Di sole voci

Silvia Rosa

non c’è niente
che sia mio in questa stanza
nemmeno io

mi scompaio e poi mi cerco altrove
lontano dalla carne dalla morte
dal mio nome

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Silvia Rosa, Di sole voci
Prefazione di Alessandra Pigliaru, Nota di Enzo Campi
Immagini fotografiche di Giusy Calia
Faloppio (CO), LietoColle Libri, 2010
______________________________

Prefazione

Poesia è, sì, lotta con la carne, relazione intima con essa
che dal peccato – “la follia del corpo” – conduce alla carità.
Carità, amore per la carne propria e altrui.

(Maria Zambrano)

È il martirio della lucidità ciò di cui si nutre il poeta, secondo Maria Zambrano. Quella contraddizione che non si vuole annientare bensì rendere visibile, come una cicatrice portata da un eterno innamorato. C’è una bellezza tutta da soffrire, nel giorno ghermito dall’ombra, in quel fare puntellato che si aggrappa all’esistere. C’è una bellezza dotata di senso, poi, ché a cercarla sembra difendersi dalla tempesta del mondo. Un modo speciale di r-esistere lo ha trovato Silvia Rosa nel suo esordio poetico che riferisce del tentativo inesauribile di rimanere appigliata a terrestri radici di senso / incerta nostalgia di un Altrove, percorrendo il baratro per raccontarcelo, lucidamente. Si tratta di un languore originario che si fa domanda poetica immedicabile e muta promessa. Così i versi di Silvia Rosa sono una cronaca del giorno a venire, della conta dei passi che servono per uscire dal fondo di sé per farsi Sola Voce. Il verso chiama una profonda cura del dettaglio e dello stile così come una parola piena, contundente e circolare che si fa carne nuda: il mio Corpo cede peso all’Anima / e cambia di significato e di sostanza / nello spazio del discorso / si appunta come un segno nero / a margine. Ecco che la nudità diventa la possibilità di decifrare con la pelle la scrittura e il segno del mondo: resta come un coagulo che si distingue dall’anima e accede al Senso. Tutti i dispositivi poetici di Silvia Rosa ci dicono il modo di accogliere il Senso per poi accettarne il distacco. È un rapace – IO – / che si nega la natura necessaria / degli artigli (in)segnandosi al rovescio / la regola del più forte tra i più deboli / ché siamo tutti deboli come una promessa / di quelle che (non) mantieni in silenzio / mantenendola -. La silloge raduna erosioni e calchi che segnano la lingua poetica, l’eterno crocicchio tra ciò che l’autrice sente e il suo manifestarsi: s’imprime in ogni lettera / che leccando l’alfabeto / (non) godo, / e spalanco le mie labbra / e muta punto le ginocchia // in cerca di salvezza. Ecco che torna quell’impressione di lucido martirio, di nitida ferita di cui si sa avvertire il significato verticale; e si cerca una sbavatura d’Eterno per tornare a domandare, in punta di preghiera, che cosa quell’Io, dopo una litania di combattimenti, sia ancora capace di cantare: una carità, forse, d’Assoluto amore. (Alessandra Pigliaru)

Testi

COME UN SEGNO NERO A MARGINE

Ha una forma irregolare
il dire
quando gli spigoli improvvisi
del Tempo
scontornano parole
e tace lo schioccare vorticoso
della lingua sul palato
come un frullare d’ali
a misurare -stanco-
il perimetro del Vuoto.

Ha un movimento in girotondo
ogni lemma, prima dello schianto,
prima di precipitare
in coincidenza del Silenzio
incrinandosi nel centro
e più dentro, nel profondo,
fino all’origine di Senso.

Il mio Corpo cede peso all’Anima
e cambia di significato e di sostanza
nello spazio del discorso
si appunta come un segno nero
a margine,
nel bianco di una pausa

muto, fugge la distanza
-annullandosi-
si fa Eterno, senza Verbo, sconfinato.

