L’intero deserto

Viviana Scarinci

L’intero deserto

“Se mi vieni a trovare
Vieni lentamente e con gentilezza
Per non spezzare la fragile porcellana
Della mia solitudine.”

Sohrab Sepehri

Da un punto di vista strettamente femminile, la poesia è quanto nella madre l’infanzia genera, un’omissione alchemica di ruolo, in cui genitore e generato salvano l’unicità della loro essenza lungo un iter per nulla manifesto, seguendo l’andatura carsica di un tracciato che appartiene alla terra, alla storia dell’uomo. Un flusso che attraversa, anche nella poesia più insospettabile, lo stesso luogo che gesta le radici. Una sorta di piaga ereditaria che mistifica la sua provenienza e la confonde in un tracciato attuale denso di rimandi e previsioni strologanti l’immortalità della ferita e la morte del corpo che ha trafitto. Una separazione che nell’intimo acuisce la percezione di due tempi egualmente vitali e distinti: il tempo presente che brucia il corpo caduco della ferita, e il tempo infinitesimo di un verso che spezzi il pane consueto, con un atto di totale alienazione, ne tenti l’oltranza. E’ in questo senso che ho immaginato la poesia come una madre, come la madre che non è quella che il cuore del bambino chiede, quella cui la memoria dell’adulto torna. La poesia l’ho vista somigliante a quella Lilith (Viviana Scarinci, Lilith e Eva) prima madre non generativa anzi condannata all’abominio supremo: l’omicidio del figlio. Una madre antica avvinta al perenne contraddittorio dei suoi istinti policromi. In un ambito così composito, la poesia femminile e la poesia maschile possono essere viste come provenienti da un’ineffabile presenza anteriore, una Madre non manifesta che li detiene alla radice. Ma se per il poeta l’esilio è “il nesso tra l’esistenza e la lingua” (Antonio Prete, Tutti i poeti sono in esilio), per la poetessa l’esilio, che si rende garante di quella “lontananza a farsi parola” (Antonio Prete, op. cit.), può significare il non essere procreativa. Per necessità indotta dalla circostanza del remoto in cui si cerca, o per una scelta che fa apparire intollerabile l’ossimoro che porta in seno alla creazione la distruzione, per una donna poeta, non essere procreativa, può significare non esserlo in nessun senso, se la radicalità del suo vissuto non può prescindere dall’interezza che la apparenta al genere femminile. Fattivamente quindi, non sottilmente, non metaforicamente, una donna, in poesia, deve affrontare un esilio che comprenda tanto il suo essere generativa, tanto il suo essere distruttiva. Generativa perché atta alla creazione, distruttiva perché “la distruzione – della vita, del senso della storia – abita la sillaba, e scompiglia l’ordine espressivo” (Ibid.). Un ordine che la donna da madre deve preservare in vista della conservazione del figlio. Un ordine che il poeta deve distruggere per creare la condizione di rinnovamento necessaria al senso affinché assuma, ancora e ancora, la forma provvisoria della parola. Il deserto che questa prospettiva schiude è carico tanto di valori improferibili quanto di simboli distruttivi. Anche il poeta affronta questo deserto nell’ambito del suo vissuto interiore, ma la differenza sta nel fatto che una donna sperimenta ciò anche fisicamente, facendosi corpo abitato da un contraddittorio archetipico che la rende sia carne atta alla creazione che spirito gemello alla distruzione. Stando nell’esilio, il poeta, la poetessa sperimentano dunque una condizione uguale e opposta: uguale perché fanno capo entrambi al loro essere poeta, opposta perché entrambi vivono interamente un diverso genere. E’ in quest’ottica che i motivi dell’esilio cambiano valenza se affrontati dal punto di vista della madre intesa come cuore atto al contenimento di due generi compenetrati e opposti nel momento esatto in cui “l’abbaglio trasparente” (Ibid.), “le forme metaforiche” (Ibid.) dello stare nella poesia, diventano atti di una realtà che radica la sua provenienza tanto nella storia che pare averla generata, quanto nell’estraneità che riverbera da ogni vissuto umano intensamente poetico. Estraneità o perdita di un senso persistente e costante di sé, del proprio percorso umano, quanto dell’altro. Il rapporto con la perdita, dunque, diventa focale. A una perdita quotidiana del vissuto condiviso si aggiunge una perdita arcana, un’inappartenenza che non paga consenso neanche al proprio vissuto, misconoscendolo in ogni attimo del presente al fine di precipitarsi in un movimento avulso, compulsivo, sempiternamente retrattile, come d’animale che arresti all’istinto l’atto, giusto un istante prima della consapevolezza. Questa assenza di sé deformata dalla traduzione in lingua di uno stato di fatto inesistente, perché ancora da dirsi, genera amore per l’assenza, nostalgia riflessa in ogni possibilità come fosse la chimera del senso perduto, mai abitato. La ricerca di sé e dell’altro in un’impossibilità conclamata all’estremo, traccia una terra aspra, apparentemente esposta a un nulla intollerabile. E’ qui che la madre terribile risiede senza dominio, genitrice equanime del maschile e del femminile. Della vita e della morte. Polarità estreme dell’unico istinto che può dirsi poetico. Ma se generare in ogni sua forma significa detronizzare il senso, un tale moto scarnifica il sentimento, lo deflagra in pathos. Svincola ragione, credo, legami, e scaraventa in un nomadismo interiore in cui la volontà c’entra solo nella misura in cui la coscienza accetta l’alterità che alberga in un sé come un fatto. Questa maternità del deserto veglia il confine della ragione e il possibile esilio, da una componente razionale, alla volta di una vera e propria “pedagogia materna” che “presiede alla voce della poesia” (Ibid.). Il maschile dell’esilio verso questo deserto/madre pone quindi la sua prima istanza al limitare della ragione. La travalica con l’analogia e la trattiene con il logos. In un gioco di forze abissali segnate da una retroguardia sguarnita a guadagnare un confine sempre labile, faticoso tanto da difendere, quanto da valicare alla volta di una conquista imponderabile. Ma ammesso che sia questo il carattere maschile dell’esilio, quello femminile può avere a che fare con la maternità come se l’essere madre coincidesse col confine stesso, dunque con la poesia: una madre in esilio più o meno volontario, più o meno sofferto, revocata, e abbracciata dalla terra del padre, come la storia di Lilith (Viviana Scarinci, op. cit.) da secoli testimonia.

