Il ciclo delle rane

Michel Foucault

Jean-Pierre Brisset

 

Michel Foucault – Il ciclo delle rane

     Pierre (o Jean-Pierre) Brisset, ex ufficiale, dava lezioni di lingue vive. Dettava degli esempi come il seguente: «Noi, Paul Parfait, gendarme a piedi, essendo stato inviato al villaggio Capeur, ci siamo recato sul posto, rivestito delle nostre insegne. Lì siamo stato accolto e acclamato da una folla spaventata, che la nostra presenza è bastata a rassicurare». Il fatto è che i participi lo inquietavano. Questa preoccupazione lo condusse ben al di là dei professori di grammatica: a ridurre, nel 1883, il latino «allo stato di gergo», a rientrare pensieroso a casa sua, un giorno di giugno di quello stesso anno, e a concepire il mistero di Dio, a ritornare bambino per poter comprendere la scienza della parola, a farsi da sé editore di un’opera che peraltro già l’Apocalisse aveva annunciato come imminente, a tenere, nella Salle des Sociétés savantes, una conferenza di cui il «Petit Parisien» diede notizia, nell’aprile del 1904. «Polybiblion» parla di lui in modo sfavorevole: sarebbe un fautore del «combismo» e del più gretto anticlericalismo(1). Spero di poter mostrare, un giorno, che non è così.
Brisset appartiene – apparteneva, suppongo che sia morto(2) – ad un’altra famiglia: quella delle ombre che hanno raccolto ciò che la linguistica, nella sua formazione, aveva lasciato senza eredi successibili. Una volta denunciata dagli scienziati, la paccottiglia delle speculazioni sul linguaggio si trasformava, fra queste mani pie ed avide, in un tesoro della parola letteraria: si cercava, con un’ostinazione degna di nota (quando tutto evidenziava il fallimento di simili tentativi), il radicamento del significato nella natura stessa del significante, la riconduzione del sincronico ad uno stato primario della storia, il segreto geroglifico della lettera (nell’epoca degli egittologi), l’origine patetica e gracidante dei fonemi (eredità di Darwin), il simbolismo ermetico dei segni: l’immenso mito di una parola originariamente vera.
Révéroni Saint-Cyr, col sogno premonitore di un’algebra logica, Court de Gébelin e Fabre d’Olivet(3), con un’indubbia erudizione ebraica, avevano caricato le loro speculazioni di tutta una gravità dimostrativa. All’altra estremità del secolo, Roussel non utilizza che l’arbitrario, ma un arbitrario combinato: un fatto di linguaggio (l’identità di due serie fonetiche) non gli rivela alcun segreto perduto nei vocaboli; gli serve a nascondere un procedimento che crea parole e suscita tutto un universo di artifici, di macchinari premeditati; di essi non viene fornita che la motivazione apparente, mentre la verità resta sepolta (indicata ma non palesata) in Comment j’ai écrit certains des mes livres(4).
Brisset, da parte sua, si è issato ad un punto estremo del delirio linguistico, là dove l’arbitrarietà appare come la gaia e insuperabile legge del mondo; ogni parola viene analizzata in elementi fonetici, ciascuno dei quali equivale di per sé a una parola; questa, a sua volta, non è altro che la contrazione di una frase; da un vocabolo all’altro, le onde del discorso si spandono fino alla palude originaria, fino ai grandi elementi semplici del linguaggio e del mondo: l’acqua, il mare, la madre, il sesso. Questa fonetica paziente attraversa il tempo in un lampo, ci rimette di fronte ai batraci ancestrali, poi ridiscende lungo la cosmogonia, la teologia e il tempo alla velocità incalcolabile delle parole che speculano su se stesse. Tutto ciò che è oblio, morte, lotta coi diavoli, decadenza degli uomini, si riduce a un episodio della guerra per le parole, che gli dèi e le rane combatterono un tempo in mezzo ai rumorosi canneti del mattino. Da allora, non vi è nulla, nessuna cosa limitata e priva di bocca che non sia una parola muta. Molto prima che l’uomo fosse, ciò non ha smesso di parlare.
Ma, come ricorda il nostro autore, «tutto quel che precede non è ancora sufficiente a far parlare coloro che non hanno niente da dire».