 

(NELL’) ASSEDIO

Il battito asciutto della fuga
quando restavo immobile,
l’attrito con cui di trasparenze
innocue in una farsa
(mi) sprofondavi
nella culla -fredda- del mio nome,
a strapiombo su me stessa,
quando chiamavi l’ora
al crocevia di una domanda
d’ordine e nervatura tesa

ed erano coriandoli
al suolo appiccicoso
i miei passi inconsistenti
il fiato che si condensava
in brina di silenzi

mi si fosse incrinata appena
la corsa a spasmi di terrore
fossi caduta in un vortice turchino
che mi avesse scoperta
una falda affilata di dolore
un brano acuto di voce
-almeno uno- da infilare all’occhiello
come un bottone ricucito al varco
tra le mie ginocchia
tra l’asola stretta della bocca

tra gli schizzi di pioggia sporca
-non (c’)ero-
non c’era dove andare
nell’assedio che fin nel midollo
mi facevi tremare.

 

ISTRUZIONI PER L’USO

Spogliami lentamente
sfilami prima il nome
poi il cuore
in ultimo strappami via la mente.
Ricorda di starmi sulla pelle
in verticale
premendo come peso a piombo
tra le cosce sullo sterno
aderendo bene al solco vivo
del volto.
Ondeggia sempre dalla parte
opposta alla mia direzione,
non cedere alla tentazione
di un rotondo abbraccio
mantieni la tua forma
la linea nera di demarcazione.
Chiudi sempre ogni porta:
si capisce che se scappo
tu non puoi restare

del resto non si è mai vista
un’Ombra
senza nulla da macchiare.

 

SUL PALMO SUDATO DELLE MIE MANI

Conto i giorni della settimana
al contrario, meno uno,
quello in cui sono nata.

Conto i gradini -in bilico- di ogni scala
le porte socchiuse al soffio di un “no”
che (s)battono in ritirata
i passi intorno a me stessa
strisciati (un andirivieni)
come intorno a una casa svuotata

conto i silenzi degli oggetti, rovesciati
sul palmo sudato delle mie mani
in fenditure profonde
ferite come occhi circolari
spacchi a festa arricciati
lungo i bordi,

conto nei fondi verdastri di bottiglia
la goccia d’acqua -una-
dimenticata a riposare
in trasparenza di dormiveglia
scontata
come domestica impronta di mare.

 

(ANATOMIA DI) UN ASSOLO

Per sentire vivo
questo corpo
in superficie ricompongo (di te)
il muscolo contratto del pensiero
lacero l’imene del ricordo dal profondo
per il peduncolo avvizzito del tuo nome
risalgo l’occhio muto di carezze e d’ombre
impastando il desiderio fino all’argine
del fianco, che si sloga -smagrito-
in frustoli di ruggine e vocali di respiro

ma non volo
mi sciolgo asciutta
un coagulo abortito di piacere
esangue al suolo.

(Sono stanca)

La metrica severa del tuo
andare e tornare e andare
mi puntella nelle tempie
un contrappunto quest’indecisione
un tarlo fra le cosce un’effrazione
che non raggiunge l’osso molle del godere
che non mi fa venire (a te)
per quanto ripercorra con le mani pube ventre seni
al ritmo che impone la tua assenza
fino al nucleo alla molecola della Parola (quel tuo niente)
un esercizio fonetico -sì no forse- che mi arrende
e mi squaglio tra le costole
nell’inguine nell’immaginazione

ma non muoio
mi addormento fredda
vuota schiusa
in un assolo.

 

SULLA CRINA

L’incavo del derma
che si irrora di piacere
sulla crina
ti offro, amore, alla tua mano

che mi monta marea di cellule e tracima
lievitando sulle labbra un crampo
un fremere rappreso in uno squillo
-sì- ancora fino allo spigolo umido (del cuore)

e non ti guardo fisso il Cielo giuro
quando mi oscilli
in un brusio di stelle dentro
imbastendo di sussurri e di respiro
la ferita che mi segna d’Infinito al centro

e si dilata la matrice del mio Essere
in un’emorragia di Senso l e n t a
che muoio sola godendo(ti)
nei singhiozzi della lingua tua
in punta di preghiera

benedetta.

 

(OVULAZIONE)

Odio
questi tre giorni incagliati
nel frusciare greve
del mio mondo

quando garrule
le voglie a schegge
mi distraggono
dal suono bianco-avorio,
granitico, della ragione.

E’ l’ottusa diligenza del mio ventre,
che increspa languida la melma
del suo silenzio vegetale,
terra
avida di pioggia, molle di rugiada
scossa, dopo il temporale.

