L’opera non perfetta

[Marco Ercolani – L’opera non perfetta]

Nessuna follia, in sé, produce nessuna opera: ne è però il substrato, il materiale primario. E l’artista è il cavo conduttore attraverso cui l’energia dell’atto creativo può tradursi in forme intelligibili. Certi eccentrici destini di artisti, che culminano nella malinconia, nella schizofrenia o nella morte violenta, sono comprensibili nel momento in cui l’arte è vissuta come un “pensare oltre”, che provoca la vita oltre i limiti della sua percezione. Le visioni di Angela da Foligno, l’isolamento malinconico di Pontormo, le genealogie d’anima di Artaud, l’afasia di Nietzsche, l’autismo di Hölderlin, le teste di pietra di Filippo Bentivegna, la villa dei mostri del principe di Palagonìa, le allucinazioni paranoiche di Gérard de Nerval, le esaltazioni religiose di Germain Nouveau, sono forme fluttuanti di quel “pensare oltre”. Suicidio e follia diventano i rischi conseguenti e accettabili di un poiein dell’arte che non si accontenta di modelli stabiliti ma cerca, al di là degli esempi e delle tradizioni di cui si nutre, una via eteronoma e insondabile, un gesto di “enigma, bellezza e passione”, che non corrisponde alle norme rassicuranti dell’esistenza quotidiana. Compito dell’artista è avere a che fare con quanto di non prevedibile e di non apprendibile ci mostrano le emozioni; ma suo dovere è difendersi dalle due realtà sostanziali della follia: il silenzio e il delirio. Il silenzio assoluto è inservibile, sterile. Il delirio è una strategia personale, cristallizzata, da cui è necessario prendere le distanze per trovare forme espressive condivise.

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Marco Ercolani, L’opera non perfetta. Note tra arte e follia
Firenze, Nicomp Laboratorio Editoriale, 2010.
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