***

Jean-Pierre Brisset

Il ciclo delle rane originarie

     Fin tanto che la rana si limitò ad essere rana, il suo linguaggio non si sviluppò granché, ma appena i sessi cominciarono ad annunciarsi, delle sensazioni strane, imperiose, obbligarono l’animale a invocare aiuto e soccorso, dato che non poteva soddisfarsi da sé e neppure smorzare gli ardori che lo consumavano. La ragione di ciò è che la rana non ha le braccia lunghe e tiene il collo infossato nelle spalle.

*

     Lo sviluppo del collo si ebbe contemporaneamente e successivamente alla venuta del sesso, ed era l’indizio del fatto che si era nati. Quando il collo era formato, si diceva dunque: è nato, il collo è fatto [il est né, cou est fait], ed era una grande fortuna essere nato con la camicia [être né coiffé], poiché il sorgere del collo provocava dei torcicolli di cui soffriamo ancora adesso. Chi era nato con la camicia, era manierato [était haut collet monté]. Io sono alto, il collo è salito [je suis haut, col est monté], tu stai bene, il collo è cresciuto [tu est bien, col est monté]. Che precisione!

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     Quando cadeva la pioggia, quelli che erano vicino a un corso d’acqua non mancavano mai di buttarvisi. Risale a quell’epoca l’universale proverbio: gettarsi in acqua per paura di bagnarsi. Fate svestire un reggimento di soldati, così che siano tutti nudi, vicino a un fiume (d’estate, quando l’acqua è gradevole), e se ci sarà un temporale – per il riprodursi delle medesime cause nelle medesime circostanze – otterrete un analogo effetto.

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     L’allegria degli dèi, le loro moine, inebriavano gli animali. Tutti si capivano e si chiamavano l’un l’altro. Il linguaggio degli dèi non era molto superiore a quello dei cavallucci [dadas]: così venivano chiamati. Naturalmente ognuno aveva il suo preferito; da qui il proverbio: è la sua mania [c’est son dada]. Gli dèi e i cavallucci non morivano mai…
Se facciamo riferimento a una leggenda, è solo per sostituirla con un’altra, che senza dubbio non è più vera della precedente. Un giorno, un bambino cattivo, un discolo [didi], volle ficcare una punta nell’occhio del suo cavalluccio [dada]. L’animale si impennò e lo scaraventò su una roccia, uccidendolo. Appena il sangue si sparse, tutti gridarono: morto!
Ecco che si cerca di catturare l’animale, ma esso fugge. Il padre Dio (di alto) (5), che col bel tempo risiedeva nel cielo, cioè su un alto monte che da sotto si vedeva toccare il cielo, il Dio [Dieu], dicevamo, è disperato. Il bambino sarà vendicato. Si cattura un cavalluccio, un innocente, lo si circonda, lo si accarezza; è commosso, ringrazia con gli occhi e con grida di amicizia. Un colpo con un oggetto di metallo, creato appositamente, lo abbatte a terra. La sua carne viene assaggiata, e piace; ogni dio vuole che la sua famiglia gli offra un cavalluccio. Gli animali capiscono di essere stati traditi e scappano. Da quel giorno si è detto che erano sciocchi [bêtes] e non sapevano parlare. Gli animali, in realtà, ci capiscono; per questo continuano a fuggire quando li chiamiamo.

LA MORTE DI DIO E LA PAROLA SABBATICA

     Accadde che gli uomini, diventati numerosi, fecero un’accanita guerra contro gli dèi che, per vivere, devastavano le colture orticole. Gli dèi dovettero subire atrocità inimmaginabili, fra cui quella di essere crocifissi ai margini degli acquitrini per servire da monito; gli uomini, inoltre, li uccidevano, ne bevevano il sangue e li mangiavano. Avvenne dunque che l’uomo mise a morte suo padre, il dio. Ora, l’eterna potenza Pi è una forza vivente e matematica; l’uomo aveva fatto morire suo padre, perciò doveva essere ucciso da lui e, fino alla morte, è maledetto. Gli uomini vengono abbandonati alla potenza degli spiriti, dei demoni e degli dèi scomparsi, le cui anime restano in vita poiché è mediante loro che la parola ha preso forma e si è fatta carne. Questo è evidente.