 

ASTRATTA CARNE

Astratta carne
ti vivo di parole
e non di sangue
prigione di respiri
e braccia e occhi e gambe
condanna, che ti sconto
giorno dopo giorno dopo notte
dopo morte via
raschiandoti
dall’ombra del mio corpo

liberandomi…

 

SONO MORTA UNA MATTINA D’OTTOBRE

Sono morta una mattina d’ottobre,
ma non d’autunno
tra foglie rosse pioggia cielo plumbeo,
piuttosto luce rasoterra ovunque il sole
(un’assoluta sospensione di gravità spazio-temporale)
filtrata ogni mia cellula nella parola (in) divenire
me ne sono andata,
era d’ottobre, ma non d’autunno e non per sempre
perché per sempre è solo il ritornare
indietro immobile aspettare
è l’assenza di te, il vuoto del tuo nome
che mette rami secchi ad ogni lettera
che muore…

 

MADONNA DOMESTICA

Rinasco
in un vo(l)to di silenzio
all’alba
-mi si appannano i sensi-
Madonna domestica
(mi) prego me stessa
allo specchio

la mia Chiesa affollata di luce
è una finestra nel vuoto
chiusa
sul riflesso di me
che non sono.

 

DI UN’OMBRA CUPA

Non c’è un luogo
qualunque una terra
sicura una radice di Senso
-almeno una-

eppure

è tutto uno sbocciare inquieto
di verde
la muffa acida della noia
che sta ovunque
ed io mi sono un’ombra
di un’ombra cupa
ghiotta
della trasparenza incerta della foglia
quando non si sa
se cresca ancora
o muoia.

Nota

Il senso è nel corpo, nel campo di forze che esso genera, nella deflagrazione della sua anima. Il senso è nel corpo, nel suo portarsi in fuori, nel suo praticarsi in sé e nel suo verificarsi fuori di sé. Il senso è nel corpo, nel peso di quell’anima tesa ad escunearsi, nel pensiero di un peso da esporre, nella messa in posa di un pensiero pesante, nella postura che fa da eco al peso del pensiero. Il senso è nel corpo, nel suo senso sensato e nei suoi sensi insensati, nella risonanza che dà senso ai sensi, nella vertigine che sensualizza il senso.
Detto questo, e parafrasando quanto espresso da Alessandra Pigliaru nella prefazione, mi tocca ribadire: “sola voce”, sì, ma per un “assolo” di corpo declinato e insieme rimosso. Il paradosso è solo apparente perché la dicotomia qui espressa e l’intera silloge si rivolgono alla riconciliazione dei contrari. Da un lato l’offerta sacrificale (“L’incavo del derma / che si irrora di piacere / sulla crina / ti offro, amore, alla tua mano”) e dall’altro lato l’urgenza – anche metafisica – di una trascendenza (“dormendo infine il sonno delle piante / che palpitano frasche verso il Cielo / e si piegano nel tronco, appena, / a godere del vento che le arrota / inanellandole / e si diramano di frutti gemme e voglie”). Per confutare questa tesi basta leggere “(In) Sintesi d’assoluto” dove, in due sole strofe, Silvia Rosa sintetizza, mirabilmente, il senso di questa silloge e il leit motiv della sua poetica. Ma le occorrenze si moltiplicano a vista d’occhio: la “sola voce” come pensiero e il “solo corpo” come peso. Quando Silvia Rosa dichiara: “il mio corpo cede peso all’anima”, sta semplicemente esponendo un sussulto, uno spasmo, una vibrazione sotto forma di peso e di pensiero. È più pesante il pensiero o il corpo? Questo non ci è dato saperlo. L’importante è che il peso attraversi quella “pausa” (“si appunta come un segno nero / a margine, / nel bianco di una pausa”), quell’intervallo – necessariamente atemporale – ove conferire senso ai sensi, quel buco ove il “finito” mette in mobilità la sua finitezza, ovvero l’infinità che è caratteristica precipua del supplemento letterario, al solo scopo di conferire, per così dire, un nome proprio alle fratture che qui vengono, pedissequamente e lucidamente, disseminate. La proposizione è naturalmente reversibile: l’anima cede peso al corpo. Così la “carne astratta”, tra innesti, scavi e recisioni, rinviene alla sua concretezza. Questo perché si può dare concretezza anche nell’assenza e nella mancanza. Da qui la celebrazione e, per così dire, la cerebrazione del vuoto e della privazione da cui derivano passioni e desideri. Ma questa pratica avviene per effrazioni. Silvia Rosa investe – anche con dolo – quel vuoto con il proprio corpo visibilmente esposto (cioè: pesante e pensante). Corpo metaforicamente fumante, ma tangibilmente sfumato in sogni, odori, distrazioni, delusioni, amori, ferite, assenze. E tocca alla “voce” declinare le peculiarità delle passioni che fibrillano all’interno di quel corpo. C’è una poesia che, per la regola della riconciliazione dei contrari, si leva inabissandosi, ed è quindi emblematica in tal senso. Il titolo, “Ovulazione”, ci dice già tutto, ma è il modo in cui si snoda l’asse paradigmatico (mondo-ventre / terra-mondo / ventre-terra) a conferirle una valenza specifica. Il tono musicalmente pacato, il ritmo quasi appercettivo e quella “liquida” sensazione che aleggia su questa terra (madre di corpi) e su questo corpo (madre di se stesso e, in potenza, madre dell’altro a venire) ci trasportano verso un divenire che è stato già consumato in sé ancor prima di spiccare il volo. Ancora un infinito e un finito quindi, ancora una doppia declinazione che è, metafisicamente e anatomicamente, corporea sia nel pregresso che nella sua (in)naturale prosecuzione. Ma non si pensi che questa poetica si riduca ad una sorta di apologia; è anzi essenzialmente impegnata nella ricerca non tanto di un destinatario quanto di una destinazione, di una dimora ove il senso possa trovare il suo aver-luogo. Se “Poesia significa per lo meno toccare la cosa delle parole” (J. L. Nancy), la poeticità e la poematicità di Silvia Rosa toccano, simultaneamente, la trascendenza del corpo verso le parole e il sacrificio delle parole verso il corpo. Non ci resta che dettarle, ma con una voce che preservi e amplifichi l’innata e originaria risonanza di cui sono pregne.

