Le rondini di Montecassino

Helena Janeczek

[…] Janeczek ottiene il suo risultato apicale, credo, perché riesce a operare congiungendo la tragedia all’epica. E’ nuovamente l’entrata in un territorio che i suoi colleghi non potranno non esplorare grazie a lei.
Forte di una lingua che si permette di stridere o di addolcirsi a seconda dei ritmi immaginali e dei movimenti sincronici di spazio e tempo narrati, Janeczek non allestisce il teatro della battaglia, ma usa la battaglia come universo, estendendo all’intero pianeta e alla verticalità dei tempi che si vivono (prima della guerra, durante la battaglia di Montecassino, dopo la battaglia, oggi) motivi che fanno risuonare corde antiche della letteratura: la normalità che coincide con l’eroismo, in un incremento inaudito del dramma, che costa uno sterminio e un confronto quotidiano con sofferenze indicibili in ogni angolo del pianeta; l’amore che salva e quello che condanna; la genesi e la fine; la stratificazione dei tempi attraverso le memorie e il cozzo tra generazioni; l’empatia e la negazione di quella; la domanda sulla natura dell’umano, sul venire al mondo e sulla morte; ciò che è complesso in coincidenza con ciò che è semplice.

(Giuseppe Genna…)

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Helena Janeczek
Le rondini di Montecassino
Parma, Guanda, “Narratori della Fenice”, 2010
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Due ragazzi divisi da un’abbazia

La mattina del giorno dopo, arrivano ai cancelli del cimitero che sono già le passate le nove e mezzo. Di solito è Andy a tirare giù dal letto Edoardo, passando a maniere sempre più brusche, tipo aprire le imposte, tirare lo sciacquone, accendere il computer e far partire musica a volume alto, sino a mettergli le mani addosso e dire “svegliati” vicino al suo orecchio. Invece stavolta, se non fosse arrivata la telefonata di nonna Dorka – “ma che ore sono, babcia?” “Le otto e mezzo, Edek” –, avrebbero continuato a dormire entrambi. Si sono lavati e vestiti alla meno peggio, hanno fatto colazione senza aprire bocca se non per infilarci caffè a litri e torta caserecca, cereali, fette biscottate con burro e marmellata, succo di frutta. La prima frase l’ha detta Andy in macchina, già verso il tratto dei tornanti. “Cosa voleva tua nonna?”
     “Diceva che magari fanno un salto uno di questi giorni, perché ci sarebbero dei loro amici, gente che sta in Inghilterra, ex combattenti, che ci verranno.”
     “You mean vets from the Second Corps, some guys who fought with general Anders?”
     “Of course I mean, yes. Com’è che stai troppo rincoglionito per parla’ italiano?”
     Anand, per un pezzo, guida muto guardando dritto davanti, e se non fosse che la strada lo richiede, si direbbe che se l’è presa, il che sarebbe una stranezza.
     “Ehi, socio, non volevo offenderti…”
     “Never mind. Domani però metto la sveglia.”
     “Dormito male? Problemi con le cozze? Qualcos’altro?”
     “Noooh… a parte che tu russi… like a walruss!!”
     “Come un tricheco? Non è una bella notizia che mi stai dando. Ma sempre sempre o solo stanotte?”
     “Boh, credo che le altre notti mi sono addormentato prima di te e non ho sentito niente.”
     “Gosh… I’m sorry, partner”
     Così passa il momento in cui Andy stava per dire a Edoardo del libro che ha cominciato a leggere di notte e non sa bene neanche lui perché non gliene parla nemmeno dopo, quando, pur arrivati in ritardo, sono sulle loro sedie a fare niente, visto che per gran parte della mattinata il cimitero resta vuoto. Parlano d’altro, a cominciare dal problema che non hanno nemmeno fatto in tempo a comprare i giornali e una bottiglia d’acqua fresca: si scambiano i soliti ricordi, che in quel luogo, su quelle sedie piazzate una accanto all’altra, li rende simili a due vecchietti su una panchina del parco, storie a loro modo celebri e altri episodi commentati poco, e ritirarli fuori li fa sentire uniti e grandi.
     “A proposito di trichechi” dice Anand, senza alcun nesso con i discorsi precedenti. “Hai visto che molti polacchi portano ‘sti baffi, you know the walruss kind of mustache? Anche qui” aggiunge indicando i piccolissimi volti sul volantino tenuto sempre pronto in grembo.