*

     Dato che tutte le parole, senza eccezione, erano dapprima riferite ai sessi, e soprattutto a quello maschile, ogni parola rappresenta il membro virile… Non appena si conferisce a una cosa visibile – uomo o oggetto qualsiasi – un valore spirituale, quest’uomo o oggetto torna ad essere, di fronte allo Spirito della parola presente in ogni essere umano, ciò che era al principio: il membro virile di Satana.

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     Parola, dicci l’avvenire! Che cos’è l’Eternità [l’Éternité]? – È l’essere che se n’è andato [l’être qui s’en est allé], è la morte, il silenzio, tutto ciò che è vissuto. È l’eterno e cupo rimorso…
Che cos’è l’eterno? – L’Eterno, è l’essere nullo [l’Éternel, c’est l’être nul]: l’eterno non è un essere, così come il paterno [paternel] non è un padre.

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     L’uomo è una ghul(6) insaziabile. Possiede la terra, ma ognuno la vorrebbe per sé solo. Prova bramosia nei confronti dei cieli e, disperato perché non può impadronirsene e portarli con sé nella tomba, se ne va mormorando: ritornerò…

COSA SIGNIFICA PARLARE

     La parola Dieu si dice in italiano: Dio, deo, dii, dei; in spagnolo Dios. La radice di queste parole è di, o dis, dal verbo dire. Quanto al vero valore di di, lo si trova nello svedese, lingua in cui di = seno. Gli dèi furono i primi a succhiare un seno di madre in seno al mare [un sein de mère au sein de la mer], giacché il mare non mostrò mai altro seno che quello di una madre.

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     L’occhio [l’œil] non può vedere se stesso che nel riflesso di uno specchio. Guarda dunque degli occhi [d’yeu], o uomo, poiché Dio [Dieu] sei tu.

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     I diavoli, millantano i detti [les diables, les dits hâblent]. I diavoli furono grandi millantatori di detti e fatti [dits et faits]. Di ho fatto: io ti ho fatto, ho fatto Dio [Di ai fait: je t’ai fait, j’ai fait Dieu]. Quel millantatore è là, ti assicuro, sulla sabbia [c’est, l’assure-je, ce hâble, c’est là sur le sable]. Le favole raccontano i fatti dei diavoli che avvennero sulla sabbia [les fables racontent les faits des diables qui eurent lieu sur le sable].

*

     Una volta stabilita con chiarezza l’anteriorità della sillaba mor, scopriamo che si adatta, in effetti, all’analisi di varie parole: moralizzare, dirigere lo spirito verso la morte; morboso, che ha il colore del morto; pezzo [morceau], parte di un intero morto o distrutto; spezzettare [morceler], dividere ciò che è morto o distrutto; mordente, che può causare la morte; assiderare [morfondre], venir meno come se si morisse; adescare [amorcer], disporre per la morte.

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     La parola, nel suo Libro di vita, ci attesta anche, col verbo sopravvivere [survivre] = vivere più a lungo, che di sicuro vivemmo [sûr vécûmes] prima che ci fossero gli dèi, che certamente abbiamo vissuto [sûr vécu] con gli dèi, e prima che l’uomo esistesse, che senza dubbio vivevamo [sûr vivions] fin dal principio di tutte le cose; e così come è chiaro che di certo viviamo [sûr vivons], altrettanto è evidente che di sicuro vivremo [sûr vivrons] quando l’uomo non ci sarà più. Noi certamente vivremmo [sûr vivrions] persino nel caso che gli elementi di tutti i globi si dissolvessero, giacché è necessario che senza dubbio viviamo [sûr vivions] per ripopolare i nuovi mondi. La parola ci dice anche dove di sicuro vivremo [sûr vivrons], dato che sur = al di sopra. L’italiano sopravvivere si limita a parlare dall’alto, mentre il francese ci offre maggiore certezza(7). L’unica vita sicura è la sopravvivenza [il n’y a de sûre vie que la survie]. Questo non è qualcosa di soprannaturale [du surnaturel], ma una certezza naturale [du sûr naturel].