***

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10 pensieri riguardo “Di sole voci”

  1. “La solitudine trabocca” , come direbbe Luzi . Ma il testo posto in esergo da Silvia Rosa denota personalità e riconoscibilità , notevole densità di scrittura e soprattutto emotività sotto controllo .
    Quindi complimenti sinceri .

    leopoldo attolico

  2. La parola, contarddittoria e ambivalente, riesce spesso a cogliere l’essenza del bello. Non trova il suo luogo naturale nella educolrata immagine della tradizione letteraria, viceversa gode della “dissacrazione onesta”, un puro atto di assoluta autenticità. Credere nella bellezza significa, a volte, smascherarla, cercarla nell’ambiguità della carne corruttibile, per giungere ad un’apoteosi di essa liberata dai luoghi comuni e dalle reticenze culturali e sociali. La parola di Silvia Rosa si fa canto e rumore di fondo, per non cedere ai facili ritornelli, non ripetersi. Si esaminino questi versi: “la mia Chiesa affollata di luce /è una finestra nel vuoto /chiusa /sul riflesso di me / che non sono./ ”
    La poetessa “non è”, però riesce a fingere la profondità dell’esistere totale, raffigurarlo in un’immagine che ha forza e fascino, controprova della mancata esistenza di molti Io intellettuali, roboanti e vuoti. Lascio ogni altra riflessione ultima ai lettori consapevoli del bello e della poesia.

  3. “Sono morta una mattina d’ottobre” è una delle liriche che preferisco. Ma mi piace molto Silvia Rosa, riconosco le corde che si pizzicano e dolgono, riconosco i sentieri fatti di carne e sangue, le pause, i morsi e le negazioni. La riconosco perchè la stimo, la “condivido”, la seguo con grande piacere.”La poetessa “non è”, però riesce a fingere la profondità dell’esistere totale, raffigurarlo in un’immagine che ha forza e fascino…” dice Marzia Alunni nel commento precedente. E’ così : la poetessa non deve essere per poter essere.
    Non posso che augurarle ogni bene dentro e fuori a questo libro. Un caro saluto