     “E con questo?”
     “Niente. L’ho notato e basta.”
     Edoardo scruta le facce guardate tante volte, e spiega a Andy che quei baffi li porta persino Lech Walesa, ”e se non sai chi è, il leader di Solidarnosc, Nobel per la pace”, ma anche il tal cugino che aveva organizzato il giro in barca sui laghi masuri, una delle vacanze con cui i Bielinski celebravano la possibilità ripristinata dal corso della storia di ritrovarsi assieme a tutta la famiglia. Invece gli scomparsi che si erano impressi nella sua retina da quando aveva aperto per la prima volta il sito della polizia polacca, presentavano volti imberbi: Michał Serbinowski e Rafał Zarczycki, uno moro, l’altro biondo, tutti e due con l’aspetto di un qualsiasi ragazzo in qualsiasi parte del mondo.  Cliccando sul volto pulito e infantile di Michał Serbinowski, Edoardo aveva avuto la conferma che era maggiore di lui di appena sette anni, Rafał di otto: ragazzi col nome da arcangelo finiti nel nulla di un non si sa dove d’Italia, partiti quando erano suoi coetanei, e il magone che l’aveva colto a quella scoperta, si ripresentava ogni volta che guardava le loro facce.

Edoardo Bielinski era venuto a conoscenza della scomparsa dei polacchi una sera d’inverno, quando era rientrato dopo essere stato al cinema con la ragazza conosciuta il giorno della manifestazione contro i tagli all’istruzione pubblica, quella degli “scontri fra facinorosi” a piazza Navona. Così avevano detto in tv e scritto sui giornali vicini al governo, cercando di far passare la versione che a scatenare la violenza fossero stati loro, i ragazzi dell’Onda, ed era falso.
     Edoardo e gli studenti delle ultime classi del liceo Tasso erano leggermente più avanti nel corteo, quando, con altre ragazzine che non riuscivano a parlare o gridavano piangendo “ci stanno massacrando!”, era arrivata sua sorella. I fasci, tutti maschi, tutti grandi, si erano armati con mazze, cinghie e spranghe ed erano partiti, caschi in testa, alla carica di chi gli capitava sotto, eppure si vedeva, no?, che loro avevano al massimo quattordici, quindici anni. A quel punto Marta era riscoppiata a piangere e Edoardo l’aveva abbracciata forte, lei che con la cima della testa gli arrivava giusto al mento, e aveva cominciato a sussurrarle “czymajsię”, non sapeva neanche lui perché in polacco, calmati, riprenditi, ma il ricorso a quella lingua privata aveva sortito i suoi effetti. C’erano dei ragazzi a terra, pestati a sangue, diceva Marta, due con la testa grondante che avevano cercato di pararsi con le mani, uno dei loro e uno di un’altra scuola.
     Saputo questo, neanche i professori venuti in corteo erano riusciti a calmare gli studenti più grandi. Era stato allora che Edoardo Bielinski aveva perso. Aveva provato a dire “stiamo calmi”, ma era troppo furioso, troppo sconvolto, e quando Lorenzo Pascucci era sbottato: “ah Bianco, nun ‘o capisci che questi so’ d’accordo fra di loro, sbirri e fascisti?  Qua stiamo come a Genova, come ai tempi de Valle Giulia che mio padre me l’ha raccontato tante volte”, non aveva saputo cosa rispondere e pure gli altri erano stati zitti. Così il figlio di un capostruttura Rai aveva continuato ad arringare a favore della legittima autodifesa, e alla fine, sostenuto da quel che gli sembrava silenzio-assenso, aveva contattato un compagno nel troncone degli studenti universitari.