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     Là dove terminano [terminent] le acque, le acque minano la terra [terre minent]. Quando avranno minato ogni terra [tout terre miné], tutto sarà terminato [tout sera terminé].

IL REGNO

     Ma l’Essere supremo? – È il Se stesso supremo, è il Dio che si trova in noi, che parla e sboccia nel suo regno.

*

     La comparazione tra le lingue decuplica la chiarezza e la scienza di Dio, che in ogni lingua brilla come il sole quando splende con tutta la sua forza.

*

    Parola [Parole], cosa sei dunque? – Io sono Pi, la potenza, ar che ritorna indietro [en arrière], ola che procede in avanti. Sono il moto perpetuo e in tutte le direzioni. Sono l’immagine dei soli, delle sfere e degli astri di tutta la natura che si muovono nell’immensità, tornando indietro anche quando vanno avanti. Sono io la regina e la madre degli uomini che popolano i globi; è per mio tramite che l’Universo conosce l’Universo. Quando io mi rivelo ad un mondo, è l’aurora di un’epoca che chiama tutti gli uomini all’amore, alla pace, alla fraternità.

*

     Da sette anni siamo in estasi di fronte alle meraviglie della Parola.

SCRIVERE

     Lo scritto inutile, lo scrittore [l’écrit vain, l’écrivain]. Quanti scritti inutili, quanti scrittori!

*

     Uno spirito è un uomo senza carne né ossa… Mentre riflettevamo profondamente su questo, abbiamo sentito il pensiero uscire da noi ed esercitarsi a una certa altezza sopra la nostra testa.

*

     La prima storia, è quella del sesso. Eh! che m’importa di Alessandro Magno, di Cesare e Napoleone, e di tanti altri stupidoni che sono durati solo un giorno? Hanno lavorato a favore dell’uomo? No. Allora vadano al diavolo. È della mia storia che ho bisogno. Ciò che mi occorre è sapere dov’ero io, uomo, prima che l’uomo esistesse.

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Note

(1) «Polybiblion» era un mensile pubblicato dalla Société bibliographique. Col termine francese combisme si faceva riferimento alle idee politiche del ministro radical-socialista Émile Combes (1835-1921), che sosteneva la necessità di mantenere rigorosamente distinti Stato e Chiesa. [Le note sono del traduttore.]
(2) Jean-Pierre Brisset è nato a La Sauvagère nel 1837 e morto a La Ferté-Macé nel 1919.
(3) Il riferimento è a Jacques-Antoine Révéroni Saint-Cyr (1767-1829), Antoine Court de Gébelin (1719-1784) e Antoine Fabre d’Olivet (1767-1825).
(4) Cfr. R. Roussel, Comment j’ai écrit certains de mes livres, Paris, Lemerre, 1935 (tr. it. in R. Roussel, Locus Solus, seguito da Come ho scritto alcuni miei libri, Torino, Einaudi, 1975), e il libro di M. Foucault, Raymond Roussel, Paris, Gallimard, 1963 (tr. it. Raymond Roussel, Bologna, Cappelli, 1978).
(5) Alla parola «Dio», in italiano nel testo, Brisset fa seguire tra parentesi l’equivalente fonetico «di haut» (in francese, haut significa «alto»).
(6) Il termine indica, nella mitologia araba, un demone femminile.
(7) Per l’omofonia, su cui gioca l’intero brano, tra il prefisso sur di survivre e l’aggettivo sûr («certo, sicuro»), usato però da Brisset in funzione avverbiale.
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[N. d. T.] Le cycle des grenouilles di Michel Foucault è apparso in «La Nouvelle Revue Française», n. 114, 1962, pp. 1159-1160, come premessa a una piccola scelta di passi di Brisset curata dallo stesso Foucault e intitolata Le cycle des grenouilles originaires (ibid., pp. 1160-1165). I passi erano tratti da due opere brissetiane: La grammaire logique (1878) e Le Mystère de Dieu est accompli (1890). Il testo introduttivo è stato poi ripreso nella raccolta degli scritti sparsi di Foucault, Dits et écrits, Paris, Gallimard, 1994, vol. I, pp. 203-205. La presente traduzione è già stata pubblicata in «Arca», 3-4, 1998, pp. 85-87. Ricordiamo che il filosofo ha scritto un altro e più ampio saggio sull’argomento, edito come premessa a J.-P. Brisset, La grammaire logique, Paris, Tchou, 1970, poi come volumetto autonomo (M. Foucault, Sept propos sur le septième ange, Montpellier, Fata Morgana, 1986) e infine in Dits et écrits, vol. II, pp. 13-25 (tr. it. Sette discorsi sul settimo angelo, in «Arca», 19, 1994, pp. 7-17). [Giuseppe Zuccarino]

