ordine, sentendomi come lettore (lettrice), non solo autorizzata, ma addirittura incoraggiata, a farlo, dato che a questo si presta, direi per sua intima natura e urgenza, questa forma di scritto.

  4. oh cavolo! sono su un’altra tastiera e mi ha preso le aperte virgolette come omissis
    riprovo sostituendo, se no è più incomprensibile del mio solito. Chiedo di eliminare quello sopra. Vado, che me la si mandi buona :)

    “Proprio per ciò che non è dicibile mi sono messo a costruire muri di parole.”

    l’osservazione viene: per contenere il non dicibile dentro i propri muri (avvicinarlo-costringerlo familiare, con tutte le tensioni di odio e amore che questo comporta, addirittura per metterlo al muro),
    o per isolarlo fuori? O per sperare che, come calce struzzo, permei i muri?

    E certo anche indichi:
    “Pur scrivendo sempre e solo di quello che vorrei dire, non riuscirò mai a parlarne direttamente.”
    perché
    “Non sono né libero né prigioniero. Ho orrore della prigionia e mi smarrisco nella libertà.”

    uno stare sul bordo, border line, ma non di equilibrio funambolo, bensì ontologicamente irrisolto
    “C’è qualcosa che mi rende quasi impossibile proseguire la vita”,
    “né vivo né morto”(Eliot) ,
    né veggente, né cieco: “Ormai il mio occhio è dentro la mia ossessione”
    (e di quella – questa- ossessione non è dato sapere se sia completamente buia -notte ma nel tempo della notte-,
    o, piuttosto, ancora per citare Eliot, “il cuore della luce, il silenzio” o “Oed und leer das Meer” il mare desolato e vuoto)

    D’altra parte “fra notte e giorno decide/il segreto del suono” (Capello nei suoi bellissimi versi), dunque è un (il) segreto (di nuovo il non dicibile) che decide (a sua volta non dicibile l’eventuale decisione),
    ciò non preclude ( e per fortuna! :)) l’ostinazione di una scrittura “nomadica”,
    scrittura con “”la testa negli inferni degli altri.”, scrittura

    alla quale accade (“che, da vie oblique, da vicoli laterali, arrivassi a percepire uno scorcio di me”)
    di intravedere, non solo di sé e per sé, ma anche di intravedere per e assieme al lettore
    (a volte anche senza dolore come “la lepre rossa dall’occhio incantato” di Dürer),
    quegli scorci che Capello ottimamente sintetizza in questi versi:
    “(è arrivato a percepire una schiena, /un ramo di pesco, poi un coltello: / «perché porti uno specchio con te?»)”

    Questo, per adesso e un ciao.

    Dimenticavo, come al solito, ho utilizzato certi tuoi passaggi in altro ordine, sentendomi come lettore (lettrice), non solo autorizzata, ma addirittura incoraggiata, a farlo, dato che a questo si presta, direi per sua intima natura e urgenza, questa forma di scritto.

  5. Solo un saluto a tutti voi da parte di Francesco che, avendo problemi di connessione, al momento non può intervenire.

    (Marco, sto salvando tutte le “puntate” del tuo Nottario per farne una lettura complessiva. per ora ti dico solo che la tua scrittura mi concilia con il presente, restituendomi un senso di consapevolezza e pace)

  6. Grazie, Margherita.
    Essere “ontologicamente irrisolto” è la mia identità genetica e poetica.
    Ti sei, come al solito, sprofondata bene nel testo.
    La tua osservazione, sui muri di parole, è perfetta e ti rispondo. Sì, è per contenere l’indicibile dentro e permearlo nel calcestruzzo del muro che ho fatto il costruttore, mai per metterlo fuori. Per me non c’è un fuori, solo un dentro ipertrofico,
    Un’osservazione. L’omaggio di Capello, la sua poesia, è un surreale montaggio che il poeta ha fatto isolando alcune mie parole tratte dal mio libro “Il mese dopo l’ultimo”. Quella poesia è fatta coi mattoni delle mie parole ma con lo spirito di Dario.
    Un abbraccio.
    Marco

  7. Grazie, Natalia.
    Bello, questo senso di consapevolezza e di pace, ricavato proprio dalla lettura dei miei testi, che per me sono ancora perturbanti e non mi pacificano affatto.
    Un abbraccio a te e Francesco.
    M.

  8. allora viva la poesia “fatta coi mattoni delle mie parole ma con lo spirito di Dario”
    e viva ogni lettura (anche la tua) fatta con i mattoni delle tue parole.

    un ciao ulteriore

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