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Tratto da: Diaria dell’interezza del 4 giugno 2010.

Immagine: Simone Pellegrini, Ornamento, 2007.
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6 pensieri riguardo “L’intero deserto”

  1. Ho dato una prma lettura, Viviana, cui però deve necessariamente seguirne una seconda che integri con tutti i rimandi che fai nel testo.
    E’ un gran bel lavoro, complimenti davvero.

    Francesco per ora ha problemi di connessione e per questo ancora non è intervenuto, lascio i suoi ringraziamenti e saluti, in attesa che risolva i problemi con la connessione.
    I testi e le pubblicazioni a seguire sono in programmazione da giorni, quindi il blog sta camminando per il lavoro precedentemente svolto da fm. Lo preciso perché mi dispiacerebbe che qualcuno potesse pensare ad una sua volontaria assenza.

    un saluto.
    n.

  2. dunque sei il Doa di my space? Anche?
    cosi vidi qualcosa delle parole di Viviana per la prima volta
    e subito percepii oscure profondità fatte di luce
    fin dove l’occhio può vedere
    e poi ricerche e dipserazioni su Holan e il mondo magico che ci circonda
    tanti lavori letti seguiti in silenzio
    con merito e bravura Viviana prosegue la corsa
    davvero brava e maestra del linguaggio
    un caro saluto
    c.

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