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5 pensieri su “Il ciclo delle rane”

  1. “Ciò che mi occorre sapere è dov’ero io, uomo, prima che l’uomo esistesse”.
    “Da sette anni siamo in estasi di fronte alle meraviglie della parola”.

    La figura di Brisset, spesso interrogata da Foucault e riproposta da Giuseppe Zuccarino e dalla rivista “Arca” negli anni 90, continua a essere un enigma resistente ai lettori e agli intepreti, ma è un personaggio che, meglio di altri, ci introduce in quei nodi complessi che legano follia e linguaggio.

    Spero che, grazie ora a Francesco, altri amici di Brisset si facciano vivi.
    Un abbraccio a tutti.
    Marco

  2. I post preparati da Giuseppe Zuccarino, con lo zampino web di Francesco Marotta, diventano dei momenti imperdibili di lettura in questa Dimora.

    Così questo “Ciclo delle rane” a partire da quell’incredibile Foucault del “suppongo sia morto”, vero e proprio contrappasso al participio passato per il mor mor del Brisset delle lingue vive, (sempre che sia “una volta” per tutte (?!) “ stabilita con chiarezza “l’anteriorità di questa sillaba ” che adesca tremarella :)).

    Colpita da diverse parti, in particolare, ma non solo!!, dal “ciclo delle rane originarie”
    dove il bellissimo passaggio de “lo sviluppo del collo” mi pare delinei gli esseri umani come rane-cigni (di paludata palude :)),
    gole (profonde – e qui azzardo un aggancio, perlomeno di suono, a quel “L’uomo è una ghul(6) insaziabile”).

    dicevo rane-cigni che adescano il dio (Dioniso) e lo costringono a imitarle, pur di essere lasciato in pace…a passare in Ade.

    D’altronde, sempre per via del collo :), si dà che
    “Uno spirito è un uomo senza carne né ossa… Mentre riflettevamo profondamente su questo, abbiamo sentito il pensiero uscire da noi ed esercitarsi a una certa altezza sopra la nostra testa.”

    Grazie mille
    ciao!

  3. Una curiosità: Giuseppe Zuccarino è l’autore della “Dimora” più letto e più linkato all’estero.

    Continuo a chiedermi perché… ;)

    Probabilmente ha una famiglia molto numerosa, disseminata nei cinque continenti… Sì, deve essere proprio così… :)

    fm

  4. Non ti sbagli, Francesco. Esiste la Josephlandia (detta regno di Zuccarinia) che, come testimoniano gli atlanti del Realismo Ulteriore, è abitata da esseri che vivono ovunque e in nessun luogo. Sono loro, in effetti, i primi coloni della Dimora del Tempo Sospeso e sfogliano e linkano i testi che ivi appaiono con tacita attenzione, senza segno lasciare (chi parla, in modo ex-stravagante, sono gli ercoli e gli ealli, una specie non protetta da nessuno e rara, noti per farsi stupire dalle cose belle e di esse raccontare).
    Abbracci dal marcoregno alla francescoarca.

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