     Per tutta la durata dell’autogestione, Edoardo Bielinski era stato, al suo liceo, il rappresentante più ascoltato della protesta. Edoardo era appassionato alla causa, ma rimaneva sempre pronto al cazzeggio, e quando prendeva la parola usava un linguaggio comprensibile e diretto (“Se becchiamo qualcuno che inzozza ‘sta scuola con scritte o altro, prima pulisce tutto e poi è fuori: chiaro!”), di modo che persino presso i prof e i genitori si era guadagnato autorevolezza.  Corrispondeva al profilo di quella contestazione – “né destra, né sinistra: la scuola pubblica è di tutti!” – senza alcuno sforzo e per questo era stato corrisposto dai ragazzi. Si era persino ritrovato con un soprannome nuovo che sembrava un vero e proprio nome di battaglia. Quel nome, in verità, era già saltato fuori prima, ma era rimasto confinato alla sua classe e non è nemmeno chiaro da dove fosse uscito: se da uno scambio in cui qualche smorfiosa si era presa la troppa confidenza di un “a ’Biondooo!!!” e lui, di botto, “Biondo lo chiami a tuo fratello” per mitigare in ”semmai Bianco, ché questo significa Bielinski”, o se avesse qualche appiglio la versione del Pascucci per cui Edoardo era “il Bianco”, mentre lui e gli amichetti suoi erano “i Rossi”: Rossi e Bianchi come quelli della Rivoluzione russa, e a fornire quest’interpretazione politica si era creduto strafico il Lorenzuccio. Con Pascucci non c’erano stati problemi fino a quel momento. Due anni prima, quando ci fu la prima rissa con i fascisti venuti una mattina al Tasso a portare volantini e manganelli, il Bianco aveva già dimostrato grinta e buon senso, ma Lorenzuccio poteva continuare a considerarlo un gregario che non aveva intenzione di fargli le scarpe. Verissimo. Edoardo non aveva mai aspirato a diventare un leaderino studentesco, ed era proprio questo che rodeva l’anima al Pascucci: vedere come gli era sopravanzato quasi a furor di popolo nel giro di pochi giorni, scalzandolo senza nessun impegno.
     Così stavano le cose, fino a quando Lorenzo non si era potuto prendere la sua rivincita chiamando soccorso, anche se dopo avrebbe giurato di non essere stato a contattare gli elementi che a loro volta si erano presentati con i volti camuffati o con i caschi.
     In ogni modo, piazza Navona sembrava tornata calma come può esserlo una piazza gremita di studenti in protesta.  E’ proprio in quell’interregno ingannevole che Edoardo si mette a parlare con una ragazza arrivata con l’avanguardia degli universitari. Stavolta è chiaro sin dall’inizio che il Bianco è al liceo, seppur all’ultimo anno, mentre Sara di Magliano in Sabina studia lettere moderne, ma ciò nonostante, dopo aver commentato i pestaggi, si mettono a chiacchierare d’altro. Edoardo tira fuori prima le cicche e poi le caramelle: “Vuoi una di queste o preferisci una Mentos?”, Sara ricambia offrendogli quel che rimane nella sua bottiglietta d’acqua, “Se non ti schifi a berla…” “Ma che scherzi?” ribatte Edo prima di portarsela alle labbra e prendere un unico, lungo sorso, guardando Sara che ha capelli neri corti, occhi sul verde e un brillantino di quelli piccoli nella narice destra. “Nun te preoccupa’, non te l’ho fatta fuori tutta…” ride mentre riconsegna la bottiglietta, e così, fra una battuta e l’altra, arrivano a scambiarsi i numeri del cellulare prima che Sara lo saluti con un, “Mo’ mi sa che devo torna’ dagli altri ragazzi della mia facoltà, ma ci sentiamo, bello” e due bacetti leggeri sulle guance.
     Quel che succede dopo sono le scene di guerra che quella sera stessa vanno in onda in tutti i notiziari, e in seguito verranno riprese, rimontate e commentate in rete per rinfacciarsi reciprocamente responsabilità e colpe. Sedie del bar di fronte alla fontana del Bernini ammucchiate a barricata, sedie che volano, sedie eleganti e gialle, di stoffa e legno, cosa che le rende più aerodinamiche e, grazie al cielo, meno pericolose di quelle vecchio stile con la struttura in ferro. Bottiglie, tavolini (pochi), altri oggetti più o meno contundenti, i fascisti che rilanciano e inoltre hanno le mazze, le stesse mazze coperte dal tricolore usate prima contro i liceali che non ci sono più da un pezzo, così come sono fuggiti quasi tutti gli altri manifestanti pacifici e tranquilli, e quando Edoardo si chiederà che cosa ci sia rimasto a fare, non sarà in grado di darsi una risposta.