    Federica Galetto

  4. Ho stampato tutto per conservarlo e ri-leggerlo con calma e tempo. La poesia di Silvia incarna il femminile in tutte le sue forme e domande, sensi ed echi interiori, illuminando di risvolti il presente che tocca, gli oggetti su cui lo sguardo si posa. Ma questo piccolo commmento è troppo riduttivo, troppo misero per definire un lavoro di tale portata, dunque vuole solo essere un segno di passaggio, affetto e stima verso Silvia, ma anche verso chi ne ha saputo mettere in luce le chiavi intime di lettura.
    un abbraccio, nc

    p.s.: a nome di Francesco vi abbraccio tutti informandovi che la sua assenza qui è dovuta a problemi di connessione che spera di risolvere al più presto.

  5. Mi scuso per il ritardo con cui intervengo a ringraziarti, Francesco, di ospitarmi nella tua *dimora*, che osservo da tempo -di lontano-, in silenzio, invisibile. E’ un onore essere accolta, entrarvi in punta di piedi, timidamente.
    Ho moltissime difficoltà a esprimere qualcosa che non sia la mia gratitudine a te, a Leopoldo, Marzia e Federica per i loro commenti [che mi hanno restituito frammenti delle mie parole rinnovati da uno sguardo Altro, in cui alla luce dell’interpretazione ogni significato ha assunto originali sfumature di colore -eppure il senso è rimasto intatto, il grumo d’Ombra in cui è fiorito nero più nero, nessuna virata che ne abbia tradito la tonalità (s)offerta-], e penso a volte di non avere proprio nulla da dire, a parte quello che scrivo in versi, per necessità, ché se potessi ne farei a meno.
    Mi assale sempre uno strano pudore ad aggiungere un parola di più a quanto ho scritto e a quello che con generosità chi legge mi rimanda.

    Vorrei ringraziare anche Alessandra ed Enzo, che hanno deciso di accompagnarmi in quest’avventura (che mi piace chiamare il mio battesimo di carta), due presenze molto luminose e positive, e non mi riferisco solo al loro scrivere, ma soprattutto al loro Essere -esserci, per me-.
    E poi un *grazie* speciale è per Giusy Calia, che mi ha permesso di usare le sue splendide immagini all’interno del libro.

    Mi auguro che questo mio lavoro, con i limiti che di sicuro ha ogni opera prima, con le sue fragilità e le sue imperfezioni -una Voce Sola, a tratti un po’ incerta, smarrita, che ricerca ancora l’intonazione per dire il Mondo senza tradire il canto stonato che le appartiene- possa trovare uno spazio nell’universo di parole e d’inchiostro di cui si avvia a far parte -una creatura (sottile di pagine), che mi pare viva vita propria, che non mi appartiene più, appartenendomi, eppure-.

    Un caro saluto Francesco, a te, e a tutti i lettori di RebStein.

    *Grazie*!

    Silvia Rosa

  6. Cara Natàlia, leggo solo ora il tuo commento: ti ringrazio di essere intervenuta, grazie per la stima e l’affetto che mi dimostri sempre, assolutamente ricambiati (anche se in modo un po’ sfuggente, temo, ché sono invisibile anche a me stessa, a volte…)
    Ti abbraccio :-))

  7. trovo questo lavoro veramente denso, corposo
    da leggere piano, senza quella fretta che non fa apprezzare anche i minimi “sguardi”
    poichè quando leggo la sua scrittura mi sembra di spaziare in diverse dimensioni di occhi, spazio, tempo, voci mai uguali

    auguro a Silvia di conservare l’ occhio magico che coglie (e fa cogliere) la varietà nella sua interezza

    Elina

  8. una lettura che non può lasciare indifferenti, questo solo vorrei dire, e sottolineare che questi versi spaziano tra io e tutto e nulla, corpo parola ed anima, e sanno nutrire chi legge di cibo essenziale senza nessun bisogno di ammiccare a facili mode di impegno sociale o quant’altro può servire ad agganciare l’attenzione mediatica
    marina

  9. Ringrazio e abbraccio Francesco per l’ospitalità, è sempre un grande piacere essere in un luogo così accogliente. E ringrazio quanti sono intervenuti e si sono soffermati a leggere.
    A Silvia – anche qui – auguro ogni bene, di cuore.
    A*

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