     Era trattenuto dal pensiero che lì in mezzo ci fosse pure Sara, così rincoglionito dall’euforia da non avvertire la puzza di bruciato in tempo? Pacifico il Bianco lo rimane, sì, ma non tranquillo, urla a squarciagola, disperato, cose che non sarà in grado di ricordarsi, gesticolando e a volte avanzando verso le linee dello scontro come un kamikaze, no, piuttosto come un berseker vichingo, o almeno come uno cui sta dando di volta il cervello: “basta!!”, “qui stiamo rovinando tutto!“, “fasci di merda, bastardi vigliacchi”, “e fanculo pure a voi, teste di cazzo! Ma chi vi conosce, stronzi, chi vi ha cercato?” E finalmente la polizia che carica, i celerini che randellano un po’ tutti, o anzi no: i fascisti riescono a farli mettere a terra, disarmarli, farli salire sui cellulari senza toccarli, perché il loro capo lo conoscono e lui garantisce per “i miei ragazzi”, mentre chi viene fermato dall’altra parte riceve un po’ meno complimenti.
     Edoardo, alla fine, non è stupito di essere fra quelli portati via per accertamenti, e neanche lo scandalizza più di tanto che i celerini li insultino come “ froci comunisti”. Anzi, in un primo momento, mentre viaggia nel retro del camioncino, riesce pure a calmarsi, a darsi del coglione, a sperare che qualcuno o qualcosa testimonierà che si è agitato molto, troppo, d’accordo, ma non ha in nessun modo partecipato alla violenza.
     Andrà così, in effetti, e ci saranno pure dei filmati pronti a dimostrarlo, ma quando in questura gli chiedono i documenti, il Bianco si trova di colpo a essere soltanto Edoardo Radolslaw Bielinski.
     “E che, credi di essere venuto qua a far casino, slavo di merda? Ci mancava giusto che vi mettevate pure a spaccare la roba nostra!”
     “Io non c’entro, potete chiederlo anche agli altri ragazzi, sono venuto a protestare pacificamente…”
     “Quelli come te non si devono azzarda’. Questo non è il paese vostro e quindi sai come dovete stare: zitti!”
     “Ma io sono nato a Roma, qui c’è scritto. Sono uno studente del liceo Tasso, uno studente come tutti gli altri che oggi…”
     “Hai capito, Vince’, mo’ ce la ritroviamo al liceo, ‘sta gente? Vediamo un attimo: nato il 21.3.1991. Minorenne.  Perfetto. Allora sai che ti dico: andiamo a controllare subito come stanno i tuoi genitori a permessi, veniamo a casa vostra e se troviamo la minima cosa che non è apposto, lo comprendi cosa potete fare: le valigie potete fare, tutti quanti. Potete tornarvene al paese vostro.”
     “No, no, guardi che noi….”
     “No, no? Invece sì, puoi starne certo!”
     “Noi siamo italiani, cittadini italiani. Mia madre è napoletana… mio padre… vi do il numero, potete accertarvi.”
     “Tu non ci dici cosa dobbiamo fare, chiaro? Tu adesso ti prepari a passare la notte qua dentro e poi vediamo quando esci. E tieni chiusa la bocca, se non vuoi che ti aiutiamo noi, capito?”
     Così Edoardo Bielinski finisce in cella assieme ai picchiatori di destra e di sinistra e non saprà mai perché verso sera verrà invece rilasciato anche lui insieme alla gran parte dei ragazzi fermati per sbaglio.
     Fuori dalla questura ci sono tutti. Marta, quando lo vede, si mette a piangere, sua madre lo stringe forte come la volta in cui si era perso su un scorciatoia durante una gita al Gran Sasso, suo padre esibisce una calma catatonica che non gli ha mai visto. Edoardo sono ore che non parla. Si era messo in un angolo e aveva allacciato le ginocchia con le braccia, ignorando gli scazzi fra autonomi e fascisti, lasciando che le voci gli rimbombassero sopra la testa, la sua testa vuota come una cocuzza, invisibilmente ammaccata peggio che da una manganellata tirata addosso. Ora sta schiacciata contro il sedile posteriore della Lancia, e mai gli ha fatto tanto piacere che gli interni di un’auto lasciata fuori in una bella giornata di fine autunno, trattengano il caldo che dall’imbottitura sembra rientrargli come linfa.  Nessuno dice una parola. Solo sua sorella si soffia il naso, a un certo punto.
     Visto che non ha avuto tempo per cucinare, Flavia manda Giorgio a prendere delle pizze, che vengono masticate davanti alla tivù mentre girano per i canali in cerca di notizie.
     “Di quello che è successo a noi, nessuno parla” commenta Marta, “o hanno detto qualcosa prima, mamma?”
     “Non so, lavoravo…” dice Flavia sospirando e tornando a guardare verso lo schermo.
     “Ci saranno delle inchieste che stabiliranno l’andamento dei fatti. Speriamo.”
     “Seeh, papà, puoi starne certo. E’ evidente che gli sbirri hanno usato due pesi e due misure. Dovresti saperlo anche tu che non è la prima volta.”
     “Infatti. Perciò ho detto ‘speriamo’. Fino a prova contraria la magistratura è ancora una forza indipendente, capace di fare chiarezza anche su comportamenti scorretti da parte del potere esecutivo.”
     “D’accordo, speriamo. Possiamo cambiare canale, che vorrei pensare ad altro?”
     “Hai ragione, Edek. Che ne diresti invece se ci rivedessimo un bel film?”
     “Okay. Facciamo che lo sceglie Marta.”
     Edoardo non sa perché gli è venuto di passare la mano a sua sorella, lei però ha l’idea geniale di puntare dritto su un classico della loro infanzia. Così i Bielinski svuotano i cartoni delle pizze davanti alle imprese di un mammut, un bradipo e una tigre dai denti a sciabola, sbellicandosi ogni volta che lo scoiattolo con gli occhi sporgenti tenta invano di impossessarsi di una maledetta ghianda. Una famiglia normale, felice, unita davanti al televisore. Che le risate siano un po’ troppo forti, in fondo cosa importa? Di tutto questo è comunque grato Edoardo. Sì, teniamolo in alto il nome dei Bielinski. E non chiediamo niente, né diciamo se non il minimo necessario in risposta a quel che ci verrà chiesto.  Cala la reticenza, l’autocensura, in casa Bielinski, roba che doveva essere scomparsa con la fine dell’Era glaciale comunista. Edoardo sfoga il razzismo dei questurini nel suo cuscino prima di addormentarsi, Giorgio e Flavia mormorano a porte chiuse in camera da letto “ma questo paese dove sta andando?”, e che non si faccia cenno della presenza dei ragazzi in piazza Navona con nonno Radek e nonna Dorka, è una cosa che non va nemmeno detta. Una famiglia unita, appunto. In fondo, poi, non è successo niente. In fondo sono stati persino fortunati che Flavia stesse a casa tutto il giorno potendo prima confortare Marta e poi, verso le tre, cominciare a preoccuparsi per suo figlio. In fondo le ore in cui erano stati veramente in ambasce per non dire peggio, avendo capito che Edoardo doveva essere finito dentro, non erano nemmeno molte, e il pensiero che il ragazzo potesse essere stato trascinato a qualche azione inconsulta (“E’ un bravo ragazzo, però anche una testa calda.” “Be’, non esagerare, ci vuole poco a esserlo più di te.”), si era dileguato quando Flavia aveva ricevuto una telefonata dove le dicevano di andare a riprendersi suo figlio.
     “Signora, lei è la madre di Edoardo Ra-do-slaw Bielinski, nato a Roma il 21.3.1991?”
     “Sì, certo.”
     “E suo marito è tal Giorgio Tadeusz Bielinski, nato a Varsavia il 6. 11.1953, cittadino italiano dal compimento della maggiore età, in data 6.11.1971? Residente a Roma in via Bellinzona 14, docente di storia del diritto internazionale all’Università La Sapienza?”
     “Esatto. Scusate ma posso sapere…”
     “Signora, la chiamiamo per informarla che avendo tratto in fermo vostro figlio, abbiamo potuto accertare la sua estraneità ai fatti di violenza occorsi oggi, per cui la invitiamo a presentarsi qui concordemente col padre, giacché trattandosi di un minore, occorre che prima del rilascio produciate entrambi i vostri documenti.”
     “D’accordo, grazie, veniamo subito…”
     Più tardi Flavia si chiederà se poteva accorgersi di qualche stranezza in quel colloquio e poi nello svolgersi delle pratiche per il rilascio di Edoardo. Più tardi significa molto più tardi. Significa a partire da una sera di fine gennaio, quando suo figlio torna a casa dopo il cinema con Sara e si spaparanza sul divano accanto a lei a guardare un programma di attualità che sta finendo. Giorgio è a Budapest a un convegno, Marta dorme da un’amica, Flavia ha da poco smesso di correggere una tesi di dottorato e ha acceso la tivù un po’ per svagarsi, un po’ per camuffare che aspetta il ritorno di suo figlio. La puntata è dedicata principalmente a Lampedusa, dove sia gli stranieri travasati dai barconi ai centri di accoglienza sia i locali hanno da poco tentato la rivolta. Fra gli ospiti c’è anche l’onorevole Roberto Cota, e Flavia non sa se ha voglia di ascoltarlo, di assistere al teatrino dei politici che si combattono a parole sulla pelle di tanti disgraziati, ma il nuovo capogruppo della Lega Nord alla Camera con la sua spigliatezza imperturbabile la ipnotizza.
     “Vuoi cambiare?” chiede, quasi sperando che Edoardo la sciolga dal suo incanto.
     “No, sentiamolo, ‘sto personaggio…”
     “Sarà anche quel che sostieni tu, ma è uno presentabile, uno intelligente. Uno consapevole del fatto che quel che dice, nel modo in cui lo dice, gode di un consenso enorme.”
     “E allora?”
     “Questi sono capaci di rinnovarsi a una velocità pazzesca, mentre dall’altra parte resta tutto uguale, bloccato in una misura disperante. Vabbè: mi è venuta fame, vado a prendere qualcosa da sgranocchiare. Vuoi anche tu?”
     Edoardo annuisce con la testa e quindi è solo nel salotto quando viene presentato tal Alessandro Leogrande che ha da poco pubblicato un libro sulle nuove schiavitù in Puglia. Alle spalle dei politici, illuminato da uno spot che lo strappa al pubblico indistinto del programma, si alza un uomo giovane, in giacca e camicia senza cravatta, e quel che dice poco prima che scorrano i titoli di coda impressiona sia Edoardo che sua madre, tornata con una confezione di biscotti e una brocca d’acqua.
     Parla senza perdere né il filo né la calma e quando si rivolge direttamente al leghista, non cerca la complicità del pubblico, non usa formule retoriche per contrastarlo e questa compostezza, questa capacità di mantenersi sul concreto, unite alla sua faccia paffuta con occhiali e barba, a Flavia fanno venire in mente più che un giornalista o uno scrittore, un sindacalista meridionale d’altri tempi. Edoardo, invece, resta colpito da quel che dice. Dall’universo appena adombrato di schiavi, che sono in parte neri e clandestini, in parte bianchi: migliaia di polacchi e di romeni sequestrati dal lavoro nero nelle campagne. “Neocomunitari” li chiama Leogrande, come li avrebbe definiti pure suo padre, però il professor Bielinski non si è mai occupato e probabilmente neanche mai imbattuto in simili vicende.
Flavia spegne la tivù, porta in cucina la brocca e i biscotti. Edo la segue inaspettatamente e quando piazza i bicchieri nell’acquaio produce un botto.
     “Hai visto? Noi qui siamo tornati in schiavitù, siamo i loro negri bianchi.”
     “Noi chi? Scusa, stavo pensando se per domattina conviene caricare la caffettiera piccola o quella più grande.”
     “Noi polacchi. Ci trattano di merda, ma in questa casa non si può dire, visto che va tutto bene da quando è finito il comunismo.”
     “Durante il comunismo non si limitavano a trattati male, lo sai anche tu, Edoardo. E poi anche di noi terroni quelli lì non hanno mai avuto un’opinione altissima. Napoletani poi, hai voglia. Quindi sei messo male, figlio mio” ride Flavia strofinandogli la cima della zazzera bionda.
     “Non cercare di buttarla in scherzo” sibila Edoardo indietreggiando di qualche passo, e quando si ferma, urla: “Lo vuoi sapere come mi hanno trattato quegli stronzi in questura, lo vuoi sapere quel che mi hanno detto?”
     Sì, Flavia vuole saperlo. E dopo aver continuato a scuotere la testa mentre lo ascolta, dopo avergli rinfilato nei capelli la mano che per lo spavento aveva appena tolto, tutto lì in piedi, in cucina, davanti ai piatti sporchi della sua cena di avanzi, che deve fare?
     “Posso chiederti di non parlarne con papà?” dice Edoardo, a sorpresa.
     “No, un momento. Prima ti lamenti che qui non c’è attenzione a certe cose e poi vuoi che di questa storia non dica niente a tuo padre. A parte il fatto che ne ha tutto il diritto. A parte il fatto che lui molto più di me è in grado di sapere che cosa si può fare…”
     “Sentiamo, mamma. Cosa potrebbe fare secondo te? Sono passati tre mesi, tre mesi esattamente oggi…”
     “Non so. Convincere qualcuno a testimoniare. E poi sei tu che avresti dovuto dirci subito quel che ti è successo.”
     “Ah, adesso è colpa mia!”
     “Non gridare, Edoardo. Scusa, forse mi sono espressa male. Ti capisco. Immagino che ora, in effetti, sarà difficile…”
     “Cosa cazzo capisci, che cazzo dici. Qui non c’è nessuno che voglia andare contro gli sbirri, a nessuno è saltato in mente già allora, figurati dopo che sono tornati a casa da papà e mamma.”
     “Be’, magari provare a chiedere lo stesso, non costa niente.”
     “Mamma, io non voglio che si faccia casino su ‘sta roba. Non voglio, capito? Non sono io il problema. E’ ‘sto paese, che non cambierebbe di una virgola se dovesse venir fuori che hanno preso il figlio di un docente della Sapienza per un polacco subumano, scusate tanto. Non la voglio una giustizia da privilegiato, quando cose del genere succedono tutti i giorni.”
     “D’accordo. Ci penso. Ora proviamo ad andare a dormire che dobbiamo alzarci presto. Tu domani hai pure una verifica, se non mi sbaglio.”
     “Mi avvisi, però, quando decidi?”
     “Certo. E ora posso darti un bacio della buonanotte?”
     “Mmmh. Notte, mamma.”
     Il giorno dopo Edoardo torna da scuola con dentro una busta rossa della libreria Arion di piazza Fiume, Uomini e Caporali, il libro di Alessandro Leogrande. Mentre leggendolo si indigna e si entusiasma (“è fatto benissimo, ma’, anche per come è scritto, giuro che piacerebbe persino a te”), ne fornisce a sua madre una sorta di radiocronaca in diretta che andrà a suggellare, senza che nessuno dei due se ne accorga, un patto di silenzio. Flavia intuisce che quel tramite gli permette di venire a capo di quanto gli è successo: parlare dei polacchi in Puglia per tacere di se stesso.  Infatti una sera a tavola Edoardo riassume il libro davanti a tutti, spingendosi pure a sottolineare che una vicenda del genere l’ha scoperta vedendo un programma che suo padre segue a volte, ma detesta.
     “Tu lo sapevi? E le associazioni dei polacchi, tutti gli amici di nonno Radek, che cosa hanno detto, cos’hanno fatto?”
     “Guarda, Edek. Qualcosa lo sapevo, certo. Del processo, per esempio, contro questi caporali delinquenti. Poi, è vero, non ero a conoscenza di ogni singolo caso di persona scomparsa o morta in circostanze poco chiare.  Probabilmente hai ragione tu che la comunità polacca dovrebbe avere più attenzione su questi fatti. Ma in fondo che se ne sia occupato un italiano, è la cosa migliore che poteva capitare, no? E’ una questione che riguarda l’opinione pubblica polacca e italiana, non una che abbia molto senso trattare nell’ambito di una cerchia ristretta.”
     “Forse, papà. Però sarebbe ora che vi svegliaste…”
     “Bene. Vuoi provare a scrivere una recensione, la facciamo tradurre e la proponiamo a ‘Polska Wloska’? Così cominci a darla tu, la sveglia?”
     Edoardo non scriverà nessuna recensione e sembra aver dimenticato la vicenda per sprofondare negli ultimi mesi di studio che, con la maturità quasi alle porte, diventano una necessità primaria.
     A volte Flavia si chiede ancora se ha fatto bene a non parlare a Giorgio, cosa che non ha nessun precedente per una faccenda della gravità di quelle intimidazioni, e a definire l’accaduto in questi termini ancora si sgomenta. Non è corretto, no, e lei si comporta come la perfetta mamma italiana chioccia e qualunquista, ma al diavolo: Flavia semplicemente non ce la fa a non anteporre il benessere di Edoardo, l’equilibrio che sembra essersi riguadagnato identificandosi con chi ha subito soprusi ben peggiori .
     Così, quando a luglio, passato l’esame di maturità con voti insperati, smaltito in parte il dolore per la fine della storia con Sara, Edoardo annuncia il suo progetto di piazzarsi davanti al cimitero polacco di Montecassino per cercare gli scomparsi, Flavia è la prima ad appoggiarlo. Non è che Giorgio si esprima mai apertamente contro. Per lui il ragazzo, se proprio vuole, può anche andare a fare quel tipo d’esperienza, ma con sua moglie commenta che la ritiene una cosa insensata, un’inutile perdita di tempo, “sarebbe meglio che si trovasse un lavoro o andasse veramente in vacanza”.
     Eppure non si sbaglia soltanto Giorgio a pensarla come un’avventura idealista ma velleitaria, ma pure Flavia, che si crede complice e custode della radice che ha portato alla ricerca degli scomparsi: non capisce che l’interesse di suo figlio ha smesso da tempo di essere solo uno specchio e un pretesto.
     Non è colpa di nessuno e nessuno può farci niente se Edoardo continua a sentirsi come ha cominciato a partire da quel pomeriggio in questura del 29 ottobre: a sentirsi solo. Forse esagera, come è tipico per la sua età e per il suo carattere, però ci sono avvenimenti, botte in testa, che cambiano la percezione delle cose irreversibilmente. La parte più dolorosa è l’udito: scoprire che le lingue slave sono simili al punto che lui riesce a capire quel che si dicono i muratori sui mezzi pubblici, le badanti da McDonald’s, persino certe biondine con gambe da trampoliere esposte sulla Salaria, di un biancore alla luce dei fari quasi fosforescente.
     Sono legione, un esercito nascosto, come gli extraterrestri che sbarcano sulla terra in un film per ragazzi: soltanto Edoardo sembra in grado di accorgersi che si muovono come in una dimensione parallela. Edoardo li vede risucchiati verso i call center, i kebabari, i negozi che tengono okra e sacchi di riso accanto a vodka e vasi di cetrioli in salamoia, scoprendo una apartheid di fatto e non di razza: neri, bianchi, gialli, di ogni gradazione di marrone. Questa è la capitale, Roma, anzi no: sono solo le zone che a Edoardo capita di attraversare. Nessuna meraviglia che appena fuori comincino i territori dell’invisibilità vera e propria, invisibilità che si squarcia solo nell’attimo in cui accade qualcosa di eclatante – uno stupro, uno sgombero, un pestaggio –, ma subito dopo scompaiono di nuovo, tutti quegli uomini-fantasma. A far sparire dalla faccia della terra chiamata Italia ragazzi come Michał e come Rafał, ci vuole poco.
     La prima volta che mostra le loro foto a quello che diventerà il suo socio, Andy commenta “nice kid” e non aggiunge altro. Quelle due parole bastano a Edoardo. Non gli ha praticamente mai parlato di quel che stava accadendo al Tasso, tantomeno di quanto gli è capitato dopo la manifestazione a piazza Navona. Per un lungo periodo non si sono pressoché visti e si sono sentiti meno del solito, prima per la protesta della scuola, poi per l’argomento principale delle loro rapsodiche conversazioni digitate, Sara che è più grande di tre anni, che condivide un appartamento a Piramide dove Edo nei primi mesi si accampa, Sara esibita pure in fotografie allegate (“U know I dn’t like piercing, but she’s got great eyes…& huge boobs 2!!!”) come in un fotoromanzo epistolare a puntate.
     Il Bianco pensava che l’impegno condiviso con l’amore suo infinito l’avesse allontanato dal principe del Kashmir, ma invece, quando l’amore infinito termina (“I just feel like shit. Vrrei andare a casa sua e dirle qnt è stronza dvnt le sue amiche!” “Nn fare cazzate, Edo. Tieni duro fino all’esame e dopo U can gt all the girls n the world!”), scopre che commentarlo ha rinsaldato l’amicizia. Per questo e per quel “nice kid” pronunciato davanti alla foto di Michał Serbinowski, Andy sarà quello a cui chiede di accompagnarlo al suo picchetto cimiteriale per gli scomparsi. Ma forse anche perché nessuno dei suoi nuovi amici attenti ai problemi dell’immigrazione e del razzismo potrebbe mai subire un trattamento come quello che gli è toccato, mentre il figlio di un manager Bulgari, per quanto non se l’andrà mai a cercare, rimane tuttavia esposto alla stessa sorte. Basterebbe un piccolo incidente in macchina con quella Citroën intestata a Shrila Gupta, madre di un figlio con passaporto indiano e pure belga perché nato all’ombra della borsa dei diamanti ad Anversa, comunque di un ragazzo appena maggiorenne che di italiano possiede soltanto la patente.

***

2 pensieri riguardo “Le rondini di Montecassino”

  1. Leggete questo libro, è un’opera eccezionale. E, se vi è possibile, procurate di leggere in qualche modo “Lezioni di tenebra”, nonostante sia irreperibile.

    Grazie di esistere, Helena.

    fm

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